S. Aounallah, A Mastino, P. Ruggeri
Reflexion sur les proscriptions de Sylla, la res publica Teanensium et le Fundus Tigibelle. Relations avec les Etrusques en Afrique (oued Miliane) et en Sardaigne.
Introduzione
La recente riedizione del volume di Luigi Capogrossi Colognesi, La struttura della proprietà e la formazione dei “iura praediorum” nell’età repubblicana, ripreso in questi giorni nella nostra collana Aes et libra diretta da Maria Rosa Cimma e da Attilio Mastino, ci ha consentito di guardare con occhi diversi le recenti scoperte riguardanti la regione dell’Alto Tell dall’antichità al Medioevo, alla luce dei provvedimenti adottati da Silla dittatore, al quale si deve la costruzione del Tabularium Capitolino, destinati a conservare le formae catastali provenienti dall’Italia e dalle province, con l’indicazione delle singole assegnazioni di lotti di terra. Naturalmente ci muoviamo all’interno di un ambito che ci è caro, quello della pertica Carthaginiensium, considerandola in una prospettiva diversa, quella del consolidarsi alla fine dell’età repubblicana degli iura praediorum in ambito provinciale. Non ci concentreremo sulla riorganizzazione augustea della pertica di Cartagine, ma torneremo al processo di smantellamento della prima pertica Carthaginiensium, quella graccana testinomiata dalla vita di Gaio Gracco di Plutarco.
Generalmente si ritiene che tale esperienza abbia avuto carattere piuttosto effimero; alcuni indizi suggeriscono però che le limitationes operate dagli agrimensori in occasione della presenza di Gaio Gracco a Cartagine abbiano lasciato sul territorio tracce significative e durature nel tempo, tali comunque da riaffiorare attraverso l’indagine catastale e la sopravvivenza di alcuni istituti davvero unici. È plausibile che tali assetti fossero ancora almeno in parte riconoscibili all’epoca del conflitto tra Mario e Silla e delle successive proscrizioni sillane, quando si verificarono spostamenti di gruppi di proscritti provenienti soprattutto dall’Etruria, una regione i cui centri furono profondamente coinvolti nelle ostilità tra le due fazioni.
In questa prospettiva prenderemo in esame due aree particolarmente significative. La prima è quella dell’oued Miliane, nei pressi di Cartagine, interessata da fenomeni di immigrazione dalla penisola italica a partire dall’età sillana. La seconda si colloca a sud di Aïn Tounga, l’antica Thignica, e coincide con il fundus Tigibellensis, situato all’interno di un pagus dipendente dalla colonia campana di Teanum Sidicinum e riconducibile alla categoria giuridica degli agri ex alienis territoriis sumpti.
L’epoca post graccana: la guerra contro Giugurta
L’approvazione della legge agraria del 111 a.C. e la revoca della colonia Iunonia Carhago non comportò la scomparsa delle trasformazioni territoriali promosse da Gaio Gracco. Al contrario, la limitatio della pertica cartaginese dovette lasciare sul terreno tracce durevoli, ancora riconoscibili a circa un venticinquennio di distanza. Tali tracce interessarono non solo il territorio immediatamente gravitante su Cartagine, ma anche la valle dell’oued Miliane prossima alla capitale, penetrando poi sino alle regioni poste in prossimità della Fossa Regia, il confine che separava la provincia d’Africa dal regno di Numidia nel lungo secolo che va dal 146 al 46 a.C.
In questo settore di frontiera, la rete di misurazioni fu in diretto rapporto coi fiumi, con le strade, le colline, le aree poco produttive, le miniere: elementi che avevano determinato la collocazione dei termini limitanei. Più in generale gli assetti fondiari introdotti dall’intervento graccano continuarono probabilmente a costituire un importante quadro di riferimento per le successive iniziative romane. Nonostante la sconfitta subita durante il Bellum Iugurthinum, i sovrani numidi conservarono il ruolo di socii di Roma e mantennero il controllo di ampie porzioni del territorio oltre la Fossa Regia. Ne derivò uno spazio di contatto nel quale l’organizzazione agraria romana e le strutture numidiche si sovrapposero progressivamente. In tale contesto si inserirono le assegnazioni promosse da Gaio Mario dopo la guerra giugurtina. La lex Appuleia de colonis in Africam deducendis del 103 a.C. favorì infatti la distribuzione di terre a veterani, populares e gruppi di Getuli fedeli a Roma. Più che un intervento isolato, queste assegnazioni sembrano rappresentare una nuova fase del processo di penetrazione romana nelle aree marginali del regno numidico, sviluppatasi su un terreno già in parte strutturato dalla precedente esperienza graccana. In questa prospettiva che con tutta probabilità vada interpretato il ricordo di Gaio Mario come conditor conservato da centri quali Thuburnica, Uchi Maius e Thibaris, nonché la possibile organizzazione paganica dei territori posti a cavallo della Fossa Regia, anche all’interno del Regno di Numidia. Le enclaves romane sorte in queste regioni appaiono pertanto come nuclei di cives Romani organizzati in pagi, distinti dalle comunità indigene modellate secondo la forma dei castella numidi. La documentazione relativa agli ottantatré castella (poi ottantuno) della pertica cartaginese (Formia, CIL X 6104) e il celebre caso di Uchi Maius (CIL VIII 26274) mostrano infatti come la presenza romana si sovrapponesse alle realtà locali senza sostituirle integralmente, dando origine a un paesaggio amministrativo e territoriale composito, frutto di una stratificazione progressiva. Una lunga storia è sottintesa anche nel Pagus Thuscae et Gunzuzi a Mactaris con l’iscrizione che cita le LXIIII civitates (AE 2010, 1791): e la traduzione letterale è stata, come è noto “distretto degli Etruschi” e di Gunzuzi.
Il turbolento decennio tra l’esilio di Gaio Mario a Cercina e la dittatura di Silla
Quando nell’88 a.C. Gaio Mario tornò in Africa (riuscendo a sottrarsi allo scontro tra optimates e populares per il comando della guerra contro Mitridate) egli stesso si venne a trovare nella condizione di esule, respinto dal pretore Sestilio (da Meninx e presso Cartagine) e dal re di Numidia Jempsale, Mario con il figlio si stabilì per alcuni anni nell’isola Cercina (Kerkenna), presso gli antichi coloni mariani, che lo accolsero con vero e proprio entusiasmo. Negli stessi anni il senatore filo-sillano Q. Cecilio Metello Pio, figlio del Numidico, raccolse in Africa un piccolo esercito destinato a combattere contro i Mariani, aiutato da Licinio Crasso: fu però costretto a fuggire dal pretore C. Fabio Adriano, che nell’82 a sua volta finì bruciato vivo nella sua residenza di Utica. Nello stesso anno, dopo Porta Collina, iniziava la sanguinosa dittatura di Silla: molti mariani, tra i quali il console Cn. Papirio Carbone e il genero di Cinna Cn. Domizio Enobarbo, si concentrarono in Africa trovando ora il sostegno del re di Numidia, almeno fino alla incisiva campagna di Pompeo Magno. Già questi scarni dati testimoniano il radicamento dei veterani romani in Africa, molti divenuti agricoltori, talora discendenti dei soldati che avevano combattuto contro Giugurta, comunque molto attivi nel controllo del territorio e delle strutture produttive, pur con punti di vista diversi sul piano delle alleanze nelle guerre civili, che continuarono ben oltre il Bellum Africum di Cesare. Fu per primo Silla a progettare di stabilizzare nel Tabularium capitolino la situazione topografica, documentata dalle formae catastali; il progetto fu in realtà portato avanti, dopo la sconfitta di Emilio Lepido fuggito in Sardegna, da Lutazio Catulo: hoc solum – scrive Tacito – felicitati eius negatum.
Proscritti sillani nella valle dello oued Miliane: i cippi etruschi
Tre cippi etruschi rinvenuti tra il 1907 e il 1915 nella valle dell’oued Miliane, tra Zaghouan e Fahs, sono forse riconducibili alla permanenza di una serie di lotti della riorganizzazione territoriale sillana sull’impianto graccano. Databili all’incirca all’82 a. C., all’epoca della fuga dalla Penisola italica di alcuni proscritti sillani della fazione mariana, questi limites in lingua etrusca costituiscono una testimonianza particolarmente significativa della presenza di gruppi etrusco-italici nel retroterra di Cartagine durante la tarda età repubblicana. La loro interpretazione, definitivamente chiarita da Jacques Heurgon, che ne confermò la natura etrusca contro precedenti tentativi di negarla, apre infatti una prospettiva interessante sulle conseguenze delle guerre civili e in particolare delle proscrizioni sillane.
Secondo Heurgon, i tre cippi non costituirebbero una testimonianza isolata, ma sarebbero i resti di una più ampia operazione di limitatio, da collocare nel contesto delle migrazioni provocate dalle confische e dalle repressioni che seguirono il ritorno di Silla in Italia, più precisamente tra l’83 e l’82 a.C. In questa prospettiva, essi rifletterebbero il trasferimento in Africa di gruppi legati all’ambiente mariano, costretti a cercare nuove sedi dopo il crollo della loro posizione politica preminente nella penisola.
Al centro della documentazione compare un M. Unata, probabilmente originario di Chiusi, ricordato nelle tre iscrizioni attraverso una formula che menziona il proprietario del fondo, i termini confinari (tul), i Dardanii, la protezione di Tinia e un’indicazione metrica topografica. Pur nella complessità dell’interpretazione epigrafica, emerge con chiarezza un dato fondamentale: questi cippi presuppongono un paesaggio agrario già organizzato in lotti, nel quale delimitazione dei terreni, identità comunitaria e consacrazione religiosa partecipavano alla costruzione di un nuovo assetto territoriale.
Heurgon collegava la presenza di M. Unata alla fuga in Africa del console Papirio Carbone, ricordata da Appiano. Sebbene l’ipotesi non possa essere dimostrata, essa appare coerente con il forte radicamento mariano dell’Etruria e con il ruolo svolto da questa regione durante il conflitto tra Mariani e Sillani. Non va inoltre dimenticato che la storiografia più recente tende a interpretare le fughe dei proscritti all’interno di un fenomeno più ampio di mobilità delle élites romane, capaci di trasferire uomini, risorse e relazioni attraverso lo spazio mediterraneo, come accade ad esempio in Sardegna per le famiglie che Cesare sembra aver ritrovato a Tharros due decenni dopo la morte di Emilio Lepido, padre del triumviro.
La principale alternativa interpretativa è stata formulata da Marta Sordi, che propone di retrodatare la presenza di M. Unata al 103 a.C., collegandola agli insediamenti promossi da Gaio Mario nella valle della Medjerda. Tuttavia, al di là della cronologia, il problema centrale rimane comprendere quale tipo di presenza i termini confinari possano documentare.
A nostro avviso, essi non implicano necessariamente la fondazione di una colonia in senso formale come presupporrebbe la studiosa. Più verosimilmente testimoniano una fase di occupazione e valorizzazione fondiaria all’interno dell’antica pertica graccana, promossa da gruppi etrusco-italici interessati a sfruttare terreni rimasti disponibili o scarsamente utilizzati: agri deserti o comunque resisi vacanti dopo le proscrizioni. Una simile interpretazione si accorda bene con gli effetti delle politiche sillane in Etruria, dove confische, declassamenti civici e ristrutturazioni proprietarie colpirono profondamente le comunità filomariane.
Le requisizioni di terre a Clusium, Arretium e Volaterrae, insieme alla crisi che investì altri centri etruschi negli anni successivi alla guerra civile, dovettero costituire un potente incentivo all’emigrazione. In questo contesto, la valle dell’oued Miliane, ricca di risorse idriche e ben collegata alla pianura di Tunisi, offriva condizioni particolarmente favorevoli per nuovi investimenti agricoli.
Particolarmente significativo appare inoltre il richiamo a Tinia, (la più importante divinità etrusca, marito di Thalna o di Uni) che corrisponde allo Zeus greco o al Giove romano: esso suggerisce come la delimitazione dei lotti non fosse percepita soltanto come un atto tecnico, ma anche come un gesto dotato di una forte dimensione religiosa e simbolica. La definizione dei confini contribuiva infatti a legittimare il possesso della terra e a costruire nuove forme di appartenenza territoriale. Nella stessa direzione sembra muoversi il riferimento ai Dardanii imparentati con gli Ilienses della Barbaria sarda, che richiamava una comune ascendenza troiana e forniva un linguaggio identitario condiviso. Né deve dimenticarsi che la centuriazione africana – come ricordano i Gromatici – era sempre accompagnata dall’erezione di altari ad un dio o a una dea.
Perché la valle dello oued Miliane?
La valle dell’oued Miliane, a partire dall’epoca delle guerre civili, divenne uno spazio in progressiva strutturazione, la cui vicinanza a Cartagine — distante circa 40 km — ne accrebbe l’importanza strategica, favorendo la formazione di un corridoio territoriale da sottoporre a controllo militare. Il territorio lungo le rive dell’oued, popolato in una prima fase da transfughi etruschi e italici probabilmente legati alla fazione mariana, con la riorganizzazione augustea della pertica cartaginese divenne il fulcro di un intenso processo di colonizzazione, che portò alla fondazione delle colonie di Uthina e Thuburbo Maius e all’istituzione dei pagi di nuove generazioni di veterani, Fortunalis e Mercurialis. Le ragioni di questa antropizzazione stabile e progressiva nel tempo vanno ricercate anzitutto nella fertilità dei terreni, particolarmente adatti alla cerealicoltura e all’arboricoltura, che favorì l’insediamento dei veterani. Questi ultimi svolgevano infatti una duplice funzione, agricola e difensiva, contribuendo sia allo sfruttamento economico delle campagne sia al controllo del territorio. Del resto, una vocazione insediativa dell’area è già riconoscibile in epoca precedente, come dimostra la presenza di strutture territoriali e insediamenti riconducibili all’età punica ed ellenistica: castella, oppida fortificati, piccoli centri rurali, grandi proprietà fondiarie, necropoli e luoghi di culto. È questo il quadro delineato da N. Ferchiou nei suoi studi sulla media valle dell’oued Miliane. Sul terreno, ad esempio a Sidi Chérif, l’archeologa aveva identificato una serie di recinti fortificati e terrapieni (aggeres) che presentano forti analogie con piccoli campi ausiliari romani. Tali strutture sembrano inserirsi in un più ampio dispositivo di controllo e difesa che sbarrava trasversalmente la media valle dell’oued Miliane, tra i territori dei pagi Mercurialis e Fortunalis. La compresenza di funzioni agricole e militari contribuì verosimilmente a favorire il flusso migratorio proveniente dalla penisola italica, poiché i nuovi coloni poterono insediarsi in un territorio già organizzato, servito da vie pubbliche di comunicazione preesistenti e caratterizzato da aree agricole precedentemente valorizzate. Nell’area sappiamo che a Suturnuca Augusto avrebbe continuato a effettuare assegnazioni di agri.
Popolazioni rurali immigrate tra Africa e Sardegna
Già Heurgon aveva intuito che un utile termine di confronto per i cosiddetti “Etruschi d’Africa” potesse essere offerto dalla Sardegna, dove i cippi limitanei attestano la presenza di popolazioni rurali locali come i Giddilitani. Il parallelo acquista tuttavia maggiore consistenza se si considera l’insieme della documentazione epigrafica sarda, che restituisce un quadro più articolato, caratterizzato non soltanto da etnonimi di origine indigena, ma anche da gruppi verosimilmente immigrati dalla Penisola o da altre regioni del Mediterraneo.
Nella valle del Rio Mannu, presso Cornus, nell’ager Gurulitanus identificato con l’area di Gurulis Nova, diversi cippi di delimitazione fondiaria attestano gruppi quali gli Eutichiani, successivamente Eutychiani, i Giddilitani, i [Mam]uthon(enses), gli Uddadaddar(itani) e i [—]rarritani, alcuni dei quali risultano insediati nei praedia delle Numisiae. La distribuzione e la stratificazione interna di queste attestazioni sembrano riflettere differenti fasi di organizzazione e trasformazione catastale.
Un elemento particolarmente significativo è costituito dalla forma Eutychiani, generalmente considerata più tarda in ragione dell’impiego della lettera y e quindi riferibile a una fase cronologicamente successiva, forse di età sillana. In questa prospettiva, l’area di Cornus al centro della Sardegna costiera occidentale potrebbe essere stata interessata da almeno due distinti interventi di delimitazione: un primo momento presillano, forse riconducibile alla questura sarda di Gaio Gracco, e una successiva fase di riordino collegabile all’epoca delle proscrizioni, facendo leva sul cardo della via Cornuficia che ora si data alla fine del II secolo a.C.; restano apparentemente tracce di decumani Est-ovest ad occidente del Nuraghe Oratiddo.
Riprendendo l’interpretazione proposta da Heurgon, si può dunque ipotizzare che anche in Sardegna l’afflusso di popolazioni coinvolte nello sfruttamento agricolo delle grandi proprietà sia stato favorito dalle crisi politiche e dai fenomeni di mobilità forzata che caratterizzarono il periodo sillano. Ciò avrebbe determinato l’insediamento, accanto ai gruppi locali, di comunità immigrate, forse di origine iberica o africana, come potrebbero suggerire gli etnonimi Uddadaddar(itani) e [—]rarritani.
Le analogie tra il contesto del Rio Mannu e quello dell’oued Miliane non devono naturalmente essere enfatizzate oltre misura. Tuttavia, la compresenza di terre fertili sottoposte a delimitazione agraria, sistemi fluviali articolati, vallate occupate da gruppi rurali etnicamente caratterizzati e successive fasi di riorganizzazione fondiaria suggerisce che i due casi possano essere interpretati all’interno di una medesima temperie storica. In entrambi i contesti, infatti, la delimitazione del territorio appare strettamente connessa a processi di mobilità, reinsediamento e ridefinizione dei rapporti tra popolazioni immigrate e strutture agrarie provinciali.
Fundus Tigibellensis
Molto interessante in Africa è il caso del fundus Tigibellensis, situato nei pressi del territorio di Thignica, lungo la dorsale tunisina, nel territorio limitrofo a quello dove ancor oggi sorgono i “dachras” (villaggi di montagna). L’insediamento è noto grazie a un’iscrizione rinvenuta presso Hr R’ao-Hr Bou Ahmed, lungo la diramazione della via Cartagine-Theveste diretta verso Thignica. Il testo, databile probabilmente al II secolo d.C., menziona la dedica di un’ara a Giove, presso il luogo di culto (un sacello?) del fondo di Tigibelle appartenente alla res publica della colonia di Teano (genitivo di appartenenza) effettuata dagli universi pagani (pagus Tigibellensium? o il pagus Teanensium? ) del fondo:
Ara deo Iovi fundo Tigibelle rei publicae coloniae Teanensium posuerunt universi pagani.
Fin dalla pubblicazione dell’iscrizione nel supplemento del Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL VIII, 22035), R. Cagnat e H. Dessau interpretarono il documento come testimonianza dell’esistenza in Africa di un pagus Teanensium, collegato alla colonia italica di Teano. Secondo questa lettura, i redditi del latifondo africano sarebbero stati assegnati alla comunità di Teano, probabilmente Teanum Sidicinum, in Campania piuttosto che Teanum Apulum, nell’Apulia settentrionale, quale forma di compensazione per provvedimenti oggi sconosciuti rispetto ai quali è possibile formulare alcune ipotesi.
L’assegnazione di territori in provincia riguardanti alcune comunità italiche è ben documentato, i casi principali riguardano oltre Teanum Sidicinum con almeno un fondo in Africa Proconsolare, Capua con terre a Creta, AtellaeArpino con vectigalia in Gallia Cisalpina. Tutti centri dell’area campana, ad eccezione di Arpino (Lazio meridionale, valle del Liri, provincia di Frosinone) coinvolti nel I sec. a. C. nella guerra sociale e che presumibilmente ebbero ripercussioni nella successiva guerra civile tra Mario e Silla. Nel 90 a. C., in piena guerra sociale, Teanum Sidicinum fu infatti teatro della ritirata del console Lucio Cesare, costretto a trincerarsi nella città dopo essere stato sorpreso in un’imboscata dal comandante sannita Mario Egnazio, perdendo 8.000 uomini; Teanum costituiva una postazione strategica, si trovava infatti sul corridoio della via Latinache collegava Roma alla Campania, a controllo del passaggio tra la Valle del Liri e la via Campana, tra Cales e Suessa. Questo genere di assegnazioni rientrava nella fattispecie giuridica degli agri ex alienis territoriis sumpti, dunque agri vectigales, i cui vectigalia venivano versati alla respublica dei singoli centri italici di appartenenza. La concessione doveva essere di lunga durata: se davvero risalisse alla tarda repubblica o all’epoca di Ottaviano, l’iscrizione di due secoli dopo. mostra che Teano conservava ancora diritti sul fondo esercitati attraverso un rapporto che ci sfugge completamente ma che doveva passare attraverso rappresentanti in Africa della città campana. Si sarebbe trattato di una concessione sostanzialmente perpetua, perché gli agri vectigales erano normalmente affittati in perpetuum, finché il canone veniva versato. Non sappiamo chi curasse nel tempo gli interessi di Teano, che magari aveva famiglie stanziate in Africa o comunque in rapporto con i peregrini possessori del fundus, tenuti a riconoscere annualmente i redditi dovuti alla colonia italica.
Uno dei temi rispetto a questi possessi ex alieniis territoriis riguarda la composizione etnica di coloro che lavoravano o risiedevano ad esempio nei pagi, in questo caso il pagus Teanensium?. La formula universi pagani, indicherebbe per alcuni studiosi che il fondo si trovava probabilmente entro un pagus civium romanorum della pertica di Cartagine, originariamente popolato da discendenti di coloni mariani o veterani cesariano-augustei. Secondo A. Mastino, questa interpretazione appare difficilmente sostenibile. Il fondo si trovava infatti all’interno dell’orbita territoriale della civitas di Thignica, una comunità caratterizzata dalla presenza anche di cittadini romani ma non organizzata, utraque pars civitatis. Lo studioso ritiene più convincente il confronto con altri contesti provinciali, in particolare con la dedica a Giove dei pagani Uneritani in Sardegna. In quel caso i dedicanti erano con ogni probabilità popolazioni indigene inserite in un pagus peregrinorum all’interno della pertica coloniale.
Tuttavia vi è la possibilità che la formula universi pagani, rarissima, – solo un altro caso, una tabula patronatus del IV sec. d. C. (335 d. C.) da Foruli in Sabina (Amiternum)- nel riferimento complessivo agli abitanti del pagus, possa indicare la sua multietnicità, ossia che esso fosse composto da popolazione di locali e immigrati, questi ultimi discendenti di italici campani. La data della possibile migrazione può essere ascritta alla prima guerra civile tra Mario e Silla, o alla riorganizzazione dell’ager campanus promossa da Cesare (59 a. C.) e proseguita con il secondo triumvirato ed Ottaviano. Escluderemmo che tali famiglie, se davvero sono state stanziate presso il Fundus Tigibelle, abbiano potuto per lungo tempo assorbire e far propri gli iura della colonia campana di Teano.

