Signor Sindaco, gentili Autorità, care cittadine e cari cittadini,
desidero rivolgere anzitutto il mio saluto all’intera comunità di Padru, che oggi celebra i trent’anni della propria autonomia comunale. E alla sua rappresentanza istituzionale, al Sindaco, alla Giunta, al Consiglio comunale e alle autorità presenti.
Ritorno oggi in un luogo che amo, dove ritrovo anche anti miei ex studenti, come Maria Luisa.
Questo salute non è un fatto di cortesia. È un modo per ricordare che le istituzioni esistono per le comunità che rappresentano, e che prima del Comune come ente amministrativo viene la comunità degli uomini e delle donne che gli danno vita.
Un grande giurista romano, Ulpiano, vissuto tra il II e il III secolo dopo Cristo, scriveva, nel secondo libro del suo commento all’Editto, un passo conservato nel Digesto di Giustiniano:
«Et proprie quidem municipes appellantur muneris participes, recepti in civitatem, ut munera nobiscum facerent».
Propriamente si chiamano municipes coloro che partecipano agli oneri della comunità, accolti nella cittadinanza perché condividano con gli altri i doveri pubblici.
È una definizione straordinaria. Il municipium non è soltanto un luogo, un insieme di case, un territorio delimitato da confini. È una comunità di persone che condividono responsabilità, obblighi, interessi, una vita collettiva. Nella stessa parola municipium è racchiusa l’idea del munus, del compito pubblico, dell’onere che si assume nei confronti degli altri.
Naturalmente, il municipio romano non era il Comune democratico dei nostri giorni. Le città dell’impero avevano condizioni giuridiche differenti, e la partecipazione alla vita pubblica non era aperta a tutti come nella nostra democrazia costituzionale. Ma vi era già un’idea destinata ad attraversare i secoli: una comunità possiede una propria identità civica e può esprimerla attraverso istituzioni, magistrature e responsabilità collettive.
La storia dei Comuni medievali italiani avrebbe dato a questo principio nuove forme, attraverso le esperienze di autogoverno cittadino sviluppatesi soprattutto a partire dall’XI e XII secolo. E la nostra Costituzione repubblicana ne avrebbe riconosciuto il valore in un quadro profondamente nuovo, fondato sulla sovranità popolare, sulla democrazia e sull’eguaglianza dei cittadini. L’articolo 5 della Costituzione contiene una formula che vorrei ricordare oggi: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali». Riconosce e promuove: due verbi che esprimono un programma politico e civile. La Repubblica riconosce le autonomie perché le comunità territoriali possiedono una loro storia, una loro identità, una loro capacità di organizzazione. E le promuove perché l’autonomia non deve restare un’affermazione astratta, ma deve tradursi nella possibilità concreta di amministrare gli interessi collettivi.
L’articolo 114, nel testo oggi vigente, pone i Comuni tra gli enti costitutivi della Repubblica e ne riconosce l’autonomia, con propri statuti, poteri e funzioni. È una concezione alta della vita democratica: il Comune non è semplicemente un ufficio periferico dello Stato, ma un’istituzione fondamentale attraverso la quale i cittadini partecipano al governo della cosa pubblica.
Ecco perché la nascita di un nuovo Comune è sempre un avvenimento importante. Il Comune nasce giuridicamente in una data precisa, ma la comunità che esso rappresenta esiste già, spesso da molti secoli.
È proprio ciò che è avvenuto a Padru. Il 3 gennaio 1996, con la legge regionale numero 1, Padru divenne un Comune autonomo, separandosi da Buddusò, con i suoi 160 kmq. e le sue frazioni, oggi con oltre 2000 abitanti. Fu il risultato di un percorso di partecipazione popolare, di iniziative civiche, di una volontà di autogoverno che trovò espressione anche attraverso il referendum.
Quella decisione non cancellava i legami storici con Buddusò, con il Monteacuto, con la Gallura e con il territorio di Olbia. Non interrompeva una storia comune. Riconosceva piuttosto la maturazione di una specifica identità locale e la volontà di assumere direttamente la responsabilità del proprio futuro.
L’autonomia non significa isolamento. Significa capacità di decidere, ma anche responsabilità delle decisioni. Significa poter essere più vicini ai problemi concreti dei cittadini, conoscere le esigenze delle famiglie, degli anziani, dei giovani, delle attività agricole e delle imprese.
Questo è particolarmente importante nella nostra Sardegna, dove la frammentazione degli insediamenti, le distanze e le difficoltà dei collegamenti hanno spesso reso complesso il rapporto tra le comunità e le istituzioni.
I 377 Comuni della Sardegna costituiscono un patrimonio di identità, di memorie, di tradizioni e di esperienze civili. Ma rappresentano anche una grande responsabilità collettiva, soprattutto oggi, quando tanti piccoli centri devono affrontare lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione e il rischio di perdere servizi essenziali.
Trent’anni possono sembrare pochi nella storia delle istituzioni, ma sono un periodo sufficiente per misurare la forza di una scelta e per riconoscere il lavoro di coloro che hanno contribuito a darle concretezza.
E qui desidero menzionare con particolare affetto Antonio Satta, primo sindaco di Padru, al quale mi lega un sentimento di amicizia personale. Antonio Satta ha guidato il Comune per vent’anni – con Gavino Mandras -, attraversando una fase decisiva della sua storia istituzionale.
Perché ottenere l’autonomia è un traguardo importante, ma costruire concretamente un Comune è un’impresa ancora più impegnativa. Significa organizzare gli uffici, affrontare le esigenze quotidiane, costruire un rapporto di fiducia con i cittadini, programmare le opere pubbliche, assicurare i servizi e soprattutto dare forma a un’identità istituzionale condivisa. La storia delle istituzioni non è fatta soltanto di leggi, di deliberazioni e di atti amministrativi. È fatta di persone, di scelte, di sacrifici e di responsabilità. Ed è giusto che oggi la comunità di Padru ricordi coloro che hanno contribuito alla conquista e al consolidamento della sua autonomia.
Ma vorrei ora spostare lo sguardo molto più indietro nel tempo. Perché Padru è un Comune giovane, ma il suo territorio possiede una storia antichissima.
Siamo in una zona di grande interesse storico e geografico, lungo il sistema di comunicazioni che in età romana collegava Olbia a Karales, attraversando l’interno della Sardegna, la direttissima per mediterranea, che metteva in relazione il porto di Olbia con le regioni centrali e meridionali dell’isola, favorendo la circolazione di uomini, merci, eserciti, esperienze culturali e modelli di vita. Questo territorio fino alla terrazza di Monte Nieddu a mille metri di altitudine e Sa Pinedd, verso il parco di Tepilora, non era dunque una periferia isolata, ma partecipava a una rete di rapporti che univa le coste e le zone interne della Sardegna. E non possiamo dimenticare che, a breve distanza da qui, nel territorio di Buddusò, in località Sos Muros, si trovano le sorgenti del Tirso, il grande fiume che divideva la Barbaria dirigendosi verso il golfo di Oristano.
È un richiamo geografico che possiede anche un valore simbolico: siamo in una terra di sorgenti, di percorsi, di collegamenti, in un territorio vede che mette in comunicazione la Gallura, il Monteacuto e le regioni interne della Sardegna. Le strade e i corsi d’acqua verso il fiumme Lerno hanno contribuito, in epoche diverse, a definire la geografia degli insediamenti, delle attività produttive e dei rapporti tra le comunità. Il nome stesso di Padru secondo Massimo Pittau corrisponde all’appellativo logudorese padru, prato, terreno pascolativo comunale, dal latino pratum, che allude al paesaggio che si apriva allo sguardo di chi pensava alla Urrà di un tempo lontano, nei Saltos de Josso, in mezzo ai bochi di Pedra Bianca.
Le tracce della civiltà nuragica ci ricordano che questi territori erano già inseriti in sistemi di occupazione e di utilizzazione dello spazio molto prima dell’arrivo dei Romani.
Penso soprattutto al sito di Santu Miali, dove le indagini archeologiche condotte da Vanna Canalis hanno restituito testimonianze di straordinario interesse: i resti di una villa rustica romana, un favoloso tesoro di monete, una necropoli con sepolture di diversa tipologia e due basiliche medievali, una caratterizzata dalla singolare struttura biabsidata oggi nel sito di Santa Lucia (magari una Chiesa bizantina di Elia ed Enoch come a Monte Santo).
La presenza di questi edifici ci parla di una nuova fase della storia del territorio, di comunità cristiane, di luoghi di culto e di sepoltura, di una continuità di frequentazione che attraversa epoche e trasformazioni profonde. E’ una testimonianza eloquente della ricchezza storica di Santu Miali. Dionigi Panedda parlava dell’età medioevale di questo territorio nel volume sul Giudicatto di Gallura del 1978. Durante gli scavi è stato recuperato, dietro l’altare della chiesa biabsidata, un importante ripostiglio monetale, composto da circa 3.500 denari minuti di Genova. Quelle piccole monete, giunte in questo territorio attraverso circuiti economici e commerciali che superavano largamente i confini locali, ci ricordano che anche le comunità dell’interno della Sardegna partecipavano, in forme diverse, a reti di relazioni assai più vaste.
Non erano mondi chiusi, separati dalla storia mediterranea. Erano territori attraversati da uomini, merci, esperienze religiose e culturali. Naturalmente, la precisa interpretazione del ripostiglio, della sua formazione e delle circostanze del suo occultamento richiede lo studio dei materiali e del contesto archeologico.
L’archeologia non è soltanto lo studio delle cose antiche. È uno strumento per ricostruire la vita delle comunità, per restituire una voce a uomini e donne dei quali spesso non conosciamo neppure il nome. Le tombe, le monete, le ceramiche, le strutture murarie, gli edifici religiosi sono documenti di una storia collettiva.
Per questo ritengo che la valorizzazione del patrimonio archeologico di Padru possa rappresentare non soltanto un dovere di tutela, ma anche una straordinaria occasione culturale. Occorre coinvolgere le scuole, favorire la ricerca, rendere accessibili e comprensibili le testimonianze del passato, costruire occasioni di conoscenza per i giovani e per i visitatori.
Ed è qui che si incontrano le due dimensioni della celebrazione odierna. Da una parte abbiamo la lunga durata della storia, le testimonianze archeologiche, le tradizioni come quelle raccontate nella leggenda di Bachis Pedde, il paesaggio, la memoria delle generazioni che hanno abitato questi luoghi.
Dall’altra abbiamo la scelta moderna dell’autonomia comunale, la partecipazione democratica, la responsabilità amministrativa, la capacità di progettare il futuro, di sviluppare le tante aziende operanti sul territorio, per diventare un polmone verde per Olbia, un luogo curato, fatto di eleganza e di stile.
Non sono due storie separate. Sono due aspetti della stessa vicenda: la progressiva costruzione di una comunità consapevole della propria identità e capace di assumere responsabilità verso sé stessa.
Torno allora, per concludere, alle parole di Ulpiano. I municipes sono i muneris participes, coloro che condividono gli oneri della comunità. Oggi diremmo che essere cittadini significa condividere non soltanto diritti, ma anche responsabilità.
L’autonomia non si esaurisce nell’esistenza di un sindaco, di un consiglio comunale, di uno statuto o di un municipio. Vive nella partecipazione dei cittadini, nella solidarietà tra le generazioni, nella capacità di custodire il patrimonio comune, nella volontà di non lasciare indietro nessuno. Vive nella capacità di offrire ai giovani ragioni per restare, o per tornare, e di costruire un futuro possibile anche nei piccoli centri della nostra isola.
A trent’anni dalla nascita del Comune autonomo, Padru può dunque guardare alla propria storia con orgoglio, ma anche con la consapevolezza delle responsabilità che attendono la sua comunità.
Rivolgo il mio augurio al caro Sindaco Antonello Idini, agli amministratori, a tutti coloro che hanno servito questa istituzione nel corso dei trent’anni, e soprattutto alle cittadine e ai cittadini di Padru, tra i quali ritrovo tanti volti conosciuti ed amici. L’ape del vostro gonfalone mi ha ricordato i luoghi della mia Cartagine, con i versi di Virgilio dedicati ai costruttori della città nuova osservati sotto lo sguardo di Enea: essi erano pieni di ardore, gli sembravano affacendati e impegnati, come migliaia di api in un alveare al principio dell’estate che si davano da fare per produrre il miele che odora di timo. Dunque Padru non è destinato ad essere soltanto un centro satellite di Olbia, ma un ideale e sofisticato luogo di soggiorno, immerso nel verde, in un ambiente molto caratterizzato ed originale. Del resto, l’autonomia non è soltanto il diritto di amministrarsi: è la capacità di riconoscersi come comunità, di custodire la propria memoria e di costruire insieme il proprio futuro.
Buon trentesimo anniversario al Comune di Padru. Grazie a tutti.

