Padria, Gurulis Vetus romana

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Gurulis Vetus (Padria)

Nel retroterra di Bosa, Gurulis Vetus, identificata con Padria collocata sui suoi tre colli, è attestata esclusivamente nella forma greca di Gouroulis palaia in Tolomeo (3, 5, 7), che segna questa polis alla stessa latitudine di Bosa (30° 30’) e a una distanza di 15’ a est di Bosa (longitudine 38° e 15’). La localizzazione di Gurulis Vetus a Padria, giustificata dai dati tolemaici, è stata sostenuta da Alberto Lamarmora, Vittorio Angius e soprattutto Giovanni Spano, che dedicò una memoria a questo centro nel 1867; l’indagine archeologica successiva ha sostanzialmente confermato l’ipotesi Ottocentesca e messo in rilievo la conoscenza in loco del mito di Ercole e la pratica religiosa intorno ad un santuario salutifero sul colle di San Giuseppe, documentata da decine di ex voto, fittili anatomici.

Il poleonimo paleosardo Gurulis fu, forse, alla base di una rideterminazione paretimologica, operata in ambiente attico presumibilmente del V secolo a.C., che trasformò Gurulis in Ogryle o Agryle, una colonia (apoikía) fondata in Sardegna da Iolaos, nipote di Herakles, e dai Tespiadi (i figli dello stesso Herakles) e dagli Ateniesi. Ogryle (o Agryle) avrebbe ricevuto questo nome in onore di uno dei Tespiadi (Ogrylos) ovvero in ricordo del demo attico di Agryle.

Le ricerche archeologiche, condotte a partire dagli anni sessanta da Vincenzo Santoni, Giovanni Tore ed ora da Francesca Galli, Giovanna Maria Meloni, Antonella Pandolfi e Alessandro Campus, hanno documentato l’esistenza di un centro urbano aperto al commercio mediterraneo sin da età arcaica, cui rimandano le coppe ioniche della seconda metà del VI secolo a.C. e le kýlikes attiche a figure nere del 510-490 a.C. Le ceramiche attiche continuano a essere documentate nel V e nel IV secolo a.C. anche con vasi importati quali un cratere a colonnette e coppe a figure rosse. Il maggiore santuario dovette essere dedicato a Herakles, il dio all’origine della mitica colonia di Ogryle. Di questo santuario si conosce il vastissimo deposito di doni votivi, nella località San Giuseppe, alla periferia sud-occidentale dell’abitato, datato tra il IV e il I secolo a.C. Oltre alle terrecotte con Herakles rivestito dalla leonté, le clave di Ercole, il serpente Ladon che difendeva il giardino delle Esperidi, si hanno maschere, busti, frutti e votivi anatomici, che potrebbero essere un apporto della cultura etrusco-italica mediata dai romani. Barbara Sanna ha osservato che l’abitato, in cui alcune abitazioni erano dotate di tappeti musivi, occupava la valle compresa fra i tre colli di S. Pietro, S. Paolo e S. Giuseppe, con terrazze percorse da strade lastricate.

Ignoriamo lo statuto della città per la quasi totale assenza di iscrizioni ad eccezione di un titulus frammentario e di un signaculum eneo in planta pedis di una Honorata, legato al possesso di praedia da parte di un’esponente femminile della classe dirigente sarda; un altro timbro metallico indica in forma estesa ed abbreviata la proprietà P(ubli) Atti Aviti Iuniani // P(ubli) A(tti) I(uniani). Si possono aggiungere numerosi bolli su sigillata africana: Claud[—] (CIL X 8053, 234); Iul(i) N[icef(ori)] (CIL X 8053, 259), L(uci ?) Man(ili ?) (CIL X 8056, 521).

I documenti archeologici attestano la continuità insediativa dall’età punica a quella romana repubblicana e imperiale all’età vandalica e bizantina, fino ai nostri giorni nell’area di Padria . L’abitato si estendeva risalendo le falde dei tre colli mediante un sistema di terrazze, in parte evidenziate dall’indagine archeologica a San Pietro e a Palattu, presso il colle di San Paolo, dove si individua per oltre 100 m un terrazzamento in opus siliceum tardo-repubblicano, verosimilmente riferibile al podio di un tempio di età augustea (forse il tempio dedicato ad Ercole a cui è riconducibile il deposito di San Giuseppe) di cui è stato rinvenuto, nel corso delle ultime indagini archeologiche, una porzione di cornice di trabeazione decorata con motivi ad ovoli e dentelli, ancora parzialmente ricoperti da intonaco colorato. Fra i rocchi di colonne riferibili al prospetto o alla peristasi del tempio si ebbe una testa muliebre diademata, forse pertinente al simulacro di culto. A quest’area, alle falde meridionali del colle di San Paolo, ad una ventina di metri dallo spigolo del muro di terrazzamento in opus siliceum, si riferisce una decorazione architettonica fittile residua in una lastra Campana con una biga guidata da una Vittoria: la lastra in terracotta potrebbe essere parte del frontone del tempio del colle di San Paolo (castello di Palattu).

Un secondo luogo di culto urbano si deve ubicare presso la chiesa parrocchiale da cui derivano reperti di grande interesse: una mano bronzea di Sabazio, del III secolo d.C. e una mano con syrinx di Atthis in marmo, indizio della penetrazione nel basso impero di culti soteriologici orientali. L’abitato disponeva di vie lastricate, aperte alla circolazione dei carri, che disimpegnavano abitazioni talora con pavimenti musivi in bianco e nero. L’area funeraria più importante (almeno dal IV secolo a.C.) era ubicata presso l’odierno cimitero. In un’area periferica fu costituita una memoria probabilmente legata alla deposizione di reliquie della martire corsa Iulia, trasformata in fase bizantina (VII secolo) in ecclesia con abside orientata.

Il territorium di Gurulis Vetus doveva comprendere il settore della Sardegna nord-occidentale corrispondente alle curatorie medievali di Caputabbas e forse di Nurcara e Costavalle, estendendosi dalla costa di Villanova Monteleone all’agro di Giave-Bonorva, attraversato dalla via a Turre Karales. È plausibile che un deverticulum raccordasse Gurulis Vetus a oriente con la stessa via a Turre Karales e a occidente un altro percorso secondario unisse Gurulis con Bosa, lungo la via a Tibulas Sulcis , con alcuni ponti ben conservati.

L’attributo di Vetus portato dalla città, come si potrà dimostrare, fu introdotto dopo la nascita di una nuova Gurulis posta nell’agro centuriato ritagliato tra l’agro di Bosa e quello di Cornus alle falde del Montiferru.

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