Con la scomparsa di Bachisio Bandinu, la Sardegna perde una delle sue voci più autorevoli. Antropologo, giornalista, saggista e intellettuale militante, Bandinu ha dedicato tutta la sua attività allo studio delle trasformazioni della società sarda, interrogandosi sul rapporto fra tradizione e modernità, fra identità e globalizzazione. Collaboratore del Corriere della Sera, direttore de L’Unione Sarda dal 1999 al 2001 e presidente della Fondazione Sardinia, è stato un interprete appassionato della cultura dell’isola e un protagonista del dibattito civile e politico sardo.
Tre idee guida del suo pensiero: L’identità come processo, non come nostalgia, il valore della civiltà pastorale, un nuovo protagonismo della Sardegna. Bandinu rifiutava una visione folkloristica della sardità. L’identità, a suo avviso, non era conservazione immobile del passato, ma capacità di rinnovarsi senza perdere memoria e radici. Vide nel pastoralismo non una realtà arcaica da superare, ma una cultura portatrice di valori, linguaggi e forme di relazione che meritavano di essere comprese e trasmesse. Invitò spesso i sardi a «inventare» il proprio futuro, sviluppando una coscienza civile e culturale capace di confrontarsi con il mondo senza complessi di inferiorità.
Alcune opere fondamentali
Il re è un feticcio (1976, con Gaspare Barbiellini Amidei)
Saggio ormai classico, analizza il passaggio dalla civiltà pastorale alla società dei consumi e i mutamenti profondi intervenuti nella Sardegna contemporanea.
Costa Smeralda. Come nasce una favola turistica (1980)
Una riflessione pionieristica sul rapporto fra sviluppo turistico e identità culturale, fra innovazione e permanenza delle tradizioni.
Un ricordo
Più che uno studioso chiuso nell’accademia, Bachisio Bandinu è stato un intellettuale «in ascolto» della sua terra. La sua riflessione, sempre attraversata da passione civile, ha contribuito a dare dignità culturale ai temi dell’identità, della lingua e della modernizzazione della Sardegna. Rimane il lascito di un uomo che ha insegnato a guardare al passato non come a un rifugio, ma come a una risorsa per immaginare il futuro.
C’è un libro di Bachisio Bandinu del 1996 – “Lettera ad un giovane sardo” – che pone al centro di tutti i problemi della società sarda, della società di oggi, quello che chiamiamo la perdita dell’identità culturale, la perdita dell’ orgoglio delle proprie radici locali, il rischio di un regionalismo impoverito senza storia e senza partecipazione sociale, di fronte ad un internazionalismo spesso solo di facciata; insomma l’incapacità di conciliare quella che è una duplice appartenenza di ognuno di noi ad una cultura più ampia, quella del villaggio globale cui oggi accediamo attraverso le autostrade telematiche, e quella che è la cultura locale, espressione di un territorio, Sassari, Nuoro, Olbia, Tortolì, Cagliari, Iglesias, Oristano, Bosa che ha un proprio “genius foci”, una sua dimensione di spazio e di umanità, e che non è solo segno, simulacro, immagine, ma cosa reale, carne e sangue, punto collocato nel tempo e nello spazio. Il mondo tradizionale della Sardegna operava nel passato come produttore di saperi, di comportamenti, di valori in tutti i settori della comunicazione, costituiva quello che si chiama un sistema, una cultura integrale.
Oggi spesso assistiamo ad un intenso processo di rimozione della cultura sarda, anche quando si afferma di voler difendere un patrimonio, e non parlo certo solo della Legge Regionale sulla lingua, sin qui gestita in modo superficiale.
Noi però non abbiamo una piena consapevolezza dell’ occultamento progressivo e del travisamento della nostra cultura, non valutiamo una perdita che è innanzi tutto cancellazione di un’ appartenenza, una tradizione locale, di fronte al trionfo di modelli dall’ esterno.
Il cambiamento è un fatto positivo non negativo per la Sardegna, ma l’identità può diventare lievito profondo, la capacità di continuare a sentirsi se stessi nella successione dei mutamenti.
Conosco bene le critiche più recenti al concetto di identità, non parlo però di un’identità nel senso di conservare cose morte come nostalgia o come rimpianto, del resto c’è una concezione positiva di identità, il riconoscersi in una storia, in una cultura, in una lingua, situarsi in un momento storico, coscienza di provenire da un passato lungo verso un futuro.
Non si tratta solo di ricordare la storia, bensì di costruirla, così da iscrivere il passato n un nuovo orizzonte di senso per progettare cose nuove, perché l’esperienza del passato, sono parole di Bandinu, costruisce il presente con una tessitura di affetti, di pratiche operative di atti intellettuali. Contro le chiusure intollerabili in Europa c’è spazio sicuramente in Sardegna, soprattutto grazie ad un’identità che è in rapporto con il valore della differenza e della diversità.
La logica del mercato e del consumo accetta la diversità, anzi la sollecita come variabile di una realtà complessa.
In campo ambientale, il valore straordinario di alcuni territori isolani, è legato alla biodiversità, cioè al tema della differenza che ha fatto nascere dei parchi, delle strutture a tutela del territorio, e allora dobbiamo far leva sull’identità e sulla tradizione senza rinnegare la storia di fronte a culture esterne che oggi appaiono egemoni.
Bandinu osserva che la tradizione è un fare, non un subire, è un produrre e non uno stare, non si ereditano cose morte, si ereditano linguaggi, miti, riti, poesie, beni culturali e artistici, costumi, valori; basta allora con quel complesso di inferiorità che vede l’appartenenza ad una cultura profonda come quella sarda con senso di colpa e di svalutazione.
C’è un capitolo del volume di Bandinu intitolato – “La Sardegna tra il Mediterraneo e l’Europa’ – nel quale si sottolinea l’esigenza di sviluppare nell’Isola la concezione positiva della centralità mediterranea della Sardegna, della posizione strategica a livello economico e culturale tra Europa, Africa, Medio Oriente.
Chi mi conosce sa che questo è un tema che mi è molto caro, ma oggi voglio osservare soltanto che nella nuova Europa abbiamo spesso una concezione unitaria solo perché si propaganda falsamente un’Europa unita nell’ economia e nella cultura con la stessa moneta.
In realtà anche già il dibattito per la nuova Costituzione Europea ha dimostrato che l’Europa non va verso l’unificazione, ma va invece verso l’integrazione di realtà complesse che rappresentano ciascuna una ricchezza anche per i sistemi scolastici, ad esempio, così diversi in Europa.
Dunque il concetto di diversità è quello che meglio risponde alle necessità di sviluppo, che garantisce una competitività strategica di fronte ad altre realtà più deboli perché più omologate e meno originali; occorre dunque aprirsi agli altri, senza perdere noi stessi, e occorre proiettarsi verso gli altri senza cancellare la nostra identità, la nostra alterità, la nostra originalità.
Bandinu era tornato sull’argomento nel 2017 su consiglio dell’amico comune Paolo Pillonca (1942-2018) con il volume di Domus de janas, Lettera a un giovane sardo sempre connesso: Gli adolescenti convivono con le nuove tecnologie della comunicazione dal momento in cui si alzano dal mattino e accendono Internet, all’istante in cui si addormentano, al punto che non riescono a immaginare di poter vivere senza il proprio Smartphone. La generazione “sempre connessa” sperimenta una condizione ambivalente: apertura o chiusura? Pensiero flessibile e dinamico oppure omologazione e dipendenza? Condivisione o solitudine? Sul rapporto che i giovani hanno con la Rete, più di 5000 studenti hanno risposto a domande volte a esplorare i tempi e i modi del contatto e delle relazioni, il formarsi dell’identità digitale, le amicizie virtuali, l’educazione al cosmopolitismo e alla democrazia, il raffronta tra assuefazione e coscienza critica, il valore dei “mi piace” e dei “condivido” nei social network. Emerge un quadro problematico degli esiti emotivi e cognitivi che investono l’esperienza di un nuovo arcipelago Giovani. Risulta ancor più urgente la necessità di una educazione digitale.
Allora dipenderà molto da noi stessi se la Sardegna potrà porsi al centro del Mediterraneo come una piattaforma di mediazione e di scambio fra Africa e Europa, oppure se al contrario si vedrà emarginata, magari impacchettata come una confezione festiva e con nastrini colorati per essere venduta nel mercato del folklorismo, del naturismo, del turismo.
Il compito che abbiamo di fronte è dunque ancora oggi davvero grande.
Attilio Mastino

