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La scomparsa di Bachisio Bandinu (1939-2026)

Con la scomparsa di Bachisio Bandinu, la Sardegna perde una delle sue voci più autorevoli. Antropologo, giornalista, saggista e intellettuale militante, Bandinu ha dedicato tutta la sua attività allo studio delle trasformazioni della società sarda, interrogandosi sul rapporto fra tradizione e modernità, fra identità e globalizzazione. Collaboratore del Corriere della Sera, direttore de L’Unione Sarda dal 1999 al 2001 e presidente della Fondazione Sardinia, è stato un interprete appassionato della cultura dell’isola e un protagonista del dibattito civile e politico sardo.

Tre idee guida del suo pensiero: L’identità come processo, non come nostalgia, il valore della civiltà pastorale, un nuovo protagonismo della Sardegna. Bandinu rifiutava una visione folkloristica della sardità. L’identità, a suo avviso, non era conservazione immobile del passato, ma capacità di rinnovarsi senza perdere memoria e radici.  Vide nel pastoralismo non una realtà arcaica da superare, ma una cultura portatrice di valori, linguaggi e forme di relazione che meritavano di essere comprese e trasmesse.  Invitò spesso i sardi a «inventare» il proprio futuro, sviluppando una coscienza civile e culturale capace di confrontarsi con il mondo senza complessi di inferiorità.

Alcune opere fondamentali

Il re è un feticcio (1976, con Gaspare Barbiellini Amidei)

Saggio ormai classico, analizza il passaggio dalla civiltà pastorale alla società dei consumi e i mutamenti profondi intervenuti nella Sardegna contemporanea.

Costa Smeralda. Come nasce una favola turistica (1980)

Una riflessione pionieristica sul rapporto fra sviluppo turistico e identità culturale, fra innovazione e permanenza delle tradizioni.

Un ricordo

Più che uno studioso chiuso nell’accademia, Bachisio Bandinu è stato un intellettuale «in ascolto» della sua terra. La sua riflessione, sempre attraversata da passione civile, ha contribuito a dare dignità culturale ai temi dell’identità, della lingua e della modernizzazione della Sardegna. Rimane il lascito di un uomo che ha insegnato a guardare al passato non come a un rifugio, ma come a una risorsa per immaginare il futuro.

C’è un libro di Bachisio Bandinu del 1996 – “Lettera ad un giovane sardo” – che pone al centro di tutti i problemi della società sarda, della società di oggi, quello che chiamiamo la perdita dell’identità culturale, la perdita dell’ orgoglio delle proprie radici locali, il rischio di un regionalismo impoverito senza storia e senza partecipazione sociale, di fronte ad un internazionalismo spesso solo di facciata; insomma l’incapacità di conciliare quella che è una duplice appartenenza di ognuno di noi ad una cultura più ampia, quella del villaggio globale cui oggi accediamo attraverso le autostrade telematiche, e quella che è la cultura locale, espressione di un territorio, Sassari, Nuoro, Olbia, Tortolì, Cagliari, Iglesias, Oristano, Bosa che ha un proprio “genius foci”, una sua dimensione di spazio e di umanità, e che non è solo segno, simulacro, immagine, ma cosa reale, carne e sangue, punto collocato nel tempo e nello spazio. Il mondo tradizionale della Sardegna operava nel passato come produttore di saperi, di comportamenti, di valori in tutti i settori della comunicazione, costituiva quello che si chiama un sistema, una cultura integrale.

Oggi spesso assistiamo ad un intenso processo di rimozione della cultura sarda, anche quando si afferma di voler difendere un patrimonio, e non parlo certo solo della Legge Regionale sulla lingua, sin qui gestita in modo superficiale.

Noi però non abbiamo una piena consapevolezza dell’ occultamento progressivo e del travisamento della nostra cultura, non valutiamo una perdita che è innanzi tutto cancellazione di un’ appartenenza, una tradizione locale, di fronte al trionfo di modelli dall’ esterno.

Il cambiamento è un fatto positivo non negativo per la Sardegna, ma l’identità può diventare lievito profondo, la capacità di continuare a sentirsi se stessi nella successione dei mutamenti.

Conosco bene le critiche più recenti al concetto di identità, non parlo però di un’identità nel senso di conservare cose morte come nostalgia o come rimpianto, del resto c’è una concezione positiva di identità, il riconoscersi in una storia, in una cultura, in una lingua, situarsi in un momento storico, coscienza di provenire da un passato lungo verso un futuro.

Non si tratta solo di ricordare la storia, bensì di costruirla, così da iscrivere il passato n un nuovo orizzonte di senso per progettare cose nuove, perché l’esperienza del passato, sono parole di Bandinu, costruisce il presente con una tessitura di affetti, di pratiche operative di atti intellettuali. Contro le chiusure intollerabili in Europa c’è spazio sicuramente in Sardegna, soprattutto grazie ad un’identità che è in rapporto con il valore della differenza e della diversità.

La logica del mercato e del consumo accetta la diversità, anzi la sollecita come variabile di una realtà complessa.

In campo ambientale, il valore straordinario di alcuni territori isolani, è legato alla biodiversità, cioè al tema della differenza che ha fatto nascere dei parchi, delle strutture a tutela del territorio, e allora dobbiamo far leva sull’identità e sulla tradizione senza rinnegare la storia di fronte a culture esterne che oggi appaiono egemoni.

Bandinu osserva che la tradizione è un fare, non un subire, è un produrre e non uno stare, non si ereditano cose morte, si ereditano linguaggi, miti, riti, poesie, beni culturali e artistici, costumi, valori; basta allora con quel complesso di inferiorità che vede l’appartenenza ad una cultura profonda come quella sarda con senso di colpa e di svalutazione.

C’è un capitolo del volume di Bandinu intitolato – “La Sardegna tra il Mediterraneo e l’Europa’ – nel quale si sottolinea l’esigenza di sviluppare nell’Isola la concezione positiva della centralità mediterranea della Sardegna, della posizione strategica a livello economico e culturale tra Europa, Africa, Medio Oriente.

Chi mi conosce sa che questo è un tema che mi è molto caro, ma oggi voglio osservare soltanto che nella nuova Europa abbiamo spesso una concezione unitaria solo perché si propaganda falsamente un’Europa unita nell’ economia e nella cultura con la stessa moneta.

In realtà anche già il dibattito per la nuova Costituzione Europea ha dimostrato che l’Europa non va verso l’unificazione, ma va invece verso l’integrazione di realtà complesse che rappresentano ciascuna una ricchezza anche per i sistemi scolastici, ad esempio, così diversi in Europa.

Dunque il concetto di diversità è quello che meglio risponde alle necessità di sviluppo, che garantisce una competitività strategica di fronte ad altre realtà più deboli perché più omologate e meno originali; occorre dunque aprirsi agli altri, senza perdere noi stessi, e occorre proiettarsi verso gli altri senza cancellare la nostra identità, la nostra alterità, la nostra originalità.

Bandinu era tornato sull’argomento nel 2017 su consiglio dell’amico comune Paolo Pillonca (1942-2018) con il volume di Domus de janas, Lettera a un giovane sardo sempre connesso: Gli adolescenti convivono con le nuove tecnologie della comunicazione dal momento in cui si alzano dal mattino e accendono Internet, all’istante in cui si addormentano, al punto che non riescono a immaginare di poter vivere senza il proprio Smartphone. La generazione “sempre connessa” sperimenta una condizione ambivalente: apertura o chiusura? Pensiero flessibile e dinamico oppure omologazione e dipendenza? Condivisione o solitudine? Sul rapporto che i giovani hanno con la Rete, più di 5000 studenti hanno risposto a domande volte a esplorare i tempi e i modi del contatto e delle relazioni, il formarsi dell’identità digitale, le amicizie virtuali, l’educazione al cosmopolitismo e alla democrazia, il raffronta tra assuefazione e coscienza critica, il valore dei “mi piace” e dei “condivido” nei social network. Emerge un quadro problematico degli esiti emotivi e cognitivi che investono l’esperienza di un nuovo arcipelago Giovani. Risulta ancor più urgente la necessità di una educazione digitale.

Allora dipenderà molto da noi stessi se la Sardegna potrà porsi al centro del Mediterraneo come una piattaforma di mediazione e di scambio fra Africa e Europa, oppure se al contrario si vedrà emarginata, magari impacchettata come una confezione festiva e con nastrini colorati per essere venduta nel mercato del folklorismo, del naturismo, del turismo.

Il compito che abbiamo di fronte è dunque ancora oggi davvero grande.

Attilio Mastino

OGGI A TUNISI: Dopo la colonizzazione graccana in Africa e in Sardegna: la res publica Teanensium, il Fundus Tigibelle, le relazioni con gli Etruschi della valle dell’Oued Miliane e con i Campani trasferiti nell’Isola

S. Aounallah, A Mastino, P. Ruggeri

Reflexion sur les proscriptions de Sylla, la res publica Teanensium et le Fundus Tigibelle. Relations avec les Etrusques en Afrique (oued Miliane) et en Sardaigne.

Introduzione

La recente riedizione del volume di Luigi Capogrossi Colognesi, La struttura della proprietà e la formazione dei “iura praediorum” nell’età repubblicana, ripreso in questi giorni nella nostra collana Aes et libra diretta da Maria Rosa Cimma e da Attilio Mastino, ci ha consentito di guardare con occhi diversi le recenti scoperte riguardanti la regione dell’Alto Tell dall’antichità al Medioevo, alla luce dei provvedimenti adottati da Silla dittatore, al quale si deve la costruzione del Tabularium Capitolino, destinati a conservare le formae catastali provenienti dall’Italia e dalle province, con l’indicazione delle singole assegnazioni di lotti di terra. Naturalmente ci muoviamo all’interno di un ambito che ci è caro, quello della pertica Carthaginiensium, considerandola in una prospettiva diversa, quella del consolidarsi alla fine dell’età repubblicana degli iura praediorum in ambito provinciale. Non ci concentreremo sulla riorganizzazione augustea della pertica di Cartagine, ma torneremo al processo di smantellamento della prima pertica Carthaginiensium, quella graccana testinomiata dalla vita di Gaio Gracco di Plutarco.

Generalmente si ritiene che tale esperienza abbia avuto carattere piuttosto effimero; alcuni indizi suggeriscono però che le limitationes operate dagli agrimensori in occasione della presenza di Gaio Gracco a Cartagine abbiano lasciato sul territorio tracce significative e durature nel tempo, tali comunque da riaffiorare attraverso l’indagine catastale e la sopravvivenza di alcuni istituti davvero unici. È plausibile che tali assetti fossero ancora almeno in parte riconoscibili all’epoca del conflitto tra Mario e Silla e delle successive proscrizioni sillane, quando si verificarono spostamenti di gruppi di proscritti provenienti soprattutto dall’Etruria, una regione i cui centri furono profondamente coinvolti nelle ostilità tra le due fazioni.

In questa prospettiva prenderemo in esame due aree particolarmente significative. La prima è quella dell’oued Miliane, nei pressi di Cartagine, interessata da fenomeni di immigrazione dalla penisola italica a partire dall’età sillana. La seconda si colloca a sud di Aïn Tounga, l’antica Thignica, e coincide con il fundus Tigibellensis, situato all’interno di un pagus dipendente dalla colonia campana di Teanum Sidicinum e riconducibile alla categoria giuridica degli agri ex alienis territoriis sumpti.

L’epoca post graccana: la guerra contro Giugurta

L’approvazione della legge agraria del 111 a.C. e la revoca della colonia Iunonia Carhago non comportò la scomparsa delle trasformazioni territoriali promosse da Gaio Gracco. Al contrario, la limitatio della pertica cartaginese dovette lasciare sul terreno tracce durevoli, ancora riconoscibili a circa un venticinquennio di distanza. Tali tracce interessarono non solo il territorio immediatamente gravitante su Cartagine, ma anche la valle dell’oued Miliane prossima alla capitale, penetrando poi sino alle regioni poste in prossimità della Fossa Regia, il confine che separava la provincia d’Africa dal regno di Numidia nel lungo secolo che va dal 146 al 46 a.C.

In questo settore di frontiera, la rete di misurazioni fu in diretto rapporto coi fiumi, con le strade, le colline, le aree poco produttive, le miniere: elementi che avevano determinato la collocazione dei termini limitanei. Più in generale gli assetti fondiari introdotti dall’intervento graccano continuarono probabilmente a costituire un importante quadro di riferimento per le successive iniziative romane. Nonostante la sconfitta subita durante il Bellum Iugurthinum, i sovrani numidi conservarono  il ruolo di socii di Roma e mantennero il controllo di ampie porzioni del territorio oltre la Fossa Regia. Ne derivò uno spazio di contatto nel quale l’organizzazione agraria romana e le strutture numidiche si sovrapposero progressivamente. In tale contesto si inserirono le assegnazioni promosse da Gaio Mario dopo la guerra giugurtina. La lex Appuleia de colonis in Africam deducendis del 103 a.C. favorì infatti la distribuzione di terre a veterani, populares e gruppi di Getuli fedeli a Roma. Più che un intervento isolato, queste assegnazioni sembrano rappresentare una nuova fase del processo di penetrazione romana nelle aree marginali del regno numidico, sviluppatasi su un terreno già in parte strutturato dalla precedente esperienza graccana. In questa prospettiva che con tutta probabilità vada interpretato il ricordo di Gaio Mario come conditor conservato da centri quali Thuburnica, Uchi Maius e Thibaris, nonché la possibile organizzazione paganica dei territori posti a cavallo della Fossa Regia, anche all’interno del Regno di Numidia. Le enclaves romane sorte in queste regioni appaiono pertanto come nuclei di cives Romani organizzati in pagi, distinti dalle comunità indigene modellate secondo la forma dei castella numidi. La documentazione relativa agli ottantatré castella (poi ottantuno) della pertica cartaginese (Formia, CIL X 6104)  e il celebre caso di Uchi Maius (CIL VIII 26274) mostrano infatti come la presenza romana si sovrapponesse alle realtà locali senza sostituirle integralmente, dando origine a un paesaggio amministrativo e territoriale composito, frutto di una stratificazione progressiva. Una lunga storia è sottintesa anche nel Pagus Thuscae et Gunzuzi a Mactaris con l’iscrizione che cita le LXIIII civitates (AE 2010, 1791): e la traduzione letterale è stata, come è noto “distretto degli Etruschi” e di Gunzuzi.

Il turbolento decennio tra l’esilio di Gaio Mario a Cercina e la dittatura di Silla

Quando nell’88 a.C. Gaio Mario tornò in Africa (riuscendo a sottrarsi allo scontro tra optimates e populares per il comando della guerra contro Mitridate) egli stesso si venne a trovare nella condizione di esule, respinto dal pretore Sestilio (da Meninx e presso Cartagine) e dal re di Numidia Jempsale, Mario con il figlio si stabilì per alcuni anni nell’isola Cercina (Kerkenna), presso gli antichi coloni mariani, che lo accolsero con vero e proprio entusiasmo. Negli stessi anni il senatore filo-sillano Q. Cecilio Metello Pio, figlio del Numidico, raccolse in Africa un piccolo esercito destinato a combattere contro i Mariani, aiutato da Licinio Crasso: fu però costretto a fuggire dal pretore C. Fabio Adriano, che nell’82 a sua volta finì bruciato vivo nella sua residenza di Utica. Nello stesso anno, dopo Porta Collina, iniziava la sanguinosa dittatura di Silla: molti mariani, tra i quali il console Cn. Papirio Carbone e il genero di Cinna Cn. Domizio Enobarbo, si concentrarono in Africa trovando ora il sostegno del re di Numidia, almeno fino alla incisiva campagna di Pompeo Magno. Già questi scarni dati testimoniano il radicamento dei veterani romani in Africa, molti divenuti agricoltori, talora discendenti dei soldati che avevano combattuto contro Giugurta, comunque molto attivi nel controllo del territorio e delle strutture produttive, pur con punti di vista diversi sul piano delle alleanze nelle guerre civili, che continuarono ben oltre il Bellum Africum di Cesare.  Fu per primo Silla a progettare di stabilizzare nel  Tabularium capitolino la situazione topografica, documentata dalle formae catastali; il progetto fu in realtà portato avanti, dopo la sconfitta di Emilio Lepido fuggito in Sardegna, da Lutazio Catulo: hoc solum – scrive Tacito – felicitati eius negatum.

Proscritti sillani nella valle dello oued Miliane: i cippi etruschi

Tre cippi etruschi rinvenuti tra il 1907 e il 1915 nella valle dell’oued Miliane, tra Zaghouan e Fahs, sono forse riconducibili alla permanenza di una serie di lotti della riorganizzazione territoriale sillana sull’impianto graccano. Databili all’incirca all’82 a. C., all’epoca della fuga dalla Penisola italica di alcuni proscritti sillani della fazione mariana, questi limites in lingua etrusca costituiscono una testimonianza particolarmente significativa della presenza di gruppi etrusco-italici nel retroterra di Cartagine durante la tarda età repubblicana. La loro interpretazione, definitivamente chiarita da Jacques Heurgon, che ne confermò la natura etrusca contro precedenti tentativi di negarla, apre infatti una prospettiva interessante sulle conseguenze delle guerre civili e in particolare delle proscrizioni sillane.

Secondo Heurgon, i tre cippi non costituirebbero una testimonianza isolata, ma sarebbero i resti di una più ampia operazione di limitatio, da collocare nel contesto delle migrazioni provocate dalle confische e dalle repressioni che seguirono il ritorno di Silla in Italia, più precisamente tra l’83 e l’82 a.C. In questa prospettiva, essi rifletterebbero il trasferimento in Africa di gruppi legati all’ambiente mariano, costretti a cercare nuove sedi dopo il crollo della loro posizione politica preminente nella penisola.

Al centro della documentazione compare un M. Unata, probabilmente originario di Chiusi, ricordato nelle tre iscrizioni attraverso una formula che menziona il proprietario del fondo, i termini confinari (tul), i Dardanii, la protezione di Tinia e un’indicazione metrica topografica. Pur nella complessità dell’interpretazione epigrafica, emerge con chiarezza un dato fondamentale: questi cippi presuppongono un paesaggio agrario già organizzato in lotti, nel quale delimitazione dei terreni, identità comunitaria e consacrazione religiosa partecipavano alla costruzione di un nuovo assetto territoriale.

Heurgon collegava la presenza di M. Unata alla fuga in Africa del console Papirio Carbone, ricordata da Appiano. Sebbene l’ipotesi non possa essere dimostrata, essa appare coerente con il forte radicamento mariano dell’Etruria e con il ruolo svolto da questa regione durante il conflitto tra Mariani e Sillani. Non va inoltre dimenticato che la storiografia più recente tende a interpretare le fughe dei proscritti all’interno di un fenomeno più ampio di mobilità delle élites romane, capaci di trasferire uomini, risorse e relazioni attraverso lo spazio mediterraneo, come accade ad esempio in Sardegna per le famiglie che Cesare sembra aver ritrovato a Tharros due decenni dopo la morte di Emilio Lepido, padre del triumviro.

La principale alternativa interpretativa è stata formulata da Marta Sordi, che propone di retrodatare la presenza di M. Unata al 103 a.C., collegandola agli insediamenti promossi da Gaio Mario nella valle della Medjerda. Tuttavia, al di là della cronologia, il problema centrale rimane comprendere quale tipo di presenza i termini confinari possano documentare.

A nostro avviso, essi non implicano necessariamente la fondazione di una colonia in senso formale come presupporrebbe la studiosa. Più verosimilmente testimoniano una fase di occupazione e valorizzazione fondiaria all’interno dell’antica pertica graccana, promossa da gruppi etrusco-italici interessati a sfruttare terreni rimasti disponibili o scarsamente utilizzati: agri deserti o comunque resisi vacanti dopo le proscrizioni. Una simile interpretazione si accorda bene con gli effetti delle politiche sillane in Etruria, dove confische, declassamenti civici e ristrutturazioni proprietarie colpirono profondamente le comunità filomariane.

Le requisizioni di terre a Clusium, Arretium e Volaterrae, insieme alla crisi che investì altri centri etruschi negli anni successivi alla guerra civile, dovettero costituire un potente incentivo all’emigrazione. In questo contesto, la valle dell’oued Miliane, ricca di risorse idriche e ben collegata alla pianura di Tunisi, offriva condizioni particolarmente favorevoli per nuovi investimenti agricoli.

Particolarmente significativo appare inoltre il richiamo a Tinia, (la più importante divinità etrusca, marito di Thalna o di Uni) che corrisponde allo Zeus greco o al Giove romano: esso  suggerisce come la delimitazione dei lotti non fosse percepita soltanto come un atto tecnico, ma anche come un gesto dotato di una forte dimensione religiosa e simbolica. La definizione dei confini contribuiva infatti a legittimare il possesso della terra e a costruire nuove forme di appartenenza territoriale. Nella stessa direzione sembra muoversi il riferimento ai Dardanii imparentati con gli Ilienses della Barbaria sarda, che richiamava una comune ascendenza troiana e forniva un linguaggio identitario condiviso. Né deve dimenticarsi che la centuriazione africana – come ricordano i Gromatici – era sempre accompagnata dall’erezione di altari ad un dio o a una dea.

Perché la valle dello oued Miliane?

La valle dell’oued Miliane, a partire dall’epoca delle guerre civili, divenne uno spazio in progressiva strutturazione, la cui vicinanza a Cartagine — distante circa 40 km — ne accrebbe l’importanza strategica, favorendo la formazione di un corridoio territoriale da sottoporre a controllo militare. Il territorio lungo le rive dell’oued, popolato in una prima fase da transfughi etruschi e italici probabilmente legati alla fazione mariana, con la riorganizzazione augustea della pertica cartaginese divenne il fulcro di un intenso processo di colonizzazione, che portò alla fondazione delle colonie di Uthina e Thuburbo Maius e all’istituzione dei pagi di nuove generazioni di veterani, Fortunalis e Mercurialis. Le ragioni di questa antropizzazione stabile e progressiva nel tempo vanno ricercate anzitutto nella fertilità dei terreni, particolarmente adatti alla cerealicoltura e all’arboricoltura, che favorì l’insediamento dei veterani. Questi ultimi svolgevano infatti una duplice funzione, agricola e difensiva, contribuendo sia allo sfruttamento economico delle campagne sia al controllo del territorio. Del resto, una vocazione insediativa dell’area è già riconoscibile in epoca precedente, come dimostra la presenza di strutture territoriali e insediamenti riconducibili all’età punica ed ellenistica: castella, oppida fortificati, piccoli centri rurali, grandi proprietà fondiarie, necropoli e luoghi di culto. È questo il quadro delineato da N. Ferchiou nei suoi studi sulla media valle dell’oued Miliane. Sul terreno, ad esempio a Sidi Chérif, l’archeologa aveva identificato una serie di recinti fortificati e terrapieni (aggeres) che presentano forti analogie con piccoli campi ausiliari romani. Tali strutture sembrano inserirsi in un più ampio dispositivo di controllo e difesa che sbarrava trasversalmente la media valle dell’oued Miliane, tra i territori dei pagi Mercurialis e Fortunalis. La compresenza di funzioni agricole e militari contribuì verosimilmente a favorire il flusso migratorio proveniente dalla penisola italica, poiché i nuovi coloni poterono insediarsi in un territorio già organizzato, servito da vie pubbliche di comunicazione preesistenti e caratterizzato da aree agricole precedentemente valorizzate. Nell’area sappiamo che a Suturnuca Augusto avrebbe continuato a effettuare assegnazioni di agri.

Popolazioni rurali immigrate tra Africa e Sardegna

Già Heurgon aveva intuito che un utile termine di confronto per i cosiddetti “Etruschi d’Africa” potesse essere offerto dalla Sardegna, dove i cippi limitanei attestano la presenza di popolazioni rurali locali come i Giddilitani. Il parallelo acquista tuttavia maggiore consistenza se si considera l’insieme della documentazione epigrafica sarda, che restituisce un quadro più articolato, caratterizzato non soltanto da etnonimi di origine indigena, ma anche da gruppi verosimilmente immigrati dalla Penisola o da altre regioni del Mediterraneo.

Nella valle del Rio Mannu, presso Cornus, nell’ager Gurulitanus identificato con l’area di Gurulis Nova, diversi cippi di delimitazione fondiaria attestano gruppi quali gli Eutichiani, successivamente Eutychiani, i Giddilitani, i [Mam]uthon(enses), gli Uddadaddar(itani) e i [—]rarritani, alcuni dei quali risultano insediati nei praedia delle Numisiae. La distribuzione e la stratificazione interna di queste attestazioni sembrano riflettere differenti fasi di organizzazione e trasformazione catastale.

Un elemento particolarmente significativo è costituito dalla forma Eutychiani, generalmente considerata più tarda in ragione dell’impiego della lettera y e quindi riferibile a una fase cronologicamente successiva, forse di età sillana. In questa prospettiva, l’area di Cornus al centro della Sardegna costiera occidentale potrebbe essere stata interessata da almeno due distinti interventi di delimitazione: un primo momento presillano, forse riconducibile alla questura sarda di Gaio Gracco, e una successiva fase di riordino collegabile all’epoca delle proscrizioni, facendo leva sul cardo della via Cornuficia che ora si data alla fine del II secolo a.C.; restano apparentemente tracce di decumani Est-ovest ad occidente del Nuraghe Oratiddo.

Riprendendo l’interpretazione proposta da Heurgon, si può dunque ipotizzare che anche in Sardegna l’afflusso di popolazioni coinvolte nello sfruttamento agricolo delle grandi proprietà sia stato favorito dalle crisi politiche e dai fenomeni di mobilità forzata che caratterizzarono il periodo sillano. Ciò avrebbe determinato l’insediamento, accanto ai gruppi locali, di comunità immigrate, forse di origine iberica o africana, come potrebbero suggerire gli etnonimi Uddadaddar(itani)[—]rarritani.

Le analogie tra il contesto del Rio Mannu e quello dell’oued Miliane non devono naturalmente essere enfatizzate oltre misura. Tuttavia, la compresenza di terre fertili sottoposte a delimitazione agraria, sistemi fluviali articolati, vallate occupate da gruppi rurali etnicamente caratterizzati e successive fasi di riorganizzazione fondiaria suggerisce che i due casi possano essere interpretati all’interno di una medesima temperie storica. In entrambi i contesti, infatti, la delimitazione del territorio appare strettamente connessa a processi di mobilità, reinsediamento e ridefinizione dei rapporti tra popolazioni immigrate e strutture agrarie provinciali.

Fundus Tigibellensis

Molto interessante in Africa è il caso del fundus Tigibellensis, situato nei pressi del territorio di Thignica, lungo la dorsale tunisina, nel territorio limitrofo a quello dove ancor oggi sorgono i “dachras” (villaggi di montagna). L’insediamento è noto grazie a un’iscrizione rinvenuta presso Hr R’ao-Hr Bou Ahmed, lungo la diramazione della via Cartagine-Theveste diretta verso Thignica. Il testo, databile probabilmente al II secolo d.C., menziona la dedica di un’ara a Giove, presso il luogo di culto (un sacello?) del fondo di Tigibelle appartenente alla res publica della colonia di Teano (genitivo di appartenenza) effettuata dagli universi pagani (pagus Tigibellensium? o il pagus Teanensium? ) del fondo:

Ara deo Iovi fundo Tigibelle rei publicae coloniae Teanensium posuerunt universi pagani.

Fin dalla pubblicazione dell’iscrizione nel supplemento del Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL VIII, 22035), R. Cagnat e H. Dessau interpretarono il documento come testimonianza dell’esistenza in Africa di un pagus Teanensium, collegato alla colonia italica di Teano. Secondo questa lettura, i redditi del latifondo africano sarebbero stati assegnati alla comunità di Teano, probabilmente Teanum Sidicinum, in Campania piuttosto che Teanum Apulum, nell’Apulia settentrionale, quale forma di compensazione per provvedimenti oggi sconosciuti rispetto ai quali è possibile formulare alcune ipotesi.

L’assegnazione di territori in provincia riguardanti alcune comunità italiche è ben documentato, i casi principali riguardano oltre Teanum Sidicinum con almeno un fondo in Africa Proconsolare, Capua con terre a Creta, AtellaeArpino con vectigalia in Gallia Cisalpina. Tutti centri dell’area campana, ad eccezione di Arpino (Lazio meridionale, valle del Liri, provincia di Frosinone) coinvolti nel I sec. a. C. nella guerra sociale e che presumibilmente ebbero ripercussioni nella successiva guerra civile tra Mario e Silla. Nel 90 a. C., in piena guerra sociale, Teanum Sidicinum fu infatti teatro della ritirata del console Lucio Cesare, costretto a trincerarsi nella città dopo essere stato sorpreso in un’imboscata dal comandante sannita Mario Egnazio, perdendo 8.000 uomini; Teanum costituiva una postazione strategica, si trovava infatti sul corridoio della via Latinache collegava Roma alla Campania, a controllo del passaggio tra la Valle del Liri e la via Campana, tra Cales e Suessa. Questo genere di assegnazioni rientrava nella fattispecie giuridica degli agri ex alienis territoriis sumpti, dunque agri vectigales, i cui vectigalia venivano versati alla respublica dei singoli centri italici di appartenenza. La concessione doveva essere di lunga durata: se davvero risalisse alla tarda repubblica o all’epoca di Ottaviano, l’iscrizione di due secoli dopo. mostra che Teano conservava ancora diritti sul fondo esercitati attraverso un rapporto che ci sfugge completamente ma che doveva passare attraverso rappresentanti in Africa della città campana. Si sarebbe trattato di una concessione sostanzialmente perpetua, perché gli agri vectigales erano normalmente affittati in perpetuum, finché il canone veniva versato.  Non sappiamo chi curasse nel tempo gli interessi di Teano, che magari aveva famiglie stanziate in Africa o comunque in rapporto con i peregrini possessori del fundus, tenuti a riconoscere annualmente i redditi dovuti alla colonia italica.

Uno dei temi rispetto a questi possessi ex alieniis territoriis riguarda la composizione etnica di coloro che lavoravano o risiedevano ad esempio nei pagi, in questo caso il pagus Teanensium?. La formula universi pagani, indicherebbe per alcuni studiosi che il fondo si trovava probabilmente entro un pagus civium romanorum della pertica di Cartagine, originariamente popolato da discendenti di coloni mariani o veterani cesariano-augustei. Secondo A. Mastino, questa interpretazione appare difficilmente sostenibile. Il fondo si trovava infatti all’interno dell’orbita territoriale della civitas di Thignica, una comunità caratterizzata dalla presenza anche di cittadini romani ma non organizzata, utraque pars civitatis. Lo studioso ritiene più convincente il confronto con altri contesti provinciali, in particolare con la dedica a Giove dei pagani Uneritani in Sardegna. In quel caso i dedicanti erano con ogni probabilità popolazioni indigene inserite in un pagus peregrinorum all’interno della pertica coloniale.   

Tuttavia vi è la possibilità che la formula universi pagani, rarissima, – solo un altro caso, una tabula patronatus del IV sec. d. C. (335 d. C.) da Foruli in Sabina (Amiternum)- nel riferimento complessivo agli abitanti del pagus, possa indicare la sua multietnicità, ossia che esso fosse composto da popolazione di locali e immigrati, questi ultimi discendenti di italici campani. La data della possibile migrazione può essere ascritta alla prima guerra civile tra Mario e Silla, o alla riorganizzazione dell’ager campanus promossa da Cesare (59 a. C.) e proseguita con il secondo triumvirato ed Ottaviano. Escluderemmo che tali famiglie, se davvero sono state stanziate presso il Fundus Tigibelle, abbiano potuto per lungo tempo assorbire e far propri gli iura della colonia campana di Teano.

Nuoro, 11 maggio 2026

I due volumi pubblicati da Cambridge Scholars Publishing, presentati all’ISRE di Nuoro da Paolo Maninchedda direttore della collana Sardiniae memoria di Unica Press (diretta da Antonio Corda)

A. Mastino, Urban and rural life in Roman Sardinia: economy, society and land use, Cambridge Scholars Publishing limited, 2025, pp. 1-455.

A. Mastino, Sardinia in the Roman World until Constantine, Cambridge Scholars Publishing limited, 2026, pp. 1-475.

The work aims to renew the interpretation of the history of Sardinia, which is no longer to be seen as isolated, but rather well-inserted in the Roman ecumene. It is inspired most of all by a great master, Arnold Toynbee, and his masterpiece, Hannibal’s Legacy, which was published more than 50 years ago. When Hannibal was born in Carthage (247 BC) the great Mediterranean island of Sardinia had been visited by the Carthaginians for centuries. His father Hamilcar had watch in horror from the sanctuary of Astarte in the city of Erice (Trapani) on the westernmost point of Sicily, as the Roman navy ambushed the Carthaginian fleet. On ships equipped with metallic rostrums they attacked the similarly equipped Carthaginians, after emerging from hiding behind the Aegadian islands (Levanzo)[2]. This led to a disastrous naval defeat resulting in the loss of Sicily, and three years later, following a revolt of the mercenaries, Sardinia as well.

If we are to give credence to Polybius, the Romans usurped Sardinia with dishonest means and unacceptable justifications. They occupied a vast, densely populated and fertile island, with no provocation whatsoever, many months after the treaty that ended the first Punic war. This is deemed to be the main cause for Hannibal’s war, which was waged as a direct result of the treacherous occupation of the towns, the land and the mines by mercenaries hired by the Romans. Exasperated, and suffering considerable personal financial loss, Amilcare convinced his son to take a vow of eternal hatred for Rome, perhaps in the sanctuary on the hill of Baal Hammon-Saturnus (on Djebel Bou Kornine) or in the tophet of Carthage.

Deprived of the “Island with the veins of silver” and having lost his latifundia and his mines, Amilcare decided to found a New Carthage at the entrance to a mine in the Iberian peninsula. It was from here that Hannibal is said to have departed on his mission to vindicate his father and the Carthaginians. Having occupied Sagunto, he invaded the territory of Marseilles, marched over the Alps and reached central and southern Italy, which was destined to be devastated by a long period of war. His real legacy was the devastation and widespread poverty of the following centuries, which provoked the Gracchi affair and later the civil wars.


[1] A.J. Toynbee, Hannibal’s legacy, Oxford University Press, London 1965.

[2] M.I.P. Gulletta, Le fonti storiche come strumento per la cartografia. Aree di grandi battaglie nella Sicilia antica, “Bollettino A.I.C.”, nr. 144-145-146 / 2012, pp. 75-93.

Ricordando Anna Sommella Mura a Cagliari, 7 maggio 2026

RICORDO DI ANNA MURA SOMMELLA (OROTELLI 1941- ROMA 15 APRILE 2024): la fuga attraverso il Tabularum capitolino di Domiziano

Da Tacito conosciamo gli eventi che portarono, nel 69 d.C., quattro generali degli eserciti romani dislocati in varie province dell’Impero, sul trono dell’Impero romano. Vitellio fu imperatore per otto mesi, eletto dalle legioni schierate nella regione del Reno. Negli scontri tra i seguaci di Vitellio e quelli di Sabino e di suo fratello Vespasiano, furono distrutti monumenti famosissimi della città, come il tempio di Giove Capitolino e il Tabularium, l’Archivio pubblico senatorio di Roma con tutte le tavole bronzee  relative anche ai possedimenti in ogni parte dell’Impero. Oltre al recupero dei documenti dall’Archivio, Vespasiano si occupò della ricostruzione dei monumenti distrutti e anche il Tabularium fu oggetto di profondi restauri. Tra le aree ancora in fase di ricostruzione alla morte dell’imperatore, vi era una lunghissima scalinata che collegava il Foro con le aree superiori del Tabularium. Questa scalinata era stata curata con grande attenzione sia dal punto di vista architettonico che ingegneristico, ma durante la fase di restauro, avvenuta dopo la morte di Vespasiano e il regno passato a Domiziano, il cantiere incaricato del restauro ricevette l’ordine di interrompere i lavori. La scalinata è completata solo per un terzo dei gradini totali, mentre tutti gli altri sono lasciati grezzi, con i blocchi che ancora recano i segni della cava di travertino, il materiale di cui sono fatti i gradini. Inoltre, l’ingresso dalla piazza del Foro fu completamente chiuso dalla costruzione di un tempio da parte di Domiziano in onore del Divus Vespasianus. Quest’azione fu ordinata direttamente da Domiziano che, ricordando le sue difficoltà nel Campidoglio durante l’infanzia, conosceva bene la topografia del Tabularium, che invece i soldati di Vitellio non erano riusciti a difendere. Di conseguenza, quando Domiziano salì al potere, chiuse queste scalinate che Tacito chiamava vie trascurate (neglectae), e quindi passaggi poco conosciuti.

LLe porticus, cui fa riferimento Tacito come esistenti sul lato destro del Clivo Capitolino, dovevano anche essere molto prossime alla strada in salita ed avere una data di costruzione che potrebbe adattarsi ai lavori curati dai censori del 174 a.C. Q. Fulvius Flaccus e A. Postumius Albinus: et clivum Capitolinum silice sternendum curaverunt et porticum ab aede Saturni in Capitolium ad senaculum, ac super id curiam.

Il fuoco, pertanto, favorito dagli edifici adaequabant dossati alle pendici meridionali del Colle, si estese

fino a raggiungere anche i piani alti del Tabularium publicum, causando, oltre ai guasti alle strutture del complesso, soprattutto pesanti danni ai documenti

custoditi, che vennero distrutti o resi illeggibili, ivi compresa la raccolta delle preziose tabulae aeneae

La Mura dichiara di aderire pienamente al quadro tracciato da Mastino 1993, pp. 108-115.

Anna Mura Sommella, Nuovi dati per una rilettura del Tabularium. La scala della Substructio, Bullettino della Commissione

Archeologica Comunale di Roma CXXV 2024, «L’ERMA» di BRETSCHNEIDER Roma – Bristol (USA), pp. 117-128

I restauri della fortezza bizantina a Thignica: il progetto dell’Università di Sassari in Tunisia

Projet d’étude, de conservation et de valorisation du site de Thignica (Aïn Tounga)

Samir Aounallah, Pola Ruggeri, Haythem Abidi, Alberto Gavini

Avant d’entamer cette communication, je tiens à exprimer mes sincères remerciements aux organisateurs de cet événement scientifique de grande importance pour la sauvegarde et la valorisation de notre patrimoine archéologique.

Dans le cadre des activités futures de la mission tuniso-italienne, active depuis 2019 sur le site d’Aïn Tounga, l’antique Thignica, sous la direction de M. Samir Aounallah (INP) et de Mme Paola Ruggeri (UNISS), plusieurs interventions de restauration et de valorisation apparaissent aujourd’hui prioritaires. Elles concernent en particulier deux tours de l’enceinte murale byzantine (secteurs nord-ouest et sud-ouest) ainsi que la « villa coloniale », située à l’entrée de la zone archéologique et destinée à devenir la future maison des fouilles, pour la conservation et la présentation des nombreux objets archéologiques actuellement dispersés sur le site et ses abords.

Le site d’Aïn Tounga, l’antique Thignica est situé à 100 km au nord-ouest de Carthage et à mi-chemin de Testour l’antique Tichilla de l’Est, et Thibursicu Bure et Thugga du Nord. Il occupe une partie du versant ouest du djebel Bouslah qui constitue le prolongement septentrional du djebel Tounga dont l’altitude atteint 300 m.

Ce site couvre les vestiges d’une cité d’origine numide installée à l’ouest du tracé de la fossa regia séparant le royaume numide du territoire africain de Carthage.

Les vestiges archéologiques s’étend sur plusieurs dizaines d’hectares et présente une organisation spatiale structurée autour de plusieurs pôles monumentaux. Au nord, il est marqué par la présence de l’amphithéâtre. Au sud, se dresse le temple de Dis et de Saturne, implanté sur une position dominante et nettement en retrait de l’espace urbain proprement dit. À l’est, les limites du site sont définies par une carrière antique, au pied de laquelle se situe le temple de Neptune. Enfin, à l’ouest, la forteresse byzantine constitue l’élément le plus imposant de l’ensemble. Toutefois, l’extension de Thignica devait se prolonger vers le sud.

Résultats préliminaires des campagnes de fouilles menées en 2024 et 2025

Au cours des dernières campagnes, l’équipe tuniso-italienne a conduit des investigations simultanément à l’intérieur et à l’extérieur de la forteresse byzantine, dans le secteur nord-ouest du complexe thermal et au niveau du théâtre.

À l’intérieur de la fortification

Les travaux ont permis de mieux définir l’organisation architecturale d’une unité d’habitation complète attribuable à l’établissement islamique (phases médiévale et post-médiévale). Identifié pour la première fois en 2022, cet habitat se superpose directement aux niveaux tardo-antiques, confirmant une longue continuité d’occupation du site. Cette continuité est d’ailleurs appuyée par les récits des voyageurs occidentaux qui, dès le XVIIᵉ siècle, évoquent la permanence du peuplement dans la région.

À l’extérieur de la fortification : extension des recherches

L’ouverture d’un sondage exploratoire le long du côté ouest de l’enceinte, dans une zone marquée par une forte dépression, visait à mieux comprendre les relations diachroniques entre les espaces intra et extra muros. Initialement interprétée comme une zone perturbée par des fouilles anciennes non documentées, cette dépression s’est révélée plus complexe : les investigations ont mis au jour une structure murale massive (épaisseur environ 1.10 m), orientée est-ouest et adossée au mur byzantin dans une phase postérieure.

La lecture stratigraphique demeure cependant perturbée par la présence d’une large fosse dont le remplissage  contenant des matériaux contemporains jusqu’à deux mètres de profondeur témoigne d’un important remaniement récent. Sur la base de confrontations avec les sources historiques et les témoignages oraux, cette fosse pourrait correspondre à une tentative moderne de capter une source antique, attestée dès les prospections de la fin du XIXᵉ siècle et probablement déterminante pour l’organisation hydraulique du site.

Réouverture du sondage situé au nord-ouest du complexe thermal

La recherche menée au nord-ouest du complexe thermal a constitué une étape essentielle dans la reprise des investigations archéologiques dans ce secteur. Elle visait à préciser la stratigraphie, à compléter les données issues des recherches antérieures et à mieux comprendre l’organisation spatiale des structures environnantes. Cette intervention a permis d’affiner la lecture des phases d’occupation et d’apporter de nouveaux éléments pour l’interprétation fonctionnelle et chronologique du complexe thermal dans son environnement urbain.

Sondage au niveau de théâtre

L’un des aspects les plus complexes concernant le théâtre de Thignica réside dans la détermination de sa chronologie. En l’état actuel des données, les informations disponibles ne permettent pas d’en proposer une analyse précise. L’édifice a en effet fait l’objet de transformations importantes, non seulement à l’époque post-antique, mais également à des périodes plus récentes.

Par ailleurs, l’absence de fouilles stratigraphiques anciennes, la rareté du mobilier céramique en contexte et le caractère fragmentaire des découvertes limitent considérablement les possibilités de datation précise de la construction du théâtre.

Dans ces conditions, il demeure toutefois possible de formuler certaines hypothèses, fondées à la fois sur des comparaisons avec d’autres édifices de spectacle de la région et sur l’analyse du monument en relation avec les dynamiques de développement urbain de la Thignica romaine.

Au regard de l’histoire urbanistique de la ville et de la chronologie de plusieurs de ses édifices publics remontent à la seconde moitié du IIᵉ siècle apr. J.-C., cette période semble correspondre à une phase de monumentalisation et de renouvellement architectural, en cohérence avec les dynamiques observées à l’échelle de la province au cours du IIᵉ siècle apr. J.-C. Ce dynamisme s’inscrit plus largement dans un processus de municipalisation amorcé sous les règnes de Trajan et d’Hadrien qui aboutit à l’élévation au rang de municipe et à la construction de l’arc de Septime Sévère à l’entrée de la ville.

Valorisation scientifique du site via la publication des résultats de recherches archéologiques

La valorisation du site repose en premier lieu sur la publication rigoureuse et régulière des résultats issus des recherches archéologiques. À travers la publication des articles dans des revues spécialisées, des actes de colloques et des monographies. Cette production scientifique participe à une meilleure compréhension des dynamiques historiques, architecturales et culturelles, tout en fournissant une base solide pour les actions de conservation, de gestion et de valorisation patrimoniale. Un chapitre sera dedié aux traces des fouilles de l’armée coloniale française dans le XIX siècle.

Documentations

La documentation graphique et photographique constitue un élément fondamental pour assurer la lisibilité et l’accessibilité du site, tant pour le grand public que pour la communauté scientifique. Elle joue également un rôle déterminant dans l’élaboration du plan de gestion et dans la définition des zones d’intervention prioritaires.

C’est dans cette perspective qu’une couverture aérienne par drone a été réalisée, permettant d’obtenir une vision d’ensemble du site, de documenter avec précision son état de conservation et d’appuyer les analyses spatiales nécessaires à la planification des actions de recherche, de conservation et de valorisation.

Les structures défensives : enjeux de lecture historique et de conservation

Les vestiges de la forteresse byzantine constituent un élément structurant majeur du site. Deux tours, situées aux angles nord-ouest et sud-ouest, présentent des états de conservation préoccupants et nécessitent des opérations urgentes de consolidation.

Au-delà de leur intérêt architectural, ces structures offrent un potentiel d’analyse considérable pour la compréhension de l’évolution urbaine de Thignica. L’intervention envisagée sur ce monument permettra notamment d’étudier les relations entre les espaces intra et extra muros, apportant ainsi des éléments nouveaux sur le passage d’un tissu urbain ouvert, caractéristique de l’époque romaine, à un système fortifié propre à l’époque byzantine. Cette transformation s’inscrit dans un contexte plus large de recomposition des espaces urbains en réponse à des contraintes politiques, économiques et militaires de l’époque.

Nécessité urgente de consolidation des vestiges archéologique

Compte tenu de l’état fragile des vestiges, aggravé par les perturbations récentes et une stratigraphie complexe, des interventions urgentes de consolidation et de mise en sécurité de l’enceinte murale s’imposent. Celles-ci sont indispensables non seulement pour préserver l’intégrité du monument mais aussi pour assurer la poursuite des recherches dans des conditions adéquates.

Nécessité urgente de restauration sur l’ensemble du périmètre du mur semi-annulaire

En considérant les interventions de consolidation structurelle, il convient de mentionner également le théâtre. La structure a fait l’objet d’une enquête préliminaire en 2024, dont les résultats ont été publiés l’année suivante, et en 2025 elle a été concernée par une nouvelle campagne de relevés.

L’édifice théâtral présente certaines criticités structurelles, imputables à la fois à l’action du temps et aux multiples usages et réutilisations auxquels il a été soumis au fil des siècles. Les fissures observées en différents points de la structure sont particulièrement significatives, notamment celle relevée le long du mur de l’aditus septentrional.

Les interventions devraient donc prévoir des investigations ciblées et des opérations de restauration sur l’ensemble du périmètre du mur semi-annulaire, afin de prévenir de nouveaux désordres et de garantir la conservation de l’intégrité structurelle. À cette fin, un groupe de travail a été constitué, en collaboration avec des collègues du Département d’Architecture, Design et Urbanisme de l’Université de Sassari, afin d’évaluer l’état de conservation de la structure et de définir des stratégies d’intervention appropriées et durables.

La “villa coloniale” : un projet de valorisation culturelle et touristique

La restauration de la « villa coloniale », édifice datant de la période de la colonisation française et située à l’entrée du site, constitue un autre volet majeur du programme. Utilisée comme dépôt lors des interventions du regretté  Monsieur Habib Ben Hassen dans les années 1990–2000, elle est aujourd’hui dans un état de dégradation avancée, alors que les objets archéologiques ont été transférés vers les dépôts de Dougga.

Il existe déjà un projet détaillé de récupération et de valorisation du bâtiment et de ses dépendances, élaboré pour un Mémoire d’Architecture (2022) par Amal ben Ammar et intitulée La quête des ruines, la quête de soi. Centre de contemplation de Thignica, sous la direction de Mouncef Fourati et avec la co-direction d’Adnène Bennejma. La mise en œuvre d’un projet de restauration, intégrant les résultats d’un futur concours d’idées promu par le Département d’Architecture et de Design de l’Université de Sassari, permettra la reconversion de la « villa coloniale » en une structure d’accueil pour les visiteurs, contribuant de manière significative à la valorisation touristique du site de Thignica.

Pour conclure, l’intégration de cette proposition au futur concours d’idées organisé par le Département d’Architecture et de Design de l’Université de Sassari permettra d’enrichir la réflexion sur la reconversion de la villa en un espace d’accueil et d’interprétation pour les visiteurs. Cette transformation jouera un rôle essentiel dans la valorisation touristique du site et dans l’amélioration de son accessibilité publique. Elle permettrait de doter le site d’une véritable infrastructure d’accueil pour les visiteurs et les chercheurs. Elle contribuerait ainsi de manière significative à la structuration de l’offre culturelle et à l’intégration de Thignica dans les circuits de valorisation du patrimoine archéologique de la vallée de la Medjerda.

Utica: ipotesi sulla antica collocazione nel delta del fiume Bagradas (oggi Medjerda)

Fonti antiche

Le fonti antiche concordano su tre punti:

Utica è vicina al mare ma non direttamente sulla costa aperta

è associata al fiume Bagradas  oggi Medjerda

il fiume si divide in più rami e forma paludi alla foce

Polibio, Storie I, 75, testimone oculare

«Il fiume Bagradas scorre nella regione di Utica e sfocia nel mare non lontano dalla città.»

Strabone, Geografia XVII, 3, 10

«La città di Utica si trova presso il fiume Bagradas, non lontano dal mare, su un luogo elevato; il fiume, scorrendo, si divide in più bocche prima di gettarsi nel mare.»

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia V, 24 (V, 9)

«Il Bagradas, che nasce nell’interno della Numidia, dopo aver ricevuto numerosi affluenti, giunto presso Utica si divide e forma paludi prima di sfociare nel mare.»

Silio Italico, Punica I, 572–575

«…là dove il Bagradas, dalle acque torbide, presso Utica si disperde in più bocche e paludi…»

Appiano, Storia romana – Guerre puniche 110

«Utica, città antica e fedele ai Romani, sorgeva vicino al mare e al fiume Bagradas.»

Bibliografia moderna essenziale

Geografia storica e geomorfologia

Paskoff, R. – Les littoraux de la Tunisie: variations du niveau marin et évolution géomorphologique

Stanley, D. J. – Mediterranean deltas: geological evolution and human impact

Marriner, N., Morhange, C. – Geoarchaeology of Mediterranean harbours

Studi specifici sulla Medjerda / Bagradas

Ben Oezdou, H. – Le delta de la Medjerda: dynamique fluviale et évolution holocène

Kallel, N. – Évolution géomorphologique du delta de la Medjerda et impacts anthropiques

Morhange, C. et al. – studi geoarcheologici sulla costa tunisina

Archeologia e storia di Utica

Lancel, S. – Carthage: A History

Fantar, M. H. – Carthage: approche d’une civilisation

Chelbi, F. , Utique la splendide, Tunis, 1996.

Lézine, A., Carthage-Utique, CNRS, Paris, 1968.

Paskoff, R. – Trousset, P., “La baie d’Utique et son évolution depuis l’Antiquité”, Antiquités africaines, 1995.

Moscati, S., The World of the Phoenicians, 1968.

Rakob, F. – ricerche topografiche sull’Africa romana

Da Attilio Mastino, intervento al DADU di Alghero.

Cartagine: primo tentativo di ricostruzione dei porti con l’IA

CARTAGINE

Le informazioni sui porti cartaginesi derivano quasi esclusivamente da autori esterni (greci e romani)

Descrizioni dirette o rilevanti del porto: Appiano, Libyka (o Historia Romana, libri sulla guerra punica): Fonte principale per la descrizione tecnica del porto (doppio bacino: commerciale + militare con isola centrale); Strabone, Geografia XVII: Cenni topografici su Cartagine e sul sistema portuale; Diodoro Siculo, Bibliotheca historica:  Informazioni indirette su flotta e infrastrutture; Polibio, Storie Non descrive nel dettaglio il porto, ma è fondamentale per il ruolo strategico navale di Cartagine; Livio, Ab Urbe condita  Informazioni indirette durante le guerre puniche.

Altre fonti utili (più indirette): Plutarco (vite di personaggi romani coinvolti nelle guerre puniche), Cassio Dione, Silio Italico, Punica, Cornelio Nepote

Quasi tutta la documentazione cartaginese è perduta dopo il 146 a.C.

Restano:  – Periplo di Annone (V sec. a.C., traduzione greca): Testimonia competenze nautiche e organizzazione portuale; Trattato agricolo di Magone (frammenti latini); Iscrizioni puniche Dati indiretti (dediche, amministrazione, culti portuali); Plauto, Poenulus Testimonianza linguistica punica (molto indiretta).

Dalle fonti emerge che Cartagine aveva un porto artificiale (cothon) altamente organizzato, struttura a due bacini:, rettangolare commerciale), circolare militare con isola centrale (ammiragliato); ingresso stretto e difeso (catene, mura).

L’immagine IA è imperfetta, perché l’urbanistica era al servizio della strategia militare e i due porti erano entro le mura (intervento di Attilio Mastino al Dipartimento di Architettura e Urbanistica di Alghero).

Tito Livio e il Bellum Sardum di Hampsicora

Tito Livio di Patavium e il Bellum Sardum di Hampsicora

LIVIO XXIII, 32 ss.

Balenò improvvisa la speranza di recuperare a Cartagine la Sardegna: povera cosa era l’esercito romano che colà si trovava; se ne andava il vecchio pretore A. Cornelio, conoscitore della provincia, si era in attesa del nuovo; inoltre gli animi dei Sardi erano già sfiniti dalla lunga durata del dominio (romano) e nell’ultimo anno era stato esercitato su di essi un potere duro e rapace; erano stati schiacciati da un gravoso tributo e da una eccessiva contribuzione di grano; nell’altro mancava che un garante, passando dalla parte del quale essi potessero ribellarsi. Questa ambasceria era stata inviata segretamente per intervento dei cittadini più ragguardevoli, mentre più di ogni altro si dava da fare per realizzare questo disegno Ampsicora, che allora era di gran lunga il primo per prestigio e per mezzi.

E intanto in Sardegna ad opera del pretore T. Manlio si riprese l’azione, che era stata interrotta dopo che il pretore Q. Mucio era caduto in grave malattia. Manlio, tirate in secco a Cagliari le navi da guerra e armati i marinai per condurre le operazioni a terra, e ricevuto dal pretore l’esercito, raccolse ventiduemila fanti e milleduecento cavalieri.

Avviatosi con queste truppe di cavalieri e di fanti nel territorio dei nemici, pose l’accampamento non lontano dall’accampamento di Ampsicora. In quel periodo per caso Ampsicora era andato nel territorio dei Sardi Pelliti ad armarne i giovani, con i quali accrescere le sue truppe; suo figlio, di nome Osto, aveva il comando dell’accampamento.

Egli, che la giovane età riempiva di baldanza, dopo aver attaccato battaglia alla cieca fu sbaragliato e messo in fuga. Circa tremila Sardi furono in quella battaglia uccisi, all’incirca ottocento furono catturati vivi; il resto dell’esercito, che dapprima si era sbandato in fuga per campi e boschi, si rifugiò poi presso la città di nome Cornus, capitale di quella regione dove si diceva fosse fuggito il comandante.

E quella guerra in Sardegna si sarebbe conclusa, se la flotta cartaginese al comando di Asdrubale, spinta da una tempesta fino alle Baliares, non fosse arrivata in tempo per sperare in una ulteriore ribellione. Manlio, dopo aver appreso la notizia dello sbarco della flotta cartaginese, si ritirò a Carales; ciò diede ad Hampsicora l’opportunità di unirsi ai Cartaginesi. Asdrubale, dopo aver sbarcato le sue forze e rimandato indietro la flotta, si diresse verso Cartagine al comando di Hampsicora per saccheggiare il territorio degli alleati del popolo romano, e stava per raggiungere Carales, se Manlio non lo avesse impedito di sferrare un attacco avventato con un esercito avversario. Dapprima l’accampamento fu assediato a breve distanza; poi si combatterono leggere scaramucce con risultati alterni, correndo qua e là; infine si scese in battaglia. Dopo levati gli stendardi, si combatté una vera e propria battaglia per quattro ore. I Cartaginesi, abituati a sconfiggere facilmente i Sardi, combatterono una lunga e decisiva battaglia; Infine anche loro, quando tutto intorno a loro era pieno della strage e della fuga dei Sardi, furono sconfitti; ma i Romani, voltando le spalle, circondarono i Sardi, e li accerchiarono con l’ala con cui li avevano respinti. Ci fu più strage che battaglia. Dodicimila nemici furono uccisi, sia Sardi che Cartaginesi, quasi tremilasettecento furono fatti prigionieri e ventisette stendardi militari andarono perduti.

…Soprattutto rese famosa e memorabile quella battaglia la cattura del comandante supremo Asdrubale e dei nobili cartaginesi Annone e Magone, Magone della gente dei Barca, legato ad Annibale da stretta parentela, Annone istigatore dei Sardi alla ribellione e senza dubbio provocatore di quella guerra. E i comandanti dei Sardi resero non meno celebre quella battaglia con la loro morte; da una parte infatti Osto, il figlio di Ampsicora, cadde sul campo di battaglia; dall’altra Ampsicora, che era in fuga con pochi cavalieri, allorché venne a sapere, oltre al disastro subito, anche dell’uccisione del figlio, di notte, perché non sopraggiungesse nessuno a impedire il suo proposito, si diede la morte. Per tutti gli altri luogo di scampo dalla fuga fu la medesima città di Cornus, che già lo era stata in precedenza, e di cui Manlio sferratole l’attacco con l’esercito vincitore, nel volgere di giorni s’impadronì.

Nella foto il Nuraghe Tradori a Narbolia (luogo della prima battaglia)

La fatica del vivere in Sardegna

“A che punto è la notte ? L’evoluzione della violenza criminale in Sardegna?” Franco Angeli

La performance delle ragazze e dei ragazzi, studenti del Liceo Margherita di Castelvì e del dirigente Gianfranco Strinna ha portato stamane una ventata d’aria nuova e ci consente di presentare con emozione vera questo bel volume che si inserisce in un percorso ormai consolidato di studi sulla criminalità in Sardegna: nel titolo propone una domanda: a che punto è la notte?  Con dei sottotesti, che non nascondono una voglia di riscatto e una fame di futuro: L’evoluzione della violenza criminale e Le fatiche del vivere in Sardegna.  

Non si tratta solo di capire quanta violenza esiste, quali sono gli ambiti nei quali si sviluppa, ma soprattutto che forma assume, perché persiste e come si trasforma nel tempo. Prudenza mi consiglia di stare sulla soglia di questo rapporto, partendo proprio dal titolo, A che punto è la notte? Il riferimento al Macbeth shakespeariano che racconta di una notte nera in gara col mattino è un modo di leggere l’evoluzione della criminalità in Sardegna, in particolare quelle forme che utilizzano la violenza come strumento per soddisfare pulsioni di controllo e di arricchimento illecito. C’è sempre chi utilizza la violenza per fermare con il sangue chiunque si frapponga o costituisca un ostacolo.

A che punto è la criminalità sarda? Da vent’anni l’Osservatorio sociale sullo Sviluppo e sulla Criminalità in Sardegna (OSCRIM) monitora i cambiamenti e di questi, volta per volta, ne ha dato conto nei volumi pubblicati dal 2006 fino ad oggi, senza dimenticare che il fiorente mercato delle droghe (dopo l’eroina degli anni 80) è ormai diventato il sostegno materiale su cui si basano le maggiori espressioni criminali sarde, tanto da aver indotto l’OSCRIM a dedicare tre volumi, il primo dei quali è stato davvero illuminante per il successivo dibattito su Graziano Mesina:  Droghe e organizzazioni criminali in Sardegna (2021), L’Isola sotterranea (2022), La felicità non abita più qui (2023), titolo che coincide con lo sguardo degli antichi sull’eudaimonia della Sardegna nel mondo antico, l’isola più grande del mondo, dove alla rovescia è facile vivere felici perché il tempo si misura in altro modo.

Questa di oggi è una Sardegna per così dire fragile e crepuscolare che conosce diverse tipologie di violenza criminale, cappaci di caratterizzare molti dei fenomeni delittuosi dell’Isola in continuità con il passato, seppure con molti elementi di novità.

Il volume è scritto magnificamente ed è articolato in quattro capitoli, concentrando l’attenzione sugli omicidi negli ultimi 5 anni (di Daniele Pulino), le rapine (di Sara Spanu) e gli attentati (ancora di Daniele Pulino), a questi ultimi due crimini è dedicato il quarto capitolo che riporta lo studio dei relativi costi economici (di Anna Bussu, Domenica Dettori, Maria Gabriela Ladu, Manuela Pulina).

Il saggio introduttivo (di Antonietta Mazzette) offre un possibile modo di leggere

l’evoluzione della violenza criminale in Sardegna.

Antonietta Mazzette notissima nel mondo della sociologa urbana e responsabile scientifica dell’OSCRIM, ha pubblicato su questi temi Il diritto alla città cinquant’anni dopo (SUR, n. 127, 2018); Dualismo in Sardegna (cur. Angeli 2019); Città e territorio in tempi di pandemia (Angeli 2021); Safety, Mobility and Sociality in Urban Spaces.

Sullo sfondo di questo rapporto c’è la voglia di superare ogni convenzione come l’idea preconcetta che la Sardegna di oggi sia sempre uguale a se stessa e in una linea di rigida continuità con il passato.

In età romana la Sardegna interna alla metà del I secolo a.C., era una terra bellissima ma pericolosa: Varrone nel suo De re rustica (1, 16, 2) lamenta il rischio nella coltivazione di agri egregii, quali quelli in Sardinia […] prope Ouselim, a causa dei latrocinia vicinorum , che occorreva reprimere con operazioni militari. Il nome dei Sardi Pelliti alleati di Annibale sembra far riferimento alla mastruca, tanto disprezzata da Cicerone, che parla di mastrucati latrunculi per le vittorie di Albucio alla fine del II secolo a.C. (de prov. cons. VII, 15)) e di pelliti testes per il processo contro il proconsole Scauro (22,45); e Quintiliano osservava che nell’orazione a favore di un governatore disonesto l’Arpinate l’oratore abbia parlato di mastruca solo per sbeffeggiare i Sardi (irridens). Da qui l’atteggiamento ostile del ciceroniano Gerolamo, per il quale è impossibile che la morte di Cristo sia avvenuta solo per conseguire la redenzione di un popolo barbaro, per la mastruca dei Sardi: un popolo che viveva in una terra abitata da uomini luridi e dal colorito livido in una provincia miserabile: Iberam excetram luridos homines et inopem provinciam dedignatus est possidere. Più esplicitamente Isidoro, riprendendo nel VII secolo d.C. Cicerone e Gerolamo, precisa che la mastruca è un indumento quasi mostruoso, perché chi la indossa assume le sembianze di un animale: mastruca autem dicta, quasi monstruosa, eo quod qui ea induuntur, quasi in ferarum habitum transformentur. La caratterizzazione dei Sardi Pelliti è avvicinata a quella dei Getuli Africani da Varrone, per il quale si trattava di tribù di pastori vestiti di pelli di capra: quaedam nationes harum (caprarum) pellibus sunt vestitae, ut in Gaetulia et in Sardinia. I Getuli per Sallustio non conoscevano ancora nel II secolo a.C. neppure il nome dei Romani: un genus hominum ferum incultumque et eo tempore ignarum nominis Romani.

Assieme ai Balari Strabone (5, 2,7) ricorda i popoli collocati sulle montagne della Sardegna settentrionale: «sono quattro le tribù delle montagne, i Parati, i Sossinati, i Balari, gli Aconiti, i quali vivono nelle caverne e se hanno qualche terra adatta alla semina non la seminano con cura; anzi, compiono razzie contro le terre degli agricoltori e non solo di quelli dell’isola, ma salpano anche contro quelli del continente, soprattutto i Pisani». Bellieni parlava di un popolo di aborigeni mentre immaginava che nei boschi risuonassero <le urla degli assalitori avanzanti in catena, come per una immensa battuta di caccia». Sono forse solo luoghi comuni che trasformano la storia in romanzo. E poi le bardane, i sequestri, la sofferenza che abbiamo conosciuto.

Se ora veniamo a noi, non ho dubbio che gli autori di questo volume sviluppino in dettaglio il pensiero di un grande maestro, Antonio Pigliaru di cui Antonietta Mazzette e indirettamente tutti gli altri autori sono allievi. Eppure nella sostanza i passi in avanti sono moltissimi e si deve constatare un progressivo allontanamento dal maestro, con l’intento di utilizzare un metodo nuovo empirico e di trovare la strada per leggere l’evoluzione della violenza nel tempo come fatto sociale, le trasformazioni, le prospettive. Se c’è una cosa che questo libro dimostra è che la distanza dell’oggi dalla società sarda descritta da Antonio Pigliaru è ora incolmabile. Eppure egli rimane la figura centrale per comprendere il rapporto tra cultura e violenza in Sardegna. Colpisce quanta strada sia stata compiuta in questi anni.

Nel suo lavoro più noto, La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico, Pigliaru analizza la vendetta non come atto irrazionale, ma come parte di un vero e proprio sistema normativo, che fa parte dell’identità stessa dell’isola e che è radicato nella storia della Sardegna. Secondo Pigliaru, nelle società agro-pastorali barbaricine esisteva un codice d’onore che regolava i comportamenti: la vendetta non era arbitraria, ma seguiva regole precise di proporzione, responsabilità e riparazione. In questo senso, la violenza non era devianza, ma forma di giustizia alternativa in assenza o debolezza dello Stato. La vendetta svolgeva funzioni sociali: ristabilire l’equilibrio violato, difendere l’onore individuale e familiare, garantire ordine all’interno della comunità Pigliaru sottolineava però il carattere tragico e conflittuale di questo sistema immutabile: era un ordinamento efficace, ma fondato sulla violenza, e quindi destinato a entrare in tensione con il diritto statale moderno. Egli aveva colto che con la modernizzazione, questo codice era entrato in crisi, ma non era scomparso del tutto: sopravviveva come modello culturale implicito, influenzando ancora oggi alcune forme di gestione dei conflitti. Il contributo di Pigliaru è stato fondamentale perché suppone che la violenza in Sardegna non è semplicemente criminalità, ma un fenomeno storicamente radicato, culturalmente strutturato e socialmente significativo.

A me sembra che questo volume superi ogni teorema astratto e parta concretamente dalla realtà di oggi e costruisca un percorso che alla fine fa intravvedere molte novità rispetto al quadro tradizionale, per quanto la violenza non sia un elemento esterno alla società, ma una sua componente interna, una possibilità nelle relazioni sociali, per il fatto che gli autori di reati sono immersi nello stesso tessuto culturale, economico e simbolico in cui vivono tutti gli altri.

Uno dei fili conduttori dell’intero volume è la tensione tra cambiamento e continuità della violenza in Sardegna, intesa come possibilità interna alle relazioni sociali, che emerge quando specifiche condizioni culturali, economiche e territoriali la rendono praticabile, e talvolta persino legittima. Occorre interrogarci su come come la violenza si radichi dentro il tessuto sociale stesso.

Vorerei partire da un’osservazione di fondo: la Sardegna contemporanea è profondamente diversa da quella del passato: sono mutate le condizioni economiche, si sono trasformate le strutture sociali, sono cambiati i modelli di sviluppo.

Eppure, alcune forme di violenza persistono. Non si tratta di una sopravvivenza immobile, ma di una trasformazione adattiva: la violenza si riduce in alcune forme (come gli omicidi), si riorganizza in altre (rapine, attentati, traffici illegali), cambia linguaggio, ma non scompare

In particolare, il volume mostra come il nucleo storico della violenza resti nella Sardegna centro-orientale, ma con una diffusione più ampia e una capacità di proiezione anche fuori dall’isola.

Per comprendere questa evoluzione, il volume propone una distinzione fondamentale tra diverse forme di violenza: violenza legata a disordine sociale e fragilità normativa, violenza diretta, fisica e immediata, violenza strategica, pianificata e finalizzata, violenza indiretta, connessa ad attività come il narcotraffico.

Questa classificazione è cruciale perché mostra che la violenza non è un fenomeno unico, ma un insieme di pratiche diverse, con logiche, attori e significati differenti.

Del resto da un lato, la Sardegna contemporanea è molto diversa da quella del passato: sono mutate le condizioni economiche, sociali e infrastrutturali. Dall’altro lato, permane una continuità profonda: il ricorso alla violenza come strumento per risolvere conflitti, affermare potere o ottenere vantaggi economici. Questa continuità non va letta in modo deterministico. Mi sembra essenziale rilevare che non si tratta di una “natura violenta” dell’isola, ma della persistenza talora di modelli culturali e pratiche sociali che continuano a dare senso e legittimazione, in alcuni contesti, all’uso della forza.

Entrando nei singoli capitoli, il contributo sugli omicidi offre un primo elemento di riflessione. I dati mostrano una diminuzione significativa degli omicidi, in linea con il contesto nazionale. Tuttavia, questa riduzione non equivale a una scomparsa della violenza, ma segnala un suo spostamento verso altre forme, che si sviluppano anche grazie alla disponibilità delle armi.

Ciò che colpisce è la persistenza delle caratteristiche sociali dell’omicidio: avviene spesso tra persone che si conoscono, è radicato in relazioni di prossimità, si sviluppa in contesti familiari o comunitari.

Non è quindi una violenza casuale, ma una violenza relazionale, che riflette tensioni interne alla società. Particolarmente rilevante è anche la dimensione di genere: i femminicidi mostrano come la violenza sia ancora profondamente legata a asimmetrie di potere nelle relazioni affettive.

In sintesi: la violenza più estrema diminuisce nei numeri, ma continua a esprimere modelli culturali profondi.

Il quadro si complica ulteriormente con l’analisi della violenza predatoria tra quotidianità e spettacolo.

Sara Spanu disegna una doppia dimensione, quella dell’ordinarietà (La maggior parte delle rapine è diffusa, poco remunerativa, inserita nella quotidianità urbana; questa dimensione rappresenta una criminalità “normale”, quasi banalizzata) e quella della spettacolarità: esiste una violenza altamente organizzata: assalti ai portavalori, uso di armi pesanti, pianificazione dettagliata Questi eventi, pur meno frequenti, hanno un forte impatto simbolico e mediatico.

Quello che emerge è un dato culturale importante: la violenza non è solo reazione o bisogno, ma può essere competenza, organizzazione, strategia, balentìa.

Uno dei contributi più profondi del volume riguarda gli attentati intimidatori, che utilizzano la violenza come linguaggio. Qui la violenza assume una funzione specifica: non solo colpire, ma comunicare. Gli attentati diventano: messaggi, segnali di potere, strumenti di controllo del territorio. La loro forza non sta solo nel danno materiale, ma nel significato sociale.

Questi atti seguono schemi ricorrenti: modalità simili, bersagli riconoscibili, tempi prevedibili. La violenza diventa così rituale, cioè riconoscibile e socialmente codificata. Un elemento decisivo è il ruolo della comunità che osserva, interpreta, spesso non reagisce Il silenzio, la paura o l’adattamento contribuiscono a rendere efficace la violenza. In questo senso, la violenza intimidatoria funziona perché coinvolge non solo la vittima, ma l’intero contesto sociale.

Tutti i fenomeni analizzati mostrano una forte dimensione territoriale. Le aree più colpite sono spesso periferiche o rurali, presentano fragilità economiche, mostrano forme ambivalenti di coesione sociale. Ma non possiamo vedere un destino irrevocabile segnato astrattamente per i Sardi. Emerge un punto fondamentale: non è solo la povertà a generare violenza, ma la combinazione tra: debolezza istituzionale, isolamento, reti sociali chiuse.  In questi contesti, la violenza può diventare mezzo di regolazione dei conflitti, strumento di potere, alternativa alle istituzioni e alle forze dell’ordine, che debbono adottare le strategie di contrasto, gli interventi di prevenzione, le azioni per spezzare la spirale dell’intimidazione.

Un aspetto spesso trascurato è il costo economico della violenza. Il volume dimostra che la criminalità violenta produce danni materiali diretti, perdita di reddito, costi per sicurezza e prevenzione a danno dei sistemi locali del lavoro in Sardegna.  Ma soprattutto genera effetti più ampi come la riduzione degli investimenti, il peggioramento della qualità della vita, l’aumento delle disuguaglianze.  In alcuni territori, pochi eventi possono avere un impatto enorme, compromettendo lo sviluppo locale, con danni economici giganteschi.

Questo porta a una conclusione la violenza non è solo un problema di ordine pubblico, ma un fattore strutturale di sviluppo che deve essere contrastato soprattutto con l’attivazione di reti di solidarietà.

Mettendo insieme tutti i contributi e proponendo una lettura integrata, emerge una spiegazione complessa. La violenza persiste perché è sostenuta da più fattori culturali (modelli di gestione del conflitto, legittimazione implicita della forza), sociali (relazioni dense e conflittuali, ruolo ambiguo delle comunità), economici (fragilità e opportunità illegalità), territoriali: isolamento, debole presenza istituzionale, organizzativi (competenze criminali, capacità strategiche).

La violenza, dunque, non è residuo del passato, ma fenomeno attuale e adattivo in evidente evoluzione.

Tornerei allora alla domanda iniziale, a che punto è la notte? La domanda del titolo resta aperta e, forse, volutamente senza risposta definitiva. Non siamo più nella Sardegna del banditismo tradizionale: gli omicidi diminuiscono, alcune forme di violenza si riducono.

Ma non siamo neppure in una società completamente pacificata: la violenza si trasforma, si organizza, si normalizza in alcuni contesti: La “notte nera” non è finita, ma è cambiata: meno visibile, più complessa, più diffusa nelle pieghe della società

Il volume ci invita quindi a guardare oltre gli stereotipi e a riconoscere che: la violenza non è un’anomalia da eliminare una volta per tutte, ma una possibilità sempre presente, che va compresa, interpretata e contrastata nelle sue radici culturali e sociali: si tratta di un prodotto collettivo che richiede uno sguardo sociologico rinnovato. Queste pagine offrono una lezione per me fondamentale: la Sardegna non è una “terra violenta”, perché non ci sono terre violente in astratto. La vera sfida, suggerita implicitamente dagli autori, non è solo repressiva, ma culturale e sociale: rafforzare i legami comunitari, ridurre le disuguaglianze, spezzare i meccanismi di legittimazione della violenza. In definitiva, il volume ci invita a cambiare prospettiva: non chiedersi solo “quanta violenza c’è”, ma perché esiste, come si trasforma e quali significati assume nella società sarda contemporanea.

Se ci lasciamo alle spalle gli stereotipi e le provocazioni (penso ad Alfredo Niceforo e alla “zona delinquente” di Caccia Grossa di Giulio Bechi) riconosciamo che la violenza non è un’anomalia da eliminare una volta per tutte, connessa ad un determinismo sociale e ambientale, ma una possibilità che va compresa, interpretata e contrastata nelle sue radici culturali e sociali: si tratta di un prodotto collettivo che richiede uno sguardo sociologico rinnovato.Inizio modulo

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Tornerei al titolo del volume che è stato ispirato dal Machbeth di Schakespeare, ce lo hanno ricordato Antonietta Mzazeette e Salvatore Morittu. C’è un brano della Bibbia che mi è molto caro, quando Isaia (21, 11-12) immagina nell’Idumea sul Monte Seir nel silenzio angoscioso della notte, un passante che chiede alla vedetta collocata sulla torre più alta: «Shomèr ma mi-llailah?», «Sentinella, quanto resta della notte?».

La sentinella, quasi un oracolo benefico, risponde dall’alto della sua postazione:

«La notte sta per finire, ma l’alba del nuovo giorno non è ancora arrivata.

Tornate, domandate, insistete».

La notte nera in cui si trova attualmente nostra Isola, la recessione, la crisi profonda fatta anche di omissioni, di pigrizie, di interessi personali speriamo stia per finire, il baratro finanziario, il malessere economico e culturale possono ormai essere alle spalle, e l’alba si annuncia con tutte le sue speranze: a me sembra che questo volume indichi senza pregiudizi nuove strade attraverso le quali Sardi possano superare definitivamente questa fase drammatica della loro storia credo con dignità e rispetto per le persone, cercando di rispondere alle attese, di sentire il parere di tutti, di collegare tra loro i terrori e le esperienze della Sardegna, con orgoglio di appartenenza e una speranza.

In queste pagine vediamo anche una realtà in crescita continua, una realtà viva, dinamica, positiva. Da domani: spetta a noi, in particolare ai nostri giovani, vigilare perché la luce dell’alba del giorno nuovo illumini un futuro di serenità e di impegno.

Tornate, domandate, insistete è la risposta della sentinella sulla torre nella notte.

Da una Sirte all’altra

Attilio Mastino, En savoir plus sur la navigation sur les deux Syrtes, in D’une Syrte à l’autre, Actes du colloque interntional Mahdia 2-3-4 décembre 2019, III, The two Syrtes between sea and Sahara through History: a space of echange, rivalry and conflict, Textes réunis et présentés par Hafedh ABDOULI, Anna LEONE, Salem MOKNI, Durham 2025, pp. 11-48

Déjà à la fin de l’ère républicaine à Rome, une connaissance
complète des routes, des atterrissages et des ressources d’un
territoire, celui de l’Afrique numide, était restée acquise,
restait longtemps enveloppée dans un halo de mystère. Et
pourtant, malgré des informations adéquates, qui apparaissent
à maintes reprises dans les sources, les écrivains de l’époque
Augusta préfèrent conserver une connotation négative et
terrifiante aux Syrtes, dans le flot d’une tradition littéraire
désormais consolidée. Dans l’Énéide, Virgile souligne cette
caractérisation fabuleuse, basée sur les dangers pour la
navigation et la présence de populations barbares et hostiles;
on peut peut-être localiser l’épisode de la tempête, dans la
mer des Syrtes, qui reprend l’idée d’Apollonius Rodius pour
l’itinéraire suivi par les Argonautes. Selon une interprétation
que j’avais discutée et que j’avais présentée à l’occasion
de la conférence promue en 1987 par l’École française de
Rome, Aeneas aurait atteint le point le plus méridional de
la Méditerranée, jusqu’à la Grande Syrte, à la localité des
Arae Philaenorum, qui a ensuite marqué la frontière entre
les provinces romaines de l’Afrique proconsulaire et de la
Cyrénaïque. La discussion doit maintenant être étendue à
l’âge flavien et à l’âge Antonin, afin d’augmenter le nombre
de sources littéraires sur la base d’une enquête approfondie
menée à cette occasion. Nous fournirons une mise à jour des
dernières études, avec une attention particulière pour les lieux
suivants : Arae Neptuniae, lieu mythique de l’épave d’Aeneas
(Rock Keith, banc de Scherki), Arae Philenorum en Libye,
lieu mythique situé dans la Grande Syrte, de la Petite Syrte
et de Kerkenna. La recherche s’étend maintenant de l’époque
d’Auguste à l’époque impériale et est commentée à la lumière
des dernières études sur les mosaïques illustrant des scènes de
ports placés dans les deux Syrtes, des épaves de navires, une
navigation dangereuse, même à la fin de l’ère de la navigation
de l’apôtre Paul. Pour arriver à la fin de notre époque et au
VIe siècle, en pleine époque byzantine chez la Iohannis de
Corippe: ici la gamme des peuples qui habitent les Syrtes
est plus large, le Nasamones pinnati, qui est « ailé » ou « à
plumes », qui rappelle les sardes dévoués de Sardus Pater, fils
de l’Africain Maceris-Heraklés