La fatica del vivere in Sardegna

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“A che punto è la notte ? L’evoluzione della violenza criminale in Sardegna?” Franco Angeli

La performance delle ragazze e dei ragazzi, studenti del Liceo Margherita di Castelvì e del dirigente Gianfranco Strinna ha portato stamane una ventata d’aria nuova e ci consente di presentare con emozione vera questo bel volume che si inserisce in un percorso ormai consolidato di studi sulla criminalità in Sardegna: nel titolo propone una domanda: a che punto è la notte?  Con dei sottotesti, che non nascondono una voglia di riscatto e una fame di futuro: L’evoluzione della violenza criminale e Le fatiche del vivere in Sardegna.  

Non si tratta solo di capire quanta violenza esiste, quali sono gli ambiti nei quali si sviluppa, ma soprattutto che forma assume, perché persiste e come si trasforma nel tempo. Prudenza mi consiglia di stare sulla soglia di questo rapporto, partendo proprio dal titolo, A che punto è la notte? Il riferimento al Macbeth shakespeariano che racconta di una notte nera in gara col mattino è un modo di leggere l’evoluzione della criminalità in Sardegna, in particolare quelle forme che utilizzano la violenza come strumento per soddisfare pulsioni di controllo e di arricchimento illecito. C’è sempre chi utilizza la violenza per fermare con il sangue chiunque si frapponga o costituisca un ostacolo.

A che punto è la criminalità sarda? Da vent’anni l’Osservatorio sociale sullo Sviluppo e sulla Criminalità in Sardegna (OSCRIM) monitora i cambiamenti e di questi, volta per volta, ne ha dato conto nei volumi pubblicati dal 2006 fino ad oggi, senza dimenticare che il fiorente mercato delle droghe (dopo l’eroina degli anni 80) è ormai diventato il sostegno materiale su cui si basano le maggiori espressioni criminali sarde, tanto da aver indotto l’OSCRIM a dedicare tre volumi, il primo dei quali è stato davvero illuminante per il successivo dibattito su Graziano Mesina:  Droghe e organizzazioni criminali in Sardegna (2021), L’Isola sotterranea (2022), La felicità non abita più qui (2023), titolo che coincide con lo sguardo degli antichi sull’eudaimonia della Sardegna nel mondo antico, l’isola più grande del mondo, dove alla rovescia è facile vivere felici perché il tempo si misura in altro modo.

Questa di oggi è una Sardegna per così dire fragile e crepuscolare che conosce diverse tipologie di violenza criminale, cappaci di caratterizzare molti dei fenomeni delittuosi dell’Isola in continuità con il passato, seppure con molti elementi di novità.

Il volume è scritto magnificamente ed è articolato in quattro capitoli, concentrando l’attenzione sugli omicidi negli ultimi 5 anni (di Daniele Pulino), le rapine (di Sara Spanu) e gli attentati (ancora di Daniele Pulino), a questi ultimi due crimini è dedicato il quarto capitolo che riporta lo studio dei relativi costi economici (di Anna Bussu, Domenica Dettori, Maria Gabriela Ladu, Manuela Pulina).

Il saggio introduttivo (di Antonietta Mazzette) offre un possibile modo di leggere

l’evoluzione della violenza criminale in Sardegna.

Antonietta Mazzette notissima nel mondo della sociologa urbana e responsabile scientifica dell’OSCRIM, ha pubblicato su questi temi Il diritto alla città cinquant’anni dopo (SUR, n. 127, 2018); Dualismo in Sardegna (cur. Angeli 2019); Città e territorio in tempi di pandemia (Angeli 2021); Safety, Mobility and Sociality in Urban Spaces.

Sullo sfondo di questo rapporto c’è la voglia di superare ogni convenzione come l’idea preconcetta che la Sardegna di oggi sia sempre uguale a se stessa e in una linea di rigida continuità con il passato.

In età romana la Sardegna interna alla metà del I secolo a.C., era una terra bellissima ma pericolosa: Varrone nel suo De re rustica (1, 16, 2) lamenta il rischio nella coltivazione di agri egregii, quali quelli in Sardinia […] prope Ouselim, a causa dei latrocinia vicinorum , che occorreva reprimere con operazioni militari. Il nome dei Sardi Pelliti alleati di Annibale sembra far riferimento alla mastruca, tanto disprezzata da Cicerone, che parla di mastrucati latrunculi per le vittorie di Albucio alla fine del II secolo a.C. (de prov. cons. VII, 15)) e di pelliti testes per il processo contro il proconsole Scauro (22,45); e Quintiliano osservava che nell’orazione a favore di un governatore disonesto l’Arpinate l’oratore abbia parlato di mastruca solo per sbeffeggiare i Sardi (irridens). Da qui l’atteggiamento ostile del ciceroniano Gerolamo, per il quale è impossibile che la morte di Cristo sia avvenuta solo per conseguire la redenzione di un popolo barbaro, per la mastruca dei Sardi: un popolo che viveva in una terra abitata da uomini luridi e dal colorito livido in una provincia miserabile: Iberam excetram luridos homines et inopem provinciam dedignatus est possidere. Più esplicitamente Isidoro, riprendendo nel VII secolo d.C. Cicerone e Gerolamo, precisa che la mastruca è un indumento quasi mostruoso, perché chi la indossa assume le sembianze di un animale: mastruca autem dicta, quasi monstruosa, eo quod qui ea induuntur, quasi in ferarum habitum transformentur. La caratterizzazione dei Sardi Pelliti è avvicinata a quella dei Getuli Africani da Varrone, per il quale si trattava di tribù di pastori vestiti di pelli di capra: quaedam nationes harum (caprarum) pellibus sunt vestitae, ut in Gaetulia et in Sardinia. I Getuli per Sallustio non conoscevano ancora nel II secolo a.C. neppure il nome dei Romani: un genus hominum ferum incultumque et eo tempore ignarum nominis Romani.

Assieme ai Balari Strabone (5, 2,7) ricorda i popoli collocati sulle montagne della Sardegna settentrionale: «sono quattro le tribù delle montagne, i Parati, i Sossinati, i Balari, gli Aconiti, i quali vivono nelle caverne e se hanno qualche terra adatta alla semina non la seminano con cura; anzi, compiono razzie contro le terre degli agricoltori e non solo di quelli dell’isola, ma salpano anche contro quelli del continente, soprattutto i Pisani». Bellieni parlava di un popolo di aborigeni mentre immaginava che nei boschi risuonassero <le urla degli assalitori avanzanti in catena, come per una immensa battuta di caccia». Sono forse solo luoghi comuni che trasformano la storia in romanzo. E poi le bardane, i sequestri, la sofferenza che abbiamo conosciuto.

Se ora veniamo a noi, non ho dubbio che gli autori di questo volume sviluppino in dettaglio il pensiero di un grande maestro, Antonio Pigliaru di cui Antonietta Mazzette e indirettamente tutti gli altri autori sono allievi. Eppure nella sostanza i passi in avanti sono moltissimi e si deve constatare un progressivo allontanamento dal maestro, con l’intento di utilizzare un metodo nuovo empirico e di trovare la strada per leggere l’evoluzione della violenza nel tempo come fatto sociale, le trasformazioni, le prospettive. Se c’è una cosa che questo libro dimostra è che la distanza dell’oggi dalla società sarda descritta da Antonio Pigliaru è ora incolmabile. Eppure egli rimane la figura centrale per comprendere il rapporto tra cultura e violenza in Sardegna. Colpisce quanta strada sia stata compiuta in questi anni.

Nel suo lavoro più noto, La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico, Pigliaru analizza la vendetta non come atto irrazionale, ma come parte di un vero e proprio sistema normativo, che fa parte dell’identità stessa dell’isola e che è radicato nella storia della Sardegna. Secondo Pigliaru, nelle società agro-pastorali barbaricine esisteva un codice d’onore che regolava i comportamenti: la vendetta non era arbitraria, ma seguiva regole precise di proporzione, responsabilità e riparazione. In questo senso, la violenza non era devianza, ma forma di giustizia alternativa in assenza o debolezza dello Stato. La vendetta svolgeva funzioni sociali: ristabilire l’equilibrio violato, difendere l’onore individuale e familiare, garantire ordine all’interno della comunità Pigliaru sottolineava però il carattere tragico e conflittuale di questo sistema immutabile: era un ordinamento efficace, ma fondato sulla violenza, e quindi destinato a entrare in tensione con il diritto statale moderno. Egli aveva colto che con la modernizzazione, questo codice era entrato in crisi, ma non era scomparso del tutto: sopravviveva come modello culturale implicito, influenzando ancora oggi alcune forme di gestione dei conflitti. Il contributo di Pigliaru è stato fondamentale perché suppone che la violenza in Sardegna non è semplicemente criminalità, ma un fenomeno storicamente radicato, culturalmente strutturato e socialmente significativo.

A me sembra che questo volume superi ogni teorema astratto e parta concretamente dalla realtà di oggi e costruisca un percorso che alla fine fa intravvedere molte novità rispetto al quadro tradizionale, per quanto la violenza non sia un elemento esterno alla società, ma una sua componente interna, una possibilità nelle relazioni sociali, per il fatto che gli autori di reati sono immersi nello stesso tessuto culturale, economico e simbolico in cui vivono tutti gli altri.

Uno dei fili conduttori dell’intero volume è la tensione tra cambiamento e continuità della violenza in Sardegna, intesa come possibilità interna alle relazioni sociali, che emerge quando specifiche condizioni culturali, economiche e territoriali la rendono praticabile, e talvolta persino legittima. Occorre interrogarci su come come la violenza si radichi dentro il tessuto sociale stesso.

Vorerei partire da un’osservazione di fondo: la Sardegna contemporanea è profondamente diversa da quella del passato: sono mutate le condizioni economiche, si sono trasformate le strutture sociali, sono cambiati i modelli di sviluppo.

Eppure, alcune forme di violenza persistono. Non si tratta di una sopravvivenza immobile, ma di una trasformazione adattiva: la violenza si riduce in alcune forme (come gli omicidi), si riorganizza in altre (rapine, attentati, traffici illegali), cambia linguaggio, ma non scompare

In particolare, il volume mostra come il nucleo storico della violenza resti nella Sardegna centro-orientale, ma con una diffusione più ampia e una capacità di proiezione anche fuori dall’isola.

Per comprendere questa evoluzione, il volume propone una distinzione fondamentale tra diverse forme di violenza: violenza legata a disordine sociale e fragilità normativa, violenza diretta, fisica e immediata, violenza strategica, pianificata e finalizzata, violenza indiretta, connessa ad attività come il narcotraffico.

Questa classificazione è cruciale perché mostra che la violenza non è un fenomeno unico, ma un insieme di pratiche diverse, con logiche, attori e significati differenti.

Del resto da un lato, la Sardegna contemporanea è molto diversa da quella del passato: sono mutate le condizioni economiche, sociali e infrastrutturali. Dall’altro lato, permane una continuità profonda: il ricorso alla violenza come strumento per risolvere conflitti, affermare potere o ottenere vantaggi economici. Questa continuità non va letta in modo deterministico. Mi sembra essenziale rilevare che non si tratta di una “natura violenta” dell’isola, ma della persistenza talora di modelli culturali e pratiche sociali che continuano a dare senso e legittimazione, in alcuni contesti, all’uso della forza.

Entrando nei singoli capitoli, il contributo sugli omicidi offre un primo elemento di riflessione. I dati mostrano una diminuzione significativa degli omicidi, in linea con il contesto nazionale. Tuttavia, questa riduzione non equivale a una scomparsa della violenza, ma segnala un suo spostamento verso altre forme, che si sviluppano anche grazie alla disponibilità delle armi.

Ciò che colpisce è la persistenza delle caratteristiche sociali dell’omicidio: avviene spesso tra persone che si conoscono, è radicato in relazioni di prossimità, si sviluppa in contesti familiari o comunitari.

Non è quindi una violenza casuale, ma una violenza relazionale, che riflette tensioni interne alla società. Particolarmente rilevante è anche la dimensione di genere: i femminicidi mostrano come la violenza sia ancora profondamente legata a asimmetrie di potere nelle relazioni affettive.

In sintesi: la violenza più estrema diminuisce nei numeri, ma continua a esprimere modelli culturali profondi.

Il quadro si complica ulteriormente con l’analisi della violenza predatoria tra quotidianità e spettacolo.

Sara Spanu disegna una doppia dimensione, quella dell’ordinarietà (La maggior parte delle rapine è diffusa, poco remunerativa, inserita nella quotidianità urbana; questa dimensione rappresenta una criminalità “normale”, quasi banalizzata) e quella della spettacolarità: esiste una violenza altamente organizzata: assalti ai portavalori, uso di armi pesanti, pianificazione dettagliata Questi eventi, pur meno frequenti, hanno un forte impatto simbolico e mediatico.

Quello che emerge è un dato culturale importante: la violenza non è solo reazione o bisogno, ma può essere competenza, organizzazione, strategia, balentìa.

Uno dei contributi più profondi del volume riguarda gli attentati intimidatori, che utilizzano la violenza come linguaggio. Qui la violenza assume una funzione specifica: non solo colpire, ma comunicare. Gli attentati diventano: messaggi, segnali di potere, strumenti di controllo del territorio. La loro forza non sta solo nel danno materiale, ma nel significato sociale.

Questi atti seguono schemi ricorrenti: modalità simili, bersagli riconoscibili, tempi prevedibili. La violenza diventa così rituale, cioè riconoscibile e socialmente codificata. Un elemento decisivo è il ruolo della comunità che osserva, interpreta, spesso non reagisce Il silenzio, la paura o l’adattamento contribuiscono a rendere efficace la violenza. In questo senso, la violenza intimidatoria funziona perché coinvolge non solo la vittima, ma l’intero contesto sociale.

Tutti i fenomeni analizzati mostrano una forte dimensione territoriale. Le aree più colpite sono spesso periferiche o rurali, presentano fragilità economiche, mostrano forme ambivalenti di coesione sociale. Ma non possiamo vedere un destino irrevocabile segnato astrattamente per i Sardi. Emerge un punto fondamentale: non è solo la povertà a generare violenza, ma la combinazione tra: debolezza istituzionale, isolamento, reti sociali chiuse.  In questi contesti, la violenza può diventare mezzo di regolazione dei conflitti, strumento di potere, alternativa alle istituzioni e alle forze dell’ordine, che debbono adottare le strategie di contrasto, gli interventi di prevenzione, le azioni per spezzare la spirale dell’intimidazione.

Un aspetto spesso trascurato è il costo economico della violenza. Il volume dimostra che la criminalità violenta produce danni materiali diretti, perdita di reddito, costi per sicurezza e prevenzione a danno dei sistemi locali del lavoro in Sardegna.  Ma soprattutto genera effetti più ampi come la riduzione degli investimenti, il peggioramento della qualità della vita, l’aumento delle disuguaglianze.  In alcuni territori, pochi eventi possono avere un impatto enorme, compromettendo lo sviluppo locale, con danni economici giganteschi.

Questo porta a una conclusione la violenza non è solo un problema di ordine pubblico, ma un fattore strutturale di sviluppo che deve essere contrastato soprattutto con l’attivazione di reti di solidarietà.

Mettendo insieme tutti i contributi e proponendo una lettura integrata, emerge una spiegazione complessa. La violenza persiste perché è sostenuta da più fattori culturali (modelli di gestione del conflitto, legittimazione implicita della forza), sociali (relazioni dense e conflittuali, ruolo ambiguo delle comunità), economici (fragilità e opportunità illegalità), territoriali: isolamento, debole presenza istituzionale, organizzativi (competenze criminali, capacità strategiche).

La violenza, dunque, non è residuo del passato, ma fenomeno attuale e adattivo in evidente evoluzione.

Tornerei allora alla domanda iniziale, a che punto è la notte? La domanda del titolo resta aperta e, forse, volutamente senza risposta definitiva. Non siamo più nella Sardegna del banditismo tradizionale: gli omicidi diminuiscono, alcune forme di violenza si riducono.

Ma non siamo neppure in una società completamente pacificata: la violenza si trasforma, si organizza, si normalizza in alcuni contesti: La “notte nera” non è finita, ma è cambiata: meno visibile, più complessa, più diffusa nelle pieghe della società

Il volume ci invita quindi a guardare oltre gli stereotipi e a riconoscere che: la violenza non è un’anomalia da eliminare una volta per tutte, ma una possibilità sempre presente, che va compresa, interpretata e contrastata nelle sue radici culturali e sociali: si tratta di un prodotto collettivo che richiede uno sguardo sociologico rinnovato. Queste pagine offrono una lezione per me fondamentale: la Sardegna non è una “terra violenta”, perché non ci sono terre violente in astratto. La vera sfida, suggerita implicitamente dagli autori, non è solo repressiva, ma culturale e sociale: rafforzare i legami comunitari, ridurre le disuguaglianze, spezzare i meccanismi di legittimazione della violenza. In definitiva, il volume ci invita a cambiare prospettiva: non chiedersi solo “quanta violenza c’è”, ma perché esiste, come si trasforma e quali significati assume nella società sarda contemporanea.

Se ci lasciamo alle spalle gli stereotipi e le provocazioni (penso ad Alfredo Niceforo e alla “zona delinquente” di Caccia Grossa di Giulio Bechi) riconosciamo che la violenza non è un’anomalia da eliminare una volta per tutte, connessa ad un determinismo sociale e ambientale, ma una possibilità che va compresa, interpretata e contrastata nelle sue radici culturali e sociali: si tratta di un prodotto collettivo che richiede uno sguardo sociologico rinnovato.Inizio modulo

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Tornerei al titolo del volume che è stato ispirato dal Machbeth di Schakespeare, ce lo hanno ricordato Antonietta Mzazeette e Salvatore Morittu. C’è un brano della Bibbia che mi è molto caro, quando Isaia (21, 11-12) immagina nell’Idumea sul Monte Seir nel silenzio angoscioso della notte, un passante che chiede alla vedetta collocata sulla torre più alta: «Shomèr ma mi-llailah?», «Sentinella, quanto resta della notte?».

La sentinella, quasi un oracolo benefico, risponde dall’alto della sua postazione:

«La notte sta per finire, ma l’alba del nuovo giorno non è ancora arrivata.

Tornate, domandate, insistete».

La notte nera in cui si trova attualmente nostra Isola, la recessione, la crisi profonda fatta anche di omissioni, di pigrizie, di interessi personali speriamo stia per finire, il baratro finanziario, il malessere economico e culturale possono ormai essere alle spalle, e l’alba si annuncia con tutte le sue speranze: a me sembra che questo volume indichi senza pregiudizi nuove strade attraverso le quali Sardi possano superare definitivamente questa fase drammatica della loro storia credo con dignità e rispetto per le persone, cercando di rispondere alle attese, di sentire il parere di tutti, di collegare tra loro i terrori e le esperienze della Sardegna, con orgoglio di appartenenza e una speranza.

In queste pagine vediamo anche una realtà in crescita continua, una realtà viva, dinamica, positiva. Da domani: spetta a noi, in particolare ai nostri giovani, vigilare perché la luce dell’alba del giorno nuovo illumini un futuro di serenità e di impegno.

Tornate, domandate, insistete è la risposta della sentinella sulla torre nella notte.