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Da una Sirte all’altra

Attilio Mastino, En savoir plus sur la navigation sur les deux Syrtes, in D’une Syrte à l’autre, Actes du colloque interntional Mahdia 2-3-4 décembre 2019, III, The two Syrtes between sea and Sahara through History: a space of echange, rivalry and conflict, Textes réunis et présentés par Hafedh ABDOULI, Anna LEONE, Salem MOKNI, Durham 2025, pp. 11-48

Déjà à la fin de l’ère républicaine à Rome, une connaissance
complète des routes, des atterrissages et des ressources d’un
territoire, celui de l’Afrique numide, était restée acquise,
restait longtemps enveloppée dans un halo de mystère. Et
pourtant, malgré des informations adéquates, qui apparaissent
à maintes reprises dans les sources, les écrivains de l’époque
Augusta préfèrent conserver une connotation négative et
terrifiante aux Syrtes, dans le flot d’une tradition littéraire
désormais consolidée. Dans l’Énéide, Virgile souligne cette
caractérisation fabuleuse, basée sur les dangers pour la
navigation et la présence de populations barbares et hostiles;
on peut peut-être localiser l’épisode de la tempête, dans la
mer des Syrtes, qui reprend l’idée d’Apollonius Rodius pour
l’itinéraire suivi par les Argonautes. Selon une interprétation
que j’avais discutée et que j’avais présentée à l’occasion
de la conférence promue en 1987 par l’École française de
Rome, Aeneas aurait atteint le point le plus méridional de
la Méditerranée, jusqu’à la Grande Syrte, à la localité des
Arae Philaenorum, qui a ensuite marqué la frontière entre
les provinces romaines de l’Afrique proconsulaire et de la
Cyrénaïque. La discussion doit maintenant être étendue à
l’âge flavien et à l’âge Antonin, afin d’augmenter le nombre
de sources littéraires sur la base d’une enquête approfondie
menée à cette occasion. Nous fournirons une mise à jour des
dernières études, avec une attention particulière pour les lieux
suivants : Arae Neptuniae, lieu mythique de l’épave d’Aeneas
(Rock Keith, banc de Scherki), Arae Philenorum en Libye,
lieu mythique situé dans la Grande Syrte, de la Petite Syrte
et de Kerkenna. La recherche s’étend maintenant de l’époque
d’Auguste à l’époque impériale et est commentée à la lumière
des dernières études sur les mosaïques illustrant des scènes de
ports placés dans les deux Syrtes, des épaves de navires, une
navigation dangereuse, même à la fin de l’ère de la navigation
de l’apôtre Paul. Pour arriver à la fin de notre époque et au
VIe siècle, en pleine époque byzantine chez la Iohannis de
Corippe: ici la gamme des peuples qui habitent les Syrtes
est plus large, le Nasamones pinnati, qui est « ailé » ou « à
plumes », qui rappelle les sardes dévoués de Sardus Pater, fils
de l’Africain Maceris-Heraklés

Un antico viaggio per mare da Cartagine a Carales e un sogno d’amore

Il poeta Draconzio e l’epitalamio per le nozze del nobile Giovanni di Carales e la bella Vitula di Sitifis (età Vandala). Le figure mitiche che accompagnano con benevolenza i viaggiatori nel Mediterraneo antico

Nel cuore del Mediterraneo antico, quando le rotte non erano soltanto vie di commercio ma sentieri del destino, anche gli uomini sembravano seguire le orme degli dei. Dalle rive di Cartagine, consacrata a Venere, prende avvio un viaggio che non è soltanto umano. È il riflesso, quasi un’eco, del grande cammino di Enea, che dalle coste d’Africa guardava verso l’Ausonia, sospinto dal fato e dalle tempeste.  Gli sposi raccontati da Draconzio in età vandala percorrono lo stesso itinerario che un tempo condusse Enea tra tempeste e approdi, tra la paura del naufragio e l’approdo salvifico. Ora, quel viaggio si rovescia: non più fuga e destino, ma promessa e unione.  E allora il mito si anima. Dalle profondità del Mare Sardo emergono le creature antiche: le Ninfe del mare, i Tritoni, le Nereidi. Intorno a loro si raccoglie la corte di Forco, e persino i mostri degli abissi si fanno festosi, come chiamati a celebrare un’unione che riguarda non solo gli uomini, ma l’ordine stesso del cosmo.  Tra le onde, su un delfino inquieto, appare Galatea; le acque si accendono di luce quando Venere sorride, mentre il giovane Cupido, sospeso tra cielo e mare, sparge rose e ferite, dolcezza e fuoco, mescolando amore e pericolo come miele e veleno.  Ancora una volta è Venere, madre e guida, a rivolgersi a Eolo: placa i venti, distendi il mare, rendi lisce come marmo le acque azzurre. Così la nave potrà avanzare sicura, senza tempesta, verso i lidi della Sardegna, ut ratis incolumis Sardorum litora tangatt.

Del restp il mare non è mai soltanto acqua: è memoria viva di presenze divine. Le rotte si piegano verso le isole Eolie, là dove regna Eolo, custode dei respiri del mondo, e dove ancora si aggira l’ombra primordiale di Forco, signore degli abissi e dei mostri.

Del corteo che accompagna l’incontro di Venere-Cipride e di Eolo ad occidente delle Eolie e nel tragitto verso Carales fanno parte le Ninfe del mare (pelagi Nymphae di v. 146), i Tritones, al servizio delle Nereidi, in un coro spumeggiate, e i clienti di Forco (Forcique clientes) e ogni altro terribile mostro che, nascosto dalle profondità dei gorghi, emergerà a esultare tra le creste delle onde del Mare Sardum; sedendo tra costoro su di un minaccioso delfino, Galatea (una delle figlie di Nereo e Doride) spruzzerà d’acqua Nettuno; al grondare del liquido egli avrebbe scrollato il capo e la barba, tra i sorrisi di Dione. Mentre Cupido, l’alato figlio di Venere, svolazzando sul mare con le ali, già spargendo ingannevolmente rose, scaglia però frecce infuocate sui compagni marini ed infiamma, implacabile, le fredde acque del mare, affinché gli elementi naturali vengano a unirsi a nozze. Il corteo di Forco appartiene ad un’antichissima tradizione letteraria, che tocca il Tirreno e la Sardegna orientale:  come è noto Caralis (oppidum e promontorium) nella Geografia di Tolomeo è collocata sulla costa orientale della Sardegna, a una longitudine di 32° e 30’ ad E dalle Isole Fortunate e ad una latitudine dall’equatore di 36°. Basterà aver fatto un cenno a questo aspetto, che naturalmente richiederebbe ben altro approfondimento. Così come osserveremo, en passant, la vitalità del repertorio mitologico classico in un’opera scritta da un poeta cristiano.

Non è solo un viaggio: è un passaggio rituale. Dalle coste africane a quelle sarde, attraverso la Sicilia e le isole del vento, si rinnova una geografia sacra già percorsa da eroi e dei. Le antiche rotte dei Fenici e dei Cartaginesi si intrecciano con i culti di Astarte e di Ercole, che uniscono idealmente Erice, Cartagine, Nora e Lilibeo in un unico orizzonte mitico.  Così, nel viaggio degli sposi, rivive un Mediterraneo arcaico e incantato: un mare attraversato non solo da navi, ma da memorie divine;
un mare in cui ogni approdo è anche un ritorno, e ogni unione umana ripete, in forma lieve e mortale, l’eterno incontro tra gli dei.

Nel grembo antico del Mediterraneo, dove il mare conserva il respiro degli dei e il sale è memoria, le rotte degli uomini non sono mai soltanto vie: sono richiami, echi, promesse.

Da Cartagine, consacrata all’amore e al desiderio, si leva una nave come un voto affidato alle acque. Non è solo un viaggio: è un ritorno segreto, un riflesso capovolto del destino di Enea, che un tempo approdò a queste rive sospinto dal fato. Ora, invece, dal suolo africano si parte, lasciando alle spalle il fuoco delle origini per inseguire un orizzonte che profuma di promessa.

Il mare si apre, ma non è mai vuoto. Tra Sicilia e Sardegna, tra le vene profonde delle acque e il respiro dei venti, si destano presenze antiche.

Nelle isole sospese del vento, dove dimora Eolo, l’aria trattiene il fiato, come in attesa di un comando. E più giù, dove la luce si dissolve nell’abisso, regna Forco, custode di ciò che è informe e segreto, padre di meraviglie e di paure. Ma oggi il mare non è ostile. Oggi il mare celebra.

Ma ogni rotta conduce oltre.
Oltre le isole, oltre il mare, verso la terra promessa di Lazio, dove un tempo si compì il destino di Enea e dove ogni viaggio trova compimento. E allora tutto si ricompone.

Cartagine e Lazio, Sicilia e Sardegna non sono più distanze, ma note di un unico canto. Le vie dei Fenici, i sogni degli eroi, i passi degli dei: tutto si intreccia in un’unica trama luminosa. Nel viaggio degli uomini rivive quello degli dei.
Nel loro approdo, un’antica memoria si rinnova.

E il mare, eterno testimone, custodisce ogni promessa — trasformando ogni partenza in un mito, ogni incontro in un destino, ogni amore in qualcosa che, per un istante, somiglia all’eternità.

(A.Mastino, L’amore coniugale nella Sardinia vandala: le roselline di Sitifis e l’erba sardonia simbolo poetico dell’unione tra Ioannes e Vitula. Nota sui rapporti artistici tra il regno vandalo africano e la più grande delle sue province transmarine, in Deputazione di Storia Patria per la Sardegna, Studi in memoria di Renata Serra, a cura di L. D’Arienzo, I, Cagliari 2023, pp. 163-178). 

Il calendario dei festeggiamenti in onore di Augusto e dei suoi successori: la pax Augusta

  1. Il calendario dei festeggiamenti in onore di Augusto e dei suoi successori (nella foto: la Sardinia filo-cesariana nelle Res Gestae divi Augusti, copia dall’Ara Pacis a Roma)

L’organizzazione del culto imperiale in Sardegna è stata studiata nel dettaglio, con risultati davvero significativi, che confermano l’importanza dell’organizzazione religiosa ufficiale al fine della definizione del calendario delle celebrazioni urbane e provinciali[1]: già Duncan Fishwick aveva proposto alcune linee interpretative che restano sostanzialmente valide, pur senza arrivare ad un discorso di carattere geografico e territoriale[2]. In passato era già stata messa in evidenza l’ampiezza della documentazione relativa al flaminato ed al flaminato perpetuo in Africa, in Sicilia ed in Sardegna, «territori che subirono l’occupazione o comunque influssi cartaginesi»: Silvia Bassignano ne aveva ricavato l’impressione che il flaminato si sia progressivamente adattato su una struttura precedente, in particolare che i flamini abbiano sostituito i curiones delle curiae[3]. Il flaminato africano potrebbe esser stata «una semplice trasposizione in termini latini di sacerdozi indigeni con il mantenimento di una suddivisione in tre classi» (flamini perpetui, flamini, flamini annui); in ogni caso «l’organizzazione sacerdotale indigena» potrebbe aver offerto «tali elementi di affinità da consentire la diffusione su vasta scala del flaminato». Sull’altro versante, da un punto di vista geografico, le circoscrizioni diocesane dovettero sovrapporsi con il precedente ambito dell’organizzazione imperiale: noi troviamo documentata la divisione in diocesi (per la capitale provinciale Carales) a partire dal concilio antidonatista di Arelate all’indomani della pace constantiniana, ma essa risale sicuramente al secolo precedente; del resto abbiamo in passato richiamato l’attenzione sulle ripetute pronunzie della sede romana sulla maggiore antichità della chiesa cagliaritana, come testimonia la lucida sentenza che ricorda come l’organizzazione diocesana in Sardegna sia da intendersi in una linea di continuità con la geografia delle principali sedi del culto imperiale gestito dai flamines provinciali nella capitale Carales a partire dall’età di Augusto[4].

Noi oggi abbiamo un’idea imprecisa di cosa abbia significato la complessa struttura del culto imperiale, che marca nel tempo l’adesione delle classi dirigenti cittadine e provinciali agli obiettivi del potere imperiale, scandendo il tempo attraverso gli anniversari principali dell’anno legati alla domus degli Imperatori[5]; possiamo solo immaginare quanto abbia pesato il cursus honorum dei sacerdoti addetti al culto imperale per la nascita di un vero e proprio ascensore sociale per le famiglie capaci di ottenere posizioni di prestigio, riconoscimenti ufficiali che toccavano l’ambito sacro ma anche garantivano migliori carriere municipali. Quando gli imperatori divennero cristiani, la struttura resistette per oltre un secolo come se nulla fosse accaduto, soprattutto in alcune province, come in Africa: qui abbiamo la certezza che flamini e sacerdoti operarono simbolicamente ben oltre le disposizioni che imponevano il rientro nelle città di provenienza dei sacerdotales che avevano esercitato a livello provinciale la funzione religiosa. Per uno strano gioco del destino, anche se gli imperatori del V secolo cercano di liberare la capitale Cartagine dell’onere rappresentato dalla presenza di sacerdoti ed ex sacerdoti provinciali pagani già con l’editto di Onorio e di Teodosio II del 415 d.C.[6], il concilium provinciale così come il più ampio concilium della diocesi d’Africa sembra abbiano continuato a riunirsi in un contesto cristiano: evidentemente cambiano funzioni ed obiettivi del culto, vengono introdotte limitazioni dovute soprattutto alla necessità di ridurre i contrasti religiosi (pagani/cristiani), con lo scopo di sostenere economicamente le curie delle colonie e dei municipi delle province africane, proibendo ai curiales più ricchi di restare stabilmente nella capitale per sottrarsi ai munera dovuti in patria[7]. Analoghi problemi si pongono per la Sardegna e ci si interroga sul momento finale dell’organizzazione provinciale e cittadina che ancora si occupa di celebrare le principali ricorrenze della famiglia degli Augusti, nell’ambito dell’adesione dell’aristocrazia municipale pagana alla politica imperiale, con un progressivo slittamento verso il calendario delle festività cristiane[8]: un aspetto essenziale del culto imperiale a Carales e in provincia è quello della sopravvivenza del flaminato in età vandala, magari con nuove funzioni che lentamente si affermano. Non sappiamo esattamente cosa succede con la fine dell’impero in Occidente e in Sardegna con l’arrivo dei Vandali, in una terra dove il flaminato era rimasto a lungo vitale. Al flaminato maschile faceva riscontro, ancora in ambito provinciale così come in ambito cittadino, il flaminato femminile, documentato in Sardegna soltanto a Carales, a Nora e a Forum Traiani: conosciamo a Cagliari un epitafio posto a cura del quartiere cittadino ove sorgevano i templi di Marte e di Esculapio (Vicus Martis et Aesculapi), che menziona la flaminica perpetua Titia Flavia Blandina, onorata forse per decreto dei decurioni, con una tomba realizzata in seguito ad una pubblica sottoscrizione (CIL X 7604). Una base di statua fu invece dedicata ancora per decreto del consiglio municipale, a spese della cassa cittadina, per onorare la flaminica Giulia Vateria figlia di Vaterio. A Nora forse già in età augustea una flaminica, sacerdotessa delle imperatrici vive o divinizzate (nel caso specifico Livia), Favonia M(arci) f(ilia) Vera, è onorata con una statua nel foro norense (CIL X 7541; AE 2009, 446). Infine conosciamo una flaminica anche a Forum Traiani (R. Zucca).


[1] P. Ruggeri, “Per un riesame del dossier epigrafico relativo all’organizzazione del culto imperiale in Sardegna”, in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigrafia, Sassari, 1999, pp. 151-169.

[2] D. Fishwick, Un sacerdotalis provinciae Sardiniae à Cornus (Sardaigne), in “CRAI”, 1997, pp. 449-459 e Id., A priestly career at Bosa, Sardinia, inImago antiquitatis. Religions et iconographie du monde romain, Mélanges offerts à Robert Turcan, Paris 1999, pp. 221-228; Id., The Imperial cult in latin West. Studies in the Ruler Cult of the Western Provinces of the Roman Empire. III: Provincial Cult. Part 1: Institution and Evolution, Leiden-Boston-Köln 2002, pp. 134 s.; Id.,The Imperial cult in latin West, cit., part 2: The Provincial Priesthood, Leiden-Boston-Köln 2002, pp. 212, 214, nr. 3.

[3] M.S. Bassignano, Il flaminato nelle province romane dell’Africa, Roma 1974.

[4] A. Mastino, La Sardegna cristiana in età tardo-antica, in La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Magno, Atti del Convegno nazionale Cagliari 10-13 ottobre 1996, a cura di A. Mastino, G. Sotgiu, N. Spaccapelo, Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, Studi e ricerche di cultura religiosa, Nuova Serie, I, Cagliari 1999, p. 298.

[5] C. Letta, Tra umano e divino. Forme e limiti del culto degli imperatori nel mondo romano, Sarzana-Lugano 2020.

[6] Codice Teodosiano, XVI, 10, 20), datata al 30 agosto 415.

[7] A. Mastino, La superflua turbadei sacerdotales paganae superstitionis espulsi da Cartagine il I novembre 415: la fine del culto imperiale in Africa, i concilia delle province e della diocesi e le sopravvivenze del flaminato, in Topographia Christiana Universi Mundi, Studi in onore di Philippe Pergola (Studi di antichità cristiana pubblicati a cura del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, a cura di G. Castiglia, C. Dell’Osso, Città del Vaticano 2023, pp. 481-500.

[8] Nel 527 conosciamo ad Ammaedara oggi Haidra in Tunisia un fl(amen) p(er)p(etuus) C(h)ristianus, CIL VIIII 10516 = 11528.

Salvatore Naitana, Il muflone, un emblema della Sardegna

Premessa

La Sardegna, per la sua posizione al centro del Mediterraneo occidentale e per la particolare conformazione del suo territorio, ha sempre rappresentato una terra di frontiera, insieme prossima e distante rispetto ai grandi processi storici che hanno attraversato il mondo antico, per Lucien Febvre île conservatoie e non île carrefour). Isola frequentata, attraversata, talvolta dominata, ma mai completamente assimilata, essa ha conservato nel tempo caratteri di singolare continuità, che si riflettono tanto nella storia delle sue popolazioni quanto nella persistenza di forme naturali arcaiche, sopravvissute alle trasformazioni che altrove hanno cancellato paesaggi, specie e tradizioni.

Già gli autori greci e latini percepirono con chiarezza questa peculiarità. La Sardegna appariva ai loro occhi come una terra aspra, montuosa, difficile da governare e da comprendere, abitata da genti che vivevano in stretto rapporto con un ambiente severo e, per certi aspetti, immutabile; fertile comunque, ricca di prodotti e di animali utili per l’uomo. In questo quadro, la fauna dell’isola assumeva un valore che andava oltre la semplice descrizione naturalistica: gli animali della Sardegna diventavano segni visibili di una diversità profonda, una identità peculiare, quasi la prova concreta di una distanza culturale e storica dal mondo della civitas greca e romana.

Non sorprende, dunque, che alcune specie animali siano entrate precocemente nel racconto storico dell’isola, divenendo elementi ricorrenti nelle descrizioni, nei miti e nelle rappresentazioni simboliche. Tra queste, il muflone occupa una posizione del tutto particolare. Più di altri animali selvatici, esso è stato percepito come espressione autentica della Sardegna interna, montana e resistente, quella che sfuggiva al controllo diretto dei dominatori e che continuava a vivere secondo ritmi antichi, in una terra dove il trascorrere del tempo si misura in altro modo.

Il muflone, infatti, non è soltanto un animale selvatico, ma una presenza che attraversa il tempo lungo della storia isolana. La sua vicenda si intreccia con le prime forme di occupazione umana, con la nascita delle economie pastorali, con la progressiva organizzazione del territorio e con le successive fasi di dominazione che hanno interessato l’isola. Introdotto verosimilmente quando le comunità umane iniziarono a spostarsi con i loro animali lungo le rotte mediterranee, il muflone trovò in Sardegna un ambiente favorevole, nel quale poté rapidamente inselvatichirsi e stabilire popolazioni stabili.

A differenza di quanto avvenne nella maggior parte dell’Europa continentale, dove le forme selvatiche del genere Ovis scomparvero progressivamente, sostituite da ovini domestici sempre più selezionati, la Sardegna e la Corsica conservarono queste popolazioni arcaiche, che continuarono a vivere ai margini delle società organizzate. Le isole, ancora una volta, si confermarono come luoghi di conservazione, capaci di custodire ciò che la storia tende altrove a cancellare.

Le testimonianze archeologiche mostrano con chiarezza che il muflone non era un animale marginale nelle società preistoriche dell’isola. Le raffigurazioni nuragiche, le incisioni, i bronzetti e le strutture cultuali in cui compare la sua immagine indicano un rapporto che va oltre la semplice caccia o l’utilizzo alimentare. Il muflone appare inserito in un sistema simbolico complesso, nel quale l’animale selvatico rappresenta una forza naturale potente, degna di rispetto e, probabilmente, di venerazione. Le teste di muflone scolpite nei santuari dell’acqua testimoniano una sacralizzazione della specie, legata alla fertilità, al mondo della magìa, alla protezione e al rapporto tra uomo e ambiente.

Le fonti letterarie dell’età romana confermano, seppure con incertezze terminologiche, la presenza e l’importanza del muflone. Strabone di Amasea (età di Agusto), Plinio il Vecchio (età giulio-claudia) e Pausania il Periegeta (II secolo d.C.), nel tentativo di catalogare la natura del mondo conosciuto, menzionano belve (θηροί),  animali che vivono quasi esclusivamente in Sardegna, rivelando al tempo stesso fascino e difficoltà di classificazione. Le oscillazioni tra i termini ophion, musimon e altre denominazioni riflettono una conoscenza imperfetta, ma anche la consapevolezza che si trattasse di una specie distinta, legata in modo indissolubile all’isola. Più in dettaglio Strabone ((60 a.C. – 21 d.C.) 5,2, 7 precisa:  γίνονται δ’ ἐνταῦθα οἱ τρίχα φύοντες αἰγείαν ἀντ’ ἐρέας κριοί, καλούμενοι δὲ μούσμωνες, ὧν ταῖς δοραῖς θωρακίζονται. χρῶνται δὲ πέλτῃ καὶ ξιφιδίῳ (Qui nascono dei montoni che producono pelo (caprino) invece della lana, chiamati mousmones; con le loro pelli si fanno corazze. I Sardi usano inoltre uno scudo leggero (pelta) e un piccolo pugnale (xiphidion).”

Il termine mousmones (μούσμωνες) usato da Strabone è molto interessante perché non indica dei normali montoni domestici.  In realtà si riferisce ai mufloni, cioè pecore selvatiche tipiche delle zone montuose della Sardegna e della Corsica.

Più precisamente sembra necessario ammettere che mousmones è la forma greca di una parola locale (probabilmente preromana o paleosarda); i mufloni sono caratterizzati da pelo corto e ruvido (non vera lana → ecco perché Strabone dice “pelo caprino”); grande adattamento alla montagna; corna ricurve nei maschi

Il passo di Strabone quindi ci dice due cose importanti: che in Sardegna esistevano già in antico questi animali selvatici; che le loro pelli venivano usate come protezione (una sorta di corazza)

Il termine greco μούσμωνες (mousmones) riportato da Strabone non è propriamente greco: è quasi certamente una trascrizione di una parola locale sarda. Nel tempo, questa parola ha seguito un’evoluzione fonetica abbastanza tipica.

Oggi il nome italiano muflone deriva proprio da questa lunga trasformazione.

Si tratta di un caso molto interessante perché:

  • conserva una parola probabilmente prelatina della Sardegna
  • mostra come i Greci (come Strabone) trascrivevano nomi “stranieri”
  • collega direttamente il mondo antico alla lingua moderna

In pratica, quando oggi diciamo “muflone”, stiamo usando una parola che ha oltre 3000 anni di storia

Con l’avanzare della romanizzazione e l’introduzione sistematica dell’allevamento ovino domestico, il muflone viene progressivamente escluso dagli spazi produttivi e relegato nelle aree più impervie. È un processo che non riguarda soltanto un animale, ma un intero modello di rapporto con il territorio: la Sardegna agricola e pastorale, integrata nei circuiti economici dell’Impero, convive con una Sardegna interna, montana, meno controllabile, in cui sopravvivono forme di vita più antiche. In questo senso, il muflone diventa il simbolo biologico di una marginalità che è insieme geografica e culturale.

Il silenzio delle fonti medievali non interrompe questa continuità. La mancanza di riferimenti espliciti non implica l’assenza della specie, ma piuttosto la sua collocazione stabile in un mondo periferico, lontano dalle cronache e dai documenti ufficiali: del resto l’antica Barbaria (l’attuale Barbagia sui Montes Insani del Gennargentu) era stata frantumata nei quattro giudicati medioevali, in modo da poter esser meglio controllata. Solo con l’età moderna e con la nascita di un interesse scientifico per la storia naturale dell’isola il muflone riemerge con maggiore chiarezza nelle descrizioni di viaggiatori e naturalisti, che ne riconoscono il valore emblematico.

Nel corso dell’Ottocento e del Novecento, tuttavia, questo equilibrio antico viene messo seriamente in discussione. La caccia indiscriminata, la trasformazione del territorio e l’aumento della pressione antropica conducono a una drastica riduzione delle popolazioni di muflone, fino a minacciarne la sopravvivenza stessa. Solo in tempi relativamente recenti, grazie a una rinnovata consapevolezza culturale e scientifica, la specie ha potuto beneficiare di misure di tutela che ne hanno permesso la parziale ripresa.

Questo volume di Salvatore Naitana, un amico carissimo ma soprattutto il più importante specialista del settore, si colloca in una prospettiva che potremmo definire di storia lunga, nella quale il muflone viene osservato non soltanto come oggetto di studio zoologico, ma come parte integrante della storia della Sardegna. La sua presenza racconta una vicenda che unisce natura e cultura, biologia e memoria, mostrando come le specie animali possano diventare testimoni silenziosi delle trasformazioni storiche.

Studiare il muflone significa, dunque, interrogarsi sul rapporto profondo tra l’uomo e il suo ambiente, sulle scelte compiute nel passato e sulle responsabilità del presente. In un’epoca segnata da rapide trasformazioni e da nuove minacce alla biodiversità, il muflone della Sardegna continua a ricordarci che la storia non riguarda soltanto gli uomini, ma anche gli animali che hanno condiviso con essi lo stesso spazio e lo stesso tempo: questo libro voluto dall’Istituto Sardo per le lettere, le scienze e le arti segna un passo in avanti decisivo che veramente è un dono prezioso per tutti gli studiosi, gli ambientalisti, i giovani sardi.

Attilio Mastino

I mufloni della Sardegna

I mufloni della Sardegna secondo Strabone (60 a.C. – 21 d.C.), Aspettando il volume di Salvatore Naitana

γίνονται δ’ ἐνταῦθα οἱ τρίχα φύοντες αἰγείαν ἀντ’ ἐρέας κριοί, καλούμενοι δὲ μούσμωνες, ὧν ταῖς δοραῖς θωρακίζονται. χρῶνται δὲ πέλτῃ καὶ ξιφιδίῳ.

Ecco la traduzione del passo di Strabone V, 2, 7 sulla Sardegna:

“Qui nascono dei montoni che producono pelo (caprino) invece della lana, chiamati mousmones; con le loro pelli si fanno corazze. I Sardi usano inoltre uno scudo leggero (pelta) e un piccolo pugnale (xiphidion).”

Il termine mousmones (μούσμωνες) usato da Strabone è molto interessante perché non indica dei normali montoni domestici.  In realtà si riferisce ai mufloni, cioè pecore selvatiche tipiche delle zone montuose della Sardegna e della Corsica.

Più precisamente:

mousmones è la forma greca di una parola locale (probabilmente preromana o paleosarda)

– i mufloni sono caratterizzati da: pelo corto e ruvido (non vera lana → ecco perché Strabone dice “pelo caprino”); grande adattamento alla montagna; corna ricurve nei maschi

Il passo di Strabone quindi ci dice due cose importanti: che in Sardegna esistevano già in antico questi animali selvatici; che le loro pelli venivano usate come protezione (una sorta di corazza)

    Evoluzione di mousmones

    Il termine greco μούσμωνες (mousmones) riportato da Strabone non è propriamente greco: è quasi certamente una trascrizione di una parola locale sarda.

    Nel tempo, questa parola ha seguito un’evoluzione fonetica abbastanza tipica: mousmones (greco antico) → musmo / musmon (forme latine o tardo-antiche ricostruite) → murvone / muvrone (forme sarde medievali e moderne) → muflone (italiano moderno)

    Il risultato moderno

    Oggi il nome italiano muflone deriva proprio da questa lunga trasformazione.

    Cosa cambia nei suoni?

    Alcuni passaggi chiave: -sm- → -rv- / -vr-: tipico adattamento nelle lingue romanze locali

    -on- → -one: normalizzazione in italiano

    – perdita o adattamento della desinenza greca -es

    Significato storico

    Questo è un caso molto interessante perché: conserva una parola probabilmente prelatina della Sardegna; mostra come i Greci (come Strabone) trascrivevano nomi “stranieri”; collega direttamente il mondo antico alla lingua moderna

    In pratica, quando oggi diciamo “muflone”, stiamo usando una parola che ha oltre 3000 anni di storia

    Altri cinque magnifici anni, II (2020-2025)

    Questo volume, che si affianca ai tre precedenti dedicati al periodo 2009-2019,
    raccoglie alcuni degli interventi estemporanei sui più disparati argomenti pubblicati
    in tempo reale settimana dopo settimana sul sito web tra il 2020 e il 2025.
    Volgendomi indietro, debbo dire che sono ben consapevole di aver forse esagerato
    con le mille curiosità e le mille piste aperte, certo con un po’ di presunzione; spero
    che il lettore mi perdoni e del resto io stesso inizio a pensare che forse è il caso di
    abbassare il volume, spegnere il ronzio di sottofondo, concentrarmi sugli affetti
    più cari, autoregolarmi. Lo dico con un po’ di ironia, anche se resto convinto che
    per un lungo periodo di tempo ho avuto la fortuna di entrare in contatto con
    tante persone straordinarie e con esperienze davvero uniche: a loro debbo questo
    allargamento di orizzonti e qualche successo. Del resto questi incontri sono stati
    un privilegio grande che forse non sempre ho meritato del tutto. Voglio ricordare
    i primi nove anni della Scuola archeologica italiana di Cartagine con i suoi oltre
    200 soci, i convegni internazionali de L’Africa Romana, gli scavi ad Uchi Maius
    ed a Thignica coi nostri studenti, i congressi internazionali di Epigrafia Greca e
    Latina come a Bordeaux nell’agosto 2022, l’amministrazione dei Musei Reali di
    Torino, la collaborazione nella giuria del premio Grazia Deledda a Nuoro e del
    premio di letteratura sarda ad Ozieri; l’Istituto di studi e programmi per il Mediterraneo;
    l’Istituto sardo di scienze, lettere e arti; la Società degli operai a Bosa; il
    Gremio dei Viandanti nella Faradda Unesco a Sassari. In queste pagine c’è il ricordo
    commosso dei maestri, di tanti carissimi colleghi e amici che hanno lasciato
    un vuoto incolmabile, ai quali penso con rimpianto e gratitudine.
    L’orizzonte di questo libro abbraccia i temi più diversi: la Sardegna nel mondo
    romano (arrivata fino a Cambridge), la Tripolitania, la Cirenaica, l’Africa Proconsolare
    (Cartagine, Vaga, Uchi Maius, Thignica); e poi il mare, le rotte, i porti,
    le strade, la vita religiosa, l’ambiente naturale, la geografia nella storia, il mito,
    la storia del giornalismo. Il culto per i santi, in particolare la figura gigantesca di
    Agostino, che abbiamo potuto ritrovare a Ippona, Cartagine, Cagliari e Pavia.
    Tanti altri luoghi che amiamo.
    In un mondo pieno di conflitti, che va rapidamente trasformandosi, forse sbaglia
    chi tenta – balbettando – di dire parole di pace nella disperazione che arriva dalla
    Terra Santa, sentendo per intero il peso dell’inadeguatezza che io per primo do
    per scontata. Forse però a spingermi c’è stato il desiderio di ritrovare il mondo di
    un tempo e più ancora l’isola solare di un tempo, in particolare un paese complesso
    e positivo, un paese nel quale in realtà ci sono tante cose da amare, che si
    ricordano con la dolcezza di chi è stato accolto senza riserve e di chi ancora ritorna
    per ritrovare il clima di accoglienza, l’amicizia, l’affetto profondo di chi l’ha
    conosciuto davvero. Mi sembra di dover esplicitare il piacere dello stare insieme e
    dell’incontrarsi, per combattere la solitudine e il silenzio, i legami fortissimi con
    le persone che amo, il rapporto con la campagna, il miracolo delle albicocche e della malvasia, l’amore per i gli animali; c’è più ancora sullo sfondo il senso di una
    comunità forte della quale si continua a far parte anche quando fisicamente si è
    lontani, anche nei momenti di dolore e di sofferenza, come in occasione dell’incendio
    del Montiferru: perché – scriveva Grazia Deledda – «fra la cenere cova
    spesso la scintilla, seme della fiamma luminosa e purificatrice» ed è questo che ci
    porta a sperare e ad amare ancora la vita.

    La povera economia della Sardegna romana

    La povera economia della Sardegna romana.

    La monocoltura cerealicola è apparsa finora come l’elemento fondamentale che finì per caratterizzare e determinare il «sottosviluppo» economico della Sardegna in età romana, aggravato dall’imposizione di uno stipendium, un tributo che Cicerone considerava quasi victoriae praemium ac poena belli, una specie di ricompensa per la vittoria romana e di punizione per la guerra fatta dai Sardi e dai Siciliani contro i Romani (in Verrem, 2, 3, 12): la specializzazione nella produzione quasi esclusiva di frumento per la panificazione[1] è apparsa come la principale eredità del periodo punico, se è vero che i Cartaginesi avevano proibito, con la minaccia della pena di morte, la piantagione di alberi da frutto nell’isola, allo scopo di garantire il grano per gli eserciti punici; tale specializzazione in realtà non vi fu e non sempre risponde alla realtà un abbandono delle altre produzioni: oggi sappiamo che <<le numerose fattorie e villaggi scoperti e ancora da esplorare nelle campagne sarde, rappresentano non solo attività economiche ma altrettanto informano sulla vita sociale delle comunità che qui vivevano>>[2]. Cambia dunque la riflessione storica sulla competitività ed i commerci[3], sulle caratteristiche dello sfruttamento coloniale[4] e sulla subordinazione economica e politica con un aumento delle diseguaglianze sociali in età romana[5].

    Tale orientamento continuò in età romana: l’isola garantiva i rifornimenti alla capitale ed agli eserciti dislocati in Africa ed in Oriente, ai quali veniva destinata la decima sarda pagata in frumento (valutata attorno al milione di moggi, cioè a circa 9 milioni di litri), anche se carestie ed altre calamità naturali in qualche occasione resero la produzione del tutto insufficiente, anche a causa degli arcaici mezzi utilizzati per la lavorazione del terreno e la produzione[6]. Già in età repubblicana si calcola una produzione complessiva di oltre 10 milioni di moggi di grano, pari ad 87 milioni di litri: il grano sardo era considerato di buona qualità, con un peso consistente, di 20 libbre e mezzo per moggio, pari a 6,7 kg.[7] Per Cicerone la Sardegna andava considerata uno dei tria frumerntaria subsidia Rei Publicae assieme alla Sicilia e all’Africa (De imperio Cn. Pompei, 34)[8].

     È sicuro che durante la repubblica l’agricoltura sarda doveva essere ben poco sviluppata, se in alcune occasioni non riusciva a garantire neppure l’autosufficienza alimentare. L’estensione dei campi abbandonati alla fine del I secolo a.C. raggiungeva in Sardegna secondo Varrone (1, 16,2) una dimensione notevole in alcune località (forse vicine ad Uselis oppure ad Olbia), anche a causa del brigantaggio. Strabone (5, 2, 7) sostiene che le razzie dei popoli montani (gli Iolei-Diaghesbei) costituivano, assieme con la malaria, un grave inconveniente che riduceva i vantaggi dei suoli adatti alla coltivazione del grano.

    La situazione dové comunque col tempo modificarsi, soprattutto grazie all’attività dei colonizzatori romano-italici ed in conseguenza dell’ampliamento della conquista, che impose nuovi modelli insediativi ed obbedì a nuove strategie di popolamento: fu allora promossa su vasta scala la piantagione di alberi da frutto; si diffuse l’olivicoltura[9], la viticoltura[10], la produzione di agrumi; lo scrittore Palladio attesta forse nel V secolo la coltivazione di cedri nell’isola ed in particolare nel territorio di Neapolis[11], dove dovevano essere conosciute le tecniche per la stagionatura del legno di pino e dove si costruivano case con mattoni (lateres) di paglia e fango, gli attuali “ladiris” del Campidano[12].

     Il retroterra di Turris – la Romania – cioè il territorio abitato dai Romani, da proletari e da militari congedati, ben distinto dalla Barbaria occupata dai Sardi scarsamente romanizzati, conosceva un insediamento sparso abbastanza eccezionale nell’isola; in particolare la pertica di Turris era stata suddivisa fin dalla fine del I secolo a.C. in diverse centinaia di piccole parcelle, assegnate in proprietà ai coloni immigrati: purtroppo è mancata fino ad oggi un’accurata indagine digitale finalizzata a chiarire le dimensioni dei singoli lotti e soprattutto l’orientamento in rapporto ai punti cardinali dei decumani e dei cardines. Numerose fattorie ed agglomerati rustici sorsero accanto alle abbandonate costruzioni megalitiche preistoriche e protostoriche che segnavano profondamente il paesaggio (i nuraghi, le tombe dei giganti, i pozzi sacri attribuiti dalla tradizione al mitico Dedalo): alcuni impianti produttivi (frantoi per la lavorazione delle olive, torchi, pigiatoi e vasche per il vino)[13] sono ora identificati ad esempio presso il nuraghe di Lu Luzzani in comune di Sassari; la produzione vinicola dall’età preistorica è del resto ben documentata come a Sa Osa di Cabras[14]; un vero e proprio laboratorio enologico è stato impiantato in età romana nell’area del nuraghe Arrubiu di Orroli: abbiamo mille testimonianze del “riuso dei nuraghi” o meglio della “riappropriazione” in termini nuovi dei monumenti dell’età del bronzo, della loro rifunzionalizzazione[15].

    Soprattutto grazie all’attività degli immigrati (abbiamo citato a puro titolo di esempio al § 6 i Falesce quei in Sardinia sunt arrivati dall’Etruria meridionale, i Buduntini dell’Apulia; i Siculenses, il negotians Gallicanus di Carales, i coloni di Turris Libisonis, di Tharros e di Uselis, i soldati, in particolare i legionari, i marinai della flotta, ecc.), durante l’età imperiale l’economia sarda appare più florida, in seguito allo sviluppo del colonato ed allo sfruttamento intensivo delle campagne: l’Expositio totius mundi definisce ormai la Sardinia ditissima fructibus et iumentis et est valde splendidissima[16]. Si andò affermando un’aristocrazia terriera molto ristretta e gelosa dei propri privilegi. L’economia schiavistica (con gravi conflitti sociali) fu favorita da alcuni fattori: le caratteristiche del suolo e del clima, l’assenza di piogge abbondanti, la stagionalità legata all’infierire della malaria, che scoraggiava le immigrazioni soprattutto estive, l’ampiezza delle terre incolte, la presenza di terreni silvestri e palustri, le enormi dimensioni assunte dal latifondo, lo sviluppo delle proprietà imperiali gestite da appaltatori[17]: i provvedimenti presi nel 334 d.C. da Costantino sulla ricostituzione delle famiglie di schiavi[18] hanno fatto supporre l’esistenza nell’isola di gravi conflitti sociali e comunque di profondi malumori. Costantino, con l’intento di ridurre l’estensione delle terre incolte e ridare sicurezza alle campagne, decise il trasferimento delle terre di proprietà imperiale dalla conduzione diretta ad una gestione in enfiteusi; ma i vantaggi ottenuti non dovettero essere eccezionali. D’altra parte per la Sardegna la mitica fertilità dell’isola d’occidente esaltata dalle fonti[19] è in realtà alquanto da ridimensionare, dal momento che i coloni e la plebe ruralecitata in una costituzione di Giuliano[20] vivevano in una condizione spesso peggiore di quella degli stessi schiavi ed erano obbligati a svolgere una serie di prestazioni obbligatorie[21].

    La colonizzazione romano-italica causò in alcuni casi la parcellizzazione delle risorse e l’espropriazione dei terreni occupati dagli indigeni, spesso chiusi in nuovi confini ed impediti nelle tradizionali attività pastorali, che anche in ragione della natura dei suoli imponevano un minimo di nomadismo. Fu per questi motivi che nell’isola si sviluppò un’attività artigianale molto limitata e comunque non competitiva[22], forse non sufficientemente motivata da un punto di vista economico e comunque debole e priva di una tradizione qualitativa riconosciuta ed apprezzata sul mercato. È espressamente menzionata l’attività tessile erede di tradizioni puniche legate alla lavorazione della porpora[23] e la produzione del lino sardonico (che meno probabilmente proviene da Fasi nella Colchide, oggi Poti in Georgia)[24]; in particolare il grammatico Polluce parla nel II secolo d.C. di un lino speciale adatto per l’abbigliamento, un sardonikòs chitón, e per tessere reti per la caccia o per la pesca che può essere acquistato in Sardegna perché Sardonikòs significa dalla Sardegna e non della Colchide (Polluce, 5, 26); più volte abbiamo notizia della fornitura militare di toghe e di tuniche originariamente di uso civile (Livio, 30, 3, 1; Plutarco, Gaio Gracco, 2, 2).

    L’abbigliamento più tipico della Sardegna era però la caratteristica mastruca,la veste fatta di pelli di capra, mostruosa se per Isidoro (20, 23, 5) «coloro che la indossano assumono le sembianze di un animale»: d’estate era indossata con il pelo verso l’esterno, d’inverno al contrario, disprezzata da Cicerone[25]. A parte i tessuti spesso colorati con la «tintura sardiniaca» ed il bisso conosciuto come la lana marina, ricavata da un mollusco, la pinna nobilis, sicuramente prodotta nell’isola ancora all’inizio dell’età medievale, per la sottoveste, conduri de rocca: la stessa lana marina, il prezioso bisso, che papa Leone IV chiedeva gli venisse inviato dalla Sardegna nell’851 a qualsiasi prezzo. Altre attività artigianali documentate archeologicamente sono quelle per la produzione ceramica[26], del vetro[27], del metallo; conosciamo l’attività di alcune zecche locali per la produzione di monete[28]. In epoca tardoantica lo sviluppo di scuole artigianali è più evidente[29].

    Le fonti letterarie ci forniscono molti dettagli sul paesaggio della Sardegna, in particolare sulla vegetazione (i pini, i cedri, le querce) e sulla fauna, ricca di grandi greggi di pecore e capre e di mandrie di buoi[30]: i mufloni innanzi tutto (mousmónes-ophìones-sirulugi), che sono un po’ il simbolo di una biodiversità avvertita in modo consapevole già nel mondo antico: essi erano somiglianti ai cervi solo per il loro pelame, ma di stazza più ridotta[31]; ma non mancavano neppure i cervi[32]; e poi la gromphaena-fenicottero simile alla gru e gli altri uccelli misteriosi[33], le selezionate razze di cavalli e di animali da soma, muli e giumenti[34], gli insetti velenosi che diventano più violenti e aggressivi sotto la calura del sole come la solìfuga, i tonni golosi di ‘ghiande marine’ prodotte nei mari sardi, i cetacei o gli arieti di mare, forse del genere orca gladiator. Le informazioni che ci sono rimaste contribuiscono a definire l’ambiente naturale della Sardegna antica ed il paesaggio modificato dall’uomo, con le sue bellezze selvagge ed i suoi problemi, tra cui in primo piano il clima malsano che provocava la malaria, quella pestilentia che colpiva soprattutto gli immigrati, militari e civili[35].

    La scarsa urbanizzazione della Sardegna (l’urbanesimo introdotto dai Fenici ebbe uno sviluppo limitato ad alcune aree costiere) e la caratteristica degli insediamenti favorivano lo sviluppo di un’economia latifondistica, basata sulla monocoltura cerealicola, che richiedeva l’impiego di numerosa mano d’opera servile. Il protezionismo italico limitava enormemente la produzione di olio e di vino nell’isola[36], per quanto sia documentata da Palladio la piantagione di alberi da frutto. L’attività pastorale alimentava invece le produzioni casearie di qualità[37].

     Per il basso impero si è parlato di «deromanizzazione», cioè di imbarbarimento progressivo, un fenomeno accelerato dalla crescita del latifondo, dal fiscalismo, dalla rovina dell’ordine dei curiali (le vecchie aristocrazie cittadine) e dalla sistematica spoliazione delle risorse: a Turris Libisonis nelle fasi tarde è ipotizzato l’arrivo in città di elementi indigeni, che hanno introdotto antiche forme di economia e di produzione nella colonia di cittadini romani; con la decolonizzazione, con il calo delle iniziative esterne e degli investimenti, la Sardegna dimostrò come la romanizzazione era stata in certi casi un fatto superficiale, che poteva regredire rapidamente, proprio per la mancanza di un processo autonomo di maturazione; alcune città conobbero un processo di ruralizzazione ed un improvviso restringimento del perimetro urbano e si svuotarono lentamente, trasformandosi in piccoli accampamenti fortificati; nelle campagne è noto il caso dei Barbaricini che, secondo un’affermazione di Papa Gregorio Magno (a. 593), vivevano «come insensati animali» ed adoravano idoli costruiti in pietra od in legno[38]; in alcuni casi si può parlare di fenomeni di «difesa culturale» e di una naturale regressione delle popolazioni indigene ai livelli più antichi. Tutto ciò può essere articolato sul piano geografico e sul piano diacronico, con le opportune puntualizzazioni e precisazioni, distinguendo le classi inferiori e le classi sociali più elevate, gli abitanti delle città, la popolazione rurale delle ville e le tribù autoctone semi-nomadi.

    Le iscrizioni possono informare sulla vita media delle persone commemorate nei testi, non su quella di intere popolazioni. La speranza di vita alla nascita doveva essere decisamente inferiore a 35 anni, ma l’elevata mortalità doveva essere compensata da altrettanto elevati livelli di natalità. Comunque chi superava i 10 anni, soprattutto se uomo (per le donne c’era il problema delle gravidanze), aveva ottime possibilità di vivere oltre i 37 anni, anche se doveva registrarsi  una gravissima mortalità infantile; ciò almeno se si accettano i dati biometrici presentati dalle iscrizioni, che riflettono specifiche tradizioni culturali locali[39]. In alcune aree però emerge la presenza di centenari o comunque una significativa longevità di alcuni sardi vissuti in età romana[40]: si possono citare i casi di [T]arcisius o Narcisius, figlio di Tarinci ad Ula Tirso morto nel II secolo d.C. a 115 anni[41]; oppure Monioritini ad Ula Tirso (probabilmente una donna), 106 anni[42]. A Fordongianus conosciamo una Belsa figlia di Caritus che morì a 101 anni[43].  Esistevano poi molti nonagenari ed ottuagenari.


    [1] T. Cossu, “Il pane in Sardegna dalla preistoria all’età romana”, in Pani. Tradizione e prospettive della panificazione in Sardegna, Nuoro, Ilisso, 2005, pp. 52-59.

    [2] Vd. però un radicale aggiornamento in P. Van Dommelen, C. Gómez Bellard, Le attività agricole, in Il tempo dei Fenici, incontri in Sardegna dall’VIII al III secolo a.C., a cura di C. Del Vais, M. Guirguis, A. Stiglitz, Nuoro 2019, pp. 108-113. Vd. già C. Vismara, “La “romanisation” des campagnes sardes: un bilan des recherches récentes”, in Changing Landscapes. The impact of Roman towns in the Western Mediterranean, a cura di C. Corsi, F. Vermeulen, Proceedings of the International Colloquium (Castelo de Vide-Marvão 15th-17th May 2008), Bologna, Ante Quem, 2010, pp. 47-68.

    [3] G. Ugas, R. Zucca, Il commercio arcaico in Sardegna, Cagliari 1984.

    [4] Per le caratteristiche dello sfruttamento coloniale romano giudicato forse troppo severamente, vedi V.A. Sirago, Aspetti coloniali dell’occupazione romana in Sardegna, in Sardinia antiqua.Studi in onore di Piero Meloni in occasione del suo settantesimo compleanno, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1992, pp. 239 ss.

    [5] Per la produzione di grano nella Sardegna punica, vedi R.J. Rowland jr., Sardinia provincia frumentaria, in Le ravitaillement en blé de Rome et des centres urbains des débuts de la République jusqu’au Haut-Empire, Actes du colloque international de Naples 1991 (Coll. CJB,11-Coll. EFR, 196), Napoli-Roma 1994, pp. 255-260; A. Piga, M.A. Porcu, Flora e fauna della Sardegna antica, «L’Africa Romana», VII, Sassari 1990, pp. 572-4; L. I. Manfredi, La coltura dei cereali in età punica in Sardegna e Nord Africa, in «Quaderni della Soprintendenza archeologica per le Province di Cagliari e Oristano», X, 1993, pp. 191-218; C. Lilliu, Cereali e macine della Sardegna antica. Guida all’esposizione. Museo Civico Genna Maria-Villanovaforru, Cagliari 1999; T. Cossu, Il pane in Sardegna dalla preistoria all’età romana, in AA.VV., Pani. Tradizioni e prospettive della panificazione in Sardegna, Nuoro 2005, pp. 52-59; .L.I. Manfredi, Il grano e l’orzo fra Nord-Africa e Sardegna, «NBAS», 5, 1993-95 (2002), pp. 219-275; vedi anche G. Marasco, L’Africa, la Sardegna e gli approvvigionamenti di grano nella tarda repubblica, in L’Africa Romana, IX, Sassari 1992, pp. 651-660. Per l’età imperiale, vedi A.M. Colavitti, Per una storia dell’economia della Sardegna romana: grano e organizzazione del territorio. Spunti per una ricerca, in L’Africa Romana XI, Sassari 1996, pp. 643-652.

    [6] B. Fois, Attrezzi da lavoro e macchine semplici nelle campagne sarde fra tardo antico e altomedioevo, in “L’Africa Romana”, 8, Atti dell’VIII convegno di studio, Cagliari 14-16 dicembre 1988, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1991, pp. 713-718.

    [7] E. Cruccas, L’oro dei campi, Grano e panificazione, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 199-201. Vd. già A. Meloni, La Sardegna romana, Chiarella, Sassari 1990, pp. 107 ss.

    [8] V.A. Sirago, Storia agraria romana, I, Fase acensionale, Liguori, Napoli 1995, p. 187-200.

    [9] A. Mastino, “La produzione e il commercio dell’olio nella Sardegna antica”, in Olio sacro e profano: tradizioni olearie in Sardegna e Corsica, a cura di M. Atzori, A. Vodret, Sassari, 1995, pp. 60-76. Vd. E. García Vargas, R. Rui de Almeida, H. González Cesteros, “Los tipos anfóricos del Guadalquivir en el marco de los envases hispanos del siglo I a.C. Un universo heterogéneo entre la imitación y la estandarización”, in SPAL Revista de Prehistoria y Arqueología, 20, 2011, Sevilla 2011, pp. 185-283.

    [10] A. Vodret, Sardinia Insula vini, Sassari, 1993; P. Ruggeri, “La Viticoltura nella Sardegna antica”, in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigrafia, Sassari, 1999, pp. 131-149; R. Zucca, Le anfore vinarie tra l’arcaismo e l’ellenismo, p. 20; I triclinia, p. 33; Tharros e il vino, pp. 34-5 in Aa. Vv., Thyrsos. Il vino e la vite nella Sardegna antica, Oristano 1999: P. Bernardini, “Bere vino in Sardegna: il vino dei Fenici, il vino dei Greci”, in Il greco, il barbaro e la ceramica attica: immaginario del diverso, processi di scambio e autorappresentazione degli indigeni, a cura di R. Panvini, F. Giudice, Roma, 2003, pp. 191-202; M. Sanges, La vite e il vino in Sardegna dalla preistoria alla fine del mondo antico, Nuoro, 2010; D. D’Orlando, Fare il vino nella Sardegna romana: artigianato e trasmissione dei saperi da alcuni contesti produttivi dell’isola, in Ancient and modern knowledges. Transmission of models and techniques in the artistic and handicraft products in Sardinia through the centuries, a cura di R. Martorelli, Saggi di archeologia e Antichistica, 1, Unicapress/ricerca, Cagliari 2022, pp. 265-288. Per l’epoca fenicia: M. Botto, “La produzione del vino in Sardegna tra Sardi e Fenici: lo stato della ricerca”, in Rivista di Storia dell’Agricoltura, 56, 1-2 (2016), pp. 79-96.

    [11] R. Zucca, Palladio e il territorio neapolitano in Sardegna, Quaderni Bolotanesi, 16, 1990, pp. 279-290; Id., Palladio ed il territorio neapolitano, AA. VV., Scavo didattico delle terme romane di Terra ‘e Fucca, Oristano 1990, pp. 30-40.

    [12] R. Zucca, I laterizi della Sardegna in età fenicio-punica e romana, Atti del Convegno «La ceramica artistica d’uso e da costruzione nell’Oristanese dal Neolitico ai nostri giorni», Oristano 1995, pp.169-175.

    [13] M. Sanges, La vite e il vino in Sardegna dalla preistoria alla fine del mondo antico, Nuoro, 2010; C. Loi, Pressoi litici in Sardegna tra preistoria e tarda antichità, Roma, Scienze e Lettere, 2017 (Fecit te, 9).

    [14] A. Usai, N. Garnier, L’insediamento nuragico di Sa Osa (Cabras – OR). Nuovi dati su materiali organici e analisi chimiche, in Manger, boire, se parfumer pour l’eternité, D. Frère, B. Del Mastro, P. Munzi et al. (cur.), Napoli 2021, pp.293-301.

    [15] M. Sanges, “Il nuraghe Arrubiu di Orroli (Nu)”, in Dieci anni di attività nel territorio della Provincia di Nuoro, Nuoro, Cooperativa Grafica Nuorese, 1985, pp. 64-67. Per il c.d. “riuso dei nuraghi” in età romana e vandala, vedi ad esempio il caso di Genoni: F. Campus, F. Guido, V. Leonelli, F. Lo Schiavo, M.G. Puddu, La “rotonda” di Corona Arrubia (Genoni, Nuoro). Un nuovo tipo di tempio nuragico, “Bollettino di archeologia”, 43-44-45, 1997 [2003], pp. 1 ss.; vedi anche il caso del nuraghe di Li Luzzani in comune di Sassari, D. Lissia, ibid., pp. 135 s.; per il laboratorio enologico del nuraghe Arrubiu di Orroli, vedi M. Sanges, F. Lo Schiavo, Orroli (Nuoro), Nuraghe Arrubiu. Gli interventi di scavo dal 1992 al 1997, ibid., pp. 279 ss. Per Sorso: P. Longu, “Materiali di età romana dal nuraghe “La Varrosa” a Sorso (SS)”, in “Archivio Storico Sardo”, 50, 2015, pp. 55-140. Vd. anche: M.A. Fadda, Nurdole, Un tempio nuragico in Barbagia. Punto d’incontro nel Mediterraneo, “RSt.Fen.”, 19, 1991, pp. 107-119; G. Maisola, Paesaggi del Montiferru meridionale e del Campidano di Milis. Continuità e trasformazioni tra I e VII secolo, L’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 2021-2040; M. Madau, Presenze puniche e romano-repubblicane in Planargia (scavi di Tres Bias, Tinnura- NU), in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 961-972; Id., Cultura punica fra città e campagna nella provincia di Sassari, in “L’Africa Romana, VII”, Atti del VII Convegno di studio, Sassari, 15-17 dicembre 1989, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1990, pp. 513-518; C. Lilliu, “Un culto di età punico-romana nel Genna Maria di Villanovaforru”, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica per le province di Cagliari e Oristano, 5, 1989, pp. 109-127; V. Santoni, P.B. Serra, F. Guido, Il nuraghe Cobulas di Milis-Oristano: preesistenze e riuso, in “L’Africa Romana”, 8, Atti dell’VIII convegno di studio, Cagliari 14-16 dicembre 1988, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1991, pp. 941-989; P. Bartoloni, Aspetti protostorici di epoca tardopunica e romana nel Nord Africa ed in Sardegna, in “L’Africa Romana, 5”, Atti del V convegno di studio, Sassari 11-13 dicembre 1987, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1988, pp. 345-349; F. Delussu, A. Ibba, Un frammento ceramico con iscrizione LEON[—] dall’insediamento romano di Nuraghe Mannu (Dorgali, Nuoro)”, nel volume L’Africa romana, I luoghi e le forme dei mestieri e delle produzioni nelle province africane. Atti del XVIII convegno di studio (Olbia, 11-14 dicembre 2008), a cura di Marco Milanese, Paola Ruggeri, Cinzia Vismara, Roma, Carocci, 2010, pp. 2139-2154; E. Usai, V. Marras, Santu Miali di Pompu (Oristano): il riuso del complesso nuragico, L’Africa Romana XVI, Mobilità delle persone e dei popoli, dinamiche migratorie, emigrazioni ed immigrazioni nelle province occidentali dell’Impero romano, Rabat 2004, a cura di A. Akerraz, P. Ruggeri, A. Siraj, C. Vismara, Carocci Roma 2006, pp. 2495-2512; A. Usai, A.L. Sanna, “Momenti di occupazione e ristrutturazione nel nuraghe Orgono di Ghilarza (OR)”, in Daedaleia. Le torri nuragiche oltre l’età del Bronzo, a cura di E. Trudu, G. Paglietti, M. Muresu, Atti del Convegno di studi (Cagliari, Cittadella dei Musei, 19-21 aprile 2012), 2016, pp. 107-127 (Layers. Archeologia Territorio Contesti, 1). Vd. infine A. Moravetti (a cura di), Il nuraghe Santu Antine nel Logudoro-Meilogu, Sassari, Carlo Delfino editore, 1988. Vd. ora G. Marras, D. D’Orlando, Il complesso merdionale dell’area archeologica del nuraghe San Pieetro di Torpè nel contesto dei siti rurali romani e tardoantichi della Sardegna, Facta. A Journal of Late roman medieval and post-medieval material culture studies, ed,. Milanese, XVIII, 2024, Pisa-Roma 2024, pp. 95-131 (Sant’Efis di Orune, Nuraghe Marfudi di Barumini, villaggio di epoca romana di Baracci Superiore a Nurri, Villaggio di epca romana di Cote Lucetta di Esterzili).

    [16] Sulla mitica eudaimonìa della Sardegna antica, vedi M. Giacchero, Sardinia ditissima et valde splendidissima, «Sandalion», V, 1982, pp. 223-232.

    [17] A. Mastino, R. Zucca, Le proprietà imperiali della Sardinia, AA. VV., Le proprietà imperiali nell’Italia romana. Economia, produzione, amministrazione, Atti del Convegno, Ferrara-Voghiera 3-4 giugno 2005, a cura di D. Pupillo, Firenze 2007, pp. 93-124.

    [18] Codex Theod. II, 25,1.

    [19] L. Santi Amantini, Alcuni attributi della Sardegna nella tradizione letteraria da Erodoto a Procopio, in L’Africa Romana, VIII, Sassari 1991, pp. 639 ss.

    [20] Cod. Theod. VIII, 5, 16 (datato al 25 novembre 363, dunque dopo la morte di Giuliano).

    [21] G. Giliberti, Servus quasi colonus: Forme non tradizionali di organizzazione del lavoro nella società romana, Jovene, Napoli 1981.

    [22] C. Del Vais (a cura di), Architettura arte e artigianato nel Mediterraneo dalla Preistoria all’Alto Medioevo. Atti della Tavola Rotonda Internazionale in memoria di Giovanni Tore (Cagliari, 17-19 dicembre 1999), a cura dell’Associazione Culturale “Filippo Nissardi”, Oristano 2001; B.M. Giannattasio, Le attività artigianali, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 232-239. Naturalmente il tema si può articolare in sede locale: L. Grasso, Tradizione artigiana italica e imitazioni locali. Alcune osservazioni sulla ceramica da cucina dall’area C di Nora (Cagliari), L’Africa romana XVIII: i luoghi e le forme dei mestieri: atti del 18. Convegno di studio, 11-14 dicembre 2008, Olbia, Italia. Roma 2010, Carocci editore, pp. 1479-1488. Vd. anche L. Pani Ermini, R. Zucca, L’età paleocristiana e altomedievale. La produzione artigianale e l’epigrafia, in AA.VV., Il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, Cinisello Balsamo 1989, pp.261-283.

    [23] O. Longo (a cura di), La porpora. Realtà e immaginario di un colore simbolico, Atti del convegno di studio (Venezia, 24-25 ottobre 1996), Venezia, Istituto Veneto di Scienze, 1998.

    [24] Herod., 2, 105.

    [25] F. Cenerini, Il ruolo delle donne nel Poenulus di Plauto, in Cartagine, il Mediterraneo centro-occidentale e la Sardegna. Società, economia e cultura materiale tra Fenici e autoctoni. Studi in onore di Piero Bartoloni, a cura di M. Guirguis, S. Muscuso, R. Pla Orquín, Sassari, 2020, pp. 15-24.

    [26] Per l’artigianato in Sardegna, vedi ad esempio F. Manconi, A. Pandolfi, Sassari, località Badde Rebuddu. Scavo di un impianto per la produzione fittile, in L’Africa Romana, XI, Sassari 1996, pp. 873-896.

    [27] D. Salvi, “Bicchieri, calici e coppe nella necropoli di Pill’e Matta (CA)”, in Il vetro in Italia meridionale e insulare, a cura di C. Piccioli, F. Sogliani, Atti del Secondo Convegno Multidisciplinare, Napoli, AIES Beni Culturali, 2003, pp. 117-126; M.C. Satta, “Sassari, regione Abealzu. Complesso archeologico di Iscalaccas: vetri bollati da una necropoli ad incinerazione”, in Il vetro in Italia meridionale e insulare, a cura di C. Piccioli, F. Sogliani, Atti del Secondo Convegno Multidisciplinare, Settime Giornate Nazionali di Studio, Comitato Nazionale AIHV (Napoli, 5-6-7 dicembre 2001), Napoli, A.I.E.S. Beni culturali-Crysos s.r.l-Interservice s.a.s., 2003, pp. 65-98. Per il IV secolo: A.M. Nieddu, “Il problema della cristianizzazione delle aree interne della Sardegna: i vetri incisi recentemente rinvenuti a S. Efisio di Orune”, in Martiri, santi, patroni: per una archeologia della devozione, a cura di A. Coscarella, P. De Santis, Atti del X Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Università della Calabria, 15-18 settembre 2010), Arcavacata di Rende, Università della Calabria, 2012, pp. 581-596.

    [28] E. Birocchi, “La circolazione monetaria in Sardegna durante la dominazione romana”, in Studi Sardi, XII-XIII, 1955, pp. 519-574; G. Perantoni Satta, “Rinvenimenti in Sardegna di monete della Repubblica Romana”, in Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica, 7-8, 1962, pp. 91-152; Id., “Rinvenimenti in Sardegna di monete dell’Impero romano e dell’Impero romano d’occidente”, in Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica, 1, 1954, pp. 66-111; L. Forteleoni, “Riconiazioni romane di monete puniche in Sardegna”, in Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica, 18-19, 1971, pp. 113-118; I. Didu, “La cronologia della moneta di M. Azio Balbo”, Atti Centro Studi Documentazione Italia Romana, VI, 1974-1975, pp. 107-120; M. Sollai, Le monete della Sardegna romana, Sassari. 1989; E. Piras, Le monete sardo puniche, Torino 1993; C. Cidu, Un tesoretto romano in Barbagia. Soroeni-Lodine: il rinvenimento di oltre settecento monete da Adriano a Teodosio, L’Africa Romana XVI, Mobilità delle persone e dei popoli, dinamiche migratorie, emigrazioni ed immigrazioni nelle province occidentali dell’Impero romano, Rabat 2004, a cura di A. Akerraz, P. Ruggeri, A. Siraj, C. Vismara, Carocci Roma 2006, pp. 2457-2494; L.I. Manfredi, Dal minerale al metallo monetato nella Sardegna e nel Nord Africa punico, L’Africa Romana XVII, Le ricchezze dell’Africa. Risorse, produzioni, scambi, a cura di J. González, P. Ruggeri, C. Vismara, R. Zucca, Siviglia 2006, Roma 2008, pp. 1573-1580; D. D’Orlando, La monetazione, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 278-280; vd. ora A. Ibba, “Per parole e per immagini: la propaganda fra Cesare e Augusto in Africa e Sardinia (iscrizioni, monete, monumenti) in Tra la Tarda repubblica e l’Età augustea: economia, politica e religione nell’epigrafia latina di Hispaniae, Galliae, Africa, Grecia, Quasar, c.s.

    [29] L. Pani Ermini, R. Zucca, L’età paleocristiana e altomedievale. La produzione artigianale e l’epigrafia, in AA.VV., Il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, Cinisello Balsamo 1989, pp.261-283.

    [30] Per l’ambiente naturale e il paesaggio, vedi il bel lavoro di A. Piga, M.A. Porcu, Flora e fauna della Sardegna antica, in L’Africa Romana, VII, Sassari 1990, pp. 569-598.

    [31] P. Ruggeri, Il viaggio di Lucilio in Sardegna: un itinerario tra realpolitik e sogno esotico (SAT. VI 21 e 22), “Sandalion”, 26-28, 2003-2005, pp. 105-125.

    [32] G. Carenti, Lo sfruttamento del cervo sardo nel Sulcis. Controllo del territorio ed espressione di potere, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2945-2953.

    [33] G. Carenti, “L’avifauna di Sulky (Sardegna, Italia): uccellagione e avicoltura nel Sulcis dal periodo fenicio all’età romana”, in Atti del VII convegno nazionale di Archeozoologia, Annali dell’Università degli Studi di Ferrara, a cura di U. Thun- Hohenstein, M. Gangemi, I. Fiore, J. De Grossi Mazzorin (Ferrara, 22-23 novembre 2012 e Rovigo, 24 novembre 2012), vol. 12, n. 1, 2016, pp. 201-210, <http://dx.doi.org/10.15160/1824-2707/1327>.

    [34] Expositio totius mundi, p. 126; Flavio Vopisco 29,, 6, 4. Per la documentazione archeo-zoologica, F. Manconi, “Equidi in Sardegna tra il II sec. a.C. e il VII sec. d.C.”, Atti del 1° Convegno Nazionale di Archeozoologia (Rovigo, 5-7 marzo 1993), Rovigo, Ist. Editoriali e Poligrafici, 1995, pp. 319-325 (Padusa quaderni, 1).

    [35] G. Pianu, N. Canu (a cura di), Studi sul paesaggio della Sardegna romana, Muros, Nuova Stampacolor, 2011.

    [36] E. Cruccas, I doni di Aristeo. Produzione olearia e vinicola, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 194-198. Vd. anche J. Pérez Ballester, “La producción y el comercio del vino itálico en el Mediterráneo Occidental”, in Scombraria. La Historia oculta bajo el mar, catálogo de la exposición, a cura di M. Lechuga, Murcia, Región de Murcia, 2004, pp. 22-29; AA.VV., Il vino in Sardegna. 3000 anni di storia, cultura, tradizione e innovazione, Ilisso, Nuoro 2010; AA.VV., L’olio in Sardegna. Storia, tradizione e innovazione, Ilisso, Nuoro 2013.

    [37] AA.VV., Fornaggio e pastoralismo in Sardegna, Storia, cultura, tradizione e innovazione, Ilisso, Nuoro 2015.

    [38] GREG. M., Epist. IV, 27; R. Turtas, “Rapporti tra Africa e Sardegna nell’epistolario di Gregorio Magno (590- 604)”, in L’Africa romana, vol. 2, a cura di A. Mastino, Atti del IX convegno di studio (Nuoro, 13-15 dicembre 1991), Sassari, Gallizzi, 1992, p. 697 n. 14; Id., Storia della chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Roma, 1999, pp. 102 ss.

    [39] B.W. Frier, “Demography”, in The Cambridge Ancient History. Vol. XI. The High Empire. AD 70-192, a cura di A.K. Bowman, P. Garnsey, D. Rathbone, Cambridge, Cambridge University Press, 2000, pp. 787-816.

    [40] Per la bassa speranza di vita dei Sardi,R.J. Rowland, Mortality in Roman Sardinia, «SS», 22, 1971-72, pp. 359 ss. Vedi però ora P. Floris, M.P. Dore, G.M. Pes, “Does the longevity of the Sardinian population date back to Roman times? A comprehensive review of the available evidence”, in PLoS ONE, 16, 1, e0245006, 5 January 2021, <https://doi.org/10.1371/journal.pone.0245006>. Vedi ancora P. Floris, “Considerazioni su alcune questioni biometriche femminili della Sardegna romana”, in Sguardi contemporanei. Studi multidiscliplinari in onore di Francesco Atzeni, a cura di A. Floris, L. Lecis, I. Macchiarella, C. Tasca, Perugia, Morlacchi, 2019, pp. 151-163.

    [41] R. Zucca, Ula Tirso. Un centro della Barbaria sarda, Dolianova 1999, p. 64; Cl. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia, Ortacesus 2016, pp. 161-162 n. ULA006.

    [42] CIL X 7877, vd. Farre, ibid., pp. 157-158 n. ULA00.

    [43] ILSard. I 196; Farre, ibidem, pp. 111-112, n. FOR013.

    A proposito di genocidio: la resistenza dei Sardi di fronte ai Romani

    La “resistenza” dei Sardi contro i Romani.

    Per quanto Tito Livio (23, 40, 1) sostenga che i Sardi potevano essere vinti con facilità (Sardi facile vinci adsueti), la storia della Sardegna romana è inizialmente una storia di ribellioni, di attacchi improvvisi, di rivolte, presentate dalle fonti romane come episodi di violenza e di brigantaggio causati dai mastrucati latrunculi usciti dai loro rifugi sotterranei: ma la «resistenza» degli indigeni alla romanizzazione nelle zone interne della Sardegna si manifestò da un punto di vista culturale prima ancora che da un punto di vista militare, soprattutto in età repubblicana. Sono molte le sopravvivenze della cultura sardo-punica ancora in età imperiale, a contatto con gli immigrati italici. Già nei primi decenni dell’età imperiale furono dislocati in piena Barbaria, la terra occupata dai Barbari, alcuni accampamenti militari, in qualche caso eredi di precedenti postazioni cartaginesi[1]: Luguidonis c(astra), presso Nostra Signora di Castro ad Oschiri, più tardi chiamati Castra Felicia; Sorabile, presso Sorovile di Fonni piuttosto che presso Soroeni di Lodine; Forum Augusti, presso l’attuale Austis; Valentia presso Nuragus; Biora presso Serri; Uselis, oggi Usellus; Custodia Rubriensis, presso Barisardo; in età tarda anche Nora praesidium, Eteri praesidium e l’accampamento fortificato di Tharros, con lo scopo di controllare in modo articolato le zone montuose della Barbaria sarda, senza però un definito sistema di difesa lineare, almeno in età imperiale (limes)[2]; si preferiva effettuare interventi mirati su singoli obiettivi, utilizzando in certe circostanze anche i cani addestrati alla caccia all’uomo (come già aveva fatto, nel 231 a.C., il console Marco Pomponio Mathone, vedi Zonara 8, 18), oppure si faceva ricorso a veri e propri stratagemmi, come quelli noti anche a Strabone, che forse visitò l’isola alla fine dell’età augustea, per il quale i Romani riuscivano a cogliere di sorpresa i Sardi, attaccandoli nei santuari dove venivano celebrate le feste tradizionali in occasione delle quali si consumavano i frutti delle razzie[3]: «avendo avuto modo di constatare una certa abitudine di questi barbari, che erano soliti celebrare un festino tutti riuniti insieme per parecchi giorni dopo aver raccolto il bottino, i comandanti romani piombano su di loro e così ne catturano un gran numero»; in questo modo evitavano di mantenere un esercito in permanenza in luoghi poco salubri[4]. Ci sono note le tecniche di guerriglia degli Ilienses, dei Balari e dei Corsi, popoli di pastori vestiti di pelli, a lungo impegnati contro l’occupazione romana, anche se assistiamo nel tempo ad una progressiva penetrazione culturale romana nella Sardegna interna.

     Secondo Tito Livio gli Ilienses, ora localizzati nel Marghine-Goceano, all’epoca di Augusto non erano stati ancora completamente pacificati; per Pausania (10, 17,9), che scriveva nel II secolo d.C., essi «si rifugiarono nei luoghi alti dell’isola, ed avendo occupato i monti di difficile accesso, fortificati da palizzate e da precipizi, hanno ancora oggi il nome di Iliesi, ma si assomigliano nella forma e nell’armatura, ed in tutte le maniere di vivere ai Libici». Diodoro Siculo (5, 15) rileva che «quel popolo (gli Iolei-Ilienses), trasportate le proprie sedi sui monti, abitò certi luoghi impervi e di accesso difficile, ove abituati a nutrirsi di latte e di carni, perché si occupano di pastorizia, non hanno bisogno di grano; e perché abitano in dimore sotterranee, scavandosi gallerie al posto di case, con facilità evitano i pericoli delle guerre. Perciò, quantunque i Cartaginesi ed i Romani spesso li abbiano inseguiti colle armi, non poterono mai ridurli all’obbedienza». E aggiunge: «quantunque i Cartaginesi al vertice della loro potenza si facessero padroni dell’isola, non poterono però ridurre in servitù gli antichi possessori, essendosi gli Iolei rifugiati sui monti ed ivi fattesi abitazioni sottoterra, mantenendo quantità di bestiame, si alimentarono di latte, di formaggio e di carne, cose che avevano in abbondanza. Così lasciando le pianure si sottrassero anche alle fatiche del coltivare la terra e seguitano ancora oggi a vivere sui monti, senza pensieri e senza fatiche, contenti dei cibi semplici. I Cartaginesi dunque, sebbene andassero con grosse forze spesse volte contro codesti Iolei per le difficoltà dei luoghi e per quegli inestricabili sotterranei dei medesimi, non poterono mai raggiungerli ed in tal modo quelli si preservarono liberi. Per la stessa ragione poi finalmente anche i Romani, potentissimi per il vasto impero che avevano, avendo loro fatto spessissimo la guerra, per nessuna forza militare che impiegassero, poterono mai giungere a soggiogarli».

     Infine Strabone (5, 2,7) osserva: «Sono quattro le tribù delle montagne, i Parati, i Sossinati, i Balari, gli Aconiti, i quali vivono nelle spelonche e se hanno qualche terra adatta alla semina non la seminano con cura; anzi, compiono razzie contro le terre degli agricoltori e non solo di quelli dell’isola, ma salpano anche contro quelli del continente, soprattutto i Pisani»: e Strabone forse pensava alla situazione della Sardegna negli ultimi anni di Augusto.

    Le campagne militari promosse dai governatori romani provocarono però progressivamente una vera e propria «depressione demografica» all’interno della Sardegna: col tempo, gli interventi repressivi attuati con l’impiego delle legioni o, più tardi, di agguerriti reparti ausiliari e, sulle coste, con la flotta da guerra, per combattere la pirateria, ottennero una progressiva riduzione dell’insicurezza, a spese di alcune comunità interne; un fondamentale contributo fu però dato dalla realizzazione di un’ampia rete stradale, che rese accessibili anche le regioni più isolate della provincia.


    [1] C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia. Ortacesus 2016; Id., , “Alcune considerazioni sulla Barbaria: definizione, percezione e dinamiche di romanizzazione nella Sardegna interna”, in Il processo di romanizzazione della provincia Sardinia et Corsica, a cura di S. De Vincenzo, C. Blasetti Fantauzzi, Atti del convegno internazionale di studi (Cuglieri (OR), 26-28 marzo 2015), Roma, Edizioni Quasar, 2016, pp. 89-105 (Analysis Archaeologica. An International Journal of Western Mediterranean Archaeology – Monograph Series N° 1).

    [2] Per il c.d. limes sul Tirso, vedi M. Perra, Il Castrum di Medusa (Samugheo – OR) ed il limes romano e bizantino contro le Civitates Barbariae. Nota preliminare, «SS», 29, 1990-91, pp. 331 ss.; A. Stiglitz: Confini e frontiere nella Sardegna punica e romana: critica all’immaginario geografico, in L’Africa Romana, XV, Roma 2004, pp. 805-817; E. Trudu, Il limes. Romània e Barbària, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 44-45.

    [3] Strabone, 5, 2, 7, vd. Pais, Storia, I, pp. 219 ss.

    [4] Per il passo di Strabone, vedi P. Meloni, La seconda redazione della «Geografia» di Strabone e il capitolo riguardante la Sardegna (V, 2,7), «NBAS», 5, 1993-95 (2002), pp. 297 ss.

    L’urbanizzazione della Sardegna: la nascita delle Colonie e dei Municipi dopo Ottaviano

    1. Colonie e Municipi di cittadini romani da Ottaviano

    Le decisioni di Cesare relative alle nuove colonie (Turris Libisonis e forse Tharros) dovettero essere attuate però durante i primi anni del secondo triumvirato con Ottaviano, quando nacque la prima città di fondazione, la colonia Iulia di Turris Libisonis che si attribuisce al legato Marco Lurio. In contemporanea fu forse costituito il municipium Iulium di Carales retto da quattuorviri che sostituirono i sufeti punici; fu lo stesso Ottaviano Augusto, che fondò qualche decennio dopo la colonia Iulia Augusta di Uselis, al di là del Monte Arci, tappa lungo la via centrale sarda, divisa in due tronconi che partivano rispettivamente uno dalla nuova colonia di Turris Libisonis e l’altro dal municipio di Carales incontrandosi alle Aquae Hypsitanae sul Tirso (Fordongianus), inizialmente un pagus poi un forum della pertica della nuova colonia, con una biforcazione verso Olbia più a Nord. E’ possibile la promozione a colonia anche di Tharros, dove doveva esser rimasto un piccolo nucleo di famiglie populares dopo la morte del console antisillano Lepido[1].

    Il quadro augusteo è riassunto nella formula provinciae di Plinio il vecchio, scritta nei primi anni 60 d.C., ma utilizzando fonti più antiche, forse i Commentarii Geografici del genero di Augusto Marco Vipsanio Agrippa (morto nel 12 a.C.)[2]: il grande naturalista immaginava una piramide rovesciata con alla base tre populi celeberrimi, Ilienses, Balari, Corsi. Poi 18 oppida, pensiamo le civitates stipendiariae elencate con gli etnici dei loro abitanti, meno probabilmente municipi di diritto latino come pensava Ettore Pais: ci restano i nomi di sole quattro città di questo tipo, Sulci, Valentia forse fondata da M. Cecilio Metello verso il 115 a.C.[3], Neapolis, Bithia considerate abitate da peregrini; mancano le altre 14, forse a causa di una lacuna nella nostra tradizione manoscritta; seguivano due municipi di cittadini romani (Carales e Nora) e, al vertice della piramide, un’unica colonia, Turris Libisonis. Tra gli studiosi contemporanei, Leandro Polverini ha pensato che Plinio citasse anche una seconda colonia, Uselis, il che ci condurrebbe alla fine del principato augusteo per la fonte consultata negli archivi imperiali, non aggiornatissima, utilizzata da Plinio sulla Sardegna[4]. Se seguiamo questa interpretazione, la Sardegna arriverebbe ad un totale di 22 urbes (ma nell’elenco che ci è rimasto sono solo sette)[5], con pochi abitanti in possesso della cittadinanza romana fino ai Severi: è evidente che l’urbanizzazione dell’isola era davvero esigua se confrontata alla Sicilia o ad altre grandi isole mediterranee, con molte comunità rurali[6] e poche innovazioni rispetto all’età fenicia e punica[7]. La popolazione abitava soprattutto nelle campagne.

    Le linee interpretative del tema erano già state definite nell’articolo di Ettore Pais sulla formula provinciae dell’isola in Plinio, stampato nel 1894 e poi rivisto nel 1908, per il volume sulle Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica, poi arricchito nel volume Storia della Sardegna e della Corsica durante il periodo romano del 1923 con una sezione relativa alla Corsica[8]: i temi generali sono quelli del rapporto tra colonie, municipi di diritto romano, municipi di diritto latino, civitates peregrine, in una relazione dialettica tra le antiche costituzioni puniche delle vecchie colonie fenicio-puniche governate da sufeti e le nuove istituzioni romane che si affermano progressivamente a partire dagli ultimi decenni della repubblica: il tema degli statuti delle singole città sarde sarà affrotato in dettaglio[9]. Sulla base di confronti africani, il Pais non riteneva che l’attestazione a Turris della divisione dei cittadini in 23 curie (anziché in tribù come nel municipio di Sulci)[10] potesse essere testimonianza dello ius Latii[11], mentre ammetteva che l’elenco di Plinio potesse comprendere (esclusi i municipi, la colonia di Turris e le popolazioni non urbanizzate) un gruppo di città latine; ci sarebbe poi la serie di vici, tra i quali Metalla (con il grande tempio di Antas, ancora non acquisito definitivamente al culto del Sardus Pater all’inizio dell’età triumvirale) e Populum nel Sulcis (che Pais intende Plumbeum, con riferimento alla Plumbaria insula, l’isola del Piombo oggi Sant’Antioco), Tilium, Nura, Tibula, nella Sardegna settentrionale, città menzionate anche da Tolomeo, ma che sostanzialmente non avrebbero lasciato traccia archeologica. In realtà l’unico vicus che conosciamo espressamente dalle fonti è il Susaleus vicus (in greco kóme), Susalea villa nel Cod. Lat. 4803 della Geographia di Tolomeo, collocato sul litorale orientale della Sardegna (a breve distanza da Carales), a sud della foce del Saeprus, l’attuale Flumendosa: forse Cala Pira, dove vengono localizzati i Siculenses; in alternativa Is Cuccureddus a Villasimius.

    I preziosi quadri ricostruttivi forniti su questa base da Piero Meloni e Raimondo Zucca[12] hanno consentito di fare decisivi passi in avanti verso una ricostruzione degli aspetti giuridici, istituzionali, prosopografici delle città sarde, definendo spesso i limiti territoriali, conseguenza in qualche caso, come a Cornus e più di recente a Sulci, del ruolo svolto in occasione di guerre, ribellioni, semplici dissidi tra centri urbani contigui: tali confini geografici non sempre vengono superati in età medioevale e moderna, anzi di frequente riusciamo a ritrovare tracce di un’eredità ancora vitale.

    La differenza tra colonie di fondazione (Turris Libisonis in età triumvirale, Uselis in età augustea), colonie onorarie (Cornus, Tharros, Neapolis), municipi di cittadini romani (Carales, Nora, Sulci, forse Olbia, Bosa, Forum Traiani) e le civitates stipendiariae andò affievolendosi nel tempo: con Caracalla i Sardi almeno in teoria divennero tutti cittadini romani, se si escludono gli schiavi che dovevano essere numerosissimi e diffusi soprattutto in ambito rurale e insediati prevalentemente sui grandi latifondi e sull’agro pubblico.

    Sul piano archeologico possediamo ora il bel lavoro di Andrea Raffaele Ghiotto sull’architettura romana delle città della Sardegna, che spazia dalle tecniche edilizie alle opera defensive, templi sacri ai fora e alle piazze, dagli edifici per spettacoli ai macella e agli horrea, dagli impianti termali alle fontane, dagli acquedotti alle abitazioni, con un quadro sullo sviluppo monumentale delle città sarde, in particolare di Carales, Nora, Bithia, Sulci, Neapolis, Othoca, Tharros, Cornus, Bosa, Olbia, Turris Libisonis, Forum Traiani e i centri del Barbaricum, senza dimenticare il fenomeno dell’evergentismo, in un quadro però nel quale la cultura architettonica sarda mantiene una sua vitalità legata alla tradizione punica e alla ricezione di modelli italici[13].


    [1] P. Ruggeri, Nel segno della dea Astarte-Venere Ericina. Cesare tra Sicilia, Africa e Sardegna, lungo l’antica rotta punica dei cultores Veneris Ericinae, in In Africa e a Roma, Scritti mediterranei, Aounia edizioni, Raleigh (Carolina del Nord) 2023, pp. 15- 58.

    [2] Seguiamo da vicino R. Zucca, Gli oppida e i populi della Sardinia, in Mastino A., Storia della Sardegna antica, Nuoro 2005, pp. 205-331; per le città dell’Oristanese seguiamo A. Mastino, R. Zucca, Urbes et rura. Città e campagna nel territorio oristanese in età romana, in Oristano e il suo territorio, 1, Dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di Pier Giorgio Spanu e Raimondo Zucca, Carocci, Roma 2011, pp. 411-601. Ad una data tra il 38 e il 35 a.C. accenna ora S. Sisani, I nomi e le cose: oppidum, oppidum latinum, oppidum civium Romanorum nel lessico istituzionale della Naturalis Historia pliniana, in Agrupacione cívicas, intracívicas y no cívicas en la Hispania Citerior altomperial, a cura di Estíbaliz Ortiz-de-Urbina (Epigrafia e anrichità, 50), Carocci, Roma 2024,  p. 71; vedi anche Id., Sulle cosiddette formulae provinciarum contenuto e natura dei registri di comunità provinciali trasmessi dalla Naturalis Historia pliniana, in Le strutture locali dell’Occidente romano (L’Aquila, 4-6 maggio 2022), E. García Fernández, E. Melchor Gil, S. Sisani (edd.)(Diuturna Civitas 1), Roma 2023, pp. 195-196 (secondo l’a. stando alle lettera del testo pliniano, Nora non sarebbe un minicipèio di cittadini romani).

    [3] Per Valentia P. Floris, “Nota sul centro romano di Valentia in Sardegna”, Epigraphica, 71, 2009, pp. 133-160.

    [4] L. Polverini, “Una lettera di Borghesi a Niebhur (e l’iscrizione CIL X 7845)”, in Imperium Romanum. Studien zu Geschichte und Rezeption. Festschrift für Karl Christ zum 75° Geburstag, a c. di P. Kneissl, V. Losemann, Steiner, Stuttgart 1998, pp. 571-581.

    [5] J. Bonetto, A. R. Ghiotto, Le città della Sardegna in età romana, in La Sardegna romana e altomedievale. Storia e materiali, a cura di S. Angiolillo, R. Martorelli, M. Giuman, A.M. Corda, D. Artizzu (Corpora delle antichità della Sardegna), Carlo Delfino editore, Sassari 2017, pp. 45-56.

    [6] D. D’Orlando, Comunità rurali e territorio, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 100-101.

    [7] S.L. Dyson, “The limited nature of Roman urbanism in Sardinia”, in E. Fentress, Romanisation and the city: creation, transfornations and failures, Portsmouth 2000, Journal of Roman Archaeology, pp. 189-196; G. Tore, A. Stiglitz, Urbanizzazione e territorio: considerazioni sulla colonizzazione fenicio-punica in Sardegna, 1. L’ubanizzazione e lo spazio urbano; 2. Lo spazio rurale: parametri geografici e indicatori territoriali, in L’Africa Romana X, in Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 779-808.

    [8] Il tema dell’organizzazione municipale della Sardegna è stato ampiamente studiato a partire da E. Pais, “La formula provinciae della Sardegna nel I secolo dell’impero secondo Plinio”, in Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica, STEN, Torino 1908, pp. 579-627; Id., Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, Nardecchia, Roma 1923, (riedizione a cura di A. Mastino, Ilisso, Nuoro 1999), II, pp. 139-154; C. Bellieni, La Sardegna e i Sardi nella civiltà del mondo antico (collezione sarda de Il Nuraghe), Edizioni della Fondazione Il Nuraghe, I, Cagliari 1928; II, 1931, II, pp. 209-316. Vd. per tutti G.I. Luzzatto, ”In tema di organizzazione municipale della Sardegna”, in Studi in onore di G. Grosso, I, Giappichelli, Torino 1968, pp. 292-312; C. Tronchetti, “The Cities of Roman Sardinia, in Studies in Sardinian Archaeology”, I, a c. di M. S. Balmuth-R. J. Rowland jr., University Michigan Press, Ann Arbor 1984, pp. 237-283, pp. 237-283; L. Pani Ermini, Le città sarde tra antichità e medioevo: uno studio appena iniziato, «L’Africa Romana», V, Il Torchietto, Ozieri 1988, pp. 431-438; P. Meloni, La Sardegna romana, Chiarella, Sassari 19912, pp. 229-316; R. Zucca, Il decoro urbano delle civitates Sardiniae et Corsicae: il contributo delle fonti letterarie ed epigrafiche, in L’Africa Romana. Atti del X convegno di studio (Sassari 11 – 13 dicembre 1992), a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1994, pp. 857-936; Id., Gli oppida e i populi della Sardinia, in A. Mastino (cur.), Storia della Sardegna antica, Nuoro, Il Maestrale, 2005, pp. 205-332; P. Meloni, La Sardegna romana, prefazione di Raimondo Zucca, Ilisso editore, Nuoro 2012 (riedizione dell’opera: La Sardegna romana, Sassari, Chiarella, 1990), pp. 153-199; A. Mastino, R. Zucca, “Urbes et rura. Città e campagna nel territorio oristanese in età romana”, in Oristano e il suo territorio, 1, Dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di Pier Giorgio Spanu e Raimondo Zucca, Carocci, Roma 2011, pp. 411-601. Vd. ora C. Vismara, Ph. Pergola, D. Istria, R. Martorelli, Sardinien un Korsika in römischer Zeit, Zaberns Bildbände zur Archäologie, Sonderbande der Antiken Welt, Darmstadt 2011. Per le fonti archeologiche ha un’importanza metodologica fondamentale G. Azzena, “Osservazioni urbanistiche su alcuni centri portuali della Sardegna romana”, in L’Africa romana. Lo spazio marittimo del Mediterraneo occidentale: geografia storica ed economica, vol. 2, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XIV convegno di studio (Sassari, 7-10 dicembre 2000), Roma, Carocci, 2002, pp. 1099-1110; vd. anche C. Tronchetti, “The Cities of Roman Sardinia, in Studies in Sardinian Archaeology”, I, a c. di M. S. Balmuth-R. J. Rowland jr., University Michigan Press, Ann Arbor 1984, pp. 237-283; A.R. Ghiotto, L’architettura romana nelle città della Sardegna, Roma, Quasar, 2005 (Antenor. Quaderni, 4), sul quale: G. Bejor, Presentazione del volume L’architettura romana nelle città della Sardegna, di Andrea R. Ghiotto, in L’Africa Romana XVI, Mobilità delle persone e dei popoli, dinamiche migratorie, emigrazioni ed immigrazioni nelle province occidentali dell’Impero romano, Rabat 2004, a cura di A. Akerraz, P. Ruggeri, A. Siraj, C. Vismara, Carocci Roma 2006, pp. 103-106. Vd. infine A. Boninu, “La Sardegna in età romana”, in Il Museo Sanna in Sassari, a cura di F. Lo Schiavo, Cinisello Balsamo, A. Pizzi, 1986, pp. 129-156.

    [9] Da ultimo: A. Ibba, Gli statuti municipali, in La Sardegna romana e altomedievale. Storia e materiali, a cura di S. Angiolillo, R. Martorelli, M. Giuman, A.M. Corda, D. Artizzu (Corpora delle antichità della Sardegna), Carlo Delfino editore, Sassari 2017, pp. 185-192. Vd. anche Pais, Storia della Sardegna e della Corsica cit., II, p. 68 n. 122, pp. 71 s. n. 136; Luzzatto, In tema di organizzazione municipale della Sardegna, cit., pp. 292-312; Id., Sul regime del suolo nelle province romane, in I diritti locali nelle province romane con particolare riguardo alle condizioni giuridiche del suolo, Roma 1974, p. 35; Meloni, La Sardegna romana, pp. 133 s. Per confronti con altre provinciae: J.M. Bertand, Territoire donné, territoire attribué: note sur la pratique de l’attribution dans le monde impérial de Rome, “CGG”, 2, 1991, pp. 125 ss.; M. Genovese, Condizioni delle civitates della Sicilia ed assetti amministrativo-contributivi delle altre province nella prospettazione ciceroniana delle Verrine, «Iura», 44, 1993, pp. 171 ss.; A. Pinzone, Provincia Sicilia. Ricerche di storia della Sicilia romana da Gaio Flaminio a Gregorio Magno, Catania 1999, pp. 59 ss.; Id., Civitates sine foedere immunes ac liberae: a proposito di Cic.I Verr. III 6, 13, «Mediterraneo antico. Economia-Società-Cultura», 2, II, 1999, pp. 463 ss. e in particolare p. 463, n. 1; P. Le Roux, Romains d’Espagne. Cités et politique dans les provinces. IIe siècle av. J.-C. – IIIe siècle ap. J.-C., Paris 1995, p. 50; J. M. Abascal, Derecho latino y municipalizacion en Levante y Cataluña, in Teoria y practica del ordenamiento municipal en Hispania (Anejos de Veleia, series Acta 3), Vitoria 1996, pp. 211 ss., 255 ss.; A. Orejas Saco del Valle, I. Sastre Prats, Fiscalité et organisation du territoire dans le Nord-Ouest de la Péninsule Ibérique, “DHA”, 25, 1999, pp. 159 ss. Sul problema delle civitates e delle urbes sociae cfr. Pais, Storia della Sardegna e della Corsica, cit., II, pp. 68 s.; G. Brizzi, Nascita di una provincia: Roma e la Sardegna, in Carcopino, Cartagine e altri scritti, Sassari 1989, pp. 81, 84; Meloni, La Sardegna romana, cit., pp. 133 s. Vd. anche L. Pani Ermini, Le città sarde tra antichità e medioevo: uno studio appena iniziato, «L’Africa Romana», V, Il Torchietto, Ozieri 1988, pp. 431-438.

    [10] Per le curie di Turris Libisonis: Luzzatto,”In tema di organizzazione municipale della Sardegna”, cit., pp. 305-306 n. 53; A. Boninu M. Le Glay, A. Mastino, Turris Libisonis colonia Iulia, Gallizzi, Sassari Gallizzi, 1984, pp. 40-41. Per le tribù del municipio di Sulci, vd. A. Mastino, “Le relazioni tra Africa e Sardegna in età romana”, in Archivio Storico Sardo, XXXVIII, 1995, p. 23.

    [11] Sullo ius Latii, Pais, Storia della Sardegna e della Corsica cit., II, p. 100 n. 201.

    [12] I contributi fondamentali di Piero Meloni e Raimondo Zucca sono in R. Zucca, Il decoro urbano delle civitates Sardiniae et Corsicae: il contributo delle fonti letterarie ed epigrafiche, in L’Africa Romana. Atti del X convegno di studio (Sassari 11 – 13 dicembre 1992), a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1994, pp. 857-936; P. Meloni, La Sardegna romana, prefazione di Raimondo Zucca, Ilisso editore, Nuoro 2012 (riedizione dell’opera: La Sardegna romana, Sassari, Chiarella, 1990), pp. 153-199.

    [13] A.R. Ghiotto, L’architettura romana nelle città della Sardegna, Roma, Quasar, 2005 (Antenor. Quaderni, 4).

    Le città della Sardegna in età repubblicana fino a Cesare

    1. Le città sarde fino a Cesare

    Cicerone nella Pro Scauro sosteneva maliziosamente che la Sardinia era l’unica provincia nella quale non si trovavano alla metà del I secolo a.C. città amiche del popolo romano o libere ma solo civitates stipendiariae (19,44): quae est enim praeter Sardiniam provincia quae nullam habeat amica<m> populo Romano ac liberam civitatem ?[1] In realtà, entro la stessa provincia (in Corsica), si trovavano due colonie di cittadini romani dedotte cinquanta anni prima nell’età di Mario e di Silla, rispettivamente Mariana dopo la lex Apuleia Saturnina del 103 a.C. e Aleria Veneria vent’anni dopo[2]. Al momento lasceremmo da parte Feronia, fondata uno o due decenni dopo il sacco di Roma da parte dei Galli, sulla costa orientale della Sardegna presso Posada: i fondatori furono 500 seguaci di Tito Manlio Capitolino, fatto uccidere dal senato per questa sua tendenza populista tesa a liberare dai debiti gli schiavi rovinati dalla guerra[3].

    L’esistenza in Sardegna di città alleate dei Romani (civitates sociae), sia pure sine foedere, è sicura fin dalla guerra annibalica, ad esempio per gli aiuti forniti “benigne” ad Aulo Cornelio Mamulla alla vigilia della battaglia di Canne (Liv. 23, 21,1; vd. 23, 41, 6)[4]; città difese da Tito Manlio Torquato dopo l’attacco di Hampsicora;  conosciamo del resto la generosità delle poleis della Sardegna amiche dei Romani, nell’episodio che vide il questore Gaio Gracco ottenere gratuitamente le vesti per i militari, pur di fronte all’esenzione decretata dal Senato (Plut., Gracco, 2, 2)[5].

    È un fatto che nella grande Isola tirrenica nell’età di Cicerone non esistevano città di fondazione (colonie) o municipi di cittadini romani: tutte le antiche colonie fenicie e puniche erano ancora governate da sufeti secondo la tradizione punica, ormai ad oltre un secolo dalla distruzione di Cartagine[6]. Esse erano considerate dai Romani solo delle civitates stipendiariae, cioé città abitate da stranieri (peregrini), sottoposte al pagamento di uno stipendium in denaro, victoriae premium ac poena belli, premio per i vincitori, punizione per i sardo-punici sconfitti al momento dell’occupazione dell’isola (l’espressione è utilizzata nelle Verrine 2,3, 12 per la Sicilia); e ciò senza un vero e proprio foedus[7]. I testi citati vanno collegati con due altri passi della Pro Balbo nei quali è registrata la condizione di stipendiarii dei Sardi: Nam stipendiarios ex Africa, Sicilia, Sardinia, ceteris provinciis multos civitate donatos videmus. E ancora: Quodsi Afris, si Sardis, si Hispanis agris stipendioque multatis virtute adipisci licet civitatem. Al di là delle esagerazioni di un avvocato che difendeva un governatore disonesto, possiamo convenire che la Sardegna (non la provincia) intorno al 56-54 a.C. era ridotta ad ager publicus ed era priva di civitates che non fossero stipendiariae.

    Le ultime rcerche hanno portato gli studiosi ad immaginare che Giulio Cesare, nella sua visita a Carales (dal 16-27 giugno 46 a.C.) e nel suo lungo soggiorno nei porti e nelle città costiere della Sardegna occidentale durato tutto il mese di luglio 46 a.C., prima del rientro a Roma, abbia potuto progettare un riordino territoriale dell’Isola, che a partire da questo momento sembra quadripartita tra la capitale Carales, la possibile colonia Iulia di Tharros, la colonia Iulia di Turris Libisonis e la città di Olbia, al margine della Barbaria, con propri confini che si appoggiavano su fiumi o monti[8].

    Si pongono negli ultimi anni temi relativi agli aspetti istituzionali, ma anche urbanistici e sociali di grande interesse[9].


    [1] Sulla Pro Scauro di Cicerone, A. Mastino, “Natione Sardus, Una mens, unus color, una vox, una natio, in Archivio Storico Sardo, L, 2015, p. 147; vd. però A. Muroni, “Cittadinanza romana in Sardegna durante la Res publica: concessioni tra politica e diritto”, in Diritto @ Storia. Rivista internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizione romana, XIII, n. 12, 2014, pp. 1-62.

    [2] R. Zucca, La Corsica romana (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – 29), S’Alvure, Oristano 1996.

    [3] M. Torelli, “Colonizzazioni etrusche e latine di epoca arcaica: un esempio”, in Gli Etruschi e Roma. Incontro di studio in onore di Massimo Pallottino (Roma, 11-13 dicembre 1979), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 1981, pp. 71-82; P. Ruggeri, Titus Manlius Torquatus, privatus cum imperio,in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigrafia, Edes, Sassari 1999, pp. 115-129.

    [4] A. Mastino, “Cornus e il Bellum Sardum di Hampsicora e Hostus, storia o mito? Processo a Tito Livio”, in Il processo di romanizzazione della provincia Sardinia et Corsica, a cura di S. De Vincenzo, C. Blasetti Fantauzzi, Atti del convegno internazionale di studi (Cuglieri (OR), 26- 28 marzo 2015), Roma, Edizioni Quasar, 2016, p. 29 (Analysis Archaeologica. An international Journal of Western Mediterranean Archaeology – Monograph Series N. 1).

    [5] A. Mastino, Colonie, Municipi, Civitates stipendiariae della Sardinia, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 46-50.

    [6] I sufeti della Sardegna punica e romana sono in R. Zucca, Sufetes Africae et Sardiniae e ricerche storiche e geografiche sul Mediterraneo Antico (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – n.s. 1), Carocci, Roma 2004.

    [7] P. Meloni, La Sardegna romana. I centri abitati e l’organizzazione muniipale, in ANRW, II, 11, 1, 1988, pp. 491-551.

    [8] In passato scettico sulla definizione di precisi confini per la Barbaria Sarda: A. Stiglitz, Confini e frontiere nella Sardegna punica e romana: critica all’immaginario geografico, in L’Africa Romana, XV, Roma 2004, pp. 805-817. Per le testimonianze archeologiche della Barbaria: M.A. Mele, Archeologia in Barbagia, Zenìa, Nuoro 2014.

    [9] C. Vismara, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province del Nord Africa e nella Sardegna, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 45-52; A. Zara, Abitare nella Sardegna romana, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 118- 123.Le città sarde fino a Cesare

    Cicerone nella Pro Scauro sosteneva maliziosamente che la Sardinia era l’unica provincia nella quale non si trovavano alla metà del I secolo a.C. città amiche del popolo romano o libere ma solo civitates stipendiariae (19,44): quae est enim praeter Sardiniam provincia quae nullam habeat amica<m> populo Romano ac liberam civitatem ?[1] In realtà, entro la stessa provincia (in Corsica), si trovavano due colonie di cittadini romani dedotte cinquanta anni prima nell’età di Mario e di Silla, rispettivamente Mariana dopo la lex Apuleia Saturnina del 103 a.C. e Aleria Veneria vent’anni dopo[2]. Al momento lasceremmo da parte Feronia, fondata uno o due decenni dopo il sacco di Roma da parte dei Galli, sulla costa orientale della Sardegna presso Posada: i fondatori furono 500 seguaci di Tito Manlio Capitolino, fatto uccidere dal senato per questa sua tendenza populista tesa a liberare dai debiti gli schiavi rovinati dalla guerra[3].

    L’esistenza in Sardegna di città alleate dei Romani (civitates sociae), sia pure sine foedere, è sicura fin dalla guerra annibalica, ad esempio per gli aiuti forniti “benigne” ad Aulo Cornelio Mamulla alla vigilia della battaglia di Canne (Liv. 23, 21,1; vd. 23, 41, 6)[4]; città difese da Tito Manlio Torquato dopo l’attacco di Hampsicora;  conosciamo del resto la generosità delle poleis della Sardegna amiche dei Romani, nell’episodio che vide il questore Gaio Gracco ottenere gratuitamente le vesti per i militari, pur di fronte all’esenzione decretata dal Senato (Plut., Gracco, 2, 2)[5].

    È un fatto che nella grande Isola tirrenica nell’età di Cicerone non esistevano città di fondazione (colonie) o municipi di cittadini romani: tutte le antiche colonie fenicie e puniche erano ancora governate da sufeti secondo la tradizione punica, ormai ad oltre un secolo dalla distruzione di Cartagine[6]. Esse erano considerate dai Romani solo delle civitates stipendiariae, cioé città abitate da stranieri (peregrini), sottoposte al pagamento di uno stipendium in denaro, victoriae premium ac poena belli, premio per i vincitori, punizione per i sardo-punici sconfitti al momento dell’occupazione dell’isola (l’espressione è utilizzata nelle Verrine 2,3, 12 per la Sicilia); e ciò senza un vero e proprio foedus[7]. I testi citati vanno collegati con due altri passi della Pro Balbo nei quali è registrata la condizione di stipendiarii dei Sardi: Nam stipendiarios ex Africa, Sicilia, Sardinia, ceteris provinciis multos civitate donatos videmus. E ancora: Quodsi Afris, si Sardis, si Hispanis agris stipendioque multatis virtute adipisci licet civitatem. Al di là delle esagerazioni di un avvocato che difendeva un governatore disonesto, possiamo convenire che la Sardegna (non la provincia) intorno al 56-54 a.C. era ridotta ad ager publicus ed era priva di civitates che non fossero stipendiariae.

    Le ultime rcerche hanno portato gli studiosi ad immaginare che Giulio Cesare, nella sua visita a Carales (dal 16-27 giugno 46 a.C.) e nel suo lungo soggiorno nei porti e nelle città costiere della Sardegna occidentale durato tutto il mese di luglio 46 a.C., prima del rientro a Roma, abbia potuto progettare un riordino territoriale dell’Isola, che a partire da questo momento sembra quadripartita tra la capitale Carales, la possibile colonia Iulia di Tharros, la colonia Iulia di Turris Libisonis e la città di Olbia, al margine della Barbaria, con propri confini che si appoggiavano su fiumi o monti[8].

    Si pongono negli ultimi anni temi relativi agli aspetti istituzionali, ma anche urbanistici e sociali di grande interesse[9].


    [1] Sulla Pro Scauro di Cicerone, A. Mastino, “Natione Sardus, Una mens, unus color, una vox, una natio, in Archivio Storico Sardo, L, 2015, p. 147; vd. però A. Muroni, “Cittadinanza romana in Sardegna durante la Res publica: concessioni tra politica e diritto”, in Diritto @ Storia. Rivista internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizione romana, XIII, n. 12, 2014, pp. 1-62.

    [2] R. Zucca, La Corsica romana (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – 29), S’Alvure, Oristano 1996.

    [3] M. Torelli, “Colonizzazioni etrusche e latine di epoca arcaica: un esempio”, in Gli Etruschi e Roma. Incontro di studio in onore di Massimo Pallottino (Roma, 11-13 dicembre 1979), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 1981, pp. 71-82; P. Ruggeri, Titus Manlius Torquatus, privatus cum imperio,in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigrafia, Edes, Sassari 1999, pp. 115-129.

    [4] A. Mastino, “Cornus e il Bellum Sardum di Hampsicora e Hostus, storia o mito? Processo a Tito Livio”, in Il processo di romanizzazione della provincia Sardinia et Corsica, a cura di S. De Vincenzo, C. Blasetti Fantauzzi, Atti del convegno internazionale di studi (Cuglieri (OR), 26- 28 marzo 2015), Roma, Edizioni Quasar, 2016, p. 29 (Analysis Archaeologica. An international Journal of Western Mediterranean Archaeology – Monograph Series N. 1).

    [5] A. Mastino, Colonie, Municipi, Civitates stipendiariae della Sardinia, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 46-50.

    [6] I sufeti della Sardegna punica e romana sono in R. Zucca, Sufetes Africae et Sardiniae e ricerche storiche e geografiche sul Mediterraneo Antico (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – n.s. 1), Carocci, Roma 2004.

    [7] P. Meloni, La Sardegna romana. I centri abitati e l’organizzazione muniipale, in ANRW, II, 11, 1, 1988, pp. 491-551.

    [8] In passato scettico sulla definizione di precisi confini per la Barbaria Sarda: A. Stiglitz, Confini e frontiere nella Sardegna punica e romana: critica all’immaginario geografico, in L’Africa Romana, XV, Roma 2004, pp. 805-817. Per le testimonianze archeologiche della Barbaria: M.A. Mele, Archeologia in Barbagia, Zenìa, Nuoro 2014.

    [9] C. Vismara, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province del Nord Africa e nella Sardegna, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 45-52; A. Zara, Abitare nella Sardegna romana, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 118- 123.