- Diocleziano e la tetrarchia
Con Diocleziano e poi con Costantino il sistema dei governi provinciali fu radicalmente trasformato e subì forse un impoverimento, a causa del progressivo accentramento burocratico: il potere imperiale fu attribuito a due Augusti ed a due Cesari, secondo il sistema della Tetrarchia; furono allora costituite inizialmente due poi quattro prefetture del pretorio (Oriente con capitale Nicomedia, Balcani con capitale Sirmio, Italia con capitale Milano, Gallia con capitale Treviri)[1], con dodici poi tredici diocesi affidate a vicari dei prefetti del pretorio; le province furono divise, ridotte come territorio con oscillazioni di confini e con suddivisioni successive e collocate sotto la responsabilità di presidi equestri o di funzionari senatori; la penisola italiana rientrò nell’organizzazione provinciale. Al di là degli aspetti di dettaglio, la riforma dioclezianea segnò una svolta profondissima, creando una sorta di piramide ed una catena di comando al cui vertice erano gli imperatori ed i loro prefetti del pretorio. Le province diventarono uno snodo periferico del governo imperiale ma, aumentate di numero, persero quella configurazione “nazionale” storicamente radicata nelle tradizioni locali che le aveva caratterizzate fin dalla loro prima costituzione. Infine le città provinciali, collocate alla base della piramide, dovettero rinunciare ad ogni forma di autonomia e di autogoverno per diventare i terminali delle decisioni prese dall’alto, attuate dai magistrati municipali, depotenziati e spesso trasformati in funzionari della burocrazia imperiale[2]. Dopo il trionfo “doppio” di Diocleziano e Massimiano del 287 d.C. (carro trainato da elefanti) andrebbe collocata la straordinaria matrice per il pane rinvenuta nel corso dei recenti scavi nel porto di Olbia[3].
La presenza di alti ufficiali documentata ad esempio con il prefetto dei vigili Egnatuleius Anastasius dopo il 301 va forse in questa direzione (AE 2012, 643, Dorgali): c’è chi ha pensato che egli in età costantiniana <<ordinò la costruzione o il restauro di un avamposto dei vigiles all’interno della Barbaria, destinato evidentemente al controllo delle strutture produttive e dei porti connessi all’annona>>[4].
La Sardegna fu inserita allora nella diocesi italiciana e poi (con Costantino) nella prefettura del pretorio d’Italia, alle dipendenze del vicarius urbis Romae che risiedeva nella capitale. L’isola fu amministrata da un praeses, certamente diverso da quello che soprintendeva alla Corsica. Sul piano fiscale, l’isola con la Sicilia e con la Corsica, andò a costituire un unico distretto, affidato dal 325 ad un rationalis trium provinciarum, inizialmente per la gestione del patrimonio imperiale. Più tardi il rationalis acquisì una competenza più ampia, occupandosi anche delle imposte che andavano a beneficio dell’erario (sacrae largitiones), sostituendosi così all’exactor auri et argenti provinciarum III, attestato in epoca precedente, nell’anno dei decennali di Costantino.
Nel corso dell’impero è possibile osservare le vicende dell’isola negli anni di crisi: in genere la Sardegna seguì le sorti delle vicine provincie africane, come durante la prima tetrarchia, quando, pur essendo garantita l’unità sostanziale dell’impero, fu affidata a Massimiano Augusto, che controllava anche le province africane, eppure Galerio Cesare e gli altri tre tetrarchi venivano onorati con statue a Turris Libisonis forse in occasione del 350° anno della colonia[5]; nel 305, con il ritiro dalla scena politica di Diocleziano e di Massimiano, la situazione si mantenne invariata e la Sardegna passò a Severo prima ed a Massenzio poi: quest’ultimo, omnibus insulis exaninatis, dissanguata anche l’Africa, si asserragliò a Roma, dove accumulò una quantità di viveri sufficiente per resistere per un tempo infinito. Così almeno si esprime un panegirista nell’età di Costantino[6]. Al momento del ritiro dei seniores Augusti Diocleziano e Massimiano, sembra che le diocesi dell’Africa e dell’Italia – dunque anche la Sardegna – restassero al Cesare Severo, ricordato nell’isola esclusivamente sul miliario di Code, Torralba posto da Valerio Domiziano per Costanzo Cloro e Galerio Augusti e i due Cesari Severo e Massimino Daia (AE 19798, 303 = 1984, 449); contrasta con questa ricostruzione il miliario di Fordongianus coi soli Costanzo Cloro e Galerio (ED154693)[7]. Come è noto, alla morte di Costanzo Cloro subentrò il figlio Costantino (Augusto, poi Cesare), contrastato però da Massimiano e dal figlio Massenzio, che riuscì a controllare l’isola. Antonio Ibba ha recentemente ricostruito il complicato passaggio istituzionale, partendo dai numerosi miliari stradali[8].
[1] F. Carlà-Uhink, Diocleziano, Il Mulino 2019, p. 107.
[2] AA.VV., Provincie romane, in “Enciclopedia dell’Arte antica, classica e orientale”, dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Secondo Supplemento, 1971-1994, IV, 1996, pp. 496 ss.; T. Bechert, Die Provinzen des Römischen Reichs: Einführung und Überblick, Mainz am Rhein 1999; T. Fischer, Die römischen Provinzen: eine Einführung in ihre Archäologie, Stuttgart 2001; Cl. Lepelley ed., Rome et l’intégration de l’empire, Paris 1998; G.I. Luzzatto, Organizzazione, economia, società, in Roma e le province, I (Istituto Nazionale di studi romani) (Storia di Roma, XVII), Bologna 1985; G.A. Mansuelli, Topografia, urbanizzazione, cultura, in Roma e le province, II (Istituto Nazionale di studi romani) (Storia di Roma, XVII), Bologna 1985; Th. Mommsen, Le province romane da Cesare a Diocleziano, Torino 19182; S. Rinaldi Tufi, Archeologia delle province romane, Roma 2000. G.C. Susini, Voci sulle Provincie romane, in “Enciclopedia dell’Arte antica, classica e orientale”, dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, I (1958)-VII (1966); C. Vismara, Il funzionamento dell’impero, in Le province dell’impero, I (Museo della civiltà romana), Roma 1989.
[3] M.L. Gualandi, Due imperatori per un trionfo. La matrice di Olbia: un hapax “fuori contesto” L’Africa romana XVIII: i luoghi e le forme dei mestieri: atti del 18. Convegno di studio, 11-14 dicembre 2008, Olbia, Italia. Roma 2010, Carocci editore, pp. 1915-1934; Ead., La matrice con scena di trionfo dal porto di Olbia, in Memorie dal sottosuolo. Scoperte archeologiche nella Sardegna centro-settentrionale, Catalogo della mostra, a cura di L. Usai, Scuola Sarda editrice, Quartucciu 2013, pp. 293-300; M.L. Gualandi, A. Pinelli, “Un trionfo per due. La matrice di Olbia: un unicum iconografico ‘fuori contesto’”, in M.M. Donato, M. Ferretti, «Conosco un ottimo storico dell’arte…» Per Enrico Castelnuovo. Scritti di allievi e amici pisani, Pisa, Edizioni della Normale, 2012, pp. 11-20. Vd. A. Mastino, La “Pax Flavia” dopo il “Bellum Iudaicum”: una “evocatio” ? in Historica e philologica, Studi in onore di Raimondo Turtas a cura di M. G. Sanna, AM&D Edizioni, Cagliari 2012 (Collana Agorà), pp. 25-47.
[4] Così C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia. Ortacesus 2016, p. 9; F. Delussu, A. Ibba, Egnatuleius Anastasius: un nuovo praefectus vigilum da Dorgali, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2195-2210.
[5] Che Galerio vada collocato <<tra persecuzione e palinodia>> ha sostenuto ora G. Rinaldi, Roma e i cristiani. Materiali e metodi per una rilettura, Vivarium, Novum, Napoli 2023, pp. 202 ss.
[6] Massenzio aveva spogliato l’Africa e le isole (quindi anche la Sardegna) per rifornire la capitale, cfr. ANON., Paneg. IX, 16, 1 ed. Galleittier (quippe omni Africa quam delere statuerat exhausta, omnibus insulis exinanitis, infiniti temporis annonam congesserat).
[7] R. Zucca, La viabilità romana in Sardegna, «Journal of Ancient topography», 9, 1999, pp. 230 nr. 7.
[8] A. Ibba, “La Sardegna fra Valerio Severo e Costantino: un riesame delle fonti letterarie ed epigrafiche”, nel volume “Contributi all’epigrafia d’età augustea. Actes de la XIIIe rencontre franco-italienne sur l’épigraphie du monde romain (Macerata, 9-11 settembre 2005)”, a cura di Gianfranco Paci (Ichnia, 8), Tivoli, Tored, 2007, pp. 401-441.

