Macopsisa – Macomer – Macomisa

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Macopsisa (Macomer), civitas

Nella foto: i miliari della via Turris-Carales conservati negli anni 60 nella faccita della chiesa di San Pantaleo (restauri effettuati già nell’età di Vespasiano ricordano il 55° e il 56° miglio da Turris e provengono da Bonu Trau). Ora Museo Nazionale Sanna di Sassari  

Il nostro compianto amico Francesco Vattioni, in uno dei suoi ultimi lavori, è tornato sulla civitas di Macopsisa, studiata in precedenza da Giulio Paulis per L’Africa Romana: per quest’ultimo il toponimo sarebbe composto da Mako– dal punico mqm, luogo o città (come a Magomadas in Africa e Sardegna);  è presente anche nel Poenulus di Plauto, la commedia ricca di riferimenti alla Sardegna e ad Hampsicora (5, 930), nella parodia del discorso incomprensibile di Annone: symacom; si tratta della stessa radice di Macom-er, il poleonimo attuale.  La seconda parte del toponimo è più discussa: se partiamo da Macomer, la seconda parte –er deriverebbe dal raro punico –hr, che indicherebbe il monte; la soluzione non appare felice anche perché già Paulis osservava che «a Macomer non c’è alcun monte, ma semplicemente uno spuntone roccioso», nel senso che la città è collocata su un altopiano affiancato da una ripida vallata.  La tradizione letteraria andrebbe poi corretta e –psisa andrebbe intesa con una variazione grafica un po’ impegnativa in –misa: Macomisa sarebbe allora da intendersi come “il sito dell’uscita” con riferimento all’uscita dal territorio punico nella seconda vallata del Tirso verso la Campeda occupata dagli Ilienses Sardi, che arrivavano al vicino nuraghe Aidu ‘entos di Mulargia.

La spiegazione di Vattioni è meno convincente: se ci limitiamo a Makopsisa, -psisa sarebbe da intendere composta da una prima lettera (p) solo eufonica, mentre sisa potrebbe esser confrontato con il neopunico Sissoi (CIL, VIII 20452) e Sissonies (CIL VIII 15779). Makopsisa andrebbe tradotto luogo sesto/città sesta (con significato analogo a Sestu, Settimo San Pietro, Quartu, Decimomannu, Decimoputzu ecc.). Vattioni conclude: <<Che cosa significhi l’ordinale nella toponomastica sarà compito della storiografia stabilirlo: il sesto miliario? il sesto nella divisione giurisdizionale? il sesto nel registro catastale? ο è la serie delle città che portano il nome mqm, visto che anche in Sardegna non ne esistono poche?>>.

Nel dibattito è intervenuto anche Massimo Pittau che nel 2003 ha proposto di intendere il poleonimo attuale come maquom Merre, il sito, il luogo, la città di Merre, con un esplicito richiamo al nome paleosardo del dio salutifero Esculapio-Asclepio-Eshmun della trilingue di San Nicolò Gerrei. Dunque Pittau respingeva come <<del tutto priva di fondamento la tesi troppo comunemente ripetuta, secondo cui Macomer in origine sarebbe stata “una fondazione cartaginese”. Macomer come centro abitato esisteva senza alcun dubbio molto prima dell’arrivo dei Cartaginesi nel sito ecc.>>.

Un capitolo importante è il rapporto con i Mainomena ore, i Montes Insani, che qualcuno ha collegato – come si vedrà – con maccu-matto e con la forma del poleonimo nel condaghe di Santa Maria di Bonarcado (Maccumeri).

Se lasciamo aperta la questione di competenza dei linguisti, vogliamo ricordare anche Gino Kalby dell’Università di Salerno che ha presentato un bel quadro dell’età romana, nel territorio che dal ponte Oinu arriva fino al Marghine di Bolotana, con le urne funerarie a capanna, i principali reperti tra i quali i miliari, infine la viabilità a Turre Karalibus, partendo dalle colonne conservate un tempo presso la chiesa di San Pantaleo provenienti da Bonu Trau: si tratta di cimeli che ricordano la strada e non la città, con due imperatori, Vespasiano nella sua quinta potestà tribunicia dell’anno 74, 55 miglia da Turris per iniziativa dell’equestre Sesto Subrio Destro (CIL X 8023 = AE 2017, 541); Settimio Severo, Caracalla e Geta tra il 208 e il 209 d.C., sulla strada a Turre Karalis durante la procuratela e la prefettura di Marco Domizio Terzo (CIL X 8024; vd. 8025 = AE 2017, 541). Entrambi i miliari potrebbero appartenere alla via che arrivava da Turris Libisonis, nell’area di Bonu Trau, collocata a poche miglia da Macopsisa. Si aggiungano i seguenti miliari: quello di Treboniano Gallo e Volusiano segnalato da Emilio Belli per il 251-253; infine il miliario scarsamente leggibile AE 2017, 543 del 283, datato all’epoca di Caro e Carino.

Ad età repubblicana (tra il 130 e il 71 a.C.) risalirebbe l’iscrizione L(uci) Aurimi (CIL X 7879) e il cippo sacro di matrice punica (comunque del I secolo a.C.) con la parola moni[mentum] da Cunzadu (CIL X 7880). Ci resta da dire di una decina di epitafi che si collocano tra Sarditas e Romanitas, a partire dal tipo di materiale utilizzato, in genere una pietra vulcanica porosa locale: quello di Iulia Valeria qu(a)e et Ginsora, vissuta 55 anni (EE VIII 730); quello di Valeria posto per un Urelius vissuto 35 anni (EE VIII 731); quello di Marco Publio C[—] del nuraghe Pedra (EDR 169865); quello di Lucio Cornelio Felice (ILSard. I 215); quello di un anonimo rinvenuto presso il nuraghe Muraine (N.S. Sauccu in realtà in comune di Bortigali) che porta il nome Silvana (EDR 169864), con riferimento al dio dei boschi Silvano, associato a Diana a Sorabile, oggi Fonni (AE 1992, 451); un altro epitafio frammentario proviene dalla stessa località (EDR169863). È ampiamente documentata la presenza di bolli su mattoni di Claudia Atte in età Neroniana (CIL X 8046, 9c); conosciamo anche il bollo di un Lucius Semmudius sempre del I secolo d.C. (CIL X 7882). Si segnala infine un anello digitale d’oro con formula augurale giudaica del IV secolo (CIJud 656; JIWE 1, 196).

È sembrato utile fornire un rapido aggiornamento del materiale, che testimonia la centralità di Macomer sulla viabilità romana: giudizio confermato dagli ultimi scavi avvenuti nel castello a partire dal 2011 con Pier Giorgio Spanu, di fronte alla chiesa di San Pantaleo, un culto raro (San Pantaleone di Nicomedia), importato dal Nord Africa. Nelle vicinanze sorge quello che sarà il Museo archeologico del Marghine (Casa Attene, Piazza Santa Croce), fortemente voluto dalla comunità. L’impressione è sicuramente quello di un insediamento antico di carattere sparso, intenso e diffuso su una specifica area, ma forse non urbano (cioè con un’organizzazione dello spazio di tipo urbano). Paolo Maninchedda suggerisce di indagare la zona dove oggi sorge la chiesa Santa Maria del Soccorso (viva voce): qualcosa, legata al passaggio lì vicino della strada romana deve essere stato edificato, al punto che ancora in età moderna vi si trova un piccolo borgo distinto dalla Macomer storica, strutturata a vigilanza del valico naturale verso Campeda prodotto dal corso del rio S’Adde.

Possiamo ora tornare al rapporto tra il Marghine e i Montes Insani: collocati ad una latitudine di 38° a Nord dell’equatore (la stessa delle foci del fiume Temo, 15’ a Sud di Capo Marrargiu, di Bosa e di Macopsisa; appena più a Nord di Cornus e di Gurulis Nova), i Mainomena Ore secondo Tolomeo si trovavano ad una longitudine Est rispetto alle Isole Fortunate di 31°, dunque a metà strada tra Bosa e Macopsisa (Bosa in particolare è collocata, come Cornus e Gurulis Nova, a 30’ ad occidente; Macopsisa 15’ ad oriente, dunque più all’interno). Per quanto i valori numerici della Geografia di Tolomeo siano discutibili, soprattutto a causa dell’incerta tradizione manoscritta, tali dati indubbiamente ci dovrebbero costringere a collocare i Montes Insani all’altezza della catena del Montiferru, più interna rispetto a Bosa ed a Cornus, ma più a Sud e più verso la costa rispetto a Macopsisa. Una qualche ulteriore indicazione può essere tratta anche da Floro, che a proposito della rivolta degli Ilienses domata da Tiberio Sempronio Gracco nel 177-176 a.C. parla dell’immanitas dei Montes Insani, sui quali si erano rifugiati i Sardi ribelli, sicuramente gli Ilienses, avvicinati a delle belve per il carattere selvaggio (gentium feritas): Sardiniam Gracchus arripuit. Sed nihil illi gentium feritas Insanorumque – nam sic vocatur – immanitas montium profuere.

Abbiamo già osservato che tali dati collocano i Montes Insani a breve distanza dalle catene del Marghine o del Montiferru; per il Marghine, in rapporto alla localizzazione degli Ilienses, sembra rilevante l’influenza esercitata dal toponimo antico sul nome di Macopsisa-Macomisa-Macomer-Makkumère (‘la città dei Monti Pazzi’), sulla base di un processo paretimologico recentemente indagato da Giulio Paulis. Al Montiferru farebbe pensare la maggiore vicinanza a Cornus, capitale della rivolta antiromana del 215 a.C. Gli studiosi sono in realtà più di recente orientati a considerare l’espressione Montes Insani come generica e riferita ai vari sistemi montuosi della Sardegna interna, fino al Gennargentu e più ancora fino al Monte Albo ed alla costa orientale dell’isola, oppure fino al Golgo di Baunei. Ad esempio, la posizione dei Montes Insani all’altezza di Capo Comino era stata già suggerita da Bacchisio Raimondo Motzo: le caratteristiche di questi monti sono quelle indicate da Claudiano per la costa orientale dell’isola, rocciosa (scopulosa), sconvolta da improvvisi colpi di vento sfrenato (procax subitisque sonora flatibus), ostile (immitis); Silio Italico dipinge allo stesso modo il litorale della Sardegna che è posto dirimpetto alla penisola (quae videt Italiam, saxoso torrida dorso / exercet scopulis late freta); infine Pausania[1] fornisce molti dettagli sull’insalubrità del clima.

Si è a lungo discuso sull’insania dei Montes Insani, che sarebbe collegata da un lato all’azione sui venti ed alla nascita delle tempeste che rendevano pericolosa la navigazione e d’altro lato alla presenza di zone malariche lungo la costa: secondo Michel Gras, che ha dedicato un’approfondita trattazione all’argomento, la denominazione allude soprattutto allo sbarramento causato dai Montes Insani, che impedivano ai venti settentrionali di rinfrescare la piana di Tortolì, causando in questo modo la diffusione della malaria e l’insalubrità del clima. Le difficili condizioni della navigazione lungo la costa orientale della Sardegna, l’assenza di veri e propri porti, la particolare conformazione orografica con alte falesie a picco sul mare, il succedersi di valli irregolari tagliate da fiumi e ruscelli spiegherebbero il ripetersi di naufragi al largo dei Montes Insani, specie tra Capo Comino e Capo Monte Santo: negli anni finali della seconda guerra punica si verificò in quest’area la tempesta che danneggiò gravemente le 50 nuove quinqueremi del console Tiberio Claudio Nerone, partito da Roma nel 202 a.C. con lo scopo di associarsi a Publio Cornelio Scipione nel comando della guerra in Africa Il console, all’altezza dei Montes Insani (probabilmente tra Capo Comino e Capo Monte Santo), vide la sua flotta di 50 nuove quinqueremi quasi distrutta da un violento nubifragio; Nerone riuscì comunque a guadagnare Carales e, senza raggiungere l’Africa, se ne tornò a Roma alla fine dell’anno consolare, riportando le navi superstiti da privato cittadino. Per l’età imperiale, su questa stessa rotta dovè collocarsi la spedizione (guidata da Mascezel) inviata nel 397 da Stilicone contro il comes Africae

Gildone, che tra l’altro aveva bloccato in precedenza i rifornimenti granari tra l’Africa, la Sardegna e la capitale: la flotta, che trasportava una legione e sei auxilia palatina, partita da Pisae, toccò l’isola di Capraia e quindi costeggiò la Corsica, tenendosi lontano dalle pericolose secche a Sud di Porto Vecchio; all’altezza dei Montes Insani, lungo la costa orientale dell’isola, a causa di una violenta tempesta, le navi furono disperse ed alcune trovarono rifugio a Sulci (l’attuale Tortolì, nell’area occupata dai Solkitanoi di Tolomeo), altre ad Olbia. Più tardi la flotta si ricostituì a Carales, ove il corpo di spedizione (oltre 5000 uomini) passò l’inverno, per poi partire per l’Africa nella primavera successiva. Tale itinerario lungo la costa orientale imporrebbe la localizzazione dei Montes Insani di Claudiano a Capo Comino, a Nord del Golfo di Orosei, e più difficilmente a Capo Monte Santo, se la tempesta scoppiò quando la flotta si trovava a metà strada tra Olbia e Tortolì; l’identificazione con i monti tra Dorgali e Baunei, nella parte meridionale del Golfo, come ipotizzato da Michel Gras, ci porterebbe forse un po’ troppo a Sud, per quanto la denominazione antica può forse essere generica e comprendere un vasto sistema orografico di monti e colline che dalla costa si spingevano all’interno verso il Gennargentu ed addirittura verso il Marghine, senza escludere neppure il Montiferru, che sembrerebbe, sulla base delle coordinate di Tolomeo, parte integrante del sistema orografico che, separando la Sardegna settentrionale da quella meridionale, tagliava tutta l’isola nel senso della latitudine.

Binliografia minima

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Vol. 1: https://doi.org/10.13125/unicapress.978-88-3312-142-0

Vol. 2: https://doi.org/10.13125/unicapress.978-88-3312-144-4

Vol. 3: https://doi.org/10.13125/unicapress.978-88-3312-146-8