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Urban and Rural Life in Roman Sardinia, Economy, Society and Land Use

Urban and Rural Life in Roman Sardinia, Economy, Society and Land Use

By: Attilio Mastino

The work aims to present the history of ancient Sardinia, no longer understood as a peripheral, closed and poor island, but as one of the provinces most inserted in the Roman ecumene: a land according to Polybius vast, populous and fertile. The volume collects and summarizes the heritage of research and scientific commitment carried out in recent decades, the result of projects of increasingly international scope and increasingly technologically advanced research methodologies. The work benefits from the long collaboration with Joyce Reynolds and explores the boundary between change and continuity starting from the possible quadripartition of the sub-provincial territory between the main cities (Carales, Tharros, Turris Libisonis, Olbia). It addresses the theme of the ancient landscape in a rural setting, between Romania and Barbaria. And then the economic and social aspects, the relationship between history and geography, the large estates for community use, the land registry, the farms entrusted to the colonists, the possession by important senatorial families, the roads, the bridges, the milestones, the contribution of the Sardinians to the army, legions and auxiliary units, war fleet. Always with many new features and a very up-to-date bibliography. The aim of this volume is to demonstrate that the Roman legacies profoundly influence the plural identity of today’s Sardinia, an expression of a long history that in some way also conditions contemporary society.

Sardinia in the Roman World until Constantine

Sardinia in the Roman World until Constantine

By: Attilio Mastino

The work aims to renew the interpretation of the history of Sardinia, which is no longer to be understood as an isolated hinterland, but as one of the provinces that was most well-inserted in the Roman ecumene. The volume collects and summarises the wealth of research and scientific endeavour carried out in recent decades, the result of projects of ever greater international scope and increasingly technologically advanced research methodologies. The work explores the boundary between change and continuity following Robert Rowland’s model, which was later substantially revised by Peter van Dommelen, who highlighted the persistence of Punic elements in some aspects of Republican Sardinia, despite the push towards “Romanisation”.

Onomastica autoctona dei Sardi della Barbaria

L’onomastica dei Sardi della Baerbaria in età romana

La condizione molto modesta di una parte della popolazione della Barbagia è sicura, documentata anche dall’uso del nome unico d’origine indigena portato da “stranieri” privi della cittadinanza è ampiamente documentato per tutta l’età imperiale e oltre: una categoria importante all’interno del materiale onomastico è quella dei nomi unici o rarissimi, testimoniati in Sardegna per la prima volta o che comunque hanno pochi paralleli fuori dall’isola: si tratta probabilmente di nomi indigeni, che persistevano in età romana. L’elenco è davvero impressionante e in questa sede possiamo solo fare qualche esempio, con nomi forse declinati in dativo o in genitivo, oppure indeclinabili o femminili in –i, come a suo tempo supposto da Lidio Gasperini. Facciamo solo alcuni esempi di nomi unici, superando ormai l’elenco fornito da R.J. Rowland.

Bascio Losonis (filius) (CIL X 7870, Busachi)

Belsa Cariti (filia) (ILSard. I 196, Forum Traiani)

Beviranus (CIL X 7873, Busachi)

Bolcia (CIL X 7871, Busachi)

Caritus-Karitus-Charitus (AE 1992, 889, Borore)

Celele (AE 1980, 534, Bosa)

Curadro (CIL XVI 72, Ilbono)

Curelo Nercaụ(nis filia) (ILSard. I 212, Sedilo)

Disanirius Torceri f(ilius) (CIL X 7872, Busachi)

Foronto (AE 1992, 881, Sedilo)

Gauga Targuronis f(ilius) (CIL X 7874/5,Busachi)

Gins-ora (EE VIII 730, Macomer)

Gocaras Nercaunis (filius) (AE 1993, 846, Allai)

Hampsi-cora (Tito Livio, Cornus)

Hostus (Tito Livio, Cornus)

Ietoccor Torceri filius (AE 1993, 842, Busachi)

Miaric-ora Turi (filia) (AE 1993, 839, Busachi)

Mislius Cora[—] (ILSard. I, 176, Usellus)

Nercadau (CIL X 7888, Austis)

Nercau (AE 1992, 887, Aidomaggiore; vd. AE 1993, 846, Allai; ILSard. I 209, Samugheo; ILSard. I 212 e AE 1992, 885, Sedilo)

Nispeni (femminile, AE 1992, 888, Borore; AE, 1996, 821 Olbia)

Nispellus figlio di Pipedio, Ula Tirso, gli ultimi due da collegare con la giudicale Nispella

Tarcisius (figlio) di Tarincius (Zucca, Ula Tirso cit., p. 64)

Tarcutius e Tarsalia del diploma di Caius Tarcutius Hospitalis, figlio di Tarsalia, originario di Carales in Sardegna, da Seulo (CIL XVI 127)

Targuro padre di Gauga (CIL X 7874/5,Busachi)

Tarpalaris (CIL XVI, 79, Tortolì)

Tarsinnius di AE 1993, 837, Busachi

Tartalasso (ELSard. p. 655 B101f, Tertenia)

Tertellus padre di Urseccur (ELSard. p. 638 nr. B 127, Tertenia)

Torbenius Kariti (filius) (CIL X 7876, Busachi)

L(ucius) Valerius Torbenius Iunior (AE 2003, 820, Ula Tirso)

Torcerius, padre di Disanirius a Busachi, in CIL X 7872

Tubmar (CIL X 78768, Samugheo)

Tunila del popolo dei Caresii o dei Carensi (CIL XVI 40, Dorgali)

Turus Torveni (filius) (AE 1993, 840, Busachi)

Ursaris Tornalis (filius) (CIL XVI 9, Anela)

Urseccur figlio di Tertellus (ELSard. p. 638 nr. B 127, Tertenia)

Urseti Nercauni(s) (AE 1992, 887, Aidomaggiore)

Urseti Nispenini (AE 1992, 888, Borore), ecc.

Il diploma di Posada, recentemente scoperto ci fa conoscere i seguenti nomi unici che ci arrivano dal sostrato paleosardo: Bolgitta, Bonassonis, Iuri o Iurinis Tammugae filia Sordia (difficilmente Sarda), Tabilatis oppure Tabilas, Tisarenis o Tisare (AE 2013, 650).

E lasciamo da parte in questa sede l’onomastica documentata dalle tabellae defixionum.

I documenti presentati, alcuni recentissimi, ci dicono quali possibilità enormi abbiamo di ricostruire l’onomastica di sostrato paleosardo negli anni futuri.

Ad ambito punico andrebbero riferiti molti nomi, tra i quali il Qdabinel di Aidomaggiore (AE 1992, 886) o Hannibal del soldato congedato il 5 maggio 102 del citato diploma di Posada.

Numerose le attestazioni che ci rimandano alla cultura libica: a solo titolo di esempio Amitus in CIL X 7869, Samugheo, Amu[tius] di AE 1998, 679, Viddalba; Asadiso, figlio di Orsubal di Ula Tirso, AE 1998, 672 ; Iamucaris di AE 2006, 526, Samugheo; Monioriti di Ula Tirso in CIL X 7877; Qutusei di AE 1993, 837, Busachi.

Ad ambito iberico: Ubasus, Chilonis f(ilius) Niclinus di CIL X 7884, Austis; Caturo di AE 1978, 376, Austis.

Ad ambito celtico ad es. il Cirneti di ILSard. I 222 (Bitti) o il Carinus di CIL X 7878, Samugheo. Ampia l’attestazione di nomi di origine etrusca, come l’Aruntius di CIL X 7867, Samugheo.

Numerosi i nomi grecanici, per i quali si rimanda ai lavori di R.J. Rowland.

Complessivamente si arriva ad oltre un centinaio di casi di nomi documentati solo in Sardegna, distribuiti soprattutto nelle zone interne, diffusi anche in età imperiale: un’ulteriore dimostrazione dell’evidente attaccamento dei Sardi ad una tradizione precedente ancora vitale, non sempre punica, che in qualche caso riemerge nell’età giudicale, con riferimento all’aristocrazia locale. Un caso a sé è rappresentato dal cognome Sulguium Caralita(nus), che sembra il personaggio che ha provveduto alla sepoltura a Roma di un Bostare Sillinis f(ilius) nella seconda metà del I secolo a.C., dopo il processo di Scauro (CIL VI 13627).

L’esistenza di un fiorente mercato di schiavi nell’isola è ipotizzabile per tutta l’età imperiale, almeno indirettamente; alla fine del VI secolo il Papa Gregorio Magno avrebbe poi inviato il notaio Bonifacio in Sardegna con lo scopo di acquistare a buon prezzo un consistente numero di schiavi barbaricini, da destinare alla gestione di un asilo per poveri: certamente col tempo si erano verificate profonde trasformazioni nelle strutture della società sarda e nella concezione stessa dello schiavismo, ormai in piena decadenza. Eppure tutto ciò non può che rimandare a precedenti realtà, che ancora sopravvivevano in parte proprio nelle zone interne della Barbagia.

Bibliografia minima

R.J. Rowland jr., Onomastie Remarks on Roman Sardinia, <<Names», XXI, 2, 1973, pp. 82-102

R.J. Rowland jr,, Onomasticon Sardorum Romanorum,«Beiträge zur Namenforschung», 8, 1973, pp. 81 ss.

R.J. Rowland,  Onomasticon SardorumRomanorum. Addenda, «Beiträge zur Namenforschung», 10, 1975, p. 420;

R.J. Rowland, OnomasticonSardorum Romanorum. Addenda Additis, «Beiträge zur Namenforschung», 12, 1977, p. 420.

A.. Mastino, A proposito di continuità culturale nella Sardegna romana, “Quaderni sardi di storia”, III, 1981-83, p. 194. P. Floris, Sintesi sull’onomastica romana in Sardegna, L’Africa romana XVIII: i luoghi e le forme dei mestieri: atti del 18. Convegno di studio, 11-14 dicembre 2008, Olbia, Italia. Roma 2010, Carocci editore, pp. 1693-1712.

A. Mastino, La romanità della società giudicale in Sardegna: il Condaghe di San Pietro di Silki, in Atti del Convegno Nazionale “La civiltà giudicale in Sardegna nei secoli XI-XIII. Fonti e documenti scritti”, a cura dell’Associazione “Condaghe S. Pietro in Silki”, Sassari-Usini, Marzo 2001, Sassari, p. 60.

R. Zucca, Ula Tirso. Un centro della Barbaria sarda, Dolianova 1999, p. 64

A.. Mastino,  Storia della Sardegna antica, Nuoro 2005, pp. 530-531.

A. Ibba, Integrazione e resistenza nella provincia Sardiniae: Forum Traiani e il territorio circostante, in A. Ibba (a cura di), Scholia epigraphica, saggi di storia, epigrafia e archeologia romana, Ortacesus 2006, pp. 21 s. nn. 111 e 114.

P. Floris, Breve rassegna dell’onomastica paleosarda della Sardegna, in F. Doria et al. (a cura di), Sardegna isola megalitica. Dai menhir ai nuraghi: storie di pietra nel cuore del Mediterraneo, Skira editore, Milano 2021, pp. 175-181

P. Floris, L’onomastica della Sardegna romana dalla conquista al III secolo d.C., in La Sardegna romana e altomedievale. Storia e materiali, a cura di S. Angiolillo, R. Martorelli, M. Giuman, A.M. Corda, D. Artizzu (Corpora delle antichità della Sardegna), Carlo Delfino editore, Sassari 2017, pp. 207-214

L. Guido, “Die sardische Personennamen und die sogennante Sarditas: ein historisches Missverständnis?”, in SCI, 26, 2007, pp. 111-129.

 L. Gasperini, Ricerche epigrafiche in Sardegna (II), in L’Africa Romana IX, Sassari 1992, p. 590.

A. Campus, Punico – Postpunico. Per una Archeologia dopo Cartagine, Tivoli, Edizioni Tored, 2012

.B. Cocco, A. Mastino, Servi, liberti, colliberti, ancillae nella Sardegna romana: nota su possibili continuità, eredità e trasformazioni, Studi in onore di Guido Clemente, Firenze 2018, in The Past as Present. Essays on Roman History in Honour of Guido Clemente edited by Giovanni Alberto Cecconi, Rita Lizzi Testa, Arnaldo Marcone (Studi e testi tardoantichi, Profane and Christian Culture in Late Antiquity, 17), Brepols Turnhout, Belgio 2019, pp. 459-505.

.M. B. Cocco, “La schiavitù nella Sardinia: sintesi dei dati alla luce della documentazione letteraria ed epigrafica”, in Esclaves et maîtres dans le monde romain. Expressions épigraphiques de leurs relations, a cura di M. Dondin-Payre, N. Tran, Roma, Publications de l’École française de Rome, 2017, pp. 297-318 (Collection de l’École française de Rome, 527)

M.B. Cocco, Servi e liberti, in La Sardegna romana e altomedievale. Storia e materiali, a cura di S. Angiolillo, R. Martorelli, M. Giuman, A.M. Corda, D. Artizzu (Corpora delle antichità della Sardegna), Carlo Delfino editore, Sassari 2017, pp. 233-240

A. Mastino, La Sardegna nel mondo romano fino a Costantino, UNICAPRESS 2024, I, II, III tomo:

La resistenza dei Sardi contro i Romani: una riconsiderazione

La “resistenza” dei Sardi contro i Romani.

Per quanto Tito Livio (23, 40, 1) sostenga che i Sardi potevano essere vinti con facilità (Sardi facile vinci adsueti), la storia della Sardegna romana è inizialmente una storia di ribellioni, di attacchi improvvisi, di rivolte, presentate dalle fonti romane come episodi di violenza e di brigantaggio causati dai mastrucati latrunculi usciti dai loro rifugi sotterranei: ma la «resistenza» degli indigeni alla romanizzazione nelle zone interne della Sardegna si manifestò da un punto di vista culturale prima ancora che da un punto di vista militare, soprattutto in età repubblicana. Sono molte le sopravvivenze della cultura sardo-punica ancora in età imperiale, a contatto con gli immigrati italici. Già nei primi decenni dell’età imperiale furono dislocati in piena Barbaria, la terra occupata dai Barbari, alcuni accampamenti militari, in qualche caso eredi di precedenti postazioni cartaginesi: Luguidonis c(astra), presso Nostra Signora di Castro ad Oschiri, più tardi chiamati Castra Felicia; Sorabile, presso Sorovile di Fonni piuttosto che presso Soroeni di Lodine; Forum Augusti, presso l’attuale Austis; Valentia presso Nuragus; Biora presso Serri; Uselis, oggi Usellus; Custodia Rubriensis, presso Barisardo; in età tarda anche Nora praesidium, Eteri praesidium e l’accampamento fortificato di Tharros, con lo scopo di controllare in modo articolato le zone montuose della Barbaria sarda, senza però un definito sistema di difesa lineare, almeno in età imperiale (limes); si preferiva effettuare interventi mirati su singoli obiettivi, utilizzando in certe circostanze anche i cani addestrati alla caccia all’uomo (come già aveva fatto, nel 231 a.C., il console Marco Pomponio Mathone, vedi Zonara 8, 18), oppure si faceva ricorso a veri e propri stratagemmi, come quelli noti anche a Strabone, che forse visitò l’isola alla fine dell’età augustea, per il quale i Romani riuscivano a cogliere di sorpresa i Sardi, attaccandoli nei santuari dove venivano celebrate le feste tradizionali in occasione delle quali si consumavano i frutti delle razzie: «avendo avuto modo di constatare una certa abitudine di questi barbari, che erano soliti celebrare un festino tutti riuniti insieme per parecchi giorni dopo aver raccolto il bottino, i comandanti romani piombano su di loro e così ne catturano un gran numero»; in questo modo evitavano di mantenere un esercito in permanenza in luoghi poco salubri. Ci sono note le tecniche di guerriglia degli Ilienses, dei Balari e dei Corsi, popoli di pastori vestiti di pelli, a lungo impegnati contro l’occupazione romana, anche se assistiamo nel tempo ad una progressiva penetrazione culturale romana nella Sardegna interna.

 Secondo Tito Livio gli Ilienses, ora localizzati nel Marghine-Goceano, all’epoca di Augusto non erano stati ancora completamente pacificati; per Pausania (10, 17,9), che scriveva nel II secolo d.C., essi «si rifugiarono nei luoghi alti dell’isola, ed avendo occupato i monti di difficile accesso, fortificati da palizzate e da precipizi, hanno ancora oggi il nome di Iliesi, ma si assomigliano nella forma e nell’armatura, ed in tutte le maniere di vivere ai Libici». Diodoro Siculo (5, 15) rileva che «quel popolo (gli Iolei-Ilienses), trasportate le proprie sedi sui monti, abitò certi luoghi impervi e di accesso difficile, ove abituati a nutrirsi di latte e di carni, perché si occupano di pastorizia, non hanno bisogno di grano; e perché abitano in dimore sotterranee, scavandosi gallerie al posto di case, con facilità evitano i pericoli delle guerre. Perciò, quantunque i Cartaginesi ed i Romani spesso li abbiano inseguiti colle armi, non poterono mai ridurli all’obbedienza». E aggiunge: «quantunque i Cartaginesi al vertice della loro potenza si facessero padroni dell’isola, non poterono però ridurre in servitù gli antichi possessori, essendosi gli Iolei rifugiati sui monti ed ivi fattesi abitazioni sottoterra, mantenendo quantità di bestiame, si alimentarono di latte, di formaggio e di carne, cose che avevano in abbondanza. Così lasciando le pianure si sottrassero anche alle fatiche del coltivare la terra e seguitano ancora oggi a vivere sui monti, senza pensieri e senza fatiche, contenti dei cibi semplici. I Cartaginesi dunque, sebbene andassero con grosse forze spesse volte contro codesti Iolei per le difficoltà dei luoghi e per quegli inestricabili sotterranei dei medesimi, non poterono mai raggiungerli ed in tal modo quelli si preservarono liberi. Per la stessa ragione poi finalmente anche i Romani, potentissimi per il vasto impero che avevano, avendo loro fatto spessissimo la guerra, per nessuna forza militare che impiegassero, poterono mai giungere a soggiogarli».

 Infine Strabone (5, 2,7) osserva: «Sono quattro le tribù delle montagne, i Parati, i Sossinati, i Balari, gli Aconiti, i quali vivono nelle spelonche e se hanno qualche terra adatta alla semina non la seminano con cura; anzi, compiono razzie contro le terre degli agricoltori e non solo di quelli dell’isola, ma salpano anche contro quelli del continente, soprattutto i Pisani»: e Strabone forse pensava alla situazione della Sardegna negli ultimi anni di Augusto.

Le campagne militari promosse dai governatori romani provocarono però progressivamente una vera e propria «depressione demografica» all’interno della Sardegna: col tempo, gli interventi repressivi attuati con l’impiego delle legioni o, più tardi, di agguerriti reparti ausiliari e, sulle coste, con la flotta da guerra, per combattere la pirateria, ottennero una progressiva riduzione dell’insicurezza, a spese di alcune comunità interne; un fondamentale contributo fu però dato dalla realizzazione di un’ampia rete stradale, che rese accessibili anche le regioni più isolate della provincia.

BIBLIOGRAFIA MINIMA

C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia. Ortacesus 2016

C. Farre, “Alcune considerazioni sulla Barbaria: definizione, percezione e dinamiche di romanizzazione nella Sardegna interna”, in Il processo di romanizzazione della provincia Sardinia et Corsica, a cura di S. De Vincenzo, C. Blasetti Fantauzzi, Atti del convegno internazionale di studi (Cuglieri (OR), 26-28 marzo 2015), Roma, Edizioni Quasar, 2016, pp. 89-105 (Analysis Archaeologica. An International Journal of Western Mediterranean Archaeology – Monograph Series N° 1).

M. Perra, Il Castrum di Medusa (Samugheo – OR) ed il limes romano e bizantino contro le Civitates Barbariae. Nota preliminare, «SS», 29, 1990-91, pp. 331 ss.

A. Stiglitz: Confini e frontiere nella Sardegna punica e romana: critica all’immaginario geografico, in L’Africa Romana, XV, Roma 2004, pp. 805-817

E. Trudu, Il limes. Romània e Barbària, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 44-45.

P. Meloni, La seconda redazione della «Geografia» di Strabone e il capitolo riguardante la Sardegna (V, 2,7), «NBAS», 5, 1993-95 (2002), pp. 297 ss.

A. Mastino, Il Barbaricum nella Sardegna romana: omaggio al Princeps Daciae Ioan Piso, in Studia epigraphica et historica in honorem Ioannis Pisonis, Herausgegeben vonLucrețiu Mihailescu-Bîrliba, Radu Ardevan, Rada Varga, Florian Matei-Popescu und Ovidiu Țentea, Philippika, Altertumswissenschaftliche Abhandlungen Contributions to the Study of Ancient World Cultures Herausgegeben von/Edited by Joachim Hengstl, Andrea Jördens,Torsten Mattern, Robert Rollinger,Kai Ruffing, Orell Witthuhn, 181, Harrassowitz Verlag . Wiesbaden 2024, pp. 155-190

A. Mastino, Urban and rural life in Roman Sardinia: economy, society and land use, Cambridge Scholars Publihing limited, 2025, pp. 1-455.

La priorità della denominazione “isola dalle vene d’argento” rispetto a Sardò

Sardus Pater, Sardò moglie di Tirreno capo degli Etruschi,Sorella di Kurnos re dei Liguri, amante di Faethone, figlio di Sthenelos, sempre collegata a Sardeis capitale della Lidia (età: primo ferro – orientalizzante).

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Secondo Pausania i primi colonizzatori giunti nell’isola per mare sarebbero stati i Libi, guidati da Sardo, figlio di Makeris, nome usato dagli Egiziani e dai Libi per indicare Eracle. Libi non espulsero gli indigeni, ma coabitarono con essi per necessità, essendo stati accolti con animo poco favorevole. Né gli uni né gli altri intesero costruire città, ma vissero sparpagliati in capanne e in grotte. Un’altra versione collega il nome della Sardegna ad una eroina chiamata Sarda: Conosciamo l’andare e il tornare per il Mediterraneo, come fa Eracle, su ordine del re di Micene Euristeo, fratello di Sarda, di cui lo stesso Eracle in età giovanile era stato un servitore.

Tirreni e Libi rivendicavano il merito d’aver dato il nuovo nome all’isola, chiamandola Sardò: secondo uno scolio – cioè una nota in margine a un testo – nel Timeoplatonico l’antico nome greco «isola dalle vene d’argento» sarebbe stato mutato in riferimento a Sardò, la sposa dell’eroe eponimo del popolo dei Tirreni-Etruschi, proveniente da Sardi, la capitale della Lidia: Tirreno avrebbe dato il nome al mare tra Etruria e Sardegna, Sardòal mare tra Sardegna e Baleari.

La versione femminile del mito è completamente distinta e ben più antica: altri filoni del mito rimandano a Sardò, figlia di Stenelore di Micene, dunque sorella di Euristeore-padrone di Eracle, con un richiamo all’età micenea e all’assedio dei Sardi a Creta al tempo dell’automa Talos.  Omonima era la Sardò, misteriosa sposa del dio Tirreno, se stiamo ad uno Scolio al Timeodi Platone che ricorda come il nome “l’isola dalle vene d’argento” sia stato attribuito a “Sardò”, con l’arrivo di Tirreno, eponimo degli Etruschi (il nome è già in Erodoto). Gli studiosi ormai concordano sulla effettiva priorità del nomeArgyrophleps: in apparenza sembra che i Greci non conoscessero il nome dell’isola in età nuragica: i marinai greci chiamarono l’isola prima Sardòe poi, in un secondo tempo, comunque forse fin dal IX-VIII secolo a.C. Ichnoussa.  Tuttavia, Argyrophlepsè un appellativo che, come Ichnoussa, “a forma di impronta”, sottintende “Isola” (la Sardegna), dunque ricca di miniere d’argento. Per i Greci non sono mai esistiti abitanti della Sardegna al di fuori dei Sardòi(aggettivoSardonìoi), nomi piuttosto simili al termine Shrdnusato dai Fenici nel sec. IX (stele di Nora).

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Una differente versione ci fa conoscere Sardò, Sorella di Kurnos re dei Liguri, amante di Faethone, figlio di Sthenelos, semre collegata a Sardeis capitale della Lidia (età: primo ferro – orientalizzante).

Le Carte d’Arborea e la Storia della Sardegna

Le Carte d’Arborea: Il fragile Giovanni Spano di fronte a Theodor Mommsen

Con l’obiettivo di costruire da zero una storia immaginaria per la Sardegna che si avviava ad entrare da protagonista nel Regno d’Italia, nell’Ottocento si è sviluppata in modo devastante l’attività dei falsari delle Carte d’Arborea che distorcevano la ricostruzione storica con l’invenzione di documenti ritrovati in archivi poco affidabili, soprattutto quelli legati al giudicato d’Arborea: Pietro Martini, Ignazio Pillitto, Salvatorangelo De Castro, Gavino Nino sono i protagonisti della produzione di un’enorme quantità di pergamene, con testi in prosa e in poesia, scritti nelle più diverse lingue. Rimangono ancora sfumati i rapporti con l’archeologia e incerta la posizione del canonico Giovanni Spano (1803-1878), visto con simpatia, indulgenza e qualche sospetto di connivenza da Theodor Mommsen (1817-1903), che lo riteneva benemerito verso la patria e le lettere, animato da optima voluntas, summa industria, ingenuus candor, ma che non possedeva forze sufficienti(vires) e una preparazione filologica adeguata per il lavoro che si proponeva.

Siamo negli anni successivi alla “fusione perfetta” della Sardegna con gli Stati di terraferma (dal 1847) ed all’Unità d’Italia (dal 1860 al 1871): nel 1855 nasceva “Il Bullettino Archeologico Sardo” per iniziativa proprio del can. Giovanni Spano, che nel manifesto programmatico diffuso a Cagliari il 30 novembre 1854 si augurava «di riaccendere nel petto dei miei patriotti quella sacra fiamma, che tuttora non è spenta, del classico sapere, e di risvegliare nella Gioventù l’amore alle arti ed ai classici studj» e ciò con l’intento di combattere il fiorente mercato di antichità, di favorire la nascita di piccoli musei nelle principali città dell’isola, di “arricchire le glorie della nostra patria”: l’obiettivo era quello di documentare il “vetusto splendore” della Sardegna, una terra che racchiude “innumerevoli monumenti antichi: una stentata e marcata enfasi regionalista fondata sulla affermazione del “valore” e della “virtù” dei sardi” che in parte doveva finire per confliggere con l’adesione al progetto di unità nazionale italiana, perseguito dallo Spano anche nei momenti di contrasto tra Chiesa e Stato, per Roma capitale. Pubblicato regolarmente per dieci anni a partire dal 1855, in parallelo con lo sviluppo delle scoperte delle Carte d’Arborea che trovano nella Rivista non solo costante ospitalità ma anche una precisa consonanza di accenti, di idealità e di obiettivi, il “Bullettino” viene sospeso nel 1864 ufficialmente a causa dello scarso numero di abbonati (una sessantina) e per le spese eccessive affrontate dallo Spano presso la Tipografia Timon di Cagliari: due anni dopo, pubblicando presso la Tipografia Arcivescovile una monografia su una serie di bronzetti nuragici trovati nel villaggio di Teti, il canonico inseriva in appendice le Scoperte archeologiche fattesi nell’isola in tutto l’anno 1865, cercando così di recuperare il tempo perduto e di fornire le notizie dei principali ritrovamenti effettuati. La novità è ben spiegata nell’introduzione: <<Dacchè nel 1864 fu sospesa la pubblicazione del Bullettino Archeologico Sardo che per 10 anni avevamo costantemente sostenuto, abbiamo creduto a proposito di dare qui una rassegna dei monumenti antichi, e degli oggetti che nello scorso anno si sono scoperti in tutta l’isola, onde tener al corrente gli amatori delle antichità Sarde, fino a che sia il caso di poter riprendere la pubblicazione periodica di esso Bullettino>>. Dunque lo Spano pensava ad un’interruzione temporanea della Rivista, per le ragioni dichiarate esplicitamente ma anche forse per altre ragioni meno confessabili, collegate magari alla vicenda delle Carte d’Arborea, dal momento che nella serie delle Scoperte – arrivate al 1875 – l’attenzione è concentrata sui ritrovamenti, sui dati di fatto, sui documenti epigrafici autentici, al riparo da ogni sospetto di falsificazione; eppure lo Spano era stato spesso criticato dal mondo accademico cagliaritano, tradizionalista e clericale, per aver trascurato l’insegnamento universitario per “le inezie della lingua vernacola” e per i “gingilli dell’archeologia”‘. Due anni dopo si svolgeva a Cagliari la visita di Theodor Mommsen – che già da tempo aveva dichiarato false le Pergamene e annunciato il proposito di voler condannare le iscrizioni “di fabbrica fratesca” -, visita accompagnata da una coda di imbarazzate polemiche (ottobre 1877) soprattutto a Cagliari e Oristano, dove lo studioso tedesco avrebbe negato la storicità della giudicessa Eleonora, proprio mentre si preparava l’erezione della statua marmorea dello scultore fiorentino Ulisse Cambi; l’inaugurazione fu allora rinviata e il monumento celebrativo dell’architetto Mariano Falcini fu concluso solo tre anni dopo[1]. Il viaggio fu funestato dal successivo incendio della biblioteca di Charlottenburg (12 luglio 1880), che colpì con particolare durezza la documentazione isolana, segnatamente i fac-simili ed i calchi epigrafici; si rese necessario un secondo viaggio, quello del trentenne Johannes Schmidt (1850-1894), illustrato in molte lettere inviate al Mommsen conservate alla Biblioteca statale di Berlino. Il Mommsen lasciò anche in Sardegna molti altri eredi: Luigi Amedeo (1848-1923), Piero Tamponi (1850-1898), Filippo Nissardi (1852-1922), Ettore Pais (1856-1939).

Bibliografia minima

L. Marrocu (cur.), Le Carte d’Arborea. Falsi e falsari nella Sardegna del XIX secolo, Atti del Convegno “Le Carte d’Arborea” (Oristano, 22-23 marzo 1996), Cagliari 1997

L. Marrocu, Theodor Mommsen nell’isola dei falsari. Storici e critica storica in Sardegna

tra Ottocento e Novecento, Cagliari, Cuec, 2009A. Accardo, La nascita del mito d’una nazione sarda, Cagliari 1996, p. 16.

G. Spano, Iniziazione ai miei studi, a cura di S. Tola, Cagliari, AM&D, 1997.

A. Mastino, Il “Bullettino Archeologico Sardo” e le “Scoperte”: Giovanni Spano ed Ettore Pais, in Bullettino Archeologico Sardo – Scoperte Archeologiche, 1855-1884, ristampa commentata a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, edizioni Archivio Fotografico Sardo, Nuoro 2000

P. Ruggeri, D. Sanna, L’epigrafia paleocristiana della Sardegna: Theodor Mommsen e la condanna delle “falsae”, in La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Magno, Atti del Convegno Nazionale di studi (Cagliari 1996), Cagliari 1999,pp. 405-435.

M.L. Piredda, Il monumento ad Eleonora d’Arborea. Scena, retroscena, indagini e prospettive, Roma 2021

P. Ruggeri, Un’opera poco nota di un allievo di Ettore De Ruggiero. La Sardegna romana e l’antiquaria dell’Ottocento in Luigi Amedeo, in Dal mondo antico all’età contemporanea. Studi in onore di Manlio Brigaglia,Carocci, Roma 2001, pp. 119-150.

P. Ruggeri, G. Kapatsoris, Pietro Tamponi (1850-1898), «Studi Sardi», 33, 2000, pp. 99-141.

La Tavola di Esterzili nell’età dell’imperatore Otone

  1. La Tavola di Esterzili

Inciso sicuramente a Carales il 18 marzo 69, esposto al pubblico per iniziativa dei Patulcenses originari della Campania all’interno di un villaggio agricolo, il documento (scoperto nel 1866, studiato da Giovanni Spano e Theodor Mommsen e conservato al Museo Nazionale di Sassari) ci informa su una lunga controversia, conclusasi con una sentenza con la quale il governatore provinciale ripristinava la linea di confine fissata 170 anni prima dal proconsole Marco Cecilio Metello, dopo una lunga campagna militare durata per almeno cinque anni e conclusa con la sconfitta della popolazione locale e con il trionfo del generale vittorioso celebrato a Roma fino al tempio di Giove Capitolino il 15 luglio 111 a.C.

Il documento (una lastra di bronzo larga 61 cm, alta 45 cm e pesante circa 20 kg) fornisce informazioni preziose sul governo provinciale, passato nell’età di Nerone dall’imperatore al Senato, sul funzionamento degli archivi in provincia e nella capitale e sul conflitto tra pastori indigeni dediti all’allevamento transumante e contadini immigrati dalla Campania, sostenuti dall’autorità romana, interessata a contenere il nomadismo sul quale si alimentava il brigantaggio; ma anche decisa a valorizzare le attività agricole e a favorire un’occupazione stabile delle fertili terre nelle pianure della Trexenta e della Marmilla, soprattutto a promuovere l’urbanizzazione delle zone interne della Barbaria sarda, dove si era andata sviluppando una lunga resistenza alla romanizzazione. «Documento tra i più importanti e significativi dell’età antica in Sardegna – ha scritto Giovanni Brizzi – la Tavola di Esterzili propone agli studiosi una gamma vastissima di problemi del più alto interesse: geografico-storici, per l’identificazione delle sedi dei Galillenses e Patulcenses, nonché dei territori tra loro contesi; giuridici, per le forme dell’intervento romano ed il rapporto tra tabularium principis e tabularia provinciali; linguistici, per le forme adottate, gli imprestiti, il grado di alfabetizzazione degli estensori; archeologici, per il rapporto tra il documento, il luogo di rinvenimento ed il contesto paesaggistico e monumentale, epigrafici, storici, infine». Si ripete in questo caso ad Esterzili, su scala assai ridotta, «quanto si era verificato già nella penisola, conducendo l’Italia delle piane costiere, l’Italia tirrenica progressivamente identificatasi in Roma, l’Italia dei contadini, a scontrarsi con l’Italia appenninica, l’Italia dei pastori unita sia pur solo superficialmente dal vincolo della transumanza. Viene da chiedersi, dunque, se non sia stata proprio questa scelta di campo ormai consueta, questo atteggiamento connaturato nella politica dello stato egemone, uno tra i motivi fondamentali della mancata metanoia tra i Sardi ed il potere romano». Oggi noi intravvediamo le iniziative di assegnazioni viritane di terre effettuate fin dal decennio successivo alla rifondazione di Cartagine da parte di Gaio Gracco (questore in Sardegna fino al 124 a.C.) in un’area marginale della Barbaria, al confine coi campi coltivati della Trexenta, della Marmilla e del Gerrei; altre assegnazioni di terre a favore di immigrati italici negli stessi anni sono conosciute nel territorio della città di Cornus, punita perché capitale della rivolta di Hampsicora durante la guerra annibalica. Nella Sardegna orientale il tema delle assegnazioni degli agri agli immigrati non era però stato risolto una volta per tutte e le sentenze degli ultimi anni di Nerone e dell’età di Otone dimostrano che i Sardi autoctoni si sentivano defraudati delle proprie terre dai Campani sopraggiunti nel corso delle lunghe campagne militari di Marco Cecilio Metello.

 Ecco il testo del documento in traduzione italiana:

 «Addì 18 marzo, nell’anno del consolato di Otone Cesare Augusto (69 dopo Cristo).

Estratto conforme, trascritto e controllato dal testo inciso nella V tavola cerata ed in particolare nei capitoli 8, 9 e 10 del codice originale contenente i provvedimenti adottati dal proconsole della Sardegna Lucio Elvio Agrippa e pubblicato da Gneo Egnazio Fusco, cancelliere dell’ufficio del questore [Tito Atilio Sabino].

Il giorno 13 di marzo il proconsole Lucio Elvio Agrippa, esaminata ed istruita la causa, pronunziò la seguente sentenza.

Dal momento che è senz’altro di pubblica utilità attenersi alle sentenze precedenti, viste le pronunzie più volte espresse da Marco Giovenzio Rixa, uomo di provate qualità, cavaliere e procuratore imperiale [governatore della Sardegna negli anni 65-66 d.C.], circa la causa promossa dai Patulcenses, secondo le quali dovevano essere rispettati i confini come erano stati anticamente stabiliti da Marco [Cecilio] Metello [console in Sardegna nel 115 a.C., proconsole nell’isola dal 114 al 111 a.C.] ed esattamente come erano stati delimitati nella tavola catastale di bronzo conservata nell’archivio provinciale [a Carales];

ritenuto che ultimamente lo stesso [Marco Giovenzio] Rixa aveva sentenziato di voler condannare i Galillenses che, non obbedendo all’ingiunzione da lui emessa, volevano riaprire in continuazione la lite, ma ha receduto da tale proposito per rispetto alla clemenza del nostro Principe Ottimo Massimo [Nerone], limitandosi ad invitarli alla calma, ad ottemperare al giudicato, lasciando liberi i territori dei Patulcenses, senza turbarne il possesso, entro il primo di ottobre [del 66 d.C. ?], perché in mancanza, se recidivi, li avrebbe severamente puniti e condannati come rivoltosi;

rilevato che in seguito esaminò la causa il senatore [Marco] Cecilio Semplice [proconsole nel 67-68], interpellato dagli stessi Galillenses che intendevano produrre come prova una tavola catastale depositata a Roma presso l’archivio imperiale sul Palatino, il quale reputò umano concedere un rinvio per la produzione delle prove e stabilì un termine di tre mesi, decorsi i quali, se non avessero depositato quanto annunziato, si sarebbe comunque servito della copia catastale che si trovava nell’archivio provinciale a Carales;

io pure, interpellato a mia volta dai Galillenses, che si giustificavano col fatto che non fosse ancora pervenuta la copia da Roma, ho prorogato il termine fino al primo febbraio ultimo scorso (69 d.C.), ma, ritenuto altresì che una ulteriore dilazione della lite (moram litis) giova solo proprio ai Galillenses [che possiedono abusivamente quelle terre];

ordino

che essi rilascino ai Patulcenses Campani, entro il primo aprile (69 d.C.), il territorio che avevano occupato con la violenza.

Ed abbiano per certo che, non obbedendo alla mia ingiunzione, li riterrò colpevoli di ribellione recidiva ed incorreranno in quella pena già più volte minacciata.

Componevano il Consiglio del Governatore 8 consiglieri [senatori e cavalieri]:

Marco Giulio Romolo, legato propretore;

Tito Atilio Sabino, questore propretore,

Marco Stertinio Rufo iunior [senatore ?],

Sesto Elio Modesto,

Publio Lucrezio Clemente,

Marco Domizio Vitale,

Lucio Lusio Fido,

Marco Stertinio Rufo senior [cavaliere ?].

Seguono le autenticazioni degli 11 testimoni:

Gneo Pompeo Feroce, Lucio Aurelio Gallo, Marco Blossio Nepote, Gaio Cordio Felice, Lucio Vigellio Crispino, Gaio Valerio Fausto, Marco Lutazio Sabino, Lucio Cocceio Geniale, Lucio Plozio Vero, Decimo Veturio Felice e Lucio Valerio Peplo».

BIBLIOGRAFIA MINIMA

Mastino A., La Sardegna nel mondo romano fino a Costantino, UNICAPRESS 2024, I, II, III tomo:

Vol. 1: https://doi.org/10.13125/unicapress.978-88-3312-142-0

Vol. 2: https://doi.org/10.13125/unicapress.978-88-3312-144-4

Vol. 3: https://doi.org/10.13125/unicapress.978-88-3312-146-8

Il diploma militare del marinaio poi legionario di Anela

La ferocia dell’imperatore Galba e i marinai sardi divenuti legionari:  Ursaris ad Anela  

Il diploma di Anela in riva destra della seconda vallata del Tirso, conservato presso il Museo archeologico Nazionale di Sassari (collezione Spano) (CIL X 7891 = XVI 3) ci informa sulla fortunata vicenda del marinaio della flotta di Miseno, il sardo Ursaris figlio di Tornalis, trasferito dal porto militare a Roma e arruolato come fante nella legione I adiutrice da Nerone, nel tentativo dell’ultimo dei Giulio-Claudi di bloccare i pronunciamenti militari che si andavano drammaticamente manifestando in varie parti dell’impero e che si sarebbero conclusi con il suicidio del principe e l’avvio di una guerra civile alla quale avrebbero partecipato Galba, Otone e Vitellio. Infine Vespasiano.

Il classiario, peregrino originario della Barbaria Sarda (sul Tirso), aveva lasciato apparentemente senza rimpianti la flotta da guerra distaccata a Miseno ed era stato arruolato, ancora privo della cittadinanza, in una legione costituita da Nerone senza essere in possesso dei requisiti minimi per diventare legionario, in particolare la cittadinanza romana: Nerone si uccise poche settimane dopo la nascita della legione (il 9 giugno 68). Chiamato a Roma dalla Spagna Tarraconense, il proconsole Servio Sulpicio Galba arrivò nell’ottobre 68 e si trovò di fronte ad una rivolta degli ex marinai che Nerone aveva promosso alla condizione di legionari.

Scrive Plutarco, Vita di Galba, 15: <<Quando, avanzando verso Roma (dalla Spagna), (Galba) ne era lontano circa 25 stadi (4 km) [pensiamo sulla via Aurelia], si trovò nel disordine di un tumulto di marinai, che occupavano la strada e gli si affollavano intorno da ogni lato. Costoro erano quelli che Nerone, riunendoli in una sola legione, aveva trasformato in soldati: poiché in quel momento non era possibile far confermare il loro servizio militare, a quelli che venivano essi non permettevano né di farsi vedere né di essere ascoltati dall’imperatore, ma tumultuavano a gran voce, chiedendo per la loro legione le insegne e un posto per il campo. Galba cercava di prendere tempo e li invitò a incontrarlo più tardi, ma essi, dicendo che il rinvio equivaleva ad un diniego, si sdegnarono e lo seguirono senza risparmiare le grida. Alcuni sguainarono anche le spade e allora Galba ordinò alla cavalleria di caricarli: nessuno di loro resistette, ma furono tutti annientati, alcuni travolti immediatamente, mentre altri fuggivano. Questo episodio costituì un auspicio non propizio né fausto per l‘ingresso di Galba in città, che avveniva con una pesante strage e in mezzo a tanti cadaveri. Però anche se prima qualcuno lo disprezzava perché appariva debole e vecchio, allora divenne per tuti uno che incuteva raccapriccio e timore>>.

Non tutti i marinai divenuti legionari morirono: il nostro Ursaris riuscì a non essere coinvolto nei tumulti o comunque scampò all’eccidio dei suoi commilitoni alle porte di Roma. Due mesi dopo, il 21 dicembre 68 d.C., veniva congedato in quanto veterano della legione I Adiutrice ottenendo la cittadinanza per sé, per la moglie ed i figli: è sicuro che il padre Tornalis era un peregrino con nome paleosardo, mentre Ursaris divenne cittadino romano dopo il congedo forse col gentilizio imperiale Sulpicius; il marinaio portava un nome unico anch’esso paleosardo, che però ricorda la parola latina Ursus (vedi Ursi promunturium, oggi Capo d’orso). Tra i testimoni del diploma, estratto dalla legge esposta a Roma in Campidoglio presso l’altare della gens Iulia, figurano un veterano della stessa legione (Marco Emilio Capitone), sette Caralitani e un Sulcitano residenti a Roma. Poche settimane dopo l’imperatore veniva assassinato, il 15 gennaio 69, mentre (Sulpicius) Ursaris tornava in Barbagia ormai privato cittadino, con la qualifica di veterano (CIL X 7891, AE 1983, 451). A sostituire Galba fu chiamato Marco Salvio Otone, l’amico di Nerone, primo marito di Poppea Sabina: lasciata dopo dieci lunghi anni la Lusitania (il Portogallo), aveva sostenuto nei primi mesi il suo collega proconsole di Tarraconense. Otone, il nuovo Nerone, chiamò al consolato anche il fratello Lucio Tiziano, per il primo bimestre del 69; il I marzo entrarono in carica i nuovi consoli Lucio Verginio Rufo e Lucio Pompeo Vopisco, i cui nomi non erano ancora conosciuti in Sardegna a causa della chiusura dei collegamenti marittimi in periodi di mare clausum. È per questa ragione che il 13 marzo nella sentenza del proconsole della Sardegna compare il consolato ordinario del solo Otone (senza collega), rimasto nella sentenza trascritta su bronzo a Carales dallo scriba del questore il 18 successivo (la nostra Tavola di Esterzili).

Clauidio Farre in EDR 144716

〈:tab I extrisencus〉
Ser(vius) Galba Imperator Caesar Aug(ustus), pon(tifex)
max(imus), trib(unicia) {pot} potestat(e), co(n)s(ul) design(atus) II,
veteranis qui militaverunt in legione I
Adiutrice, honestam missionem et civi=
5 tatem dedit quorum nomin̂a subscripta
sunt ipsis liberis posterisque eorum
et conubium cum uxoribus, quas tunc
habuissent, cum est civitas iis data,
aut, siqui caelibes essent, cum iis
10 quas postea duxissent dumtaxat
singuli singulas. Ante diem XI K(alendas) Ian(uarias),
C(aio) Bellico Nâtâle, P(ublio), Cornelio Scipione Asiatico co(n)s(ulibus).
tab(ula) II, pag(ina) V, loc(o) XVIII,
Ursari Tornalis f(ilio) Sardo,
15 descriptum et recognitum ex tabula
aenea quae fixa est Romae in Capitolio
ad aram gentis Iuliae latere dextro

〈:tab II extrisencus〉
D(ecimi) Alari Pontificalis Caralitani
M(arci) Slavi Putiolani Caralitani
C(ai) Iuli Enecionis Sulcitani
L(uci) Graecini Felicis Caralitani
5 C(ai) Herenni Fausti Caralitani
C(ai) Caisi Victoris Caralitani
M(arci) Aemili Capitonis vet(erani) leg(ionis) I Ad=
iutric(is)
C(ai) Oclati Macri Caralitani
10 L(uci) Valeri Hermae Caralitani

〈:tab I intus〉
Ser(vius) Galba Imperator Caesar Aug(ustus), ponti(fex)
max(imus), tribunicia potest(ate), co(n)s(ul) desig(natus) II,
veteranis qui militaverunt in legione
I Adiutrice, honestam missionem et
5 civitatem dedit ipsis liberis posteris=
que eorum et conubium cum uxori=
bus, quas tunc habuissent cum est ci=
vitas iis data, aut siqui caelibes essent,
cum iis quas postea duxissent dum=
10 taxat singuli singulas ante
diem XI K(alendas) Ianuar(ias)

〈:tab II intus〉
C(aio) Bellico Natale, P(ublio) Cornelio Scipione
Asiatico co(n)s(ulibus),
tab(ula) II, pag(ina) V, loc(o) 〈:XVIII〉,
Ursari Tornalis f(ilio) Sard(o),
5 descriptum et recognitum ex tabula
aenea quae fixa est Romae in Capitolio
ad ara gentis Iuliae latere dextro

Bibliografia minima

S. Panciera, Di un sardo con troppi diplomi, Ursaris Tornalis filius e di altri diplomi romani, in Studi in onore di Piero Meloni in occasione del suo settantesimo compleanno, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1992, pp. 325-340.

L. Gasperini, Ricerche epigrafiche in Sardegna (II), in L’Africa Romana IX, Sassari 1992, p. 590, nota 39.

C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia, Ortacesus 2016, pp. 25-30 n. ANE001

A. Mastino, Il Barbaricum nella Sardegna romana: omaggio al Princeps Daciae Ioan Piso, in Studia epigraphica et historica in honorem Ioannis Pisonis, Herausgegeben vonLucrețiu Mihailescu-Bîrliba, Radu Ardevan, Rada Varga, Florian Matei-Popescu und Ovidiu Țentea, Philippika, Altertumswissenschaftliche Abhandlungen Contributions to the Study of Ancient World Cultures Herausgegeben von/Edited by Joachim Hengstl, Andrea Jördens,Torsten Mattern, Robert Rollinger,Kai Ruffing, Orell Witthuhn, 181, Harrassowitz Verlag . Wiesbaden 2024, pp. 155-190.

Eutanasia e buona morte in Sardegna romana

Viduus, un dio della buona morte in Sardegna

DaSanluri, al margine dell’antico ager Caralitanus, proviene un’iscrizione, incisa su un plinto di colonna marmorea, con la dedica al dio Viduus, un’arcaica divinità nota unicamente attraverso questa testimonianza e i riferimenti presenti negli apologisti cristiani Cipriano e Lattanzio. La dedica è posta dal liberto del municipio di Carales, C. Iulius Felicio, si suppone per ringraziare il dio di aver abbreviato, con il sopraggiungere di una morte liberatoria, un proprio congiunto dalle sofferenze di una malattia; al contempo il liberto provvide ad ampliare il luogo intitolato al dio all’interno di una necropoli imperiale, collocata al margine estremo del municipio di Carales (CIL X 7844). Un recinto di cui, ad oggi, non sono note le dimensioni e le caratteristiche. Viduus aveva la funzione di separare l’anima dal corpo, la sua fisionomia divina era quella di un dio funzionale che agiva in uno dei momenti di crisi dell’individuo, quello della morte, e si affiancava ad altre divinità preposte, ciascuna con un compito specifico, alla cura del moribondo: Caeculus per chiudere gli occhi al defunto e privarlo del senso primario della vista, Orbona dea tra vita e morte che poteva provocare il decesso per malattia dei bambini ma allo stesso tempo era vicina ai genitori che avessero subito la perdita di un figlio, favorendo le nuove nascite, Nenia protettrice delle lamentazioni funebri e uno degli epiteti attribuiti alla morte stessa, Libitina dea dei funera e delle sepolture. Tali divinità erano presenti negli elenchi contenuti nei libri in uso ai pontefici, alle vestali e ai magistrati necessari per preservare da errori formali nella pronunzia dei nomi delle singole divinità e nella correttezza delle preghiere che avrebbero compromesso la regolarità dei riti e di conseguenza la pax deorum.

Bibliografia minima

P. Ruggeri, Un arcaico culto funerario in Sardegna: la dedica al dio Viduus al margine del territorio del municipio di Karales, in Antiquitas, Studi in onore di Salvatore Alessandrì, a cura di M. Lombardo e C. Marangio, Galatina 2011, pp. 293-303.

A. Mastino, Urban and rural life in Roman Sardinia: economy, society and land use, Cambridge Scholars Publihing limited, 2025.

A. Mastino,  Sardinia in the Roman World until Constantine, Cambridge Scholars Publihing limited, 2026.

Giove: Iupiter – Iupiter Optimus Maximus nella Sardegna romana

La presenza di Giove-Iupiter in Sardegna rimonta al periodo successivo all’occupazione romana. Da Bidonì nel Barigadu in vetta al Monti Onnarìu, sulla riva sinistra del Tirso, proviene un importante documento epigrafico che riporta una dedica a Giove. Qui dovette sorgere un tempio intitolato al dio capitolino di cui ad oggi rimangono visibili solo le fondazioni, come testimonia un altare collocato nell’area antistante il luogo di culto, secondo la comune disposizione dei templi romani. L’altare di forma parallelepida utilizzato dal sacerdote per i sacrifici reca due iscrizioni incise sui lati brevi il cui testo conferma la dedica del luogo di culto a Giove: dei Iovis da intendersi come (ara) dei Iovis. Si è ipotizzato che la costruzione di questo luogo di culto sulla sommità del Monti Onnarìu e dunque in una posizione di confine tra i territori barbaricini e l’area romanizzata, avesse una funzione di controllo e di affermazione del potere politico romano, forse a seguito di una vittoria e di un trionfo (AE 1998, 673). Questa ipotesi appare maggiormente fondata rispetto a quella che, sulla base del confronto del graffito su frammento di ceramica con la scritta Iovi proveniente dal santuario talaiotico di Son Oms (Palma di Maiorca), ha portato a pensare che i Romani nelle Baleari e in Sardegna avessero reinterpretato il culto di una divinità tauromorfa identificandola con Giove. Più specificamente alle operazioni militari della fine del II secolo a.C. andrebbe riferita la dedica sul monte di Santa Sofia di Laconi nella Barbaria: il testo riguarderebbe la spedizione del propretore Tito Albucio, il quale celebrò in Sardinia forse nel 106 a.C. un vero e proprio trionfo sui Sardi (Cicerone, de prov. cons. 7, 15; in Pisonem 92).

Il Giove istituzionale, quello capitolino, doveva essere oggetto di culto all’interno delle comunità municipalizzate della Sardegna romana e degli insediamenti sparsi sul territorio, organizzati secondo lo schema dei pagi e dei vici. Grazie ad una dedica a Giove Ottimo Massimo da parte dei Pagani Uneritani del pagus di Uneri, che proviene da Las Plassas in Marmilla, a ridosso della Giara di Gesturi -territorio che in antico faceva parte della pertica della Colonia Iulia Augusta Uselis (attuale Usellus)- abbiamo conoscenza di questa forma organizzativa del territorio in età imperiale (AE 2002, 628). I pagi e i vici istituiti probabilmente dall’epoca di Augusto erano ancora attivi, in quanto articolazioni del territorio, nel IV secolo d. C., durante il dominato dell’imperatore Giuliano. In questo quadro ben si inserisce la costruzione e la dedica di un tempio a Giove Capitolino, espressione dell’adesione dei pagani Uneritani, forse non tutti cittadini romani ma incolae peregrini a differenza dei magistrati cittadini, ai modelli culturali, religiosi e amministrativi romano-imperiali: Templu[m] / I(ovis) O(ptimi) [M(aximi)] / pagani Uneritan[i imp(ensam)] / suam faciundu[m cura]/(ve)runt [—] idem[que] / dedica(ve)runt [—]. Analoga funzione istituzionale doveva avere il Giove Ottimo Massimo della triade capitolina nella dedica che proviene da Martis in Anglona (località Sa Balza). Tale funzione si affiancava all’espressione del lealismo in ambito militare all’epoca di Massimino il Trace, lo stereotipo di imperatore-soldato destinato ad un impero effimero nel III secolo d. C. (235-238). Una dedica da Martis infatti pone in primo piano la triade capitolina composta da Giove Ottimo Massimo, Giunone Regina e Minerva, affiancati dalla Speranza (Spes) e dalla Salute (Salus); la dedica a queste due ultime divinità rappresentava il completamento dei voti e degli auspici di vittoria e protezione per gli imperatori Massimino il Trace e suo figlio Cesare, impegnati fra il 236-237 d. C., nella campagna contro Sarmati e Daci (ELSard. p. 646 B 161). Nella dedica viene enfatizzato come motivo ricorrente quello della salvezza, dell’incolumità e del ritorno senza pericoli e vittorioso per gli imperatori, motivi che riguardano anche la loro domus divina. La Speranza e la Salute divinità funzionali, legate all’utilitas e realizzatrici delle res optandae, perdono la funzione civica che avevano assunto in tarda epoca repubblicana per divenire protettrici degli imperatori e della loro famiglia.

Parallelamente alla devozione per Giove-Iupiter nell’isolasi può considerare anche quella per Iupiter Dolichenus, il dio militare della Commagene, il cui culto si diffuse a Roma e nelle province tra il principio del II e la seconda metà del III secolo d. C. Questo culto viene generalmente inserito tra quelli orientali, sebbene nell’ambito di un’analisi delle testimonianze riguardanti Giove nell’isola sembra maggiormente congruo considerare questo attributo di Giove affiancandolo a tutte le altre testimonianze. Nella capitale dell’impero vi erano tre importanti luoghi di culto a lui dedicati (Dolocena), quelli dell’Aventino, del Celio in prossimità delle due caserme degli equites singulares Augusti, dell’Esquilino legato alla caserma della cohors II vigilum. Il profilo militare assunto dal dio in epoca imperiale come appare spesso dalla sua iconografia con corazza e mantello da imperator, non sottraggono elementi alla sua originaria rappresentazione di dio dell’Anatolia, connotata dall’ascia bipenne e fascio di folgori nelle mani, in piedi su di un toro in marcia, con indosso sul capo un berretto frigio. Tale profilo militare non impediva altresì che a lui si rivolgesse un pubblico composito, costituito anche da civili di diversa estrazione sociale. In Sardegna una dedica proveniente da Porto Torres ma trasportata ad Ossi, dove venne rinvenuta (CIL X, 7949), apre una breccia per approfondire la conoscenza su quello che potremmo definire il Giove orientale “romanizzato” che convisse parallelamente allo Iupiter Optimus Maximus, senza scalfirne la supremazia e la popolarità. La dedica sarda, frammentaria per quanto riguarda i nomi dei dedicanti, a Iupiter Sanctus Dolichenus con il voto per la vittoria di Caracalla e Geta e la sua provenienza da Turris Libisonis in realtà rientra nel quadro della diffusione dei culti orientali presso la città portuale del Nord Sardegna. Sin dalle origini la colonia di Turrismanteneva collegamenti marittimi e attività commerciali e di scambio lungo la costa tirrenica della penisola, da Ostia sino alla Campania, aree che si fecero tramite nell’isola della diffusione dei culti che venivano dall’Oriente. Per quanto concerne il Giove Dolicheno si registrò un’intensificazione in epoca severiana; gli imperatori Severi della prima fase, Settimio Severo, Caracalla, il fratello minore Geta e la madre Giulia Domna (193-217), erano particolarmente legati alle divinità di area orientale correlate all’esercito; nel caso del Giove Dolicheno vi era in più l’origine siriana, da Doliche (oggi Aintāb), in quanto l’imperatrice era originaria di Emesa proprio in Siria e figlia di un sacerdote di Baal. Ad un ambito cultuale sembra doversi ascrivere il signaculum, proveniente dal territorio di Tharros forse utilizzato per marchiare il cibo sacro, il cui testo certifica che gli oggetti marchiati da questo contrassegno saranno dedicati a Giove: dic(atus) sum Iov(i) (ELSard, p. 105, B 103).

Bibliografia minima

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L. Fadda, R. Muscas, B.  Deligia, Bidonì. Memorie del territorio, Ghilarza 2002, pp. 26-27

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C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia, Ortacesus 2016, pp. 119-120, n. LAC002, pp. 49-51 n. BID003.

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R. Zucca, Ula Tirso. Un centro della Barbaria sarda, Dolianova 1999, pp. 44-46

G. Murru, R. Zucca, Frammenti epigrafici repubblicani da Laconi (Sardinia), «Epigraphica», 64, 2002, pp. 213-223; R. Zucca, Neoneli – Leunelli. Dalla civitas Barbariae all’età contemporanea, Bolotana 2003, pp. 24-26

[1]A. Mastino, Rustica plebs, id est pagi in provincia Sardinia: il santuario rurale dei Pagani Uneritani in Marmilla”, in Poikilma. Studi in onore di M.R. Cataudella in occasione del 60° compleanno, (a cura di S.M. Bianchetti, Firenze, 2001, pp. 781-814 (con un’appendice di G.i Lilliu su L’archeologia di Las Plassas, pp. 808-814).

E. Sanzi, Iupiter Dolichenus e i militari tra Celio e Esquilino, in Roma la città degli dei. La capitale dell’impero come laboratorio religioso (a cura di C. Bonnet ed E. Sanzi), Roma 2018, pp. 77-93.