Autoremastino

image_pdfimage_print

Sintesi sulle persecuzioni contro i cristiani in Sardegna

  1. Le persecuzioni

Nel frattempo la tradizione vuole che la Sardegna si sia popolata di martiri coinvolti nella persecuzione di Diocleziano, come Saturnino ed Efisio a Caralis; Lussorio a Forum Traiani, Gavino, Proto e Gianuario a Turris Libisonis; Simplicio a Olbia; per non parlare di tradizioni precedenti come per Antioco a Sulci[1].  Il tema della storicità delle persecuzioni in Sardegna sarà affrontato nel volume di Antonio Piras in questa stessa collana: eppure non possiamo non accennare alle iscrizioni turritane che potrebbero conservare il ricordo dei martiri. È il caso di AE 1999, 811 = CLESard. 20, metrica (versus heroicus) con la parola martur[—], che difficilmente può esser intesa come un nome di persona[2]. La dolce puella Adeodata è stata a sanctis marturibus suscepta, sepolta presso le tombe dei santi martiri sul Mons Agellus di Turris (AE 2006, 527); per Matera  sepolta alla metà del IV secolo, morta a 70 anni, dunque testimone dell’età di Diocleziano: nell’epitafio in esametri dattilici poco accurati si precisa exitium nec timuit, espressione tradotta in modo forse troppo esplicito: <<non ha avuto paura della morte violenta>> (AE 2005, 689; CLESard. 18 bis); ancora più chiaramente Paolo Cugusi spiega,  exitium, scil. ‘martyrii’[3], perché superò ogni prova (confidando) in Cristo; a gloria di lei la luce risplenderà con un’aureola perenne; era stata destinata a diventare genitrice delle madri e degli indigenti. Allo stesso modo Secundus ad Olbia, CIL X 7995, inopum refugium,  peregrinorum fautor; a Tharros Karissimus di CIL X 7914, trochei, è  amicorum omnium prestator bonus, pauperum mandatis serviens[4]. Infine l’epitafio di Flavia Cyriaca con un ritmo giambico (AE 1994, 796 e CLESard. 19), nella rilettura che ne ha recentemente fatto Paolo Cugusi, l’espressione optabam in manibus tuis anans spiritus dare appare come di difficile interpretazione, ma anans forse può essere intesa “ad caelum tendens”.[5]

Sono solo alcuni dei casi che hanno attirato l’attenzione degli studiosi, soprattutto per la precocità delle testimonianze, alcune che rimandano all’età delle persecuzioni: non è il caso di tornare in questa sede sul valore delle passioni dei martiri sardi, recentemente studiate da Antonio Piras e dai suoi collaboratori[6].  Naturalmente ci muoviamo in un quadro molto inquinato dai falsi[7].

Se restiamo però a Diocleziano, vanno ricordate le quattro basi di statua poste a Turris Libisonis nel 305, anno di censo se vengono citati i duoviri quinquennali, forse in occasione delle celebrazioni dei 350 anni della colonia: le dediche furono effettuate dal senato cittadino ai tetrarchi persecutori, Diocleziano, Massimiano, Galerio e Costanzo Cloro; oggi rimane solo la base posta per Galerio Cesare (ILSard. I 241).  A fronte dell’esultanza e delle cerimonie volute dai decurioni e dall’aristocrazia cittadina, ci resta l’impressione di una comunità divisa, se veramente il vulgus e il  populus di Turris di AE 2005, 689  (la plebs cristiana)[8]  ancora piangevano per la uccisione di Gavinus, forse stringendosi attorno al proprio vescovo.


[1] P.G. Spanu, Martyria Sardiniae. I santuari dei martiri sardi, Oristano, S’Alvure, 2000 (Mediterraneo tardoantico e medievale. Scavi e Ricerche, 15). Si rimanda ad A. Mastino, La Sardegna cristiana in età tardo-antica, in La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Magno, Atti del Convegno nazionale Cagliari 10-13 ottobre 1996, a cura di A. Mastino, G. Sotgiu, N. Spaccapelo, Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, Studi e ricerche di cultura religiosa, Nuova Serie, I, Cagliari 1999, pp. 263-307 e ovviamente a R. Turtas, Storia della chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Roma, 1999.

[2] .M. Corda, Le iscrizioni cristiane della Sardegna anteriori al VII sec., Città del Vaticano, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 1999 (Studi di antichità cristiana, LV), p. 204, 233, TUR008; vd. ora i dubbi di P. Cugusi (adiuv. M.T. Sblendorio Cugusi), Carmina Latina Epigrahica IV, 1, Carmina in provinciis reperta, De Gruyter 2023, pp. 5 s. nr. 2310; che non esclude l’ipotesi prospettata da A. Mastino, “Una traccia della persecuzione dioclezianea in Sardegna? L’exitium di Matera e la susceptio a sanctis marturibus di Adeodata nella Turris Libisonis del IV secolo”, in Sandalion. Quaderni di cultura classica, cristiana e medievale, vol. 26-28 (2003-05), 2007, p. 167. Più negativa la posizione di V. Fiocchi Nicolai e D. Mazzoleni, in R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu (cur.), Isole e terraferma nel primo cristianesimo. Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, PFTS, Cagliari 2015, nella discussione alle pp. 529 s.

[3] Cugusi, Carmina Latina Epigrahica IV, 1 cit., pp. 13 s., nr. 2308.

[4] Ibid., p. 12 nr. 2307.

[5] Ibid., pp. 15 ss., nr. 2309.

[6] A. Piras (cur.), Passiones martyrum Sardiniae ad fidem codicum qui adhuc extant nec non adhibitis editionibus veteribus, editori M. Badas, G. Fois, C. Melis, A. Piras, L. Zorzi, Olms, Hildesheim, Zurigo, New York 2017. Vd. anche G. Zichi, K. Accardo, Passio sanctorum martyrum Gavini Proti et Ianuarii, Chiarella, Sassari 19895.

[7] D. Mureddu, D. Salvi, G. Stefani, Sancti innumerabiles, Scavi nella Cagliari del Seicento: testimonianze e verifiche, Oristano 1988, Per Gesico vd. ora AE 2017, 539 e L’isola dei santi. Il Vescovo Amatus di Gesico e i Martiri della Sardegna. La invenzione dei Santi Martiri tra Africa, Sardegna e Catalogna, a cura di P. Ruggeri e C. Carta, Sandhi Edizioni, Cagliari 2021.

[8] F. Grossi Gondi, Trattato di epigrafia cristiana latina e greca del mondo romano occidentale, Roma 1920 (rist. 1968), p. 127 e 307.

La Sardegna romana durante la tetrarchia

  1. Diocleziano e la tetrarchia

Con Diocleziano e poi con Costantino il sistema dei governi provinciali fu radicalmente trasformato e subì forse un impoverimento, a causa del progressivo accentramento burocratico: il potere imperiale fu attribuito a due Augusti ed a due Cesari, secondo il sistema della Tetrarchia; furono allora costituite inizialmente due poi quattro prefetture del pretorio (Oriente con capitale Nicomedia, Balcani con capitale Sirmio, Italia con capitale Milano, Gallia con capitale Treviri)[1], con dodici poi tredici diocesi affidate a vicari dei prefetti del pretorio; le province furono divise, ridotte come territorio con oscillazioni di confini e con suddivisioni successive e collocate sotto la responsabilità di presidi equestri o di funzionari senatori; la penisola italiana rientrò nell’organizzazione provinciale. Al di là degli aspetti di dettaglio, la riforma dioclezianea segnò una svolta profondissima, creando una sorta di piramide ed una catena di comando al cui vertice erano gli imperatori ed i loro prefetti del pretorio. Le province diventarono uno snodo periferico del governo imperiale ma, aumentate di numero, persero quella configurazione “nazionale” storicamente radicata nelle tradizioni locali che le aveva caratterizzate fin dalla loro prima costituzione. Infine le città provinciali, collocate alla base della piramide, dovettero rinunciare ad ogni forma di autonomia e di autogoverno per diventare i terminali delle decisioni prese dall’alto, attuate dai magistrati municipali, depotenziati e spesso trasformati in funzionari della burocrazia imperiale[2]. Dopo il trionfo “doppio” di Diocleziano e Massimiano del 287 d.C. (carro trainato da elefanti) andrebbe collocata la straordinaria matrice per il pane rinvenuta nel corso dei recenti scavi nel porto di Olbia[3].

La presenza di alti ufficiali documentata ad esempio con il prefetto dei vigili Egnatuleius Anastasius dopo il 301 va forse in questa direzione (AE 2012, 643, Dorgali): c’è chi ha pensato che egli in età costantiniana <<ordinò la costruzione o il restauro di un avamposto dei vigiles all’interno della Barbaria, destinato evidentemente al controllo delle strutture produttive e dei porti connessi all’annona>>[4].

La Sardegna fu inserita allora nella diocesi italiciana e poi (con Costantino) nella prefettura del pretorio d’Italia, alle dipendenze del vicarius urbis Romae che risiedeva nella capitale. L’isola fu amministrata da un praeses, certamente diverso da quello che soprintendeva alla Corsica. Sul piano fiscale, l’isola con la Sicilia e con la Corsica, andò a costituire un unico distretto, affidato dal 325 ad un rationalis trium provinciarum, inizialmente per la gestione del patrimonio imperiale. Più tardi il rationalis acquisì una competenza più ampia, occupandosi anche delle imposte che andavano a beneficio dell’erario (sacrae largitiones), sostituendosi così all’exactor auri et argenti provinciarum III, attestato in epoca precedente, nell’anno dei decennali di Costantino.

 Nel corso dell’impero è possibile osservare le vicende dell’isola negli anni di crisi: in genere la Sardegna seguì le sorti delle vicine provincie africane, come durante la prima tetrarchia, quando, pur essendo garantita l’unità sostanziale dell’impero, fu affidata a Massimiano Augusto, che controllava anche le province africane, eppure Galerio Cesare e gli altri tre tetrarchi venivano onorati con statue a Turris Libisonis forse in occasione del 350° anno della colonia[5]; nel 305, con il ritiro dalla scena politica di Diocleziano e di Massimiano, la situazione si mantenne invariata e la Sardegna passò a Severo prima ed a Massenzio poi: quest’ultimo, omnibus insulis exaninatis, dissanguata anche l’Africa, si asserragliò a Roma, dove accumulò una quantità di viveri sufficiente per resistere per un tempo infinito. Così almeno si esprime un panegirista nell’età di Costantino[6]. Al momento del ritiro dei seniores Augusti Diocleziano e Massimiano, sembra che le diocesi dell’Africa e dell’Italia – dunque anche la Sardegna – restassero al Cesare Severo, ricordato nell’isola esclusivamente sul miliario di Code, Torralba posto da Valerio Domiziano per Costanzo Cloro e Galerio Augusti e i due Cesari Severo e Massimino Daia (AE 19798, 303 = 1984, 449); contrasta con questa ricostruzione il miliario di Fordongianus coi soli Costanzo Cloro e Galerio (ED154693)[7]. Come è noto, alla morte di Costanzo Cloro subentrò il figlio Costantino (Augusto, poi Cesare), contrastato però da Massimiano e dal figlio Massenzio, che riuscì a controllare l’isola. Antonio Ibba ha recentemente ricostruito il complicato passaggio istituzionale, partendo dai numerosi miliari stradali[8].


[1] F. Carlà-Uhink, Diocleziano, Il Mulino 2019, p. 107.

[2] AA.VV., Provincie romane, in “Enciclopedia dell’Arte antica, classica e orientale”, dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Secondo Supplemento, 1971-1994, IV, 1996, pp. 496 ss.; T. Bechert, Die Provinzen des Römischen Reichs: Einführung und Überblick, Mainz am Rhein 1999; T. Fischer, Die römischen Provinzen: eine Einführung in ihre Archäologie, Stuttgart 2001; Cl. Lepelley ed., Rome et l’intégration de l’empire, Paris 1998; G.I. Luzzatto, Organizzazione, economia, società, in Roma e le province, I (Istituto Nazionale di studi romani) (Storia di Roma, XVII), Bologna 1985; G.A. Mansuelli, Topografia, urbanizzazione, cultura, in Roma e le province, II (Istituto Nazionale di studi romani) (Storia di Roma, XVII), Bologna 1985; Th. Mommsen, Le province romane da Cesare a Diocleziano, Torino 19182; S. Rinaldi Tufi, Archeologia delle province romane, Roma 2000. G.C. Susini, Voci sulle Provincie romane, in “Enciclopedia dell’Arte antica, classica e orientale”, dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, I (1958)-VII (1966); C. Vismara, Il funzionamento dell’impero, in Le province dell’impero, I (Museo della civiltà romana), Roma 1989.

[3] M.L. Gualandi, Due imperatori per un trionfo. La matrice di Olbia: un hapax “fuori contesto” L’Africa romana XVIII: i luoghi e le forme dei mestieri: atti del 18. Convegno di studio, 11-14 dicembre 2008, Olbia, Italia. Roma 2010, Carocci editore, pp. 1915-1934; Ead., La matrice con scena di trionfo dal porto di Olbia, in Memorie dal sottosuolo. Scoperte archeologiche nella Sardegna centro-settentrionale, Catalogo della mostra, a cura di L. Usai, Scuola Sarda editrice, Quartucciu 2013, pp. 293-300; M.L. Gualandi, A. Pinelli, “Un trionfo per due. La matrice di Olbia: un unicum iconografico ‘fuori contesto’”, in M.M. Donato, M. Ferretti, «Conosco un ottimo storico dell’arte…» Per Enrico Castelnuovo. Scritti di allievi e amici pisani, Pisa, Edizioni della Normale, 2012, pp. 11-20. Vd. A. Mastino, La “Pax Flavia” dopo il “Bellum Iudaicum”: una “evocatio” ? in Historica e philologica, Studi in onore di Raimondo Turtas a cura di M. G. Sanna, AM&D Edizioni, Cagliari 2012 (Collana Agorà), pp. 25-47.

[4] Così C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia. Ortacesus 2016, p. 9; F. Delussu, A. Ibba, Egnatuleius Anastasius: un nuovo praefectus vigilum da Dorgali, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2195-2210.

[5] Che Galerio vada collocato <<tra persecuzione e palinodia>> ha sostenuto ora G. Rinaldi, Roma e i cristiani. Materiali e metodi per una rilettura, Vivarium, Novum, Napoli 2023, pp. 202 ss.

[6] Massenzio aveva spogliato l’Africa e le isole (quindi anche la Sardegna) per rifornire la capitale, cfr. ANON., Paneg. IX, 16, 1 ed. Galleittier (quippe omni Africa quam delere statuerat exhausta, omnibus insulis exinanitis, infiniti temporis annonam congesserat).

[7] R. Zucca, La viabilità romana in Sardegna, «Journal of Ancient topography», 9, 1999, pp. 230 nr. 7.

[8] A. Ibba, “La Sardegna fra Valerio Severo e Costantino: un riesame delle fonti letterarie ed epigrafiche”, nel volume “Contributi all’epigrafia d’età augustea. Actes de la XIIIe rencontre franco-italienne sur l’épigraphie du monde romain (Macerata, 9-11 settembre 2005)”, a cura di Gianfranco Paci (Ichnia, 8), Tivoli, Tored, 2007, pp. 401-441.

La Sardegna nell’anarchia militare

La morte di Severo Alessandro aveva intanto avviato quella che chiamiamo “l’anarchia militare del III secolo”, con Massimino il Trace e i suoi successori. Nuove informazioni sulla famiglia di Valeriano (prigioniero dei Persiani nel 260) e di Salonino sono fornite ora in agro tibulate da una dedica F(ortunae) B(ictrici) rinvenuta a Castelsardo (Punta sa Mena) (AE 2004, 672) e da una iscrizione posta [pro sal(ute)] et redito (sic) et victoria di Valeriano proveniente da San Pietro di Simbranos a Bulzi (AE 2004, 673): quest’ultima ricordava altri personaggi della domus divina ed in particolare una Cornelia Gallonia Augusta, che risulta essere una fin qui ignota moglie di Valeriano, madre di Valeriano iuniore, matrigna di Gallieno (a sua volta figlio di Egnatia Mariniana). L’iscrizione menziona anche, forse nel 253, un Gaio Marcio Flavio, discendente di Gaio Gallonio Frontone, legatus Augusti provinciae Thraciae sotto Antonino Pio, a sua volta congiunto con il Tito Flavio Prisco Gallonio Frontone Marcio Turbone, figlio adottivo del celebre amico di Adriano, Quinto Marcio Turbone Frontone Publicio Severo. Tutti elementi che testimoniano il lealismo delle comunità dell’ager dei Tibulates verso la casa imperiale, negli anni del governo in Sardegna dei procuratori imperiali Marco Calpurnio Celiano e Publio Maridio Maridiano[1].

Un personaggio illustre che soggiornò in Sardegna è sicuramente Marco Claudio Quintillo, il fratello dell’imperatore Claudio il Gotico: egli governò la provincia nel 268 col titolo di procuratore imperiale, come ci testimonia il miliario di Silvaru in comune di Mores della via a Karalibus Olbiam (AE 1984,446); fu trasferito poi in praesidio Italico[2] e, alla morte di Claudio, fu egli stesso nominato imperatore per alcuni mesi, come ricorda anche una dedica di Ossi (ILSard. I 237). Siamo nel cuore dell’anarchia militare e il suo successore Aureliano avrebbe avviato la restitutio imperii, ponendo fine all’imperium Galliarum ed alla secessione di Palmira in oriente. Va escluso che Quintillo possa essere stato acclamato imperatore in Sardegna nel 270, appresa la morte del fratello; qualche mese dopo egli stesso sarebbe morto ad Aquileia[3].


[1] R. Zucca, Valeriano e la sua famiglia nell’epigrafia della Sardinia, AA. VV., Epigrafia di confine. Confine dell’epigrafia. Atti del colloquio AIEGL-Borghesi 2003, a cura di M. G. Angeli Bertinelli, A. Donati, (Epigrafia e Antichità, 21), Faenza 2005, pp. 347-370. Vd . anche CIL X 8028 (Telti) e EE VIII 763 e 770 (Olbia).

[2] HA, Aurel. 37, 5-6.

[3] A. Boninu, A.U. Stylow, Miliari nuovi e vecchi dalla Sardegna, “Epigraphica”, 44, 1982, pp. 37 ss. nr. 3. Su Quintillo e la Sardegna vedi A. Ibba, “L’estensione dell’impero di Quintillo e le cause della sua caduta (270 d.C.)”, in Rivista Storica dell’Antichità, 27, 1997, pp. 191-214.

Da Settimio Severo a Filippo l’Arabo: un nuovo saeculum in Sardegna ?

  1. I Severi e il nuovo saeculum

Divenuto imperatore, Settimio Severo avrebbe punito il governatore della Sardegna Recio Costante, personaggio peraltro illustrissimo, responsabile di aver fatto infrangere alcune statue del consuocero del principe, il prefetto del pretorio Fulvio Plauziano, qualche mese prima della sua effettiva caduta in disgrazia e della conseguente damnatio memoriae; Dione Cassio (75, 16, 2-4) ricorda di esser stato fisicamente presente in tribunale quando  Settimio Severo aveva giurato che non avrebbe fatto alcun male a Plauziano, tanto da far dire all’avvocato che accusava Recio Costante che il cielo sarebbe potuto cadere sulla terra prima che Plauziano subisse qualche maltrattamento da parte sua. La vicenda dimostra che dovevano esser state erette a Carales e in Sardegna numerose basi dedicate a Plauziano e ai Severi, alcune delle quali sostenevano statue che subirono una prematura damnatio memoriae per opera dei governatori provinciali, direttamente o indirettamente ispirati da Severo, più tardi (vittima Geta) da Caracalla e dai suoi successori.

In questo periodo sono presenti nell’isola alcuni personaggi di primo piano, come (tra il 195 e il 197) il procuratore-prefetto imperiale Lucio Bebio Aurelio Iuncino arrivato all’incarico di procuratore centrale per le hereditates imperiali, retribuito ben 300.000 sesterzi (CIL X 7580)[1].

Settimio Severo volle rinnovare il secolo degli Antonini, a partire dalla nomina di Caracalla ad Augusto (28 gennaio 198, se consideriamo come data iniziale del saeculum il 28 gennaio 98 con Traiano)[2] ma anche con i Ludi Saeculares del maggio 204, ricordati forse a Turris Libisonis nella solenne dedica di un edificio pubblico in area portuale[3].

In questo quadro si spiega la ricostruzione del tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore) presso Metalla nell’età di Caracalla[4]: l’episodio testimonia simbolicamente la vitalità del culto imperiale (che vediamo documentato in Africa ben oltre l’occupazione vandala)[5] e delle antiche tradizioni pagane in Sardegna. La dedica fu effettuata tra il 212 ed il 217 d.C. all’imperatore Caracalla ammalato, fervente ammiratore di Eracle e Libero (dei patrii di Leptis Magna, sua città natale): l’edificio che ospitava in piena simbiosi il culto imperiale (fondato su un’articolata organizzazione provinciale) con il culto salutifero del grande dio eponimo della Sardegna, il Sardus Pater figlio di Eracle, interpretatio romana del dio fenicio di Sidone (Sid figlio di Melqart), dell’eroe greco Iolao compagno di Eraclee probabilmente dell’arcaico Babi. Luogo minerario antichissimo, il santuario vantava origini protostoriche analoghe a quelle del santuario di Mont’e Prama di Cabras e della necropoli di Su Bardoni. L’antico tempio, frequentato da tutte le comunità della Sardinia unite nella devozione verso il padre Hercules e il figlio Sardus, fu restaurato e continuò ad essere pienamente frequentato e utilizzato ben oltre la pace costantiniana, fino al trionfo del cristianesimo nel IV secolo: i contenuti del culto continuano ad apparire ancora legati alla sfera medica, salutifera e soteriologica[6], che nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo finiscono per sovrapporsi nell’isola con culti di tipo magico-religioso e la divinazione mantica (un aspetto questo che sembra originariamente connesso con il culto di Herakles-Sardus)[7].

L’intervento in onore di Caracalla è stato messo in relazione anche con la constitutio Antoniniana de civitate del 212 d.C., che promuoveva anche i peregrini sardi alla condizione di cittadini romani e moltiplicava il numero degli Aurelii[8]. Abbiamo notizia di molte fervide attività nell’isola, costruzione o restauro di templi, magazzini, edifici pubblici, per iniziativa degli imperatori, dei governatori, delle aristocrazie cittadine impegnate in un’opera di evergetismo che si saldava con gli obiettivi delle politiche centrali, spesso con l’intermediazione di patroni di alto rango, senatori e cavalieri come a Cornus (CIL X 7915): nel 220, sotto Elagabalo, Lucio Ceionio Alieno restaurò o costruì gli horrea di Carales (ILSard. I 51). Il restauro del tempio della Fortuna e della basilica col tribunale giudiziario e sei colonne fu disposto dall’amministratore straordinario (curator rei publicae) di Turris Libisonis Lucio Magnio Fulviano, tribuno militare, su disposizione di Marco Ulpio Vittore procuratore di Filippo l’Arabo e prefetto provinciale (CIL X 7946) : siamo nel 244 d.C. e ci si preparava alla celebrazione del millenario di Roma, avvenuto qualche anno dopo[9], con il contributo della Vestale Massima Flavia Publicia; la targa metallica che ne attesta l’immunitas  per i prodotti sulla rotta tra Portus Augusti (Ostia) e Turris Libisonis con l’immagine della sacerdotessa, scoperta in occasione dei lavori nella darsena (AE 2010, 620), testimonia il contributo delle Vestali per il rifornimento granario di Roma, in regime di immunità totale dai portoria, i dazi doganali[10]. La recente interpretazione di Davide Faoro sposta l’immunitas sulla Vestale e sugli oggetti di sua proprietà giunti in Sardegna da Ostia. La traduzione del documento andrebbe allora intesa: <<Proprietà di Flavia Publicia, Vergine Vestale Massima, immune. Proprietà imbarcata nella naucella marina : cimba da Portus, insegna di Porphyris, pilota Eudromus>>[11]. Quasi tutte le principali strade dell’isola furono allora restaurate, nuovamente lastricate, dotate di miliari. L’anno dopo arrivava, il 28 maggio 245, sempre con lo scopo di raccogliere frumento, un distaccamento della II Cohors vigilum Philippiana presso il procuratore P. Aelius Valens [12].

La Sardegna continuava però ad essere terra d’esilio per i cristiani di Roma, che raggiungevano una terra dove il cristianesimo continuava ad essere per il momento estraneo alla natura profonda della società sarda: dopo l’episodio di Callisto che risale a oltre quaranta anni prima, conosciamo nell’età di Massimino il Trace l’esilio del vescovo di Roma Ponziano (nominato il 21 luglio 233) e del presbitero Ippolito: siamo nel 235 d.C. e il Catalogo Liberiano ricorda che i due furono inviati in Sardinia, in insula nociva, con allusione evidente alla malaria[13]: l’episodio conferma come la Sardegna fosse considerata ancora terra d’esilio popolata da pagani, nella quale gli esiliati cristiani anche di altissimo rango non avrebbero potuto trovare solidarietà da parte dei pochi fedeli. Il Liber Pontificalis, apparentemente derivato dal Catalogo, ma con non poche varianti e inesattezze, attribuisce impropriamente l’esilio di Ponziano ad una decisione di Severo Alessandro, nel suo ultimo anno. Dimessosi il 28 settembre 235, secondo il Catalogo, in eadem insula discinctus est IIII K(a)l(endas) Octobr(es), Ponziano morì un mese dopo, il 30 ottobre, a causa del trattamento disumano che dové subire forse presso le stesse miniere sulcitane, adflictus, maceratus fustibus, apparentemente ad opera dei soldati incaricati di obbligare i prigionieri a lavorare nelle miniere (e ormai sappiamo che gli ausiliari romani erano concentrati in Sardegna solo a Carales e nell’area mineraria del Sulcis); molto dubbio, pur considerando le osservazioni contrarie di Raimondo Turtas[14], è l’esilio nell’insula Bucina, forse Molara su una variante del Liber Pontificalis, che appare decisamente meno informato del Catalogo: <<in quel tempo il vescovo Ponziano e il presbitero Ippolito vennero relegati in esilio in Sardegna, in un’isola malsana (nociva ? Bucina ?), sotto il consolato di Severo e Quintiano (235 d.C.). Nella stessa isola Ponziano rinunciò al pontificato il 28 settembre, al suo posto fu nominato Antero il 21 novembre sotto gli stessi consoli>>. Eppure l’arrivo sotto Gordiano III o Filippo l’Arabo di una delegazione della chiesa romana, guidata da papa Fabiano (236-250), incaricata di recuperare i corpi di Ponziano e di Ippolito, deposti in una tomba provvisoria in Sardegna, dimostra che la memoria del luogo in cui il vescovo di Roma e il suo comes Ippolito erano stati sepolti era rimasto nel ricordo della piccola comunità cristiana locale per quasi cinque anni: Fabianus adduxit [Pontianum] cum clero per navem et sepelivit in cymiterio Callisti, via Appia; Ippolito fu sepolto invece nella catacomba di Ippolito[15].

Anche alcuni grandi santi della chiesa sarda non sarebbero originari dell’isola: Antioco, esiliato dalla Mauretania ed approdato nell’età adrianea nell’insula Plumbaria, Sant’Antioco; nelle grandi persecuzioni ricordiamo almeno Efisio, che si vuole nato ad Elia Capitolina-Gerusalemme, oppure il giovane Saturnino, il cui nome ci suggerisce una probabile origine africana. Il soldato Gavinus palatinus era forse un militare temporaneamente presente in Sardegna[16]. Anche alcuni semplici fedeli spesso erano degli immigrati totalmente estranei alla realtà isolana: il v(ir) s(pectabilis) Pascalis, onorato dalla comunità cittadina di Turris per i suoi meriti conosce la morte in terra straniera (peregrina morte raptus). La situazione si sarebbe poi evoluta come testimoniano i recenti scavi di Sant’Efisio di Orune in piena Barbaria, ma ormai nel IV secolo[17].


[1] Sul governatore Iuncinus, si veda la proposta di A. Magioncalda, L. Baebius Aurelius Iuncinus e i Fasti dei prefetti dell’annona dal 193 al 217, in Cultus splendore, Studi in onore di Giovanna Sotgiu, Senorbì 2003, pp. 589 ss. (la cronologia del 197/199-200/202 non è tuttavia unanimemente accolta nel mondo scientifico).

[2] A. Mastino, Potestà tribunicie ed acclamazioni imperiali di Caracalla, “Annali della Facoltà di Lettere-Filosofia e Magistero, Univ. Cagliari”, XXXVII,1974-75, pp. 5-70.

[3] Vedi S. Giuliani, A. Mastino con la collaborazione di S. Ganga, Un’ipotesi sulla conclusione dei lavori a Turris Libisonis in occasione dei Ludi Saeculares Septimi in età severiana, “Epigraphica”, 85. 2023, pp. 642-648.

[4] A. Mastino “L’iscrizione latina del restauro del tempio del Sardus Pater ad Antas e la problematica istituzionale”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, sud Sardegna), a cura di Raimondo Zucca, Accademia Nazionale dei Lincei, Monumenti Antichi, Serie miscellanea, volume XXIV (79 della Serie Generale), Roma 2019, pp. 199-240. Vedi anche P. Bernardini, Il culto del Sardus Pater ad Antas e i culti a divinità salutari e soteriologiche, in Insulae Christi, Il Cristianesimo primitivo in Sardegna, Corsica e Baleari, a cura di P.G. Spanu, Oristano 2002, pp. 17-25; G. Manca di Mores, “Il Sardus Pater e la decorazione architettonica fittile”, in MEIXIS. Dinamiche di stratificazione culturale nella periferia greca e romana, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, C. Pilo, Atti del convegno internazionale di studi “Il sacro e il profano” (Cagliari, Cittadella dei Musei, 5-7 maggio 2011), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2012, pp. 189-203 (Archaeologica, 169); Ead., “Il Sardus Pater ad Antas e la tarda repubblica romana”, in Africa romana. Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni, a cura di P.Ruggeri, Atti del XX Convegno internazionale di studio (Alghero- Porto Conte Ricerche, 26-29 settembre 2013), Roma, Carocci editore, 2015, pp. 1933-1941; Ead., “Iconografie tra mondo punico e romano nell’altorilievo fittile del tempio del Sardus Pater ad Antas”, in Dal Mediterraneo all’Atlantico: uomini, merci, idee tra Oriente e Occidente, Atti dell’VIII Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici (Carbonia-Sant’Antioco, 21-26 ottobre 2013), a cura di M. Guirguis, vol. II, Pisa-Roma, Fabrizio Serra editore, 2018, pp. 293-297 (Folia Phoenicia, 2); S. Angiolillo, “Gli ex voto in bronzo”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider, 2019, pp. 241-265 (Accademia Nazionale dei Lincei, Monumenti Antichi, Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale); ibidem, G. Manca di Mores, “Le terrecotte architettoniche e la fase repubblicana”, pp. 89-149; ibidem, G. Rocco, “Il tempio romano”, pp. 163-184; G. Manca di Mores, Antas, il tempio del Sardus Pater, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 364-367.

[5] A. Mastino, La superflua turba dei sacerdotales paganae superstitionis espulsi da Cartagine il I novembre 415: la fine del culto imperiale in Africa, i concilia delle province e della diocesi e le sopravvivenze del flaminato, in Topographia Christiana Universi Mundi, Studi in onore di Philippe Pergola (Studi di antichità cristiana pubblicati a cura del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, a cura di G. Castiglia, C. Dell’Osso, Città del Vaticano 2023, pp. 481-500; Id., L’amore coniugale nella Sardinia vandala: le roselline di Sitifis e l’erba sardonia simbolo poetico dell’unione tra Ioannes e Vitula. Nota sui rapporti artistici tra il regno vandalo africano e la più grande delle sue province transmarine, in Deputazione di Storia Patria per la Sardegna, Studi in memoria di Renata Serra, a cura di L. D’Arienzo, I, Cagliari 2023, pp. 163-178.

[6] Vd D. Rigato, Gli dei che guariscono: Asclepio e gli altri, Bologna 2013.

[7] Vedi A. Mastino, T. Pinna, Negromanzia, divinazione, malefici nel passaggio tra paganesimo e cristianesimo in Sardegna: gli strani amici del preside Flavio Massimino, in Epigrafia romana in Sardegna. Atti del I Convegno di studio, Sant’Antioco, 14-15 luglio 2007 (Incontri insulari, I), a cura di F. Cenerini e P. Ruggeri, Carocci Roma 2008, pp. 41-83.

[8] Sugli Aurelii in Sardegna e in particolare a Carales: P. Floris, Un nuovo tabularius e altro materiale epigrafico inedito da Karales, “Epigraphica”, LXXXVI, 2024, pp. 159-178.

[9] P. Ruggeri, Templum Fortunae et basilica cum tribunali et columnis sex: il restauro per il millenario di Roma dell’antico complesso sacro e giudiziario forse progettato da Vitruvio per Cesare o Ottaviano a Turris Libisonis, in In Africa e a Roma, Scritti mediterranei, Aonia edizioni, Raleigh (Carolina del Nord) 2023, pp. 157-176.

[10] M. Mayer i Olivé, Els afers d’una virgo Vestalis maxima del segle III d. C.: Flàvia Publícia, “Studia Philologica Valentina”, 13 (n. s. 10), 2011, pp. 141- 157; Id., Sobre la posible presencia de una embarcación, cynbus Portensis, de la Virgo vestalis maxima Flavia Publicia en Porto Torres, in Mastino, A., Spanu, P. G., Zucca, R. (Edd.), “Tharros Felix”, 5, Roma 2013, pp. 471-479; P. Ruggeri, “La Vestale Massima Flavia Publicia: una protagonista della millenaria saecularis aetas”, in Sacrum Nexum. Alianzas entre el poder polìtico y la religiòn en el mundo romano, a cura di J. Cabrero Piquero, L. Montecchio, Madrid- Salamanca, 2015, pp. 165-189 (Thema Mundi, 7); R. Ortu, Condizione giuridica e ruolo sociale delle Vestali in età imperiale: La vestale massima Flavia Publicia, I, Le immunità, Sandhi editore, Ortacesus 2018; P. Gianfrotta, “Sulla tabella immunitatis della vestale massima Flavia Publicia a Porto Torres”, Archeologia Classica, 69, 2018, pp. 793-802, che non esclude che la tabella sia stata rimossa dalla nave ad Ostia una volta che Flavia Publicia aveva terminato la sua attività di Vestale; in questo caso sarebbe giunta a Turris Libisonis in Sardegna su altra nave, con altro materiale metallico da riutilizzare; ma l’ipotesi appare molto costosa.

[11] D. Faoro,  Una nave della Vestale Massima ? Sull’interpretazione delle cosiddette tabellae immunitatis di Flavia Publicia, “Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik” 227, 2023, pp. 233–236.

[12] A. Mastino, Absentat(us) Sardinia. Nota sulla missione di un distaccamento della II Cohors vigilum Philippiana presso il procuratore P. Aelius Valens il 28 maggio 245 d.C., in L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2211-2224.

[13] Catal. Lib., ed. Duchesne, I, Parigi ed. anast. 1955, p. 4 s.; Chronogr. a. 354, chron. I, p. 74 s., 37-38, 1-3; Liber Pontificalis, ed. Duchesne, I, Parigi ed. anast. 1955, p. 145

[14] R. Turtas, Storia della chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Roma, 1999, p. 34.

[15] Per una discussione sulle fonti: Mastino, I decenni tra l’esilio in Sardegna di Callisto e quello di Ponziano cit., pp. 159-185.

[16] P.G. Spanu, Martyria Sardiniae. I santuari dei martiri sardi, Oristano, S’Alvure, 2000 (Mediterraneo tardoantico e medievale. Scavi e Ricerche, 15).

[17] A.M. Nieddu, “Il problema della cristianizzazione delle aree interne della Sardegna: i vetri incisi recentemente rinvenuti a S. Efisio di Orune”, in Martiri, santi, patroni: per una archeologia della devozione, a cura di A. Coscarella, P. De Santis, Atti del X Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Università della Calabria, 15-18 settembre 2010), Arcavacata di Rende, Università della Calabria, 2012, pp. 581-596. Vedi per tutti A. Teatini, “Orune, area archeologica di Sant’Efis”, in Orune, Buddusò, Alà dei Sardi, archeologia (Sistema Omogeneo di Identità Visuale dei Luoghi e degli Istituti della Cultura: “Patrimonio Culturale Sardegna”), Nuoro, Ilisso Editore, 2011, pp. 27-32: F. Delussu, “Note sulla romanizzazione del territorio di Orune”, in Historica et philologica. Studi in onore di Raimondo Turtas, a cura di M.G. Sanna, Cagliari, 2012, pp. 48-68.

La Sardegna romana da Adriano agli Antonini

  1. Da Adriano: gli Antonini

Forse nell’età di Adriano fu sepolto a Carales quel Lucius Tettius Crescens residente a Roma, che aveva partecipato alle guerre di Traiano e di Adriano in Dacia (Romania), in Armenia, nel Regno Partico in Mesopotamia e Giudea: expedition(i)b(us) interfuit Daciae, Armeniae, Parthiae, Iudaeae (ILSard. I 57)[1]: in realtà un’unica lunga guerra conclusa con la diaspora degli Ebrei e la repressione di Adriano in Cirenaica[2]: il collegamento più evidente è con il proconsole della Sardegna che conosciamo con riferimento a Forum Traiani L. Cossonius L. f. Stell(atina tribu) Gallus che, lasciata la Sardegna, magari accompagnato da un reparto, tra il 113 e il 115 (dunque prima dell’arrivo e durante la permanenza di Traiano in Oriente), fu legatus Augusti delle province imperiali della Galazia, Pisidia e Paflagonia e, sotto Adriano, verso il 120 della Giudea nel pieno della rivolta ebraica[3]. Del resto un senatore sardo sembra essere quel Marco Erennio (—) Severo, l[eg(atus) pro pr(aetore) provinciae Iud(a)e[ae] e comandante della leg(io) X Fret(ensis), adlectus, promosso tra gli ex pretori da Traiano e comes dell’exp(editio) militare dello stesso Traiano oppure di Adriano[4].

Molti furono i marinai sardi congedati a fine servizio proprio da Adriano, come ad esempio l’ex gregale Decimus Numitorius Agisini (filius) Tarammon, Fifensis ex Sardinia, che ottenne la cittadinanza romana col figlio Tarpalaris nel 134 d.C. (CIL X 7855 = XVI 79, Tortolì).

Possediamo ora molte novità sulla rivolta giudaica a Berenice (Bengasi) in Libia e sul trasferimento ad metalla in Sardinia dei Beronicenses ricordati a Sulci: accolti come incolae, un secolo dopo essiabitavano forse in un ghetto esterno al municipio sull’insula Plumbaria affidato in modo inusuale ad un amministratore straordinario, un curator rei publicae: essi appaiono essere ancora interessati allo sfruttamento dell’attività mineraria ai confini con la vicina Neapolis[5].

Ci sono conservate purtroppo davvero poche notizie relative alla Sardegna nelle fonti di età imperiale: ignoriamo se veramente qualche imperatore visitò l’isola nel I o nel II secolo, come immaginato da Marguerite Yourcenar, che colloca gli amori di Adriano e di Antinoo in una capanna di contadini del litorale sardo, dove il giovane bitino avrebbe cucinato per l’imperatore del tonno appena pescato[6].

Il secolo degli Antonini fu complessivamente un periodo di pace: vediamo lo sviluppo delle manifestazioni relative al culto imperiale, la costruzione di Augustei nelle principali città costiere, la dedica di statue d’argento come a Bosa per Antonino Pio, Faustina, Marco Aurelio e Lucio Vero (CIL X 7939 = AE 1992, 894)[7]. Assistiamo così ad un risveglio delle autonomie cittadine, come in occasione dell’arrivo a Carales della legazione con la quale la colonia Iulia Augusta Uselis inviava un duoviro, due decurioni e uno scriba durante il principato di Antonino Pio, il I settembre 158 (Sex(to) Sulpicio Tertullo, Q(uinto) Tineio Sacerdote co(n)s(ulibus), K(alendis) Sept(embribus)), presso la residenza di M. Aristius Rufinus Atinianus per stipulare un doppio accordo, dal quale sarebbe derivato <<un duplice vincolo che al patronatus appaiava il legame bilaterale dell’hospitium>>.[8]

 Un personaggio illustre, destinato poi a diventare imperatore, conobbe certamente la Sardegna e soggiornò per alcuni anni a Carales: Settimio Severo, il futuro imperatore, attorno al 174 fu sorteggiato questore della Spagna Betica; prima di ricoprire l’incarico, si recò in patria, a Leptis Magna, per definire alcune questioni familiari dopo la morte del padre (HA, Sev. 10, 2, 3); mentre si trovava in Tripolitania, il senato d’intesa con Marco Aurelio gli attribuì la Sardegna in cambio della Betica che era stata sorteggiata per lui, per il fatto che la provincia spagnola veniva saccheggiata dai Mauri della Tingitana e richiedeva un comando militare attribuito ad un legato imperiale. Settimio Severo fu dunque questore propretore nell’isola. Assistiamo al temporaneo passaggio della provincia spagnola dall’amministrazione senatoria a quella imperiale e viceversa per la Sardegna. È uno dei tanti momenti della “politica di scambio tra imperatore e Senato” della provincia Sardinia: come abbiamo detto, Traiano aveva restituito la Sardegna al Senato nel 111 d.C. affidandola a proconsoli ex pretori; è probabile che alla metà del II secolo l’isola avesse conosciuto un nuovo periodo di amministrazione imperiale affidata a procuratori equestri, se veramente lo scambio con la Betica del 174 significò un cambiamento di amministrazione.

Tra i proconsoli di questo periodo – come ci suggerisce Raimondo Zucca – potrebbe esserci stato il genero di Marco Aurelio (console del 177 d.C.), che vediamo attestato a Bithia in una tardissima iscrizione neopunica che possiamo collocare attorno al 174: la città era ancora retta da sufeti, ma il proconsole è presente sulla targa che commemora i lavori edilizi voluti dal popolo bitense nel santuario con altari e cisterne, dedicato forse a Bes-Esmun nell’età di Marco Aurelio tra il 174 e il 177 d.C.[9]. Marcus Peducaeus Plautius Quintillus è ricordato dopo l’indicazione del sufetato eponimo (anno sufetum), di BB‘L, H R’MY(riferita ad un personaggio evidentemente detto “il Romano”, forse da intendere in possesso a titolo individuale della cittadinanza romana in una comunità ancora di peregrini), e di [—]H. Poiché Peducaeus è il primo personaggio menzionato, dopo un sufeta, è da escludere che vi fosse citato in funzione della datazione consolare, in quanto nella coppia dei consoli del 177, Commodo, associato al trono da Marco Aurelio, precedeva Marco Peduceo Plauzio Quintillo. Potremmo dunque ipotizzare che eglivenisse ricordato nell’epigrafe nella logica di quella successione di disposizioni, in base alla quale l’imperatore ordinava i lavori, il governatore provinciale ne curava l’esecuzione e i magistrati municipali li facevano concretamente eseguire, in particolare in presenza di interventi legati a luoghi di culto. In questa ipotesi il ruolo che dovremmo assegnare a Marco Peduceo Plauzio Quintillo è quello di governatore della provincia Sardinia, che in alcune fasi del periodo che va da Traiano a Commodo, era espresso dal Senato e riceveva il titolo di proconsul, benché fosse prescelto tra gli ex-pretori. Dunque il nostro Quintillo, dopo aver rivestito la pretura, poté tra il 174 e il 176, ossia ad un’età compresa tra i 29 e i 31 anni, governare la Sardinia, assistito da un Gaio Pompeio Felice, forse il suo questore. È stato recentemente osservato che l’uso della lingua punica era ornai residuale a Bithia e semplicemente utilizzato per enfatizzare una dedica sacra[10].

Più tardi – negli ultimi anni di Marco Aurelio – la Sardegna sarebbe tornata sotto il diretto controllo imperiale, attraverso procuratori e prefetti, poi presidi, inizialmente viri egregii, quindi (forse durante il principato di Claudio II) perfectissimi e, sotto Costantino dopo l’abolizione dell’ordine equestre, clarissimi.

Particolarmente significativo è il caso del governatore Quinto Bebio Modesto, il quale, procuratore dei due Augusti (Marco Aurelio e Commodo) e prefetto della Sardegna, fu adlectus nel consilium imperiale col titolo di amicus consiliarius dei principi, come testimonia una dedica di Forum Traiani posta dal liberto imperiale Servatus, procurator metallorum et praediorum, incaricato della gestione delle miniere e delle proprietà terriere degli imperatori nell’isola, suddivise in distretti chiamati regiones[11].

Fu forse lo stesso procuratore imperiale Servatus a ricevere una decina di anni dopo (nel 191-192) da un altro governatore provinciale (forse C. Ulpius Severus)[12] l’epistola imperiale che rimetteva in libertà i cristiani della chiesa di Roma inviati in esilio da Marco Aurelio e impiegati nei metalla della Sardinia. Conosciamo la questione per l’acrimonia con la quale Ippolito parla del futuro papa Callisto, imprigionato e poi esiliato perché coinvolto nel fallimento della banca di Carpoforo, banca impegnata a favore di orfani e vedove; i fatti si erano complicati per Callisto in seguito al pubblico scandalo avvenuto in una sinagoga urbana nel giorno di sabato, quando Callisto aveva tentato inutilmente di recuperare i suoi crediti. Scrive Ippolito (9, 12): <<in seguito Marcia, che era la concubina di Commodo, devota alla religione cristiana, siccome voleva compiere una qualche opera buona, chiamato a sé il beato Vittore che era vescovo della Chiesa di Roma in quella circostanza, gli chiese quali fossero gli esiliati in Sardegna (fra i diversi che si trovavano colà). E Vittore fra tutti i nomi forniti non diede quello di Callisto, ben conoscendo gli sconsiderati trascorsi di costui. Ottenuto pertanto ciò che desiderava dall’imperatore Commodo, Marcia consegnò una lettera liberatoria a un tale prete Giacinto che, presala, salpò per la Sardegna e, rimessala a colui che in quella circostanza era al comando di quel territorio (minerario), liberò tutti i martiri ad eccezione di Callisto. E quest’ultimo, prostrato in ginocchio e piangente, supplicava di poter ottenere anche lui la liberazione>>[13].

Il distretto minerario appare fortemente presidiato dall’esercito romano e in particolare dalla cohors I Sardorum nei primi secoli dell’impero, in relazione proprio alla sorveglianza sui deportati e sugli schiavi impiegati nell’estrazione dei minerali nei metalla del fiscus imperiale (in particolare piombo argentifero, galena e ferro): a Grugua nel II secolo conosciamo un miles Farsonius Occiarius e un Charittus Cota[e f(ilius), miles coh(ortis) I? ] Sardorum, (centuria) Pa[- – -]; infine nella vicina Buggerru un Surdinius Felix (centurio) coh(ortis) I Sard(orum)[14]. L’area mineraria, passata alla fine della repubblica dal controllo dell’aristocrazia sulcitana (forse attraverso appalti gestiti dai questori per conto della res publica) nelle mani di Cesare, a partire dall’età di Ottaviano fu parte integrante delle proprietà imperiali, come ha recentemente dimostrato Mattia Sanna Montanelli[15].

La vicenda è troppo nota per dover essere ricostruita nei dettagli, deformata con tutta probabilità da quella che in passato è stata ritenuta la malevola ostilità di Ippolito nei confronti di Callisto, che si sarebbe disperato davanti all’inviato imperiale e sarebbe comunque riuscito a farsi liberare; al suo rientro a Roma sarebbe diventato diacono, assistente di Zefirino, incaricato della manutenzione delle catacombe sulla Via Appia, infine pontefice per cinque anni tra l’età di Elagabalo e quella di Severo Alessandro (218-222).[16]

Per quanto riguarda il trasporto del frumento dai latifondi imperiali della Sardegna, sappiamo che Marco Aurelio riconobbe un’associazione di imprenditori marittimi, in qualche modo collegata con altre analoghe organizzazioni africane di proprietari di navi (CIL XIV, 4142); nulla impedisce di pensare che il progetto di Commodo per la nascita di una Classis Africana Commodiana riguardasse anche la Sardegna (Hist. Aug., Comm. XVII, 7). La politica dei trasporti marittimi appare solida e di lungo termine se la vediamo attestata con i Navicularii et Negotiantes di Karales, i Navicularii di Turris Libisonis e Olbia documentati ad Ostia[17].


[1] P. Floris, Le iscrizioni funerarie pagane di Karales, AV Edizioni, Cagliari 2005, pp. 344 349 nr. 115.

[2] M. Pucci Ben-Zeev, “L. Tettius Crescens expeditio Iudeae”, ZPE, 133, 2000, pp. 256-258.

[3] A. Mastino, R. Zucca, “L. Cossonius L. f. Stell(atina tribu) Gallus Vecilius Crispinus Mansuanius Marcellinus Numisius Sabinus pro consule provinciae Sardiniae e la constitutio del Forum Traiani”, in Gerión, Revista de Historia Antigua, 32, 2014, pp. 199-223.

[4] AE 2003, 811; 2008, 604 e 610; 2014, 541. Vd. soprattutto M. Bonello Lai, “I senatori sardi”, in Epigrafia romana in Sardegna. Atti del I Convegno di studio, Sant’Antioco, 14-15 luglio 2007 (Incontri insulari, I), a cura di F. Cenerini e P. Ruggeri, Carocci, Roma 2008, pp. 95-110; R. Zucca, Senatori nella Sardinia, Epigrafia e ordine senatorio, 30 anni dopo. Atti della XIXe Rencontre sur l’épigraphie du Monde Romain, a cura di M.L. Caldelli, G.L. Gregori, Tituli 10, Roma, Edizioni Quasar, 2014, pp. 341-352.

[5] A. Mastino, La Cirenaica di Adriano: la deportatio in Sulcitanam insulam Sardiniae conterminam degli Ebrei di Berenice (Bengasi), “Libya antiqua”, n.s. 14, 2021, pp. 51-68. In generale: P.G. Spanu, Gli Ebrei in Sardegna tra l’età romana e l’altomedioevo, in AA.VV., Immagini da un passato perduto, Segni della presenza ebraica in Sardegna, Cagliari-Sassari 1996.

[6] M. Yourcenar, Mémoires d’Hadrien, Gallimard, Paris 1974, pp. 82 s. = Memorie di Adriano, seguite dai taccuini di appunti, Einaudi, Torino 1981, nella traduzione italiana di Lidia Storoni Mazzolani: <<Qualche tempo prima, durante una sosta in Sardegna, un temporale ci spinse a cercar rifugio in una capanna di contadini; Antinoo aiutò il nostro ospite a rigirare sulla brace un paio di trance di tonno; mi sembrò d’esser Zeus che visita Filemone in compagnia di Ermes. Quel giovinetto dalle gambe ripiegate sul letto era Ermes in persona, che si scioglie i sandali; era Bacco, mentre coglieva un grappolo o assaggiava per me una coppa di vino rosato; le sue dita, indurite dalla corda dell’arco, erano quelle di Eros. Fra tante trasfigurazioni, in mezzo a tante magie, mi accadde di dimenticare la persona umana, il fanciullo che s’affannava invano a imparare il latino, o pregava l’architetto Decriano di dargli lezioni di matematica, poi vi rinunciava, e, al minimo rimprovero, si rifugiava imbronciato a prua della nave a guardare il mare>>. Ovviamente il vecchio Filemone è ricordato da Ovidio nell’VIII libro delle Metamorfosi, per l’amore per la sposa Bauci: i due accolsero Zeus ed Ermes in una povera capanna di canne e di fango, trasformata dagli dei in un tempio.

[7] M. Mayer i Olivé, “La inscripción del Augusteum de Bosa”, in A. Mattone, M.B. Cocco (a cura di), Bosa la città e il suo territorio dall’età antica al mondo contemporaneo, Sassari, Carlo Delfino editore, 2016, pp. 121-129.

[8] Ora: E. Cimarosti, CIL X 7845: proposte da una rilettura autoptica. in ‘Voce concordi.’ Scritti per Claudio Zaccaria, Antichità Altoadriatiche, LXXXV, a cura di Fulvia Mainardis, Trieste 2016, pp. 205-216.

[9] Sull’iscrizione neopunica: M. G. Guzzo Amadasi, Le iscrizioni fenicie e puniche delle colonie in Occidente, Roma 1967, pp. 133 ss., Sardegna, nr. 8 Npu.

[10] A. Ibba, “La Sardinia in età antonina: riflessioni su un testo da Bithia (ICO Sard. n. 8NP), nel volume Tra le Coste del Levante e le Terre del Tramonto. Studi in ricordo di Paolo Bernardini, a cura di Sandro Filippo Bondì, Massimo Botto, Giuseppe Garbati, Ida Oggiano, (Collezione di Studi Fenici, 51), Roma, CNR Edizioni, 2021 pp. 233-246.

[11] S. Ganga, A. Ibba, “La Sardinia sotto Marco Aurelio: nuova lettura di AE 2001, 1112 = EDR153329 da Forum Traiani”, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, 217, 2021, pp. 271-278.

[12] P. Meloni, L’amministrazione della Sardegna da Augusto all’invasione vandalica, Roma 1958, p. 201 s., nr. 21, seguito da D. Faoro, Praefectus, procurator, praeses. Genesi delle cariche presidiali equestri nell’alto Impero Romano, Firenze 2011, p. 309, nr. 12.

[13] A. Mastino, “I decenni tra l’esilio in Sardegna di Callisto e quello di Ponziano: i rapporti tra cristiani e pagani e la ricostruzione del tempio nazionale del Sardus Pater presso i metalla imperiali”, in Atti della Pontificia Accademia romana di Archeologia (Serie III), Rendiconti, LXXXVIII, 2015-16, pp. 159-185. Per il minerale estratto a Metalla, vd. G. Pipino, Autori classici e risorse minerarie italiane, “Rivista di archeologia on-line”, XVI, 23 del I dicembre 2021, p. 9 nr. 26*, con la nota di p. 16.

[14] Y. Le Bohec, La Sardaigne et l’armée romaine sous l’Haut-Empire, Delfino, Sassari 1990.

[15] M. Sanna Montanelli, “Είς μέταλλον Σαρδονίας. Metalla e il Sulcis Iglesiente prima della pax costantiniana”, in Isole e terraferma nel primo cristianesimo, Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, a cura di R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu, Atti XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Cagliari- Sant’Antioco, 23-27 settembre 2014), Cagliari, PFTS University Press, 2015, pp. 915-920; Id., “Praedia e metalla del Sardus Pater. Res Caesaris e culto imperiale nei territori del Sulcis Iglesiente”, in Il Tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2019, pp. 266-279 (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale).

[16] Per la sepoltura di Callisto nella catacomba di Calepodio, vedi D. Mazzoleni et alii, Le iscrizioni della catacomba di Calepodio, in Rivista di Archeologia Cristiana LXXV, 1999, pp. 597 ss.

[17] Per i navicularii sardi: L. De Salvo, I navicularii di Sardegna e d’Africa nel tardo Impero, in L’Africa Romana, VI, Sassari 1989, pp. 743-754; vedi A.M. Colavitti, La presenza dei negotiatores italici nella Sardegna di età romana, Oristano 1999.

La Sardegna dopo il trionfo di Vespasiano e Tito sugli Ebrei, fino alla rivolta giudaica soffocata da Traiano

Proprio a Vespasiano attribuiamo un’incisiva politica fiscale e di accertamento delle occupazioni abusive di ager publicus nelle province: allora anche in Sardegna si sarà probabilmente svolta una attenta azione di verifica catastale, con un ammodernamento dell’archivio provinciale di Carales. La demagogica decisione di Nerone relativa alla concessione della libertà alla Grecia fu revocata e la Sardegna passò nuovamente dall’amministrazione senatoria sotto il controllo di procuratori imperiali e prefetti appartenenti all’ordine equestre, con funzioni militari e giudiziarie. Continuò per tutto il secolo la politica di estensione della cittadinanza romana ai Sardi[1]. La Sardegna e la Corsica ebbero un ruolo nella guerra civile che scoppiò alla morte di Nerone (Tacito, Hist. 2, 16): nel corso dell’anno 69 il proconsole Lucio Elvio Agrippa, che ci è noto dalla Tavola di Esterzili per aver pronunciato la sentenza definitiva a favore dei Patulcenses Campani, ordinando lo sgombero dei Galillenses dalle terre occupate con la violenza, si mantenne fedele ad Otone in Sardegna. La Corsica, governata dal procuratore Pacario Decumo conobbe viceversa dei disordini: uccisi Quintio Certo e Claudio Pirrico, trierarca delle navi liburniche di Aleria, Pacario aveva sostenuto la causa di Vitellio, ma era stato eliminato a sua volta da un gruppo di sostenitori di Otone, che non vennero premiati da Otone né puniti da Vitellio, l’uno e l’altro <<distratti da maggiori cure>>, secondo Tacito in multa conluvie rerum maioribus flagitiis permixti; nello stesso anno la vittoria di Vespasiano impedì la punizione degli assassini.

Notevole interesse ha suscitato il ritrovamento ad Olbia di una matrice per il pane con scena di un trionfo svolto da due o tre imperatori: che si tratti di Vespasiano e Tito, magari accompagnati da Domiziano a cavallo dopo la conquista di Gerusalemme è stato supposto; ma si preferisce oggi pensare ad un trionfo dell’età tetrarchica, con gli imperatori seduti sul carro trionfale[2].

Domiziano dové riprendere la politica repressiva di Nerone, se ci è rimasto un delicato componimento di Marziale (32) che si augura che una bianca colomba possa giungere dalla Sardegna per annunciare alla giovane Aratulla il ritorno del fratello dall’esilio sardo[3]. L’ultimo dei Flavi ha però il merito di aver fatto realizzare alcune opere pubbliche a Carales, incaricando il procurator Augusti praefectus provinciae Sardiniae Sextus Laecanius Labeo di spianare e lastricare strade e piazze e costruire fognature (ILSard. I, 50).

Strettamente collegato alla Sardegna è il regno di Traiano[4], se l’attuale Fordongianus conserva il suo nome, per la promozione istituzionale dell’antico pagus delle Aquae Ypsitanae nella pertica della colonia Iulia Augusta Uselis divenuto nel primo decennio del II secolo d.C. Forum Traiani, centro nato a 77 miglia da Carales ed a 77 miglia da Turris Libisonis lungo la via centrale sarda[5]. Per i fora, intesi comeluoghi abitati, non fortificati e sottoposti a una colonia, utilizzati principalmente come luogo di commercio e scambio dobbiamo rimandare a numerose leggi agrarie (Mamilia, Roscia, Peducaea, Alliena, Fabia), che precisavano: << Per qualsiasi colonia dedotta e nel cui diritto municipium, praefectura, forum, conciliabulum che sarà costituito con questa legge, in ogni terreno compreso entro i loro confini, e per qualsivoglia termine stabilito nelle loro terre, laddove un termine non vi sarà, in quel luogo il proprietario della terra avrà cura che il termine sia ripristinato, come riterrà opportuno che sia fatto; e quel magistrato, che nella colonia o nel municipium, praefectura, forum, conciliabulum sia preminente come giurisdizione, faccia in modo che ciò sia compiuto>>[6].

A condurre l’operazione sappiamo che fu chiamato il primo di una serie di altri proconsoli, L. Cossonius L. f. Stell(atina tribu) Gallus Vecilius Crispinus Mansuanius Marcellinus Numisius Sabinus, il cui governo è ora fissato al 111 d.C. [7]

L’imperatore Traiano potrebbe aver personalmente conosciuto l’anonimo marinaio sardo della flotta di Miseno imbarcato nella quadriere Ops, sepolto ad Olbia: e ciò nel 114, in occasione del viaggio in oriente verso Seleucia, prima della campagna partica (ILSard. I 311 = CIL XVI 60). Oggi sappiamo che l’intero equipaggio della nave, agli ordini del prefetto Quinto Marcio Turbone, ottenne allora la cittadinanza romana, forse per una diretta partecipazione alla guerra contro i Parti.

Negli ultimi anni di Traiano il proconsole Gaio Asinio Tucuriano lastricò a Sulci la piazza principale (CIL X 7516).

Una recente scoperta avvenuta a Posada testimonia il 5 maggio 102 il congedo del fante Hannibal Tabilatis f(ilio) Nur(—) Alb(—): possediamo il diploma col quale Traiano concesse la cittadinanza romana all’ex pedite della II coorte gemina di Liguri e Corsi nella quale erano confluiti i sardi della I Gemina Sardorum et Corsorum dell’età di Domiziano, alla moglie Iurini Tammugae filia Sordia (Sarda ?), ai due figli maschi Sabinus e Saturninus, alle figlie Tisareni, Bolgitta e Bonassoni (non è certo che i nomi siano indeclinabili)[8]. Già i nomi soprattutto delle donne e del padre del congedato ci indirizzano verso un sostrato paleosardo davvero risalente nel tempo, per quanto il nome Hannibal rimandi a un contesto punico (AE 2013, 650)[9]: gli studiosi discutono sull’abbreviazione della provenienza da un villaggio presso il Nur(ac) Alb(um), un nuraghe costruito con pietre di calcare chiaro; oppure meglio con Davide Faoro possiamo pensare ad un soldato originario di una gens locale fin qui sconosciuta, nell’ambito dei Nur(ritani). Al di là della questione, che pure è di estremo interesse, assistiamo in diretta alla quasi totale smobilitazione sotto Traiano dell’esercito di occupazione in Sardegna, se si esclude la coorte I costituita da ausiliari di origine locale, impegnati soprattutto nella capitale Carales e in area mineraria[10].


[1] P. Floris, La presenza dei Flavii nell’epigrafia di Karales, “Studi Sardi”, XXXIV, 2009, pp. 251-269.

[2] M.L. Gualandi, Due imperatori per un trionfo. La matrice di Olbia: un hapax “fuori contesto” L’Africa romana XVIII: i luoghi e le forme dei mestieri: atti del 18. Convegno di studio, 11-14 dicembre 2008, Olbia, Italia. Roma 2010, Carocci editore, pp. 1915-1934; Ead., La matrice con scena di trionfo dal porto di Olbia, in Memorie dal sottosuolo. Scoperte archeologiche nella Sardegna centro-settentrionale, Catalogo della mostra, a cura di L. Usai, Scuola Sarda editrice, Quartucciu 2013, pp. 293-300; M.L. Gualandi, A. Pinelli, “Un trionfo per due. La matrice di Olbia: un unicum iconografico ‘fuori contesto’”, in M.M. Donato, M. Ferretti, «Conosco un ottimo storico dell’arte…» Per Enrico Castelnuovo. Scritti di allievi e amici pisani, Pisa, Edizioni della Normale, 2012, pp. 11-20. Vd. A. Mastino, La “Pax Flavia” dopo il “Bellum Iudaicum”: una “evocatio” ? in Historica e philologica, Studi in onore di Raimondo Turtas a cura di M. G. Sanna, AM&D Edizioni, Cagliari 2012 (Collana Agorà), pp. 25-47.

[3] Ruggeri, La Sardegna terra d’esilio, pp. 88-97.

[4] P. Floris, A. Mastino, Traiano e la Sardegna, in L. Zerbini ed., Traiano: L’optimus princeps (Ferrara, 29-30 settembre 2017), Brè Editore, Treviso 2019, pp. 121-153.

[5] S. Atzori, Paesaggio e viabilità nella pertica di Forum Traiani, in G. Pianu, N. Canu, Studi sul paesaggio della Sardegna romana, Muros 2011, pp. 183-200.

[6] <<Quae colonia hac lege deducta quo iure municipium [5] praefectura forum conciliabulum constitutum erit, qui ager intra fines eorum erit, qui termini in eo agro statuti erunt, quo in loco terminus non stabit, in eo loco is cuius is ager erit terminum restituendum curato, uti quod recte factum esse uolet; idque magistratus qui in ea [10] colonia municipio praefectura foro conciliabulo iure dicundo praeerit facito uti fiat>>, vedi K. Lachmann, Die Schriften der Römischem Feldmessen (Gromatici veteres ex recensione Caroli Lachmanni), Berlin 1848,  263.1 e B. Campbell, The writings of the roman land surveyors, The Society for the Promotion of Roman Studies, “Journal of Roman” Studies Monograph n. 9, 2000, 216.1, cfr. G. Libertini, Gli antichi agrimensori nella ricognizione di Karl Lachmann (raccolta di opere degli agrimensori romani), Frattamaggiore 2018, pp. 345 ss. e p. 538.

[7] A. Mastino, R. Zucca, “La constitutio del Forum Traiani in Sardinia nel 111 a.C.”, in Journal of Ancient Topography – Rivista di Topografia antica, XXII, 2012, edited by Giovanni Uggeri, Mario Congedo editore, pp. 31-50; Iid., “L. Cossonius L. f. Stell(atina tribu) Gallus Vecilius Crispinus Mansuanius Marcellinus Numisius Sabinus pro consule provinciae Sardiniae e la constitutio del Forum Traiani”, in Gerión, Revista de Historia Antigua, 32, 2014, pp. 199-223.

[8] Floris, Mastino, Traiano e la Sardegna cit, pp. 127 ss.

[9] A. Sanciu, P. Pala, M. Sanges, “Un nuovo diploma militare dalla Sardegna”, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, 186, 2013, pp. 301–306: A. Ibba, “Il diploma di Posada: spunti di riflessione sulla Sardinia all’alba del II secolo d.C.”. Epigraphica, LXXVI, 1-2, 2014, pp. 209-229; D. Faoro, “In margine all’indicazione d’origine Nur(—) Alb(—) in un diploma dalla Sardegna”, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, 211, 2016, pp. 247-249.

[10] Y. Le Bohec, La Sardaigne et l’armée romaine sous l’Haut-Empire, Delfino, Sassari 1990.

Ancora la Tavola di Esterzili: I disordini a Roma: dalla morte di Flavio Sabino fratello di Vespasiano all’uccisione di Vitellio.

Pochi mesi dopo il decreto di Agrippa e la stesura della sentenza che è contenuta nella Tavola di Esterzili (18 marzo 69), il 19 dicembre dello stesso anno, durante le lotte tra Flavio Sabino, fratello di Vespasiano (asserragliatosi sul Campidoglio), ed i sostenitori di Vitellio, due giorni prima dell’ingresso in Roma di Antonio Primo, un gravissimo incendio distrusse quasi per intero gli edifici pubblici del colle, provocando la morte di quasi tutti i difensori appartenenti al partito filo-flaviano[1]. Pur non affrontando direttamente i problemi legati all’incendio del tabularium, i recenti studi hanno accertato le responsabilità dei Vitelliani in questo grave episodio: Barzanò· in particolare ha dimostrato che i soldati di Vitellio si erano già comportati a Roma come delle truppe di occupazione in una città nemica e che il fuoco fu appiccato soltanto dopo che la conquista del Campidoglio fu ultimata, una volta superata la resistenza dei Flaviani: il numero eccezionalmente alto di assalitori aveva consentito attacchi simultanei ai diversi accessi del colle, che era stato espugnato senza troppe difficoltà e dunque senza che dovesse farsi ricorso all’incendio[2].

Le fonti principali sull’episodio risultano essere Giuseppe Flavio, per il quale è stata riconosciuta un’ispirazione filo-flaviana (Flav. Jos., B.J. 4, 647-649); Tacito, che invece sembra aver utilizzato una fonte favorevole a Vitellio, con tutta probabilità Cluvio Rufo, che di Vitellio era stato il consigliere personale (Tac., Hist. 3, 71-75); ed infine Dione Cassio, che assume una posizione mediana (Dio 65, 17,3). Tacito in particolare distingue un primo incendio, che sarebbe scoppiato all’ingresso del Campidoglio, dalla parte del Foro Romano, che potrebbe aver interessato il tabularium publicum, e un secondo incendio che sicuramente fu appiccato dai Vitelliani per puro vandalismo dopo la conquista del colle; egli tenta di scagionare i responsabili, riferendo anche la diceria, evidentemente di parte, che potessero esser stati i difensori ad appiccare l’incendio; d’altra parte, la confessione del console filo-flaviano Quinzio Attico, che in cambio ebbe salva la vita, fu evidentemente estorta dai Vitelliani con l’intento di mascherare le loro responsabilità nell’incendio e nella distruzione sacrilega del tempio di Giove. Ora, per quanto nelle fonti venga enfatizzato l’incendio del tempio di Giove Capitolino (id facinus post conditam urbem luctuosissimum foedissimumque rei publicae populi Romam) (Tac., Hist. 3, 72, 1), non va dimenticato che una delle direttrici dell’assalto dei Vitelliani riguardò proprio il tabularium publicum: dopo aver parlato del primo attacco partito dal Foro Romano e dagli altri edifici sacri addossati al Campidoglio che vi si trovavano (forum et imminentia foro templa), Tacito precisa che l’irruzione principale avvenne presso l’asylum, dunque nelle immediate vicinanze del tabularium; l’assalto al colle fu possibile partendo dai numerosi edifici che erano stati costruiti sul Foro Romano durante il precedente lungo periodo di pace e che in altezza eguagliavano ormai il Campidoglio: tra questi edifici vi era sicuramente il tabularium, che dové esser dato alle fiamme.

L’incendio dell’archivio capitolino fu sicuramente catastrofico, per quanto la parte bassa della costruzione dové salvarsi: Vespasiano, iniziata personalmente nel 73 la restituzione del tempio di Giove e degli altri edifici pubblici sul colle, si preoccupò di ricostituire il fondo delle migliaia di tavole di bronzo, che erano andate distrutte in occasione dell’incendio del 19 dicembre 69.

In proposito è essenziale l’informazione fornita da Svetonio (Svet., Vesp. VIII, 9), che precisa che almeno tremila tavole di bronzo erano state danneggiate o distrutte dall’incendio e non erano più leggibili; non sappiamo quante altre viceversa si erano salvate. È sicuro poi che tra le tabulae aeneae quae simul conflagraverant, andate perdute in occasione dell’incendio del tabularium capitolino, ci fossero anche delle carte catastali: se è vero che Svetonio non lo precisa, limitandosi a parlare di senatoconsulti e di plebisciti (in particolare di plebiscita de privilegio cuicumque concesso),c’è da osservare che proprio negli anni 73-74 Vespasiano e Tito, censori, promossero una vasta operazione di revisione catastale in Italia e nelle province, liberando gli agri populi Romani occupati illegalmente dai privati ed effettuando un complessivo accertamento fondiario, finalizzato ad un più accurato sistema tributario e ad una più consapevole assegnazione delle terre pubbliche. Non è dunque per nulla improbabile che Vespasiano abbia deciso di far riprodurre nelle diverse province copie autentiche delle carte catastali conservate in duplicato nei tabularia provinciali, per ricostituire il fondo centrale dei documenti andati perduti in occasione dell’incendio; è chiaro dall’espressione di Svetonio, restituenda suscepit, undique investigatis exemplaribus, che la ricerca fu effettuata a Roma ma anche undique nelle diverse province.

E dunque, per tornare alla controversia tra Galillenses e Patulcenses Campani, la dichiarazione dei primi davanti ai due proconsolidegli anni 67-68 e 68-69 non può essere considerata semplicementecome un pretesto per guadagnar tempo: la tavola di bronzo di Marco Cecilio Metello era sicuramente depositata a Roma nel tabulario capitolino, almeno tra il 78 a.C. ed il 69 d.C., forse con periodi di trasferimento in altro archivio. Non fu però prodotta dai Galillenses probabilmente perché la cercarono presso il tabularium principis sul Palatino, dove dovevano essere conservate le carte del patrimonium Caesaris e dell’agro pubblico delle province imperiali. In ogni caso, se anche avessero voluto proseguire la causa e rinnovare l’istanza davanti al tribunale del successore di Agrippa oppure a Roma in appello presso Vespasiano, la prova non sarebbe più stata disponibile dopo l’incendio del 19 dicembre del 69. La copia (exemplar) depositata nel tabulario provinciale di Carales,che tutelava però i Patulcenses Campani, sarebbe stata utilizzata nel 73 per sostituire in duplicato la tabula perduta nell’archivio capitolino. Sappiamo ora che a Carales esisteva, oltre all’archivio provinciale, anche un archivio cittadino, nel quale aveva servito l’antico servo urbano Urbicus, tabularius municipii secondo la lettura di una iscrizione recentemente rinvenuta nella Tomba dei Pesci a Tuvixeddu (cortesia di Giovanna Pietra e Piergiorgio Floris)[3]. Conosciamo del resto a Porto Torres un tabularius, un archivista dei catasti delle pertiche, dunque degli agri centuriati delle colonie di Turris Libisonis e di Tharros[4].


[1] Le fonti sull’incendio sono numerose: FL. Jos., B.J. 4, 647-649; PLIN., NH 33,, 154; SUET., Vito 15; Dom. 1; TAC., Hist. 1,2; 3, 71-75; 4, 54; STAT., SiIv, 3, 195; PLUT., Popl. 15; AUR. VICT., Caes. 8,5; 9,7; OROS., Hist. 7, 8; DIO. 65, 17, 3; EUTR. 7, 18, 4.

[2] A. Barzanò, La distruzione del Campidoglio nell’anno 69 d.C., in Contributi dell’Istituto di Storia Antica dell’Università del Sacro Cuore di Milano, X, 1984, pp. 107-120.

[3] P. Floris, Un nuovo tabularius e altro materiale epigrafico inedito da Karales, Epigraphica, 86, 2024, c.s.

[4] P. Ruggeri, “Tabular(ius) pertic(ae) Turr(itanae) et Tarrh(e)ns(is)”, in Epigrafia di confine, confine dell’epigrafia. Atti del Colloquio AIEGL- Borghesi 2003 (Bertinoro, 10-12 ottobre 2003), Faenza, Fratelli Lega Editori, 2004, pp. 65-77. Vedi ora A. Mastino, Tabularia e mappe catastali in ambito sub-provinciale: gli agri adsignati delle perticae delle colonie di Turris Libisonis e di Tarrhi. Rilettura di un documento dell’Archivio Storico Diocesano di Sassari, Studi di storia ecclesiastica e civile in onore di Giancarlo Zichi, Edes, Sassari 2024, pp. 25-54.

Il Campidoglio preso da Vitellio e l’incendio del Tabularium

I disordini a Roma: dalla morte di Flavio Sabino fratello di Vespasiano all’uccisione di Vitellio.

Pochi mesi dopo il decreto di Agrippa e la stesura della sentenza che è contenuta nella Tavola di Esterzili (18 marzo 69), il 19 dicembre dello stesso anno, durante le lotte tra Flavio Sabino, fratello di Vespasiano (asserragliatosi sul Campidoglio), ed i sostenitori di Vitellio, due giorni prima dell’ingresso in Roma di Antonio Primo, un gravissimo incendio distrusse quasi per intero gli edifici pubblici del colle, provocando la morte di quasi tutti i difensori appartenenti al partito filo-flaviano[1]. Pur non affrontando direttamente i problemi legati all’incendio del tabularium, i recenti studi hanno accertato le responsabilità dei Vitelliani in questo grave episodio: Barzanò· in particolare ha dimostrato che i soldati di Vitellio si erano già comportati a Roma come delle truppe di occupazione in una città nemica e che il fuoco fu appiccato soltanto dopo che la conquista del Campidoglio fu ultimata, una volta superata la resistenza dei Flaviani: il numero eccezionalmente alto di assalitori aveva consentito attacchi simultanei ai diversi accessi del colle, che era stato espugnato senza troppe difficoltà e dunque senza che dovesse farsi ricorso all’incendio[2].

Le fonti principali sull’episodio risultano essere Giuseppe Flavio, per il quale è stata riconosciuta un’ispirazione filo-flaviana (Flav. Jos., B.J. 4, 647-649); Tacito, che invece sembra aver utilizzato una fonte favorevole a Vitellio, con tutta probabilità Cluvio Rufo, che di Vitellio era stato il consigliere personale (Tac., Hist. 3, 71-75); ed infine Dione Cassio, che assume una posizione mediana (Dio 65, 17,3). Tacito in particolare distingue un primo incendio, che sarebbe scoppiato all’ingresso del Campidoglio, dalla parte del Foro Romano, che potrebbe aver interessato il tabularium publicum, e un secondo incendio che sicuramente fu appiccato dai Vitelliani per puro vandalismo dopo la conquista del colle; egli tenta di scagionare i responsabili, riferendo anche la diceria, evidentemente di parte, che potessero esser stati i difensori ad appiccare l’incendio; d’altra parte, la confessione del console filo-flaviano Quinzio Attico, che in cambio ebbe salva la vita, fu evidentemente estorta dai Vitelliani con l’intento di mascherare le loro responsabilità nell’incendio e nella distruzione sacrilega del tempio di Giove. Ora, per quanto nelle fonti venga enfatizzato l’incendio del tempio di Giove Capitolino (id facinus post conditam urbem luctuosissimum foedissimumque rei publicae populi Romam) (Tac., Hist. 3, 72, 1), non va dimenticato che una delle direttrici dell’assalto dei Vitelliani riguardò proprio il tabularium publicum: dopo aver parlato del primo attacco partito dal Foro Romano e dagli altri edifici sacri addossati al Campidoglio che vi si trovavano (forum et imminentia foro templa), Tacito precisa che l’irruzione principale avvenne presso l’asylum, dunque nelle immediate vicinanze del tabularium; l’assalto al colle fu possibile partendo dai numerosi edifici che erano stati costruiti sul Foro Romano durante il precedente lungo periodo di pace e che in altezza eguagliavano ormai il Campidoglio: tra questi edifici vi era sicuramente il tabularium, che dové esser dato alle fiamme.

L’incendio dell’archivio capitolino fu sicuramente catastrofico, per quanto la parte bassa della costruzione dové salvarsi: Vespasiano, iniziata personalmente nel 73 la restituzione del tempio di Giove e degli altri edifici pubblici sul colle, si preoccupò di ricostituire il fondo delle migliaia di tavole di bronzo, che erano andate distrutte in occasione dell’incendio del 19 dicembre 69.

In proposito è essenziale l’informazione fornita da Svetonio (Svet., Vesp. VIII, 9), che precisa che almeno tremila tavole di bronzo erano state danneggiate o distrutte dall’incendio e non erano più leggibili; non sappiamo quante altre viceversa si erano salvate. È sicuro poi che tra le tabulae aeneae quae simul conflagraverant, andate perdute in occasione dell’incendio del tabularium capitolino, ci fossero anche delle carte catastali: se è vero che Svetonio non lo precisa, limitandosi a parlare di senatoconsulti e di plebisciti (in particolare di plebiscita de privilegio cuicumque concesso),c’è da osservare che proprio negli anni 73-74 Vespasiano e Tito, censori, promossero una vasta operazione di revisione catastale in Italia e nelle province, liberando gli agri populi Romani occupati illegalmente dai privati ed effettuando un complessivo accertamento fondiario, finalizzato ad un più accurato sistema tributario e ad una più consapevole assegnazione delle terre pubbliche. Non è dunque per nulla improbabile che Vespasiano abbia deciso di far riprodurre nelle diverse province copie autentiche delle carte catastali conservate in duplicato nei tabularia provinciali, per ricostituire il fondo centrale dei documenti andati perduti in occasione dell’incendio; è chiaro dall’espressione di Svetonio, restituenda suscepit, undique investigatis exemplaribus, che la ricerca fu effettuata a Roma ma anche undique nelle diverse province. E dunque, per tornare alla controversia tra Galillenses e Patulcenses Campani, la dichiarazione dei primi davanti ai due proconsolidegli anni 67-68 e 68-69 non può essere considerata semplicementecome un pretesto per guadagnar tempo: la tavola di bronzo di Marco Cecilio Metello era sicuramente depositata a Roma nel tabulario capitolino, almeno tra il 78 a.C. ed il 69 d.C., forse con periodi di trasferimento in altro archivio. Non fu però prodotta dai Galillenses probabilmente perché la cercarono presso il tabularium principis sul Palatino, dove dovevano essere conservate le carte del patrimonium Caesaris e dell’agro pubblico delle province imperiali. In ogni caso, se anche avessero voluto proseguire la causa e rinnovare l’istanza davanti al tribunale del successore di Agrippa oppure a Roma in appello presso Vespasiano, la prova non sarebbe più stata disponibile dopo l’incendio del 19 dicembre del 69. La copia (exemplar) depositata nel tabulario provinciale di Carales,che tutelava però i Patulcenses Campani, sarebbe stata utilizzata nel 73 per sostituire in duplicato la tabula perduta nell’archivio capitolino. Sappiamo ora che a Carales esisteva, oltre all’archivio provinciale, anche un archivio cittadino, nel quale aveva servito l’antico servo urbano Urbicus, tabularius municipii secondo la lettura di una iscrizione recentemente rinvenuta nella Tomba dei Pesci a Tuvixeddu (cortesia di Giovanna Pietra e Piergiorgio Floris)[3]. Conosciamo del resto a Porto Torres un tabularius, un archivista dei catasti delle pertiche, dunque degli agri centuriati delle colonie di Turris Libisonis e di Tharros[4].


[1] Le fonti sull’incendio sono numerose: FL. Jos., B.J. 4, 647-649; PLIN., NH 33,, 154; SUET., Vito 15; Dom. 1; TAC., Hist. 1,2; 3, 71-75; 4, 54; STAT., SiIv, 3, 195; PLUT., Popl. 15; AUR. VICT., Caes. 8,5; 9,7; OROS., Hist. 7, 8; DIO. 65, 17, 3; EUTR. 7, 18, 4.

[2] A. Barzanò, La distruzione del Campidoglio nell’anno 69 d.C., in Contributi dell’Istituto di Storia Antica dell’Università del Sacro Cuore di Milano, X, 1984, pp. 107-120.

[3] P. Floris, Un nuovo tabularius e altro materiale epigrafico inedito da Karales, Epigraphica, 86, 2024, c.s.

[4] P. Ruggeri, “Tabular(ius) pertic(ae) Turr(itanae) et Tarrh(e)ns(is)”, in Epigrafia di confine, confine dell’epigrafia. Atti del Colloquio AIEGL- Borghesi 2003 (Bertinoro, 10-12 ottobre 2003), Faenza, Fratelli Lega Editori, 2004, pp. 65-77. Vedi ora A. Mastino, Tabularia e mappe catastali in ambito sub-provinciale: gli agri adsignati delle perticae delle colonie di Turris Libisonis e di Tarrhi. Rilettura di un documento dell’Archivio Storico Diocesano di Sassari, Studi di storia ecclesiastica e civile in onore di Giancarlo Zichi, Edes, Sassari 2024, pp. 25-54.

CRONOLOGIA DELLA TAVOLA DI ESTERZILI

Cronologia della “Tavola di Esterzili”.

238 a.C. Occupazione romana della Sardegna

115 a.C., 1 gennaio, il console Marco Cecilio Metello prende possesso della magistratura e quindi ottiene la provincia Sardinia.

115-111 a.C. Campagne contro i Sardi del console Marco Cecilio Metello. Vengono sottratte delle terre ai Gallilenses e effettuate assegnazioni viritane a favore dei Patulcenses arrivati dalla Campania al seguito del console sull’alto Flumendosa: l’ager quaestorius del Parteolla o della Trexenta viene assegnato ai Patulcenses immigrati, in particolare quelle da epoca antichissima dai Galillenses del Gerrei. I confini tra i due popoli sono tracciati dagli agrimensori in una tabula ahenea conservata a Carales in tabularium provinciae. Assegnazione ai Patulcienses anche degli agri deserti di Cornus (con gli Eutichiani campani).

111 a.C., 15 luglio. Il proconsole Marco Cecilio Metello trionfa sui Sardi. Forse una copia della mappa catastale è portata a Roma e depositata nel tabularium capitolino controllato dai questori del Senato.

84 a.C. Morte di Cinna. Primo incendio del tabularium publicum sul Campidoglio.

78 a.C. Consoli Quinto Lutazio Catulo e Marco Emilio Lepido. Dedica del tabularium costruito da Lucius Cornelius Luci filius Voturia tribu Architectus.

27 a.C., 13 gennaio. Augusto divide con il Senato il governo delle province. La Sardegna, provincia pacificata, è lasciata al popolo romano e dunque sottoposta all’amministrazione del Senato, attraverso proconsoli ex pretori.

6-9 d.C. Disordini in Sardegna di briganti e predoni; episodi di pirateria nel Tirreno. La Sardegna passa sotto il controllo di Augusto; il suo governo è affidato ad un equestre col titolo di prolegato; non dobbiamo pensare all’arrivo di un reparto legionario; più tardi la provincia, divenuta imperiale, è affidata a prefetti e procuratori dei diversi Augusti. Prefettura di Sesto Giulio Rufo sulla Coorte I dei Corsi e sulle civitates Barbariae in Sardinia.

19 d.C. 4000 liberti di religione egizia ed ebraica inviati in Sardegna contro le civitates Barbariae.

47 d.C. Restauri del tabularium publicum sotto Claudio.

65 d.C., aprile ?. Marco Iuvenzio Rixa, primo procuratore attestato in Sardegna dalla Tavola di Esterzili.

65-66 d.C. I Patulcenses Campani chiedono l’intervento del governatore contro i Galillenses che sono tornati in possesso delle terre dei loro avi e lo hanno fatto per vim: chiedono che i praedia agricoli a loro concessi da oltre un secolo tornino a loro. Prime pronunzie del procuratore.

66 d.C., stagione del raccolto. Ulteriori disordini.

66 d.C., aprile ?. Ultima pronunzia di Marco Iuvenzio Rixa.

66 d.C., I ottobre. Data limite per lo sgombero

66 d.C., 28 novembre. Nerone concede la libertà alla Grecia e dichiara la Sardegna provincia senatoria.

67 d.C., aprile ?. Il Senato prende nuovamente il controllo della provincia con proconsoli ex pretori. Il primo proconsole è Gneo Cecilio Semplice.

67 d.C., agosto ? Gneo Cecilio Semplice concede tre mesi ai Galillenses per la produzione di una mappa catastale, copia autentica di quella conservata nel tabularium principis del Palatino [forse in realtà nel tabularium capitolino].

67 d.C., I dicembre ?, scade improduttivamente la proroga di tre mesi per la produzione della prova.

68 d.C., 9 giugno. La liberta Atte arrivata a Roma da Olbia si occupa dei funerali di Nerone.

68 d.C., aprile. Arriva in Sardegna il proconsole Lucio Elvio Agrippa.

68 d.C., novembre. Prima sentenza con proroga di tre mesi (mora) per la presentazione della forma catastale da parte dei Galillenses.

69 d.C., I gennaio. Consoli Galba e Tito Vinio.

69 d.C., 15 gennaio. Consoli Otone e Tiziano.

69 d.C., I febbraio. Scade l’ultima proroga di tre mesi fissata ai Galillenses dal proconsole Lucio Elvio Agrippa per la produzione della forma in copia dal tabularium principis: senza di essa, farà fede la forma conservata nel tabularium provinciae a Carales.

69 d.C., I marzo, consoli Lucio Verginio Rufo e Lucio Pompeo Vopisco.

69 d.C., 13 marzo. Otone controlla la Sardegna e la Corsica. I Galillenses si scusano per non aver ancora presentato il documento richiesto che non sono riusciti a trovare nell’archivio imperiale sul Palatino e chiedono un’ulteriore proroga (mora litis). Il proconsole Lucio Elvio Agrippa, assistito dal legato Marco Giulio Romolo, dal questore Tito Atilio Sabino e da un gruppo di senatori e cavalieri, emette la sentenza definitiva ed ordina lo sgombero dei Galillenses dai territori assegnati da un secolo e mezzo ai Patulcenses Campani e conferma i precedenti provvedimenti di Metello, Iuvenzio Rixa, Cecilio Semplice. Il cancelliere del questore Gneo Egnazio Fusco trascrive la sentenza sul codice ansato (sulla cera).

69 d.C., 18 marzo. La sentenza è trascritta dal codice ansato a cura del cancelliere del questore Tito Atilio Sabino su una tavola di bronzo (la stessa poi rinvenuta ad Esterzili). 11 testimoni certificano a Carales l’autenticità del documento. Lo scriba Gneo Egnazio Fusco lo rilascia su richiesta ed a spese dei Patulcenses Campani vincitori nella causa, che lo espongono in un loro villaggio.

69 d.C., I aprile. Scade il termine definitivo fissato per i Galillenses dal proconsole Lucio Elvio Agrippa. Sgombero delle terre occupate per vim sull’alto Flumendosa. Arriva un altro governatore.

69 d.C., 19 dicembre. Negli scontri tra i sostenitori di Vitellio e quelli di Vespasiano viene incendiato il tabularium capitolino a Roma, vicino alla curia senatoria. Si distruggono o vengono danneggiate tutte le carte catastali e gli altri preziosi documenti incisi su bronzo.

73 d.C. Vespasiano revoca la libertà alla Grecia. La Sardegna ritorna all’amministrazione imperiale sotto un procuratore di Augusto e prefetto di rango equestre (Sesto Subrio Destro). Vespasiano dispone la riproduzione in copia delle tabulae distrutte. Forse il tabularius provinciale rilascia a Carales ai procuratori imperiali delle copie della mappa catastale perduta nell’incendio del Campidoglio. Altre attività catastali nell’isola da parte degli agrimensori.

111-117 d.C. Nuovamente proconsoli del Senato in Sardegna.

Metà del II secolo d.C. La Sardegna nuovamente sotto amministrazione imperiale ?

174 d.C. La Sardegna torna all’amministrazione senatoria al posto della Betica devastata dai Mauri. Settimio Severo questore a Carales.

178-180 d.C. La Sardegna provincia imperiale sotto il procuratore Quinto Bebio Modesto, negli ultimi anni di Marco Aurelio.

Claudia Atte esiliata in Sardegna e la morte di Nerone

  1. Atte in Sardegna e la morte di Nerone.

La congiura di Gaio Calpurnio Pisone costituì un altro momento grandemente drammatico: i congiurati, tra i quali il prefetto del pretorio Fenio Rufo, accusato di adulterio con Agrippina, per uccidere Nerone scelsero la data del 19 aprile 65, durante i ludi circensi in onore di Cerere, ai quali il principe avrebbe certamente partecipato. Una volta ucciso il principe, i congiurati dovevano raccogliersi presso il vicino tempio di Cerere edificato all’inizio della repubblica: qui, presso il tempio ufficiale della plebe, tra l’Aventino ed il Circo Massimo, a breve distanza dal Tevere e dal pons Sublicius, Pisone si sarebbe dovuto far trovare forse in devoto raccoglimento in attesa degli eventi; da qui, dopo la morte di Nerone, il prefetto avrebbe condotto Pisone al campo dei pretoriani per essere acclamato imperatore. A tradire i congiurati fu uno schiavo, Milico, che informò il liberto imperiale Epafrodito, che a sua volta rivelò il complotto all’imperatore: salvatosi dalla congiura, Nerone a sua volta costrinse molti congiurati a darsi la morte, tra essi Seneca e Vestino, il marito di Statilia Messalina, la futura terza moglie del principe. All’esilio, nelle isole dell’Egeo, furono poi condannati molti altri; in Sardegna fu inviato Rufrio Crispino, primo marito di Poppea, che pure non aveva partecipato alla congiura, ma era ugualmente odiato da Nerone; l’anno successivo fu poi costretto al suicidio[1]. Fu forse costruita proprio in quell’occasione in Sardegna ad Olbia un’aedicula, un tempietto in onore di Cerere, voluto dalla liberta Atte, per ringraziare la dea della salvezza di Nerone e della scoperta della congiura, che si sarebbe dovuta concludere con la morte del principe in occasione dei ludi Ceriales: ci è conservata la parte destra dell’architrave in granito del tempietto, trasferita in età medievale a Pisa ed attualmente visibile nel Camposanto Monumentale: in essa Claudia Atte compare come la dedicante (ILSard. I 309)[2]. Sono rimaste molte altre testimonianze della presenza ad Olbia di Atte, forse protrattasi per tutta la durata del matrimonio di Nerone con Poppea: tra esse i numerosi bolli sull’instrumentum domesticum (soprattutto mattoni, tegole e lucerne, vedi p.es. CIL X 8046, 9 a-e; AE 1905, 69; 1981, 474) che documentano l’attività delle officine di Atte nei latifondi da Olbia a Mores donati da Nerone, ma anche a Casteldoria, Bolotana e Macomer. Ma di notevole interesse è anche il ritratto di Nerone diciottenne, che proviene probabilmente dal foro della città romana: è una testimonianza preziosa del ricordo del quinquennium felix ispirato da Seneca, il protettore di Atte; un secondo ritratto in bronzo molto frammentario è ora documentato ancora ad Olbia[3].

Del resto ad Olbia sono ricordati molti Tiberii Claudii, liberti di Nerone oppure della sua concubina, schiavi di origine orientale poi liberati: per esempio Tiberius Claudius Actes libertus Acrabas, marito di Hospita (CIL X 7984), oppure Tiberius Claudius Actes libertus Euthychus, esecutore testamentario di un decurione della coorte dei Liguri (ILSard. I 133); a Nerone e ad Atte va collegata Claudia Aug(usti) l(iberta) Pythias Acteniana, ricordata ad Olbia sull’urna cineraria della figlia Claudia Calliste (CIL X 7980). Pare sia da considerare di origine olbiense anche Tiberius Claudius Actes libertus Herma, ricordato assieme a Claudia Ianuaria su una tabella funeraria dedicata alla memoria di Tiberius Claudius Spuri filius Gemellus di sicura origine sarda ma trasferita nell’Ottocento a Genova (CIL X 7640), assieme al sarcofago caralitano di Lucius Iulius Castricius, conservato ora al Cimitero Monumentale di Staglieno[4]. Non mancano poi ancora nel I secolo d.C. ad Olbia i Claudii liberti imperiali, molti sicuramente da mettere in relazione con Nerone. Conosciamo inoltre il bollo che ricorda un Claudius Atticus su un embrice dalla necropoli di Olbia[5]. Tutto ciò, come è stato osservato, deve porre il problema della presenza ad Olbia di latifondi imperiali, trasferiti più o meno temporaneamente nella disponibilità di Atte, poi forse rientrati sotto il controllo di Vespasiano[6]. A questo gruppo di Claudii liberti di Atte, di Nerone o comunque dei giulio-claudii, una decina in tutto, vanno collegati anche i tre Domitii segnalati ad Olbia (CIL X 7982, EE VIII 736, EDR 155210), con tutta probabilità da mettere in relazione ancora una volta con Nerone, forse a dimostrazione dell’originaria provenienza del latifondo imperiale dalla gens Domitia, imparentata sicuramente con la gens Octavia (ancora EE VIII 736). La gran parte degli schiavi e dei liberti di Atte mantenne il proprio nome dopo la morte di Nerone ma passò di proprietà (Acteniani); altri divennero dei Flavii, dopo il ritorno dei latifondi nelle mani dell’imperatore Vespasiano (una cinquantina di attestazioni in Sardegna)[7]. Di un certo interesse è anche la vicenda di Gaio Cassio Blesiano, decurione della coorte dei Liguri nell’età di Nerone, iscritto alla tribù Palatina ed amico di Tiberio Claudio Eutyco liberto di Atte (ILSard. I 313); è interessante il prenome Gaius, anche se escluderei un rapporto diretto con i Cassii imparentati con il cesaricida e documentati a Carales proprio durante il regno di Nerone, ma assolutamente ostili all’imperatore. Tra essi va ricordato il già citato Lucio Cassio Filippo della Grotta delle Vipere di Cagliari, forse parente del Gaio Cassio Longino esiliato da Nerone in Sardegna nel 65 d.C. Questa documentazione fornisce elementi di riflessione sui rapporti tra latifondi imperiali e latifondi trasferiti, sia pure temporaneamente, nella disponibilità di Atte.

Fu forse all’indomani della morte di Poppea nell’anno 65, che dové interrompersi questo volontario esilio di Atte, che deve esser tornata a Roma e a corte: la liberta in ogni caso si venne a trovare nella capitale al momento della morte di Nerone, che ci è conosciuta soprattutto attraverso la narrazione di Svetonio (Nerone 50, 1-3): ancora una volta vediamo sulla scena l’avvelenatrice Locusta, che preparò un potente veleno che il principe rinchiuse in una cassetta d’oro, nella confusione poi fatta sparire dai soldati. Fu necessario così ricorrere ad uno strumento di morte più cruento, la spada, che Nerone si affondò nella gola con l’aiuto del liberto Epafrodito il 9 giugno 68. Dice Svetonio che il liberto di Galba Icelo autorizzò la cremazione di tutto il cadavere, dal quale qualcuno avrebbe voluto spiccare il capo. Per i suoi funerali, che costarono duecentomila sesterzi, lo si avvolse nelle coperte bianche, intessute d’oro, di cui si era servito all’inizio dell’anno. I suoi resti furono tumulati dalle sue nutrici Egloghe ed Alessandra, aiutate dalla concubina Atte, nella tomba dei Domizi che si scorge dal Campo di Marte sulla collina dei Giardini sul Pincio. Nella sua tomba fu collocato un sarcofago di porfido sormontato da un altare di marmo di Luni e protetto intorno da una balaustra di marmo di Taso. Svetonio fa dunque di Atte, tanto vituperata da Tacito, l’amante devota e fedele: perdonato il principe per averla abbandonata ed averle preferito Poppea, è lei che nel 68 ricompose le spoglie di Nerone nel mausoleo dei Domizi, non rinnegando il suo amore neppure dopo la morte, nel momento in cui tutti i risentimenti stavano per concentrarsi sui sostenitori di Nerone, con lo scoppio di una sanguinosa guerra civile che avrebbe diviso Roma e l’impero.

 Le proprietà di Atte dovettero essere confiscate con l’arrivo di Vespasiano, ma la liberta non fu uccisa né subì una damnatio memoriae dopo la morte: un indizio della successiva confisca dei latifondi e del ritorno delle terre sarde al patrimonium imperiale nell’età di Vespasiano potrebbe essere costituito dall’onomastica di Claudia Aug(usti) l(iberta) Pythias Acteniana, ricordata sull’urna cineraria della figlia Claudia Calliste: la schiava Pythias, passata di proprietà da Atte all’imperatore (Acteniana), sembra esser stata liberata prima della morte di Atte, se il gentilizio imperiale è Claudia e non Flavia (conosciamo diversi casi analoghi a Roma) (p.es. CIL X 7980); escluderei una donazione di Atte a favore di Nerone. Ne ricaveremmo dunque la conclusione che gli schiavi di Atte e tutte le terre dovettero essere confiscate, secondo la tradizionale politica vespasianea di riaccorpamento delle proprietà imperiali; eppure il nome della liberta di Nerone non fu cancellato completamente. Forse gli embrici con bollo di un Flavius ci conservano una preziosa testimonianza del passaggio delle proprietà di Atte nel patrimonio imperiale. Si vedano anche i bolli da Olbia di Marcus Lollius Tira(nnus ?), Caes(aris), che potrebbe essere considerato un lontano continuatore di Atte nella direzione delle officine imperiali olbiensi un tempo appartenute alla liberta[8]. In ogni caso l’esperienza imprenditoriale di Atte avrebbe fruttificato e l’isola si sarebbe aperta al commercio ed all’esportazione di prodotti artigianali di grande qualità.


[1] TAC. Ann. 15, 71 e 16, 17; cfr. R 121 in PIR III, 1898, p. 141 ; Demougin, L’ordre équestre sous les julio-claudiens, cit., p. 840 nr. 586 ; Ead., Prosopographie des chevaliers, pp.485 s. nr. 586.

[2] P. Ruggeri, “I ludi Ceriales del 65 d.C. e la congiura contro Nerone: C.I.L. XI 1414 = ILSard. 309 (Pisa)”, in Miscellanea greca e romana, 18, 1994, pp. 167-176.

[3] Angiolillo, La ritrattistica e la scultura decorativa, cit., pp. 255-263

[4] G. Mennella, Il sarcofago caralitano del princeps civitatis L. Iulius Castricius (CIL X 7807), in L’Africa Romana VI, 1988, pp. 755-760.

[5] NSA 1899, 43; EDCS-65900035.

[6] G. Pietra, “Le forme del potere imperiale a Olbia da Nerone ai Flavi”, in L’Africa romana. Trasformazione dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, vol. 2, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Atti del XIX convegno di studio (Sassari- Alghero, 16-19 dicembre 2010), Roma, Carocci, 2012, pp. 1931-1941.

[7] Per la presenza dei Flavii a Carales cfr. P. Floris, La presenza dei Flavii nell’epigrafia di Karales, “Studi Sardi”, 34, 2009, pp. 251-269, che però nelle appendici elenca anche quelli attestati nelle iscrizioni (ma non nell’instrumentum domesticum) rinvenute nel resto della Sardegna. Per Turris Libisonis: C. Cazzona, Nota sulla fondazione della colonia di Turris Libisonis: Iulii, Flavii, Aelii, Aurelii e Lurii nelle iscrizioni, «Studi Sardi», 31, 1994-1998, pp. 269-277.

[8] Laterizi e lucerne: G. Pietra, Nuovi bolli epigrafici da Olbia, L’Africa Romana, XIV, 3, 2002, p. 1783.