Tito Livio e il Bellum Sardum di Hampsicora

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Tito Livio di Patavium e il Bellum Sardum di Hampsicora

LIVIO XXIII, 32 ss.

Balenò improvvisa la speranza di recuperare a Cartagine la Sardegna: povera cosa era l’esercito romano che colà si trovava; se ne andava il vecchio pretore A. Cornelio, conoscitore della provincia, si era in attesa del nuovo; inoltre gli animi dei Sardi erano già sfiniti dalla lunga durata del dominio (romano) e nell’ultimo anno era stato esercitato su di essi un potere duro e rapace; erano stati schiacciati da un gravoso tributo e da una eccessiva contribuzione di grano; nell’altro mancava che un garante, passando dalla parte del quale essi potessero ribellarsi. Questa ambasceria era stata inviata segretamente per intervento dei cittadini più ragguardevoli, mentre più di ogni altro si dava da fare per realizzare questo disegno Ampsicora, che allora era di gran lunga il primo per prestigio e per mezzi.

E intanto in Sardegna ad opera del pretore T. Manlio si riprese l’azione, che era stata interrotta dopo che il pretore Q. Mucio era caduto in grave malattia. Manlio, tirate in secco a Cagliari le navi da guerra e armati i marinai per condurre le operazioni a terra, e ricevuto dal pretore l’esercito, raccolse ventiduemila fanti e milleduecento cavalieri.

Avviatosi con queste truppe di cavalieri e di fanti nel territorio dei nemici, pose l’accampamento non lontano dall’accampamento di Ampsicora. In quel periodo per caso Ampsicora era andato nel territorio dei Sardi Pelliti ad armarne i giovani, con i quali accrescere le sue truppe; suo figlio, di nome Osto, aveva il comando dell’accampamento.

Egli, che la giovane età riempiva di baldanza, dopo aver attaccato battaglia alla cieca fu sbaragliato e messo in fuga. Circa tremila Sardi furono in quella battaglia uccisi, all’incirca ottocento furono catturati vivi; il resto dell’esercito, che dapprima si era sbandato in fuga per campi e boschi, si rifugiò poi presso la città di nome Cornus, capitale di quella regione dove si diceva fosse fuggito il comandante.

E quella guerra in Sardegna si sarebbe conclusa, se la flotta cartaginese al comando di Asdrubale, spinta da una tempesta fino alle Baliares, non fosse arrivata in tempo per sperare in una ulteriore ribellione. Manlio, dopo aver appreso la notizia dello sbarco della flotta cartaginese, si ritirò a Carales; ciò diede ad Hampsicora l’opportunità di unirsi ai Cartaginesi. Asdrubale, dopo aver sbarcato le sue forze e rimandato indietro la flotta, si diresse verso Cartagine al comando di Hampsicora per saccheggiare il territorio degli alleati del popolo romano, e stava per raggiungere Carales, se Manlio non lo avesse impedito di sferrare un attacco avventato con un esercito avversario. Dapprima l’accampamento fu assediato a breve distanza; poi si combatterono leggere scaramucce con risultati alterni, correndo qua e là; infine si scese in battaglia. Dopo levati gli stendardi, si combatté una vera e propria battaglia per quattro ore. I Cartaginesi, abituati a sconfiggere facilmente i Sardi, combatterono una lunga e decisiva battaglia; Infine anche loro, quando tutto intorno a loro era pieno della strage e della fuga dei Sardi, furono sconfitti; ma i Romani, voltando le spalle, circondarono i Sardi, e li accerchiarono con l’ala con cui li avevano respinti. Ci fu più strage che battaglia. Dodicimila nemici furono uccisi, sia Sardi che Cartaginesi, quasi tremilasettecento furono fatti prigionieri e ventisette stendardi militari andarono perduti.

…Soprattutto rese famosa e memorabile quella battaglia la cattura del comandante supremo Asdrubale e dei nobili cartaginesi Annone e Magone, Magone della gente dei Barca, legato ad Annibale da stretta parentela, Annone istigatore dei Sardi alla ribellione e senza dubbio provocatore di quella guerra. E i comandanti dei Sardi resero non meno celebre quella battaglia con la loro morte; da una parte infatti Osto, il figlio di Ampsicora, cadde sul campo di battaglia; dall’altra Ampsicora, che era in fuga con pochi cavalieri, allorché venne a sapere, oltre al disastro subito, anche dell’uccisione del figlio, di notte, perché non sopraggiungesse nessuno a impedire il suo proposito, si diede la morte. Per tutti gli altri luogo di scampo dalla fuga fu la medesima città di Cornus, che già lo era stata in precedenza, e di cui Manlio sferratole l’attacco con l’esercito vincitore, nel volgere di giorni s’impadronì.

Nella foto il Nuraghe Tradori a Narbolia (luogo della prima battaglia)