Autoremastino

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La Neapolis di Sardegna (S. Maria di Nabui)

  1. Splendidissima civitas Neapolitanorum

Il toponimo Neápolis “città nuova” conservato nel toponimo attuale Nabui, parrebbe un calco greco del punico MQM HDŠ piuttosto che di QRT HDŠT, intendendo MQM come “luogo di mercato”. La possibilità che i Greci con il toponimo Neápolis traducessero un termine punico distinto da QRT HDŠT è resa dai confronti con il Nord Africa, in particolar con le Macomades (in Sardegna presso Bosa, Nuoro, Nureci e Gesico) e le Neapolis, che indicherebbero porti e luoghi di mercato nuovo, organizzati per lo scambio commerciale tra indigeni, greci e cartaginesi: una di esse, la Neapolis in Tunisia (Nabeul), è oggetto negli ultimi anni degli scavi diretti da Raimondo Zucca, Pier Giorgio Spanu e Mounir Fantar, alla radice del Capo Bon[1]. La Neapolis sarda[2], ubicata sulla costa centro occidentale dell’isola, all’estremità sud-orientale del golfo di Oristano, è documentata assai tardivamente, a partire dal I secolo d.C., con tale poleonimo (Ptol. 3, 3, 2; Rav. 5, 26; Guid. 64; Tab. Peut. II, c) o mediante il riferimento ai suoi abitanti – i Neapolitani (Plin. nat. 3, 7, 85; Ptol. 3, 3, 8) – e al suo territorium (Pall. 4, 10,16)[3]. Appare plausibile, benché non se ne abbia l’evidenza documentaria, ipotizzare che anche Neapolis, al pari di Carales e di Bitia, serbasse durante la repubblica e, forse, nel primo impero la magistratura di origine punica dei sufetes.[4] Indubbiamente la composizione della popolazione neapolitana in età tardo-repubblicana andava arricchendosi, in virtù del carattere portuale del centro, di gruppi latinofoni di estrazione italica, accanto al fondo originario di punicofoni e a una presenza di grecofoni, benché i modi di produzione parrebbero essenzialmente mantenersi quelli di età tardo-punica, come ha osservato Peter van Dommelen[5]. A indiziare questo carattere multietnico della popolazione militano, accanto all’attestazione di merci di ambito mediterraneo (anfore di tradizione punica africane e iberiche, anfore greco-italiche, anfore Dressel I tirreniche, ceramica a vernice nera campana A e B, importazioni ceramiche dalla Hispania Citerior), la presenza di graffiti vascolari greci, latini e neo-punici.

Non conosciamo le scelte politiche dei Neapolitani durante le guerre civili del I secolo a.C., al contrario dei Tharrenses che sposarono il partito mariano, dei Caralitani, fieramente cesariani, o dei Sulcitani, fedeli a Pompeo. Nella formula provinciae della Sardinia tramandata da Plinio il Vecchio in base ai Commentarii geographici di Marco Vipsanio Agrippa, composti tra il 25 e il 12 a.C., i Neapolitani sono citati tra i celeberrimi populi di XVIII oppida, insieme ai Sulcitani, Valentini e Bitienses da un lato, ai Caralitani cives R(omani) e ai Norenses dall’altro. Oltre ai XVIII oppida vi era in Sardinia una colonia ad Turrem Libisonis. Sfugge la ratio della selezione operata dalle fonti augustee di Plinio tra i XVIII oppida: se è chiara la menzione di due oppida civium Romanorum, quelli dei Caralitani e dei Norenses, non è altrettanto perspicua la celebrità degli oppida di origine punica Sulci, Neapolis e Bitia e dell’oppidum di fondazione romana, forse del II secolo a.C., Valentia. Ettore Pais aveva ipotizzato che la speciale menzione di Neapolitani, Sulcitani, Valentini e Bitienses, nel complesso dei XVIII oppida, nella formula di Plinio facesse riferimento alla concessione a queste comunità dello ius Latii[6],ma al momento dobbiamo sospendere il giudizio anche per le analoghe situazioni di Sulci e Bithia. Gli abitanti di Neapolis potevano essere iscritti alla tribù Quirina, se il praefectus della cohors I Ulpia Dacorum, Ti. Claudius Ti. f. Qui(rina) Maximinus, Neapol(i) che conosciamo da alcuni diplomi militari sotto Adriano nel 129 era un sardo e non un campano (AE 2001, 2153 = 2006, 1849; 2005, 1736 = 2006 1850; 2006, 1845 e 1851)[7].

Conosciamo ora meglio il curator rei publicae Neapolitanorum al quale le universae tribus del municipiodi Sulci e gli incolae Beronicenses, ebrei giunti dalla Cirenaica, posero una statua a Sulci, memoria perenni (ILSard. I 4)[8]. L’interpretazione oggi affermatasi riguarda un atto di omaggio ad un personaggio di alto rango, che ha svolto un ruolo di vertice a Neapolis, onorato congiuntamente a Sulci dal popolo di cittadini romani suddivisi in tutte le tribù del municipio (universae tribus sono uno dei due soggetti) e dai Beronicenses, ebrei immigrati in età adrianea in quanto damnati ad metalla, forse originariamente parlanti la lingua greca, esterni all’organizzazioni municipale di Sulci cioè incolae residenti in un proprio quartiere separato; eppure influenti e con solide disponibilità finanziarie. All’inizio del III secolo essi stessi debbono aver tratto dei benefici per le decisioni assunte dall’amministratore straordinario a Neapolis (curator rei publicae), forse riguardo all’attribuzione di alcune miniere originariamente incluse nel territorio di Neapolis e ora trasferite nel confinante territorio di Sulci, dove conosciamo altri ebrei e dove sono impiegati i nomi Iuda e Beronice, arrivati dalla Cirenaica, in particolare da Berenice-Bengasi[9].

La civitas Neap[oli]tanorum nell’iscrizione sulcitana potrebbe essere forse una colonia, esattamente come Cornus, che ugualmente ha il titolo generico di civitas in CIL X 7915.

Siamo molto informati sul territorium neapolitanum, che ipotizziamo possa aver avuto delle rettifiche di confine nell’area più impervia occupata dalle miniere, sicuramente in relazione ai porti d’imbarco: in particolare il settore di territorio a Sud-Ovest di Neapolis corrisponde ai rilievi del Guspinese interessati da filoni metalliferi piombo-zinciferi, specialmente nella regione di Montevecchio, ma pure nelle alture a ridosso delle lagune neapolitane[10]. Il territorio della città si espande in direzione Sud-Est, lungo le vallate fertili del Flumini Mannu e del Riu Sitzerri, naturalmente vocate alle colture agricole ed in particolare cerealicole, fino all’area sardarese dove abbiamo la stazione termale di Aquae Neapolitanae, che indica il confine di competenza dei magistrati cittadini[11]. Infine a Nord si estende la piana del Campidano (di Terralba), interessata fino alla bonifica di Mussolinia di Sardegna, negli anni 20-30 del XX secolo, dallo «stagno» di Sassu e da centinaia di specchi d’acqua temporanei che, se da un lato riducevano le aree destinate all’agricoltura, dall’altro attivavano altre forme di sfruttamento economico della regione mediante l’itticoltura, la coltivazione delle saline (in particolare Pauli Pirastu) e forse colture specializzate (vite).

L’area di Santa Maria de Nabui – ampiamente studiata da Raimondo Zucca e dai suoi colleghi e allievi – appare interessata da attività emporiche sin dal bronzo finale, con una attestazione di un cinerario antropomorfo filisteo dell’XI secolo. I documenti più propriamente fenici risalgono alla seconda metà dell’VIII secolo a.C., mentre nel seguito dell’età arcaica compaiono testimonianze anforiche e di vasellame fine greche ed etrusche. La fondazione di questa «città nuova» sembra attribuibile alla fine del VI secolo ad opera di Cartagine, ancorché il porto appaia interessato pure durante il dominio punico dalle correnti commerciali greche (attiche in particolare) e magno-greche.

La città entrò nell’orbita romana all’atto della conquista dell’isola nel 238-237 a.C., ma continua ad essere documentato l’uso della scrittura neopunica in età tardo repubblicana, accanto ad attestazioni di graffiti greci (un Apol(l)onis su una patera in Campana A) e latini (un Licinus su una coppa in Campana B del 100 a.C. circa). La città romana sembra riproporre, seppure in parte, la scelta insediativa cartaginese, occupando il sistema di dossi, limitati a settentrione dall’antica insenatura oggi ridotta a lagune. La città è laconicamente citata dai geografi che ne rilevano l’ubicazione lungo la costa occidentale della Sardegna (Tolomeo) e l’inserimento lungo un percorso stradale che toccava le prin­cipali città del litorale di Ponente. L’Anonimo Ravennate ricorda Neapolis tra Sartiparias (Sardi Patris fanum) e Othoca, lungo quella sezione dell’iter a Tibulas Sulcis che nell’Itinerarium Antonini registra la successione di MetallaNeapolisOthoca[12].

L’esistenza di un porto, ancorché non esplicitamente attestata dalle fonti letterarie antiche e altomedievali, risulta dai portolani e dalle carte nautiche del basso Medioevo, che unanimemente menzionano il Neapolitanus Portus, anche quando la città si era ridotta ad un modesto aggregato rurale[13]. La topografia del centro urbano antico è in avanzato studio: nuove ricer­che topografiche tendono a dimostrare che la presunta pianta semicircolare della città sia di fatto inesistente, dovendosi ammettere al contrario un impianto trapezoi­dale, corrispondente ad un sistema di dossi alluvionali, precipiti in direzione Nord e Nord-Est verso gli stagni di Santa Maria[14]. Sono stati recentemente studiati gli impianti termali, l’edilizia residenziale, il porto, gli edifici per spettacolo, il foro, il sistema viario[15].

Nel settore sud-orientale della città si localizza un impianto termale in opus vittatum mixtum databile ad età imperiale avanzata, riutilizzato sino al secolo XVIII come chiesa inti­tolata alla Vergine Santa Maria de Nabui[16]. La chiesa, collocata in un ambiente rettangolare della terma, voltato a botte, rese obbligato il tamponamento di un’ampia luce rettangolare, rivolta verso Ovest e aperta sul lato breve dell’ambiente. L’assenza di scavi impedisce di determinare con certezza il momento di trasformazione della terma in edi­ficio ecclesiastico, benché il raffronto con simili muta­menti di destinazione d’uso di terme, quali Sant’Andrea di Pischinappiu di Narbolia, Santa Maria di Vallermosa, Santa Maria di Mesumundu di Siligo, solo per citarne alcuni, fa­rebbe pensare che tale trasformazione si svolse nel periodo deuterobizantino. Probabilmente in funzione di questo edificio termale fu eretto un grande acquedotto che come si vedrà conduceva le acque dalla sorgente di Laus de Giaxi, nei monti a Sud di Neapolis, fino alla città, con un percorso di quasi 6 chilometri.

Gli scavi nel settore nord-orientale della città misero in luce un secondo edificio termale minore, già noto a Giovanni Spano, largamente ristrutturato in età altome­dievale, momento in cui immediatamente ad Est si costituì un aggregato di ambienti realizzati in un rozzo opus africanum, all’interno di un possibile castrum bizantino.

All’estremità settentrionale della città, dirimpetto all’antica insenatura portuale, si individua un’area pubblica, forse il forum, da cui provengono membrature architettoniche, una statuetta marmorea di Afrodite Urania e frammenti di altre statue, un’iscrizione di Valeriano nel suo IV consolato posta dai decuriones di Neapolis dopo il 257 d.C. (AE 2007, 608), altri frammenti di iscrizioni di imperatori e una probabile tabula patronatus in bronzo[17].

La necropoli orientale della città ha rivelato tombe alla cappuccina e a sarcofago liscio di pietra calcarea, cui si deve riferire un frammento di iscrizione di un sepulchrum familiae e l’epitafio posto da un C(aius) Atilius a un suo collibertus (AE 1997, 752).

Lo statuto giuridico di Neapolis è incerto: una iscrizione sulcitana menzionante la sp[l]en[didissi]ma civitas Neap[oli]tanorum, d’altro canto, potrebbe documentare le sezioni di voto, le tribus, in cui doveva essere suddiviso il populus Neapolitanus. Si tratta di un’iscrizione onoraria dedicata ad un personaggio anonimo, probabilmente di origine sulcitana, da parte di tutte le sezioni di voto (univer[sae] tribus) di una città (la stessa Sulci ?) e dei Beronic[en]ses, populus o, più verosimilmente, collegium, per i meriti riportati nei confronti della sp[l]en[didissi]ma civitas Neap[oli]tanorum (ILSard. I 4)[18].Si è pensato recentemente anche ad incolae aggregati alla città, giunti in Sardegna da Berenice (Bengasi) dopo la repressione della rivolta giudaica nell’età di Adriano.L’epigrafe appartiene ad una categoria di iscrizioni onorarie che prevede la dedica al personaggio onorato, l’elenco dei benefici elargiti ad una comunità, infine, l’indicazione dei dedicanti. La datazione dell’epigrafe è incerta, ma il confronto con numerose iscrizioni che presentano la medesima struttura orienta verso la seconda metà del II-III secolo d.C.

L’opinione prevalente degli studiosi considera la nomenclatura di civitas Neap[oli]tanorum in rapporto alla sopravvivenza a Neapolis di un’organizzazione politica preromana in una comunità di peregrini. Tuttavia, essendo noto lo sviluppo semantico del termine civitas in età medio-imperiale, quando definisce genericamente l’organizzazione urbana, a prescindere dallo statuto giuridico, la civitas Neap[oli]tanorum : possiamo pensare ad un municipio o ad una colonia. Infine se la suddivisione in tribus andasse effettivamente riferita a Neapolis piuttosto che a Sulci si ricaverebbe il tipo di sezioni di voto della città. In tale ipotesi il populus di Neapolis sarebbe suddiviso in tribus, come un’altra città di origine punica, Lylibaeum, benché sia noto che la suddivisione del popolo è più frequente ricalcando l’antico modello romano per curiae.

Nel novembre 2000 lo scavo archeologico ha restituito, nell’area pubblica del settore settentrionale della città, una lastra marmorea con dedica a Valeriano che documenta per la prima volta l’ordo decurionum e la cassa pubblica di Neapolis: Imp(eratori) Caes(ari) P(ublio) Licinio Valeriano / pio felici Aug(usto), pont(ifici) max(imo), trib(unicia) / pot(estate), co(n)s(uli) IIII, p(atri) p(atriae), proco(n)s(uli) / ex d(ecurionum) d(ecreto) p(ecunia) p(ublica) (AE 2007, 688).

Il testo è datato dal quarto consolato di Valeriano, assunto nel 257, nel corso della quinta potestà tribunicia. Sul piano dell’organizzazione amministrativa cittadina è noto che il consiglio decurionale è attestato anche in civitates peregrine, in particolare in Africa proconsolare in civitates a costituzione sufetale dell’alto Impero. Al principio della seconda metà del III secolo d.C. il riferimento ai decuriones deve, invece, raccordarsi probabilmente ad una città dotata di statuto municipale o coloniale, anche se conosciamo ad esempio nelle province africane civitates con magistri e decuriones[19].

Nella stessa area si è individuato un òstrakon costituito dal frammento di parete di anfora (AE 2007, 690). Il testo, impaginato su quattro linee, è inciso con uno strumento a punta, presumibilmente uno stilo in metallo che consentiva di scrivere minutissime. La paleografia del testo suggerisce una cronologia intorno al III secolo d.C. anche considerati la possibile formula onomastica di Decimo Ostilio Donato, caratterizzata dai tria nomina, e il sermo utilizzato che presenta (ad esempio nel sintagma Marsuas a Neapoli) una certa coloritura volgare. La lettura del testo è la seguente: Marsuas a Neapoli, Dec(imum) vel Dec(ium) Ostiliu/m Donatum mis[er]um, mutum, sur/dum reddas, quantu / homini respondes. «O Marsuas di Neapolis, rendi misero, muto e sordo Decimo (?) Ostilio Donato, per quanto tu possa rispondere all’uomo».Si tratta di una richiesta ad una divinità Marsuas, ossia Marsyas, detta a Neapoli, con l’indicazione della città di pertinenza, affinché rendesse misero, muto e sordo Decimo Ostilio Donato, per quanto avesse dato una risposta a quell’uomo. L’anonimo estensore dell’ostrakon intendeva pertanto, con lo strumento della scrittura, ottenere dalla divinità l’assordimento e il mutismo di un avversario, Decimo Ostilio Donato, all’atto della richiesta di un responso da parte dello stesso personaggio[20]. La singolarità del testo impedisce senz’altro di annoverarlo tra le defixiones, non tanto per l’uso del supporto fittile dell’iscrizione al posto del più comune piombo, quanto perché non compare la volontà del richiedente di legare la divinità a un maleficio, normalmente espressa dai verbi ligare, obligare ecc. Il tema del dio Marsia, scuoiato vivo da Apollo, è stato ripreso recentemente sull’”Archivio Storico Sardo” da Khaoula Ferjani, con riferimento alla maschera ritrovata nella colonia di Turris Libisonis, fin qui interpretata genericamente come un satiro, ma in realtà riferita alla colonia di Turris Libisonis: il che rinnova la possibilità che Neapolis sia diventata colonia nel corso del I o del II secolo d.C.[21] Tra le città italiche il culto di Marsia fu scelto come simbolo della libertà, più precisamente della cittadinanza romana, cosa che nelle province avvenne nei municipi e nelle colonie (Isidoro di Siviglia, origines, 9, 2, 88, per il collegamento con la guerra Marsica): la figura di Marsia è legata ad Enea e ai Troiani; in Sardegna agli Ilienses. Mastrocinque ha osservato che <<sono note alcune variazioni sul mito di divinità profetiche o veggenti che furono legati, imprigionati e costretti a pronunciare profezie. Su questa base mitologica la liberazione di Marsia fu usata dalla mitologia italica come un simbolo politico del conseguimento di tutti i diritti della cittadinanza romana>>[22].

I documenti epigrafici citati rivelano aspetti importanti della società e dell’economia di Neapolis[23], oltre che sulla religione[24]. La possibile esistenza di un collegium di commercianti neapolitani in ambito urbano potrebbe ipotizzarsi in base ad una targa di un sepulchrum familiae della via Appia. Si tratta dell’iscrizione CIL VI 9258, ora nella Galleria Lapidaria dei Vaticani. Il titolare del sepolcro, L(ucius) Maecius Marcus se vibo dedit donavit il locus della sepoltura ai suoi liberti e liberte, tra i quali sono menzionati un gruppo di tre (o di quattro), appartenenti ai citrarii Neapolitani. Poiché Palladio Rutilio Tauro Emiliano nel suo opus agriculturae celebra i cedri dei suoi fundi, in Sardinia territorio neapolitano, considerata la rarità della coltura della pianta di tali agrumi nel mondo romano, non può escludersi che citrarii Neapolitani debbano considerarsi i componenti di un collegio di venditori di cedri originari di Neapolis, anziché affini ai citriarii, ossia ai commercianti del legno di cedro, noti da una lex collegii urbana relativa ai negotiantes eborarii et citriarii[25].

Niente sappiamo sull’eventuale esistenza di un circuito murario di fase romana, mentre un elemento significativo per definire i limiti urbani almeno a nord-nord-est della città è rappresentato dall’esistenza di  un’ampia necropoli, con sepolture di varia tipologia, in uso dall’età medio-imperiale all’alto Medioevo. Una seconda necropoli, con un’attività funeraria documentata nell’alto impero, si localizza invece a sud dell’area urbana.

L’approvvigionamento idrico della città era garantito da un acquedotto già documentato nel XVII secolo ma ben illustrato da Angius e da Spano alla metà dell’Ottocento. Da un complesso di sorgenti localizzate a oltre 500 m s.l.m. su rilievi a sud della città, l’acqua veniva raccolta dapprima in una grande cisterna (località Medau Caddeo), da cui si dipartiva un condotto forse sostenuto da un muro continuo, con andamento sud-ovest/nord- est; la conduttura curvava poi in direzione sud-ovest/nord-est e, valicando con arcate a tutto sesto alcuni corsi d’acqua, entrava nel settore sud-occidentale della città, dove è localizzato un castellum aquae. La lunghezza totale dell’acquedotto, di cui rimangono ancora diverse tracce, dalla cisterna al castellum è di circa 4,7 km. In base all’opera muraria utilizzata, il vittatum mixtum, l’acquedotto può datarsi all’età severiana; stessa opera e probabilmente stessa cronologia può proporsi per la grande cisterna cittadina, mentre per le altre cisterne individuate in diversi punti dell’area urbana non si può proporre alcuna datazione certa, né assegnare loro un carattere pubblico o piuttosto privato. Oltre alle già citate strutture, è stato finora evidenziato un ridotto numero di monumenti. Nel settore sud-orientale della città si localizza un edificio termale in opera listata, di cui rimane in elevato un ambiente voltato a botte, riutilizzato come edificio di culto cristiano fino all’età moderna. Le poche strutture residue e la sovrapposizione di edifici moderni non consentono di leggere completamente l’icnografia dell’edificio originario, articolato certamente in diversi ambienti, alcuni dei quali absidati. Accanto alle terme un grosso troncone di opera cementizia potrebbe essere correlato all’acquedotto cittadino, che certamente garantiva il rifornimento idrico delle terme. Il rinvenimento di numerose tessere musive in marmo policromo – bianco, nero, rosso, ocra – porta verosimilmente a pensare che l’edificio termale fosse dotato di ambienti mosaicati. Un secondo edificio termale, già scavato parzialmente da Giovanni Spano nel 1858, fu oggetto di nuove indagini archeologiche negli anni Cinquanta del XX secolo. L’edificio, noto come “Piccole terme”, ha una grande aula settentrionale con vasca semicircolare gradata, interpretata come frigidarium, che subì varie modificazioni, con l’aggiunta di una vaschetta di più piccole dimensioni e diverse murature; non si esclude che le trasformazioni più tarde siano avvenute in età alto-medievale, quando tutta l’area subì sostanziali variazioni d’uso. Nel settore meridionale delle Piccole terme sono localizzati gli ambienti caldi, anch’essi trasformati nel tempo, articolati in due calidaria e un tepidarium con vasca semicircolare, tutti di piccole dimensioni; originariamente gli ambienti erano collegati tra loro, e solo in un secondo momento le aperture di collegamento vennero occluse. L’uso dell’opus vittatum, insieme all’opera laterizia presente negli ambienti caldi, e l’iconografia dell’edificio, portano a datare l’impianto a età imperiale avanzata, forse all’età severiana, la medesima fase cronologica alla quale si assegnano le “Grandi terme”. Le indagini in corso nella cosiddetta area monumentale stanno infine rimettendo in luce una serie di murature, relative a diverse fasi di vita. Interessante appare un grosso muro con andamento nord-nord-ovest/sud-sud-est, con uno spesso strato di intonaco; le dimensioni, unitamente agli altri rinvenimenti effettuati nell’area, contribuiscono a formulare l’ipotesi che tali strutture possano riferirsi a un importante edificio pubblico.

Le nuove indagini della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e del curriculum di Archeologia subacquea dell’ateneo sassarese del 2006 hanno acquisito nuovi dati sulla portualità antica di Neapolis. Il sistema lagunare di Marceddì-San Giovanni è interpretato dai geomorfologi come l’evoluzione di una vallata fluviale sommersa, per cui è evidente che il letto del fiume e le sue foci dovettero essere progressivamente guadagnate dall’ingressione marina successiva all’ultima glaciazione. Si pone al riguardo il problema del riconoscimento della dinamica delle rive degli specchi d’acqua e del letto (o dei letti variabili con le relative foci) del fiume Sitzerri-Mannu. Ma l’archeologia subacquea del territorio neapolitano arriva sino a Piscinas-Arbus[26].


[1] R. Zucca, A. Mastino, I paesaggi costieri della Neapolis dell’Africa Proconsolare e della Neapolis della Sardinia, in Evoluzione delle civiltà lungo le vie del Mediterraneo. Un modello di sviluppo ecocompatibile per la salvaguardia del mare e la valorizzazione della fascia costiera, XXXIII Forum Interdistrettuale della Fascia Costiera Ligure-Tosco-Laziale e della Sardegna, Distretto 2080 Rotary International, Studio Stampa . Nuoro, 2012, pp. 25-36.

[2] Sul toponimo cfr. G. Chiera, Qarthadasht = Tharros?, in “RSF”, X, 1982, pp. 197 ss.; M. G. Amadasi Guzzo, Sulla dedica a Melqart da Tharros e il toponimo QRTHDST, in L’Africa Romana, IX, Sassari 1992, pp. 523-532; vd. anche Eadem, Neapolis=Qart-Hadasht in Sardegna, in “Rivista Studi Orientali”, 43, 1968, pp. 19 ss.; Eadem, Divertimento 1991. Ancora sulla Cartagine di Sardegna, in R.H. Talkot-T.K. Andrews, Sardinia in the Mediterranean: a Footprint in the Sea. Studies in Sardinian Archeology Presented to M.S. Balmuth, Sheffield 1991, pp. 439-447; M. Pittau, La Neapolis della Sardegna: emporio punico oppure greco ?, in L’Africa Romana, VII, Sassari 1990, pp. 557-568; A. Campus, Una genealogia punica: l’iscrizione I.C.O. Sard. 34, in Da Olbìa ad Olbia, 2500 anni di storia di una città mediterranea, I, a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1996, pp. 207-217.

[3] R. Zucca, Splendidissima civitas Neapolitanorum, Roma 2005; R. Zucca, Neapolis e il suo territorio, prefazione di G. Lilliu, Oristano 1987, S’Alvure, (ristampato nel 1989 e nel 2000); A. Mastino, R. Zucca, “Urbes et rura. Città e campagna nel territorio oristanese in età romana”, in Oristano e il suo territorio, 1, Dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di Pier Giorgio Spanu e Raimondo Zucca, Carocci, Roma 2011, pp. 521-542.

[4] R. Zucca, Sufetes Africae et Sardiniaee ricerche storiche e geografiche sul Mediterraneo Antico (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – n.s. 1), Carocci, Roma 2004, pp. 84-101.

[5] P. Van Dommelen, On colonial grounds. A comparative study of colonialism and rural settlement in first millennium BC West Central Sardinia, Leiden 1998, pp. 187 ss.; Id., Spazi rurali fra costa e collina nella Sardegna punico-romana: Arborea e Marmilla a confronto, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 589-601; M.B. Annis, P. Van Dommelen, P. Van De Velde, Insediamento rurale e organizzazione politica: il progetto Riu Mannu in Sardegna, QSCAOR, 13, 1996, pp. 255 ss.; vd. anche M.B. Annis, Paesaggi rurali nella Sardegna centro-occidentale. Il progetto Rio Mannu dell’Università di Leiden, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 571-587.

[6] E. Pais, “La “formula provinciae” della Sardegna nel I secolo dell’impero secondo Plinio”, in Studi storici, III, 1894, p. 518.

[7] P. Floris, A. Ibba, R. Zucca, “Notulae su alcune tribù in Sardegna” nel volume Le tribù romane. Atti della XVIe Rencontre sur l’Epigraphie du monde romain (Bari 8-10 ottobre 2009), a cura di Marina Silvestrini (Scavi e ricerche, 19), Bari, Edipuglia, 2010, p. 85.

[8] F. Cenerini, Le iscrizioni della collezione Biggio, «Sardinia, Corsica et Baleares Antiquae. An International Journal of Archeology», xii, 2014, pp. 61-63.

[9] A. Mastino, La Cirenaica di Adriano: la deportatio in Sulcitanam insulam Sardiniae conterminam degli Ebrei di Berenice (Bengasi), “Libya antiqua”, n.s. 14, 2021, pp. 51-68.

[10] T. Agus, L’antico bacino minerario neapolitano, in L’Africa Romana, VII, Sassari1990, pp. 447-455

[11] Sul territorium neapolitanum cfr. P. Van Dommelen, On colonial grounds. A comparative study of colonialism and rural settlement in first millennium BC West Central Sardinia, Leiden 1998, pp. 187 ss.; M.B. Annis, Paesaggi rurali nella Sardegna centro-occidentale. Il progetto Rio Mannu dell’Università di Leiden, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 571-587; P. Van Dommelen, Spazi rurali fra costa e collina nella Sardegna punico-romana: Arborea e Marmilla a confronto, ibid., pp. 589-601; M.B. Annis, P. Van Dommelen, P. Van De Velde, Insediamento rurale e organizzazione politica: il progetto Riu Mannu in Sardegna, QSCAOR, 13, 1996, pp. 255 ss.

[12] Sulla topografia di Neapolis e la documentazione archeologica cfr. G. Spano, Descrizione dell’antica Neapolis, “BAS”, 5, 1859, pp. 129-137; S. Moscati, R. Zucca, Le figurine fittili di Neapolis, “Mem. Acc. Naz. Lincei”, ser. VIII, vol. XXXII, 1, Roma 1989; R. Zucca, La città punica di Neapolis in Sardegna, Atti del II Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici, III, Roma 1991, pp. 1299 ss.; Id., Neapolis e il suo territorio, Oristano 20002.

[13] G. Boetto, V. Carsana, D. Giampaola, “Il porto di Neapolis e i suoi relitti”, in Arqueologia Nàutica Mediterrània, a cura di X. Nieto, M.A. Cau, Girona, 2009, pp. 457-470 (Monografies del CASC, 8); R. Zucca, Ricerche subacquee nel Neapolitanus portus, in Tharrox Felix -3, Roma 2009.

[14] G. Azzena, Osservazioni urbanistiche su alcuni centri portuali della Sardegna romana”, in L’Africa romana. Lo spazio marittimo del Mediterraneo occidentale: geografia storica ed economica, vol. 2, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XIV convegno di studio (Sassari, 7-10 dicembre 2000), Roma, Carocci, 2002, pp. 1099-1110; P.G. Spanu, “L’impianto urbanistico della città romana”, in Splendidissima civitas Neapolitanorum, a cura di R. Zucca, Roma, Carocci, 2005, pp. 252-254.

[15] Da ultimo: R. Busonera, Neapolis, in Sardegna. Architettura e Urbanistica, Quasar, Roma 2020, pp. 65-82; Id., La città romana di Neapolis, in Sardegna. Studio topografico sui sistemi di accesso viario all’area urbana, in Landscape, una sintesi di elementi diacronici, Metodologie a confronto per l’analisi del territorio, a cura di D. Gangale Risoleo e I. Raimondo, BAR I.s. 3047, Oxford 2021, pp. 41-50.

[16] E. Usai, M. Casagrande, C. Oppo, L. Garau, A. Loy, P.G. Spanu, R. Zanella, R. Zucca, “Il paesaggio del potere cittadino di una città sardo- romana: le “Grandi Terme” di Neapolis”, in L’Africa romana. Trasformazione dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Atti del XIX convegno di studio (Sassari, 16-19 dicembre 2010), Roma, Carocci, 2012, pp. 1905-1929.

[17] Dobbiamo rimandare a R. Zucca, Splendissima civitas Neapolitanorum, Roma 2005.

[18] Si è citato Mastino, La Cirenaica di Adriano, pp. 51-68.

[19] R. Zucca, Una dedica a Valeriano da Neapolis (Sardinia) in AA. VV., Usi e abusi epigrafici. Atti Colloquio Genova, settembre 2001, Serta antiqua et medievalia, VI, a cura di M.G. Angeli Bertinelli, A. Donati, Roma 2003, pp. 437 ss.; Id., Valeriano e la sua famiglia nell’epigrafia della Sardinia. In: Epigrafia di confine, confine dell’epigrafia: atti del Colloquio AIEGL-Borghesi 2003, 10-12 ottobre 2003, Bertinoro, Italia. Faenza, Fratelli Lega Editori, 2004, pp. 347-370 (Epigrafia e antichità, 21).

[20] R. Zucca, Splendidissima civitas Neapolitanorum, Roma 2005, pp. 212-218 n. 10; Id., Iscrizioni inedite da Neapolis (Sardinia), in Acta XII Congressus Internationalis Epigraphiae Graecae et Latinae, Barcelona, 3-8 Septembris 2002, Barcelone, 2007, p. 1531 sg.; vd. ora Mastino, Zucca, Urbes et rura cit, pp. 522 ss.; A. La Fragola, A. Mastino, T. Pinna Defixiones, maledizioni e pratiche magiche nella Sardinia e nella Corsica tardoantiche, in Enemistad y odio en el mundo antiguo, Francisco Marco Simón, Francisco Pina Polo, José Remesal Rodríguez (eds.), Collecció Instrumenta, 74, Zaragoza 2021, pp. 206 s.

[21] K. Ferjani, La cosiddetta maschera del satiro da Porto Torres in Sardegna: un Marsyas coloniale, “ASS”, LIII, 2019, 9-16.

[22] A. Mastrocinque, Marsia e la civitas Romana, in Hoc quoque laboris praemium, Scritti in onore di G. Bandelli, a cura di M. Chiabà (Polymnia, Studi di storia romana, 3), Trieste, Eut, 2014, pp. 331-342.

[23] R. Zucca, Le ville romane: schiavi, coloni e padroni nel territorio neapolitano, AA. VV., Scavo didattico delle terme romane di Terra ‘e Frucca, Oristano 1990, pp. 41- 44.

[24] R. Zucca, “Le terrecotte figurate del deposito votivo di Neapolis”, in Splendidissima Civitas Neapolitanorum, a cura di R. Zucca, Roma, Carocci, 2005, pp. 158-166.

[25] R. Zucca, Palladio e il territorio neapolitano in Sardegna, Quaderni Bolotanesi, 16, 1990, pp. 279-290; Id., Palladio ed il territorio neapolitano, AA. VV., Scavo didattico delle terme romane di Terra ‘e Frucca, cit., pp. 30-40.

[26] D. Salvi, Lingotti, ancore e altri reperti di età romana nelle acque di Piscinas-Arbus (CA). In Hommage à Claude Domergue, 2. Pallas 50, pp. 75-88.

La coorte dei Liguri sul Cogninas a Luguido e Portus Luguidonis

  1. La cohors Ligurum equitata: Luguido

Nelle stesso sito di Luguido, partita per la Germania la coorte III Aquitanorum nell’età di Vespasiano, potrebbe esser stata stanziata la cohors Ligurum equitata e ancora più tardi la p(rima) oppure p(raetoria) cohors Sardorum[1]. La coorte di Liguri fu costituita inizialmente da soldati provenienti dalla grande Liguria, sostituiti progressivamente con dei Sardi[2].

Per precisare la collocazione militare, lungo la strada che chiamiamo a Karalibus Olbiam, staccatasi a Bonorva dalla via per Turris Libsonis, bisogna partire dall’epitafio della seconda metà del I secolo d.C., di M(arcus) Iunius Germanus sig(nifer) c(o)ho(rtis) Lig(urum), vissuto 50 anni, dopo 18 anni di servizio militare, dunque arruolato apparentemente forse con Vespasiano a 32 anni, arrivato al grado di portainsegne, con incarichi anche amministrativi e di gestione della cassa. Si segnala il possesso della cittadinanza romana prima del congedo e la sua morte in servizio a Tula (AE 1994, 795). Che si tratti di un reparto equitato siamo certi per il ricordo di un cavaliere anonimo nell’iscrizione frammentaria di Ruinas (AE 2014, 542)[3], forse relativa ad un eques iscritto alla tribù Velina: dovremmo allora pensare ad un cittadino romano con i tria nomina. Per definire la cronologia del trasferimento in Sardegna del reparto è fondamentale l’epitafio dell’ufficiale di cavalleria C(aius) Cassius P̣al(atina) Blaesianus, dec(urio) coh(ortis) Ligurum, princeps equitum, forse originario di Olbia, sepolto dall’amico Ti̲(berius) C̲lau̲dius Actes l(ibertus) Eutychus, negli ultimi anni di Nerone (ILSard. I 313)[4]. Dunque il reparto si trovava nel retroterra di Olbia durante l’esilio in Sardegna di Claudia Atte, la liberta esiliata temporaneamente in Sardegna, nelle terre che Nerone volle donarle, utilizzando le proprietà dei Domitii[5]; la coorte dei Liguri era arrivata in Sardegna durante il principato di Nerone e forse fu composta non con peregrini ma con cittadini romani, esattamente come le legioni.


[1] Porrà. Le truppe ausiliarie cit., p. 203.

[2] P. Ruggeri, Un signifer della cohors Ligurum in Sardegna, “ZPE”, 101, 1994, pp. 193 ss.

[3] A. Mastino, R. Zucca, “Un nuovo titulus della cohors Ligurum in Sardinia e il problema dell’organizzazione militare della Sardegna nel I secolo d.C.”, in L’iscrizione e il suo doppio. Atti del Convegno Borghesi 2013, a cura di A. Donati, Faenza, Fratelli Lega Editori, 2014, pp. 383-410 (Epigrafia e Antichità, 35).

[4] C. Cazzona, in G. Meloni, P.G. Spanu, Oschiri, Castro ed il Logudoro orientale, Sassari 2004, p. 111.

[5] A. Mastino, P. Ruggeri, Claudia Augusti liberta Acte, la liberta amata da Nerone ad Olbia, “Latomus. Revue d’Études Latines”, LIV,3, 1995, pp. 513-544.

Esercito romano: Luguido, Nostra Signora di Castro (Oschiri)

  1. La cohors III Aquitanorum equitata: Luguido

La Cohors III Aquitanorum equitata fu arruolata nell’Aquitania atlantica (Francia sud-occidentale) e nelle regioni limitrofe, un dato confermato dall’onomastica celtica dei numerosi soldati che conosciamo[1]:

  • Ti(berius) Iulius, Fab(ia), Capito, misicius ex chor(te) Aq(uitanorum) I̅I̅I̅, morto a 65 anni dopo esser stato richiamato in servizio nello stesso reparto: l’onomastica ci rimanda ad una cittadinanza romana ottenuta col congedo nell’età di Tiberio, con iscrizione alla tribù Fabia. L’epitaffio proviene da Iscia Cunzada (antica Luguido sulla strada per Olbia), colle vicino a N.S. di Castro in comune di Oschiri, dove restano tracce del primitivo accampamento augusteo (AE 1980, 532 = 1982, 438)[2];
  • Rufus, Tabusi f(ilius), Valentinus ex c(o)ho(rte) Aquit(anorum), morto a 30 anni, dopo 11 di servizio, probabilmente originario da Valentia-Valence nella Gallia Narbonense: dunque un peregrino, ricordato alla fine dell’età giulio-claudia dal fratello Spedius, probabilmente anch’egli soldato dello stesso reparto (CIL X 7596). L’iscrizione proviene con tutta probabilità da Iscia Cunzada (antica Luguido sulla strada per Olbia), colle vicino a N.S. di Castro in comune di Oschiri, attualmente al Museo di Cagliari[3].
  • Ancora in età giulio claudia ha operato Decumus Cirneti f(ilius), Caniensis, chort(is) Aquitanorum morto a 32 anni dopo 15 anni di servizio, dunque arruolato a 17 anni (sepolto a Bitti, ILSard. I 222, originario probabilmente dall’Aquitania)[4].
  • Ọrc̣oeta [B]ihọnis (?) f(ilius), appartenente al popolo dei Con(veni), mil(es) ex
    [coh]or(te) 
    Aq[ui]t(anorum), morto alla fine della età giulio claudia prima di aver ottenuto la cittadinanza romana e di aver ritirato il congedo, sepolto ad Ardara (avamposto militare già in età romana[5], poi capitale del regno giudicale): il popolo di origine appartiene all’Aquitania meridionale, il nome potrebbe esser celtico o addirittura basco (AE 2004, 674, Giuseppe Piras)[6].
  • Infine Silo Terenti f(ilius) appartenente alla centuria ausiliaria comandata da Anteius Faustillus, vissuto 60 anni, dopo 35 anni di servizio: se davvero come pare è morto prima del congedo, è stato arruolato a 25 anni. In ogni caso è stato sepolto a Iscia Cunzada (antica Luguido oggi in comune di Oschiri) (AE 1980, 533; 1988, 651). Il nome sarebbe Filo per EDR077929.
  • Allo stesso ambiente militare andrebbe riferito il Claudius
    Capito,
    di cui conosciamo a Luguido la liberta Fauxtila (nome forse da collegare al comandante della centuria Anteius Faustillus),morta a 35 anni[7].

L’Anonimo Ravennate colloca in età bizantina i Castra Felicia proprio nell’area, che ancora oggi ha conservato la denominazione di N.S. di Castro[8]. Il colle di San Simeone di Oschiri è stato ampiamente esplorato dagli archeologi (in particolare Letizia Pani Ermini e Pier Giogio Spanu)[9]; i castra romani rimangono nel ricordo come toponimo attuale (Nostra Signora di Castro) e in epoca medioevale nei cognomi dell’aristocrazia giudicale: nel condaghe di Silki, una scheda che datiamo attorno al 1073 ricorda il celebre arcivescovo di Torres Costantino de Castra (arkipiscopu Gosantine de Castra)[10]. Si tratterebbe di un cognome relativo ad una città abbandonata come molte altre. Oggi sul colle di San Simeone restano tracce della presenza di un accampamento, sede del reparto degli Aquitani, cui probabilmente fu affidato il controllo della via a Karalibus Olbiam (si ricordi l’epitafio di [O]rcoeta ad Ardara, futura capitale del regno giudicale) e della variante interna della Barbagia che passava per Bitti (località dove fu ritrovata la lapide di Decumus): le caratteristiche del territorio giustificano ampiamente la scelta di collocare a Luguido una coorte equitata, impegnata tra la Barbagia, il Logudoro e la Gallura.

La cronologia è ben definita da Antonio Ibba che ritiene <<che la coorte giungesse nell’isola durante il principato di Tiberio, forse già con Augusto; in ogni caso essa lasciò la Sardegna prima dell’anno 74, quando un diploma militare la annovera fra le truppe della Germania Superiore. È quindi priva di fondamento l’ipotesi che inseriva fra i soldati della coorte M(arcus) Verecundius Diogenes, originario di Avaricum Biturigum (Bourges) in Aquitania. L’uomo, infatti, sposato con la sarda Iulia Fortunata (domo Sardinia) è ricordato con la moglie su due sarcofagi rinvenuti nella colonia di Eburacum-York in Britannia, databili alla seconda metà del II, più verosimilmente al III secolo[11], quando ormai da diverse generazioni la cohors aveva abbandonato la Sardegna>> (RIB I 687, AE 2013, 935; 2014, 781).


[1] Le Bohec, La Sardaigne et l’armée romaine, cit.; Meloni, La Sardegna romana, cit., pp. 356-61. Cfr. J. Spaul, Cohors. The Evidence for and a Short History of the Auxiliary Infantry Units of the Imperial Roman Army, Oxford 2000, pp. 49-54, 59-60, 71, 141-8 (incompleto). Vd. ora Porrà, Le truppe ausiliarie cit., pp. 202-203.

[2] Le Bohec, La Sardaigne et l’armée romaine, p. 107, nr. 2.

[3] P. Floris, Le iscrizioni funerarie pagane di Karales, Cagliari 2005, pp. 551-554, nr. 231.

[4] C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia, Ortacesus 2016, pp. 51-52; Porrà. Le truppe ausiliarie cit., p. 202.

[5] G. Lopez, L’insediamento romano fortificato in agro di Ardara: lo scavo del muro difensivo (campagna di scavo 2009). Nota preliminare, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2719-2734.

[6] Y. Le Bohec, L’inscription d’Ardara et les chevaliers sardes , in “L’Africa Romana”, VIII, Atti dell’VIII convegno di studio, Cagliari 14-16 dicembre 1988, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1991, pp. 695-702. Vd. anche Porrà. Le truppe ausiliarie cit., pp. 202 s.

[7] A. Mastino, Ancora un titolo sepolcrale dal castrum di Luguido (Oschiri), “Nuovo Bullettino Archeologico Sardo”, I, 1984, pp. 189-199.

[8] ANON. RAV. V,26 p. 412 Pinder-Parthey = p. 102 Schnetz; vd. anche GUIDO 64, p. 500 Pinder-Parthey = p. 128 Schnetz.

[9] L. Pani Ermini, S.V. Castra, in Enciclopedia dell’arte antica classica e orientale. secondo supplemento

1971,1994, II, Roma 1994, pp. 41,42; P.G. Spanu, in A. Mastino-P.G. Spanu-R. Zucca, Il territorio di Oschiri dal periodo romano all’età bizantina, in G. Meloni, P.G. Spanu, Oschiri, Castro e il Logudoro orientale, Delfino, Sassari 2004, pp. 77-166.

[10] A. Soddu, G. Strinna (cur.), Il condaghe di San Pietro di Silki, Ilisso Nuoro 2013, scheda 340,3. Vd. A. Mastino, La romanità della società giudicale in Sardegna: il Condaghe di San Pietro di Silki, in Atti del Convegno Nazionale “La civiltà giudicale in Sardegna nei secoli XI-XIII. Fonti e documenti scritti”, a cura dell’Associazione “Condaghe S. Pietro in Silki”, Sassari-Usini, Marzo 2001, Sassari 2002, pp. 24 ss. . Vd. anche CSNT 166,1 e 184,1. A Castra va localizzato su molinu de Castra del Condaghe di Barisone II, vd. G. Meloni, A. Dessì Fulgheri, Mondo rurale e Sardegna del XII secolo, Napoli 1994, p. 162 f. 6r, 15; per su molinu de Sancta Maria de Castra, vd. ibid., p. 164 f. 6v, 2-3. Che Castra ancora esistesse come nodo stradale in pieno medioevo sembra invece accertarsi dal Condaghe di S. Michele di Salvennor, il camino que ban los de Castra a Gisalcro (vd. V. Tetti, Il Condaghe di S. Michele di Salvennor. Patrimonio dell’abbazia vallombrosana, Sassari 1997, nr. 190).

[11] Corpus Signorum Imperii Romani, Great Britain, vol. I, fasc. 3, Yorkshire, cur. S. Rinaldi Tufi, Oxford 1983, pp. 40, 43, nrr. 60, 65.

La coorte di Corsi contro le civitates Barbariae sul Tirso

La cohors I Corsorum : Aquae Ypsitanae

    Abbiamo notizia dell’attività della I coorte di Corsi in Sardegna (forse reclutati in Corsica), poco dopo la morte di Augusto nel 14 d.C. dall’iscrizione di Praeneste che ricorda un Sex(tus) Iulius S(puri) f(ilius) Pol(lia) Rufus, evocatus divi Augusti, praefectus [I] cohortis Corsorum et civitatum Barbariae in Sardinia (CIL XIV 2954)[1]: gli studiosi limitano l’attività di questo ufficiale equestre all’età di Tiberio, in rapporto al comando (praefectura) di un reparto che originariamente doveva essere stato costituito in Corsica; solo in un secondo tempo trasferito sul Tirso, in riva sinistra, presso le sorgenti termali delle Aquae Ypsitanae in Barbagia[2]. Si tratterebbe di una doppia prefettura: quella di comandante di coorte e quella di prefetto delle civitates Barbariae in Sardinia. La duplice gestione di tali prefetture pare connessa al fatto che per esercitare la prefettura sulle civitates Barbariae fosse necessario disporre di una forza militare che fungesse da deterrente nei confronti del sempre risorgente ribellismo dei populi della Barbaria, all’interno di una provincia sottoposta ad un militare subentrato al governatore di carattere ordinario, un prolegato.

    La localizzazione delle civitates Barbariae è direttamente attestata da un’iscrizione rinvenuta nel 1920 a Fordongianus, non lungi dalle terme romane e dall’anfiteatro costruito per rispondere anche alle esigenze di addestramento delle truppe[3]. Si tratta della parte centrale di una lastra di marmo con un testo impaginato su tre linee (ILSard. I 188 = AE 1971, 118): [—Caesa]ri Aug(usto) p[ont(ifici) max(imo)— ] / [—civ]itates Barb[ariae —] / [— prolegato ? prae]f(ecto) provincia[e Sard(iniae) —]. L’iscrizione fu posta da alcune o da tutte le civitates Barbariae all’imperatore, essendo governatore (praefectus) della provincia Sardinia un personaggio ignoto a causa della frammentarietà dell’iscrizione. I problemi posti dal testo sono costituiti da un lato dalla definizione di civitates Barbariae, dall’altro dall’identificazione dell’imperatore oggetto dell’omaggio. Le civitates Barbariae rispondono assai bene a quella tipologia di civitates illustrate da fonti letterarie ed epigrafiche soprattutto per l’area celtica e per la Germania e corrispondenti ai “cantoni” privi di urbes, che non sconoscevano una vera e propria organizzazione urbana. Quali e quante fossero le civitates della Barbaria ci è ignoto, ma un criterio di similitudine ci porta a credere che esse venissero denominate dai populi che le componevano, sicché è probabile che una delle civitates della Barbaria fosse quella dei Celes(itani), estesa a partire dalla fonte di Turunele di Fonni in direzione occidentale, così come si annoverassero nell’ambito delle civitates Barbariae la civitas Cusin(itanorum), documentata in direzione orientale (CIL X 7889)[4], e forse anche la civitas Nurr(itanorum), attestata nel cippo di Procalzos di Orotelli presso le sorgenti termali di Oddini (EE VII 729)[5]. Un confronto con le civitates alpine ci induce a ritenere che le civitates della Barbaria non fossero numerosissime, anche se la documentazione epigrafica potrà in futuro contribuire all’arricchimento degli etnici dei populi delle varie civitates, ma anche degli etnici dei vici, in cui si aggregavano le diverse componenti dei populi delle civitates. L’imperatore oggetto di quest’omaggio da parte delle civitates potrebbe essere Augusto, come indica la paleografia del testo secondo già Antonio Taramelli; i più però hanno preferito ribassare la cronologia dell’epigrafe al 20-25 d.C. e identificare l’Augustus con Tiberio, in base al titolo di praefectus recato dal governatore, poiché nel 13-14 d.C. la Sardegna appare governata da un prolegato. In realtà il titolo di prolegato è spesso specificato come praefectus prolegato, sicché non sarebbe in contraddizione il testo di Fordongianus, in cui potremmo ammettere l’integrazione [pro legato prae]f(ectus) provincia[e Sardiniae], con il milliario del 13-14 d.C. che ci dà T. Pomp(e)io / [P]roculo / pro leg(ato) (EE VIII 742). Nulla, dunque, vieta di considerare che allorquando nel 6 d.C. Augusto, a causa dei disordini provocati dai briganti[6], prese in carico la Sardinia, fino ad allora retta da un proconsul come provincia senatoria, vi inviasse un praefectus prolegato dell’ordine equestre sino al termine delle operazioni militari, durate dal 6 d.C. a qualche anno più tardi. In tale occasione Augusto sarebbe stato celebrato dalle civitates Barbariae sottomesse con l’iscrizione sopra ricordata[7].

    Noi ignoriamo a quale tipo di unità militare appartenessero i soldati inviati in Sardegna, ma non escluderemmo che Augusto avesse provveduto a una leva di soldati Lusitani, inquadrati in coorti ausiliarie, di cui una destinata in Sardinia, l’altra nella provincia Cyrenarum[8], nella quale i torbidi causati dalla guerra marmarica avevano suggerito ad Augusto di assumere il controllo diretto della provincia inviandovi un praefectus prolegato[9]. L’attività di Sex. Iulius Sex. f. Pol(lia tribu) Rufus in Sardinia dovette, probabilmente, concentrarsi negli ultimi anni di vita di Augusto, verso il 13-14 d.C., quando dovettero verificarsi nuove e più temibili rivolte delle mai dome civitates Barbariae: Ciò spiegherebbe l’invio al governo della provinciadi un prolegato alle dirette dipendenze del principe[10], dunque un equestre militare di carriera, che poteva essere il comandante supremo delle unità militari della Sardegna, ciascuna delle quali retta dal proprio comandante.

    Se tali forze fossero state le coorti ausiliarie e non, come vogliono alcuni storici, dei legionari[11], Sex. Iulius Sex. f. Pol(lia tribu) Rufus poté essere il responsabile dell’unità della coorte I dei Corsi, probabilmente quingenaria, dotata cioè di 500 effettivi, e, in contemporanea, il prefetto delle civitates Barbariae. Tra il 6 d.C. e la morte (14 d.C.), Augusto, il primo imperatore, dovette assumere vari provvedimenti relativi alla provincia Sardinia. Abbiamo già osservato che l’isola da provincia inermis (priva di stanziamenti legionari), affidata al Senato, sin dal 27 a.C., era divenuta provincia sotto la tutela diretta dell’imperatore proprio nel 6 d.C. E se è possibile che tra il 9/10 e il 13 la provincia venisse riassegnata al Senato, certamente dal 13/14 era stata ripresa da Augusto, subentrato quasi come collega ai precedenti proconsoli.


    [1] C. Ricci, Security in Roman Times. Rome, Italy and the Emperor, London-New York 2018, p. 212 nt. 67; F. Porrà, Le truppe ausiliarie nella Sardegna romana del I secolo d.C., in La Sardegna romana e altomedievale. Storia e materiali, a cura di S. Angiolillo, R. Martorelli, M. Giuman, A.M. Corda, D. Artizzu (Corpora delle antichità della Sardegna), Carlo Delfino editore, Sassari 2017, p. 200.

    [2] A. Mastino, R. Zucca, Urbes et rura. Città e campagna nel territorio oristanese in età romana, in Oristano e il suo territorio, 1, Dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di Pier Giorgio Spanu e Raimondo Zucca, Carocci, Roma 2011, pp. 460 ss., con confronti sul Danubio e nella Getulia numida.

    [3] Ibid., pp. 564 ss.

    [4] C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia, Ortacesus 2016, pp. 91-93, n. FON002.

    [5] Ibid., pp. 126 s.OROT001.

    [6] «In questi stessi tempi [ossia nel 6 d.C.] si verificarono numerosi fatti d’armi. Infatti i briganti (lestaí) compivano tanto frequentemente delle scorrerie, che per alcuni anni la Sardegna, anziché avere per il suo governo un senatore, venne affidata a degli stratiotai tratti dall’ordine equestre» (DIO CASS. 55, 28, 1).

    [7] A. Taramelli, Un omaggio delle civitates Barbariae di Sardegna ad Augusto, in AA.VV., Atti del I Congresso nazionale di studi romani, Roma 1928, pp. 269 ss. Y. Le Bohec, La Sardaigne et l’armée romaine sous l’Haut-Empire, Sassari 1990, insiste sul carattere di discontinuità delle rivolte che avvennero in Sardinia tra il 6 d.C. e il 19 d.C.; contra Meloni, La Sardegna romana, cit., pp. 139-43. La posizione assunta da Davide Faoro è innovativa sulla questione: “Pro legato”, in Klio, 99, 1, 2017, pp. 226-237.

    [8] L. Gasperini, Le epigrafi, in S. Stucchi, Cirene 19571966. Un decennio di attività della Missione Archeologica Italiana a Cirene, Tripoli 1967, p. 174, n. 34.

    [9] A. Laronde, La Cyrénaïque romaine, des origines à la fin des Sévères (96 av. J.-C.-235 ap. J.-C.), in ANRW, II, 10, Berlin-New York 1988, pp. 1020-1.

    [10] Meloni, La Sardegna romana, cit., p. 140. Vd. ora D. Faoro, Praefectus, procurator, praeses. Genesi delle cariche presidiali equestri nell’Alto impero Romano, Le Monnier università-Mondadori education, Milano 2011.

    [11] Le Bohec, La Sardaigne et l’armée romaine, cit., p. 22, nota 4 ricorda diversi casi di prolegati che in età augustea hanno il comando di truppe ausiliarie e non di legionari: CIL III 605; CIL V 3334; CIL XI 1331.

    Porto e dogane a Turris Libisonis

    Procurator ripae a Turris Libisonis e non procurator regionis : forse un  responsabile delle attività doganali per conto imperiale

    Ci piace ricordare la stimolante polemica tra Giovanna Sotgiu e il suo maestro Piero Meloni:  l’idea di un procurator ripae e non regionis formulata dalla Sotgiu prima che Antonietta Boninu consegnasse gli ultimi frammenti della targa marmorea prodigiosamente venuti fuori dall’ipogeo di Tanca di Borgona era corretta e con qualche soddisfazione, un po’ ironica, la stessa Sogiu l’avrebbe spiegato anni dopo a mente fredda (Sul procurator ripaedell’ipogeo di Tanca di Borgona (Portotorres, Turris Libisonis), in Studi in onore di G. Lilliu per il suo settantesimo compleanno, a cura di G. Sotgiu, Cagliari, Stef, 1985, pp. 247-249).

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    Carales romana: sintesi

    Caralis-Carales-Karales capitale, municipium.

    Quando Cesare, alla testa di una grande flotta militare che aveva trionfato sui Pompeiani d’Africa, visitò Carales trattenendosi dodici giorni (15-27 giugno 46 a.C.)[1] la città era ancora – a distanza di un secolo dalla distruzione di Cartagine – sostanzialmente punica, comunque amministrata da due sufeti[2], con pochissimi cittadini romani, risiedenti probabilmente in un’area fortificata da palizzate in legno: qui esisteva il tribunale giudiziario nel quale era installato il pretore o il proconsole che aveva amministrato la provincia. Il grammatico gallico Consentius, vissuto nel V secolo (Ars grammatica, V, 348-349), ha conservato una notazione relativa a Carales durante l’età romana repubblicana: Ait Cinus «munitus vicus Caralis». Secondo vari autori in questo Cinus dovrebbe riconoscersi il poeta (Publius Terentius Varro) ‹Atacinus, autore di una Chorographia intorno alla metà del I secolo a.C. Non è tuttavia da escludere l’emendamento di Cinus in Cincius (Alimentus), probabilmente, a giudizio di Ettore Pais, l’annalista romano fatto prigioniero da Annibale, autore di un’opera sulla prima guerra punica, piuttosto che il grammatico e giurista forse del II secolo a.C. Questa prima fonte letteraria su Carales romana è di eccezionale interesse poiché riflette, con probabilità, la modalità giuridica della costituzione di un insediamento romano a Carales, all’indomani della conquista della Sardinia nel 238-237 a.C. da parte di Tiberio Sempronio Gracco. Infatti il vicus Caralis trova il suo perfetto confronto nel vicus di Italica, la prima vera fondazione urbana di Roma nell’Hispania, appena conquistata[3].

    Non è forse casuale che la fonte repubblicana utilizzata da Consentius usasse la forma singolare Caralis, mentre la più antica attestazione della forma plurale Carales si ha nell’autore del Bellum Africum, composto tra il 47-46 a.C.: non possiamo, infatti, escludere che la forma pluralia tantum di Karales-Carales sia nata nel momento in cui le due entità urbanistiche distinte della KRLY punica e del vicus Caralis romano, si fusero nella Carales costituita dopo l’abbandono, nel corso del II secolo a.C., del centro urbano punico, ubicato lungo la costa orientale della laguna di Santa Gilla, in origine una profonda insenatura priva del tombolo della Scaffa[4].

    Caralis dovette accogliere sin dal 227 a.C., anno della costituzione della provincia Sardinia et Corsica, la sede del praetor, il governatore provinciale, divenendo caput provinciae. Non convincono infatti i tentativi di considerare Nora come primitiva sede del pretore provinciale. Le fonti storiche relative a Caralis durante il periodo repubblicano ci rappresentano la città strettamente legata in un vincolo di fedeltà a Roma, e sede di forze legionarie. Potremmo pensare ai prodigi infausti riguardanti soldati di stanza in Sardegna nel 217 a.C.: scudi che sudarono sangue nelle ultime settimane del 218 a.C. alla vigilia delle battaglie del Ticino e della Trebbia e un bastone che improvvisamente prese fuoco anticipando l’esito della vittoria di Annibale sul Trasimeno (Valerio Massimo I, 6,5 e Livio 22, 1, 8), in una città fortificata costiera; episodi terrificanti che potrebbero essersi svolti proprio nel munitus vicus Caralis[5].

    A confermare la nostra ipotesi stanno gli avvenimenti sardi del 216-215 a.C. che videro Caralis come base fondamentale degli eserciti romani, nel momento in cui, subito dopo la vittoria cartaginese di Canne (2 agosto 216 a.C.) si accese intorno all’urbs di Cornus, nella Sardegna centro occidentale, una rivolta antiromana, fomentata da Cartagine. Nella tarda primavera del 215 a.C. il propretore Aulo Cornelio Mamulla, dopo due anni di permanenza in Sardegna, rientrato a Roma, aveva annunziato la rivolta ormai in atto, mentre era stato inviato in Sardegna, il nuovo pretore, Quinto Mucio Scevola. Secondo Tito Livio questi, appena giunto nell’isola, crediamo a Caralis, era stato colpito da un morbo, verosimilmente la malaria, che lo rendeva inabile allo svolgimento delle necessarie imprese militari con un esercito che, appena sufficiente a presidiare una provincia pacata, non poteva sostenere la guerra in procinto di scoppiare. Il Senato romano deliberò allora l’arruolamento di una legione affidandone il comando a Tito Manlio Torquato, che vent’anni prima aveva riportato un trionfo sui Sardi. Torquato giunse nel giugno del 215 a.C. a Caralis, dove accolse dal pretore Mucio Scevola la legione di stanza in Sardegna ed un contingente di alleati latini. In testa a un esercito di circa 22000 fanti e 1200 cavalieri Tito Manlio Torquato marciò da Caralis verso Cornus, dove in battaglia sconfisse facilmente i rivoltosi.

    Riportato l’esercito a Caralis, Torquato poteva considerare terminata la campagna sarda se, nel frattempo, un formidabile contingente punico non fosse sbarcato presso Cornus in tempo per riaccendere le speranze dei Sardi. I Sardi e Punici si diedero a marciare verso Caralis devastando gli agri dei popoli sardi alleati dei Romani, nel Campidano caralitano. Manlio Torquato, volendo evitare che i ribelli cingessero d’assedio Caralis, si riportò col suo esercito verso i nemici, intercettandoli in un settore della pianura non molto a Nord di Caralis, pensiamo poco prima del confine cittadino alle Aquae Neapolitanae. La nuova, durissima, battaglia si concluse con una chiara vittoria romana e la fuga dei superstiti sardi e punici sino alla roccaforte di Cornus (Livio 23, 41, 1). Manlio Torquato, dopo aver inseguito i nemici ed espugnata la città di Cornus, riportò l’esercito a Caralis, e reimbarcata la legione che gli era stata affidata per la guerra sarda, insieme ai prigionieri e al bottino, salpò alla volta di Roma[6].

    Nel 210 a.C. il cartaginese Amilcare a capo di una flotta, dopo aver impegnato il governatore della Sardegna nel settore nord-orientale, presso Olbia, con una rapida manovra sbarcò nel territorio di Caralis, evidentemente sguarnito, riportando un ricco bottino a Cartagine (Livio 27, 6, 13). Nel 202 il console Tiberio Claudio Nerone, a capo di un convoglio navale che doveva recare gli indispensabili rifornimenti a Publio Cornelio Scipione, in vista dello scontro finale con Annibale a Naraggara, dovette riparare nel porto di Caralis per poter provvedere nei navalia, i cantieri navali cittadini, alle riparazioni delle navi squassate da una terribile tempesta lungo le coste della Sardegna (Livio 30, 39,1)[7].

    Caralis dunque sin dalle prime fasi del dominio romano ci appare come la più importante città dell’isola, dotata di un porto e di navalia, tant’è che Floro (I, 22. 35) alludendo al controverso ruolo di Caralis nelle vicende militari del 177 a.C. la definisce urbs urbium. Con grande verosimiglianza dobbiamo credere che tali strutture siano connesse sin dai tempi della seconda guerra punica (218-201 a.C.) alla nuova fondazione romana di Caralis, che disponeva di un porto, distinto da quello di Santa Gilla di KRLY, localizzato nell’attuale darsena, in corrispondenza con l’area compresa tra la Piazza del Carmine e via XX Settembre, sede della nuova struttura urbana.

    L’esplorazione archeologica di Cagliari ha dovuto fare i conti con l’urbanizzazione Ottocentesca, i danni della seconda guerra mondiale, l’aggressività dell’espansione edilizia che ha minacciato costantemente il patrimonio, meglio conosciuto nel 700 e nell’800, soprattutto da Giovanni Spano[8]: Antonio Taramelli ha descritto monumenti di un centro urbano ben diverso dall’attuale, tanto che per Giovanna Pietra si può parlare oggi di una “città invisibile”[9]; se si arriva agli anni 50-60, un ruolo significativo fu quello di Gennaro Pesce, appena rientrato dalla Tripolitania sotto amministrazione britannica[10]. Ma ovviamente, come si vedrà, gli studi sul municipio romano si sono moltiplicati negli ultimi due decenni[11].

    L’area della Caralis repubblicana, sgombra di preesistenze, si presenta leggermente in pendenza lungo l’asse NordEst-SudOvest, normale alla linea di costa interessata dalle infrastrutture portuali. In questo ambito fu strutturata la Caralis romana, che si configura come una tipica città terrazzata repubblicana, con un assetto viario regolare, dovuta ad una programmazione urbanistica che vide compartecipi gruppi di Italici, in particolare negotiatores e publicani.

    A questi ceti di immigrati si deve l’importazione a partire dal 200 a.C. di ingentissimi quantitativi di anfore vinarie (soprattutto del tipo Dressel 1) e di vasellame fine da mensa di produzione campana (campana A) e successivamente etrusca (campana B), rinvenuti in tutti gli scavi dell’area delineata e, soprattutto, in una discarica nella cripta di Santa Restituta[12]. Il ruolo di fulcro religioso del centro repubblicano fu assolto dal teatro-tempio di via Malta, forse consacrato a Venere e Adone[13]. Il complesso religioso era cinto da un peribolo rettangolare supposto di m 120 x 43, al centro del quale si elevava un tempio tetrastilo su podio, orientato NordEst-SudOvest, preceduto da una cavea di tipo teatrale, articolata su undici file di gradini. Il tempio, conservato solo nel suo basamento, era edificato in blocchi di calcare locale, con colonne ugualmente calcaree su basi attiche in lavagna nera. I complessi di teatro-tempio, di ascendenza ellenistica, conoscono una larga diffusione a Roma (teatro presso il tempio di Apollo del 179 a.C.; teatro di Pompeo), nel Latium (tempio di Giunone Gabina a Gabii, tempio di Ercole Vincitore a Tivoli)e in area medio-italica (tempio a tre divinità di Pietrabbondante).

    L’ipotetica dedica a Venere e ad Adone del tempio caralitano si basa principalmente sulla sua identificazione con il tempio tetrastilo di Ven(us) del rovescio della moneta di Carales dei due sufeti Aristo e Mutumbal Ricoce (filius)[14]. D’altro canto il rinvenimento nell’area templare di un gran quantitativo di corallo grezzo è stato messo in rapporto da Simonetta Angiolillo con il culto di Adone[15]. Da questo santuario potrebbero provenire i più antichi donari documentati a Caralis: la base votata dalla moglie di Lucio Aurelio Oreste, forse il governatore della provincia Sardinia et Corsica tra il 126 e il 122 a.C. (CIL X 7579) e la dedica posta da un personaggio presumibilmente identificabile con il pretore Marco Cispio figlio di Lucio, che poté reggere la Sardegna con il rango di propretore dopo il 55 a.C. (CIL I 2 2975; ELSard. B165; vd. anche EDCS-70500150). A questa comunità italica potremmo connettere la fullonica di via XX Settembre per la lavorazione dei tessuti, con mosaico del I secolo a.C. recante il nome del proprietario: Marco Plozio Rufo, figlio di Silisone, un caralitano, di origine punica, che assunse il nome romano forse tramite adozione da parte di un italico (laziale o campano) Marco Plozio (ILSard. I 58). Nella stessa area si sono rinvenuti i frammenti di un monumento funerario a fregio dorico di un personaggio di origine etrusca, Gaio Apsena Pollione, da pensarsi derivati da una necropoli ad oriente della Caralis romana (AE 1986, 271)[16]. Altre attività economiche sono ben documentate in città, in particolare sull’artigianato per le produzioni fittili locali[17].

    Appare comunque evidente che continuò ad esser praticato il culto punico siculo di Venere Ericina, radicato sul Capo di Sant’Elia a Carales, in ambito marittimo e totalmente extraurbano.[18]

    In ogni caso è ben possibile che a Caralis sussistesse una comunità organizzata di romani e di italici, provvisti a titolo personale del diritto di cittadinanza, mentre, dopo l’abbandono progressivo dell’antica KRLY punica, vasti gruppi di caralitani di origine punica, organizzati amministrativamente secondo il modello punico, convivevano nella stessa struttura urbana accanto alla comunità romano-italica, riuscendo talora a guadagnare l’ambìto rango di civis Romanus. La fortuna di Caralis maturò ai primi di aprile del 49 a.C.: non appena fu nota la disposizione di Cesare concernente l’assegnazione della provincia frumentaria della Sardegna e Corsica al proprio legato Quinto Valerio Orca, i Caralitani, con una sorta di rivolta cittadina, costrinsero il governatore pompeiano Marco Aurelio Cotta a lasciare l’isola (Orosio, 6, 15,7). L’ultimo ridotto dei pompeiani in Sardegna fu la città di Sulci, che comunque possedeva nel suo territorio le ricche miniere di ferro e di galena argentifera che fornirono un aiuto alle armate pompeiane in Africa. Dopo la vittoria di Thapsus nel 46 a.C. Cesare con la flotta e parte dell’esercito passò a Caralis e si trattenne nell’isola per dodici giorni, tra il 15 e il 27 giugno: nell’occasione premiò Caralis perla sua condotta nella guerra contro Pompeo forse con l’attribuzione del rango di civitas libera, piuttosto che con lo statuto municipale, in linea con le concessioni della libertas alle città africane di Ruspina, Cercina, Thenae e altre[19]. Con tale ipotesi, infatti, potrebbe giustificarsi l’esistenza del sufetato a Caralis ancora nell’età del secondo triumvirato, a meno di non ipotizzare un improbabile municipio sufetale, documentato solo a Lepcis Magna[20].

    L’epiteto Iulium del municipium, attestato dal gentilizio di due liberti municipali che, dopo la manomissione, ricevettero il nomen del municipio dove avevano lavorato (CIL X 7682 e 7844) ci porta a credere che la costituzione municipale fu ottenuta, comunque, da Ottaviano, in età triumvirale. È da escludere una successiva promozione a colonia sulla base di AE 1985, 487, in realtà proveniente da Porto Torres: uno dei due frammenti di epigrafe che ricorda un patronus col[oniae] è conservatoa Cagliari in una collezione privata[21]. Nel 40 a.C. la Sardegna, tenuta dal governatore di Ottaviano, Marco Lurio, fu attaccata vittoriosamente da Menodoro, legato di Sesto Pompeo, che vinse in battaglia lo stesso Lurio, costretto alla fuga. Gli scampati allo scontro, seguaci della linea politica di Ottaviano, erede adottivo e morale di Cesare, trovarono rifugio entro la cinta muraria di Caralis. Menodoro allora strinse d’assedio la città e riuscì in breve tempo ad occuparla, tenendola saldamente sino al 38 a.C., allorquando, tradìta la causa di Sesto Pompeo, cedette la Sardegna e la Corsica ad Ottaviano (Appiano, civ., 5, 337, 80)[22]. Fu dunque il figlio di Cesare a provvedere all’attuazione del programma amministrativo e urbanistico di Caralis. La comunità punica di KRLY, che era sopravvissuta nella Caralis tardo repubblicana con le sue istituzioni politiche e religiose, emise probabilmente in questo periodo la citata moneta con la rappresentazione del tempio caralitano di Venere nell’anno dei sufeti Aristo e Mutumbal, figlio di Ricoce.

    Una volta costituito il municipium tutti i Caralitani, sia di origine italica, sia di origine punica, divennero, ove non in possesso a titolo personale della civitas, cittadini romani iscritti alla tribù Quirina[23]. I supremi magistrati furono i quattorviri, dei quali due giusdicenti (IIIIviri iure dicundo) e due addetti all’annona e ai lavori pubblici (IIIIviri aedilicia potestate). Le operazioni di censimento erano effettuate dai IIIIviri iure dicundo, che ricevevano allora la qualifica di quinquennales. Tra tutti i quinquennali emerge la figura del cavaliere[L(ucius)? I]u[l(ius)], L(uci) f(ilius), Quir(ina), Rufus, procuratore di Plotina e di Adriano ad ripam tra la morte di Traiano nel 117 e il 138 d.C. (CIL X 7587)[24]; ebbero l’onore della quinquennbalità anche [-] C̣alpurnius, [- f]ịl(ius), Quir(ina), Pauliṇ[us] Ḥonoratiạ[nus], [p]raef(ectus) fab[rum —], da riferire anch’esso alla prima metà del II secolo d.C. (AE 2004, 671)[25] e il sacerdote provinciale Q(uintus) Gabinius, A(uli) f(ilius), Quîr(ina), Receptus (CIL X 7599), nello stesso periodo.

    Tra i IIIIviri iure dicundo (non quinquennales) compaiono almeno Q(uintus) G̣ạ[bini]uṣ [A(uli) f(ilius) Q]uir(ina) [Ca]ṛal[itanus] (AE 1982, 424); il sacerdote [Se]x̣(tus) Iuḷ[ius Sex(ti) f(ilius) Qui]ṛ(ina) [Fe]lix del II secolo d.C., con incarico iterato (CIL X 7600 = AE 1992, 870); il IIIIvir anonimo di Sant’Eulalia (CIL X 7605)

    Tra i IIIIviri aedilicia potestate: C(aius) Quinctius C(ai) f(ilius) Quir(ina), F[—]tus, nel I secolo d.C. (CIL X 7603); il sacerdote [Se]x̣(tus) Iuḷ[ius Sex(ti) f(ilius) Qui]ṛ(ina) [Fe]lix del II secolo d.C. che poi proseguì la carriera ricoprendo per due volte il quattuorvirato giurisdiscente (CIL X 7600 = AE 1992, 870). Era forse un IIIIvir anche Q(uintus) Ca+[—]nius M(arci) f(ilius) Quir(ina). [—]us [—]ganus Gabinius forse IIIIvir [—] ormai nel III secolo (AE 1982, 425).

    Meno chiara la definizione di princeps civitatis attribuita ad un cavaliere romano Lucio Giulio Castricio (CIL X 7808)[26].

    Durante il principato augusteo Caralis conobbe una notevole monumentalizzazione, che vide partecipi sia il potere provinciale, che proprio nel municipio aveva la sede, sia le autorità cittadine, sia gli evergeti. La benevolenza imperiale verso la capitale provinciale è chiaramente documentata dalla frequente presenza di gentilizi imperiali del I secolo, Iulii, Claudii, Flavii e non solo, esito di promozioni e inclusione nel municipio di nuove famiglie[27]. Ma le componenti etniche di Carales appaiono le più varie[28]: i Rutilii[29], i Sutorii[30], tanti altri[31].

    La città ereditava l’organizzazione urbanistica terrazzata di matrice repubblicana, di cui rispettava anche il reticolo viario. Le insulae cittadine, desumibili dai resti di strade lastricate che li delimitavano, sembrano essere di piano rettangolare di metri 70 x 35 (2 x 1 actus). La sistemazione monumentale del municipio non si esaurì naturalmente nel periodo augusteo, ma continuò dinamicamente per tutto l’impero. Rilevante fu l’intervento di tarda età flavia, curato dal praef(ectus) provinci[ae] Sardin(iae) Sex(tus) Laecanius Labeo, in onore di Domiziano, e consistente nella sistemazione del lastricato e fognature per lo smaltimento delle acque delle plateae e degli itinera c[ampi] di Carales con p(ecunia) p(ublica) e privata (ILSard. I 50)[32]. Il forum di Caralis sorgeva, probabilmente, presso l’attuale Piazza del Carmine, dominato in fase tardo repubblicana, dalla terrazza del teatro-tempio di via Malta, estendendosi per una superficie pari a due isolati. Il templum Veneris dovette cadere in desuetudine al momento della costituzione municipale e le sue fortune dovettero essere ereditate dal Capitolium e dal templum Urbis Romae et Augustorum, come venne obliterato da nuove strutture un tempio su podio tardo repubblicano, localizzato sulla terrazza inferiore a quella del tempio di via Malta, presso il Viale Trieste, di fronte alla Chiesa del Carmine; nelle vicinanze sempre in Viale Trieste, sono le testimonianze del culto di Dioniso[33].

    L’ubicazione del Capitolium parrebbe assicurata dal titolo della chiesa di San Nicola in Capusolio (in Capitolio ?), presso via Sassari, allo sbocco con piazza del Carmine, riportato in documenti medievali. Meno precisa è una fonte agiografica (Passio e Legenda S. Saturnini) che definisce il capitolium «portui maris Caralitanae civitatis vicinum» (prossimo al porto marittimo [distinto dal porto ormai lagunare di Santa Gilla?] della città caralitana), in connessione alla prescrizione di Vitruvio (de arch. 1, 7,1) circa la collocazione del forum delle città marittime in prossimità del porto[34]. Al Capitolium, secondo la tradizione agiografica di Saturnino, immetteva una sacra via, in quanto dipartentesi da un templum Solis, prossimo ai confini della città. La via sarebbe denominata anche di Apollo, forse perché transitava presso un templum Apollinis, noto della passio S. Ephysii, mentre la passio S. Saturnini conosce solo un lacus qui appellatur Apollinis. Un vicus Martis et Aesculapii, attestato da un’iscrizione (CIL X 7604), ci documenta un quartiere (o una via) in cui insistevano edicole o templi delle due divinità.

    Il complesso dei dati topografici caralitani dei testi agiografici, ancorché tardivi, parrebbe non trascurabile, in quanto utilizzato dagli agiografi per specificare topograficamente una narrazione, per altro intessuta di luoghi comuni delle leggende agiografiche[35].

    Il tempio di Roma e degli Augusti, di cui conosciamo alcuni sacerdoti, era in realtà il massimo centro del culto imperiale della provincia Sardinia, con il suo calendario di ricorrenze che variavano nei secoli. La sua localizzazione presso il forum è possibile ancorché indimostrata. Ignoriamo se il tempio per il culto imperiale fosse unico per i sacerdoti municipali e per quelli provinciali.

    Un’area porticata con capitelli ionici con collare decorato da motivi vegetali e copertura con antefisse a palmetta in marmo, riportabili all’età antonina, si estendeva tra via Sassari e via G.M.Angioy, a Sud del capitolium, benché non sia possibile una attribuzione del complesso ad una specifica struttura[36].

    Il forum di Caralis era, come di regola,adorno di statue e di dediche agli imperatori, ai prefetti del pretorio, ai governatori provinciali, ai magistrati cittadini, ai patroni ed ai personaggi comunque meritevoli. Pare probabile che nel forum figurassero le dediche a Caracalla nella sua seconda potestà tribunicia dunque sicuramente accanto al padre (CIL X 7560), ai governatori Marco Cosconio Frontone (CIL X 7583-84) e Quinto Gabinio Barbaro (CIL X 7585), al pr[oco(n)sul)] [—] Ti(beri) f(ilius) Quir(ina) I[—] (ILSard. I 52), al [pr]aef(ectus) cohor(tis) Maur(orum) et [A]frorum e quattuorviro municipale [S]ex. Iul[ius – f. Qui]r. Felix (CIL X 7600), ad una matrona Bennia [—]ca, congiunta ad un personaggio di rango senatorio (ILSard. I 55). Probabilmente nello stesso forum fu innalzata la statua del potente prefetto del pretorio Plauziano, abbattuta intempestivamente dal governatore della Sardinia Recio Costante (Dione Cassio, 16, 2, 4).

    Attorno al forum gravitavano gli edifici caratteristici del municipium come la curia, sede dei decuriones (AE 2002,626 b), l’aerarium con il tesoro cittadino, il carcer (CIL X 7513), la basilica con il tribunal (per il quale deve pensarsi anche all’utilizzazione da parte dei governatori provinciali oltre che dai IVviri del municipio), il mercato (macellum). Quest’ultimo dovette essere costruito, probabilmente, da un L(ucius) [A]lfitenus L(uci) f(ilius) Quir(ina tribu) [—] commemorato da una iscrizione per [macellum et po]ndera (CIL X 7598).Le «passioni» medioevali dei martiri Efisio e Lussorio testimoniano anche il tribunal, annesso evidentemente alla basilica, dove i quattuorviri iure dicundo svolgevano la loro attività giurisdizionale e doveil governatore emanava le sentenze capitali. Infine nelle stesse «passioni» si ha il riferimento al carcer, il carcere, non lontano dal tribunale, cui si riferisce l’iscrizione di un comandante dei sorveglianti, il caralitano Valerius Iulianus, m(agister) clavic(u)larius (CIL X 7513). Insieme alle costruzioni pubbliche del municipium, da ricercarsi in prossimità del forum, si avevano gli edifici connessi alla presenza del governatore della provincia.

    Un’iscrizione e la passione di Sant’Efisio documentano la sede di rappresentanza del governatore, il praetorium, da cui si svolgeva la strada sacra verso il tempio di Apollo. Presso il praetorium era il tabularium, l’archivio provinciale e l’archivio cittadino, provvisto della copia degli atti pubblici, delle piante delle assegnazioni di terreno e di ogni altra documentazione ufficiale, di cui conosciamo un titolare, il tabul(arius) prov(inciae) Sard(iniae) (Marcus Aurelius) Lucretius Aug(ustorum duorum) [li]b(ertus) (CIL X 7584). Nelle ultime ricerche alla Tomba dei Pesci di Tuvixeddu è emerso un Urbanus, sicuramente liberto del municipio, forse responsabile del catasto cittadino, il tabularium[37]. Altri liberti municipali erano incaricati di missioni religiose al margine del territorio del municipio: è il caso di Gaio Giulio Felicione, liberto del municipio (CIL X 7844, Sanluri).

    Non lungi dal forum sono documentati vari edifici termali, dei quali il maggiore, presumibilmente di età antonina, è localizzato tra la via Roma e il Viale Trieste, a circa 150 metri a Nord-Ovest dalla piazza pubblica. Un secondo edificio termale occupava un’insula, tra via Sassari e via G.M. Angioy, risultando attigua al foro. Un terzo è riconosciuto nell’area compresa tra la chiesa di Sant’Agostino e la Banca d’Italia. Nell’area a Nord dell’abitato, presso Via Nazario Sauro, è documentato dagli scavi un ulteriore edificio termale, del IV secolo d.C. Ignoriamo quali di queste terme fossero le thermae Rufianae (ILSard. I 158)[38] restaurate sotto il governatore Marco Domizio Terzo, nel 209 d.C. negli ultimi anni di Settimio Severo[39]. Le terme erano approvvigionate dal grande acquedotto caralitano, eretto in età antonina, che recava l’acqua dalle fonti di Villamassargia a Carales[40].

    Non conosciamo finora un teatro a Carales, da supporsi in prossimità del forum mentre è noto l’anfiteatro, del tipo scavato nella roccia calcarea, dislocato nel suburbio nord-orientale, lungo la valle di Palabanda. La sua preminenza tra gli altri anfiteatri sardi non è solamente giustificata dal rango di capitale provinciale che Carales esercitò[41], ma anche dal conseguente esercizio del flaminato provinciale a Carales. Il flamen provinciale era infatti obbligato a dare uno spettacolo, un munus durante l’anno di gestione del sacerdozio e talora offriva alla città sia un munus sia ludi. Le iscrizioni segnalano che Carales era la sede del concilio provinciale e ospitava nel senato cittadino, all’interno dell’ordo decurionum, i flamini addetti al culto imperiale usciti di carica, che assumevano il titolo di flamen provinciae Sardiniae per un anno e poi entravano nel collegio dei sacerdotales provinciae Sardiniae (CIL X 7599, Carales; 7518, Sulci; 7917, Cornus; 7940, Bosa): conosciamo i vantaggi di questo status, che vediamo documentato in Africa ben oltre l’età di Teodosio[42]. Anche i sacerdoti provinciali, scelti dalle rappresentanze dei municipi e delle colonie, svolgevano i ludi ed i munera offerti a proprie spese nell’anfiteatro di Carales. A Carales ha svolto le sue funzioni Q(uintus) Gabinius A(uli) f(ilius) Quir(ina) Receptus, IIIIviro iur(e) dic(undo) quinq(uennali), flamen? perpetuus, flamen Divor(um) Aug(ustorum) ex consensu provinc(iae), p̣onṭị̂f̣(ex) ṣa[cror(um)] (CIL X 7599)[43]. Doppiamo citare anche un suo parente, Quinto Gabinio, figlio di Aulo, iscritto alla tribù Quirina, Caralitanus, IVviro giurisdiscente del municipio e fl(amen) [—] (AE 1982, 424). A spese del senato cittadino viene onorata Iulia Vateria, figlia dell’ex flamine, il flaminicus Vaterius, a Carales nel I secolo a.C. (CIL X 7602). Si può aggiungere Titia Flavia Blandina, flaminica perpetua, onorata dal vicus Martis et Aesculap[i] a Carales, per decreto del senato del municipio (CIL X 7604).

    L’anfiteatro di Carales misura m 92,80 x 79,20, con l’arena di m 46,20 x m 31. L’ingresso all’anfiteatro dovette essere sul lato Sud-Ovest, in un settore in cui gli scavi del tardo XX secolo hanno messo in luce le sostruzioni in cementizio dei piloni della porta principale. L’arena è interessata da tre fossae, una centrale rettangolare e due laterali di minori dimensioni, destinate ai macchinari e agli ascensori delle gabbie degli animali. La delimitazione dell’arena è costituita da un podio, alto m 2,80, ricavato nella roccia. La cavea è suddivisa in tre maeniana, scompartiti in cunei da scalette. Le gradinate sono scavate nella roccia in gran parte ma pure completate in opera cementizia con paramenti in opera quadrata, nei settori in cui la roccia è mancante. L’anfiteatro di Carales può essere confrontato per la sua formula mista (in gran parte scavato nella roccia ed in parte costruito) agli anfiteatri di Sutrium nella regio VII, di Siracusa (Sicilia), di Lepcis Magna e di Sabratha (Tripolitania), di Saintes (Aquitania), di Segobriga e di Tarraco (Hispania Tarraconensis), di Merida (Lusitania) e finalmente di Italica (Betica). Jean Claude Golvin ha proposto una datazione dell’anfiteatro caralitano in età tardo-flavia, cronologia che parrebbe confermata da un saggio stratigrafico compiuto nell’anno 2000[44].

    Probabilmente non lungi dall’anfiteatro fu realizzato, nell’ultimo trentennio del I secolo a.C. sotto Domiziano, il campus per le esercitazioni militari, con le ambulationes ad opera del governatore Quinto Cecilio Metello Cretico (ILSard. I 50)[45].

    In numerose aree di Cagliari sono state individuate abitazioni e tabernae. Il complesso edilizio più significativo è l’insula di Via Tigellio dove si evidenziano tre domus ad atrio tetrastilo[46]; altre domus sono state individuate in Campo Viale[47], in Via Caprera[48], in Via Manno[49], nel Bastione Santa Caterina[50], nel Corso Vittorio Emanuele[51], nella parte alta di Viale Trento[52], in Via Sassari e Largo Carlo Felice[53], nelle scalette di Santa Teresa[54], in Vico III Lanusei[55], Via Iglesias[56]; più in generale nei quartieri centrali di Marina[57], Stampace verso l’agro[58], Villanova[59]. Un discorso a parte merita Santa Gilla[60]. Molto importanti sono i risultati ottenuti nell’individuazione delle cavità sotterranee, tematica portata avanti in collaborazione con geologi e qualificatissime associazioni locali[61] e negli studi sulla provenienza dei materiali lapidei[62].

    Il cuore economico di Carales era rappresentato dal porto, ubicato presso l’odierna darsena, ancorché la linea di costa sia avanzata rispetto all’antichità. Gli horrea per l’immagazzinamento dei prodotti provinciali, in particolare il frumento vennero restaurati sotto Elagabalo (ILSard. I 51), ma essi dovettero essere presenti sin dall’età repubblicana. Nel Foro delle Corporazioni di Ostia, di età severiana, era presente la statio dei navicularii e dei negotiantes Karalitani (CIL XIV 4549, 21-22).

    Al porto ci richiamano i culti alessandrini ampiamente diffusi a Carales benché ci manchi, anche in questo caso, l’individuazione topografica del santuario. Tuttavia il rinvenimento di sfingi a Castello e a Stampace, di un’epigrafe dedicatoria su un pschent (la corona dell’Alto e del Basso Egitto) a Stampace, di una statua di sacerdotessa isiaca in via Malta e di un sacerdote con canopo dal complesso di Sant’Eulalia (Marina) consente di ipotizzare per Carales una pluralità di luoghi di culto di divinità egiziane, in particolare di Iside[63].

    L’area funeraria principale era dislocata lungo la via d’accesso a Carales ed era quella – davvero spettacolare – di Tuvixeddu, già dall’Ottocento spesso minacciata dalla speculazione edilizia[64], preceduta dalla “Grotta delle vipere”[65]: la tomba a naiskos di Atilia Pomptilla (un templum), del marito Cassio Filippo, e dei loro liberti, adorna di un imponente ciclo di carmi greci e latini, scolpiti nella roccia che eternano l’amore coniugale di Atilia, che offrì agli dei la propria vita per la salvezza del marito[66]. Seguivano gli altri sepolcri monumentali collocati lungo la strada a Karalibus Turrem (attuale Viale Sant’Avendrace), sia costruiti, sia scavati nel banco di calcare, come il sepolcro di Tito Vinio Berillo e degli altri Vinii italici[67]. Ai lati della via più in alto sul colle, l’ipogeo dei Rubellii italici[68]. Ad ovest Santa Gilla[69], poi la necropoli sud-orientale[70], quella scavata nella pietra forte di Bonaria[71]. La necropoli orientale si estendeva a partire dal viale Regina Margherita, dove va localizzato il sepolcreto dei classiari, i soldati della flotta Misenense.

    Da quest’area (Tuvixeddu e Bonaria) proviene un gran numero di iscrizioni funerarie di età imperiale pubblicate nel CIL X ed ora completamente riviste da Piergiorgio Floris[72], in parte conservate presso il Museo Nazionale di Cagliari; ad esempio i cippi a cupa, così caratteristici della Carales alto imperiale, sono scolpiti nella solida roccia calcarea di Tuvixeddu e di Bonaria; proprio presso la necropoli di Tuvixeddu credo possa essere localizzata una delle officine epigrafiche che operavano al servizio della necropoli di età imperiale per la produzione delle cupae e di altri monumenti funerari. Si rende necessaria comunque, a questo proposito, una verifica litologica[73].

    La continuità insediativa e dell’ornatus civitatis si mantiene anche nei tempi della tarda antichità, benché sarà la comunità cristiana di Carales, attorno al suo episcopus noto sin dal 314 nel concilio di Arelate, a costituire il fulcro dello sviluppo della città. I poli principali della civitas christiana saranno l’insula episcopalis, forse localizzabile nel quartiere della Marina, presso il Santo Sepolcro, che ha rivelato un monumentale battistero con vasca circolare, e la basilica martiriale di Saturninus, presso cui Fulgenzio vescovo di Ruspe erigerà un monasterium[74]. Nella fuggevole visione poetica di Claudiano nel De bello Gildonico, la Carales del tardo IV secolo d.C. appare estesa lungo la costa e dotata di due porti, il primo evidentemente nella laguna di Santa Gilla, l’altro presso l’attuale darsena: urbs Libyam contra Tyrio fundata potenti / tenditur in longum Caralis, tenuemque per undas / obvia dimittit fracturum flamina collem. / Efficitur portus medium mare, tutaque ventis / omnibus ingenti mansuescunt stagna recessu (de bello Gildonico I, 520 ss.): <<La città di Carales fondata dai potenti Fenici dirimpetto alla costa africana, si sviluppa notevolmente nel senso della lunghezza, e si insinua nel mare con un piccolo promontorio [Sant’Elia] che interrompe l’impeto dei venti ad esso opposti. In tal maniera si costituisce, nel mezzo, un’ampia rientranza e, al riparo da ogni vento, restano calme le acque>> (traduzione di Mario Perra).

    Il territorium di Carales comprende il medio e basso Campidano fino a Sanluri, come desumiamo dalla dedica al dio Viduus posta a Sanluri dal liberto del municipio Caralitano, Gaio Giulio Felicione; a breve distanza le Aquae Neapolitane (Santa Maria de is Aquas, Sardara) marcano il passaggio al territorio di Neapolis[75]. Gli ultimi studi hanno approfondito in dettaglio singoli comuni[76].


    [1] P. Ruggeri, Nel segno della dea Astarte-Venere Ericina. Cesare tra Sicilia, Africa e Sardegna, lungo l’antica rotta punica dei cultores Veneris Ericinae, in In Africa e a Roma, Scritti mediterranei, Aounia edizioni, Raleigh (Carolina del Nord) 2023, pp. 15- 58.

    [2] C. Tronchetti, Cagliari fenicia e punica, Chiarella, Sassari, 1990.

    [3] G. Pietra, “Dalla laguna al mare. Osservazioni su Cagliari tra Cartagine e Roma”, in Know the sea to live the sea – Conoscere il mare per vivere il mare, a cura di R. Martorelli, Atti del Convegno (Cagliari-Cittadella dei Musei, Aula Coroneo, 7-9 marzo 2019), Perugia, Morlacchi, 2019, pp. 71-81. Vd. anche P.F. Serreli, “La topografia della Karales punica tra terra e mare alla luce delle recenti acquisizioni”, in Know the sea to live the sea cit., pp. 27-39; M.A. Ibba, “Nota sulle testimonianze archeologiche, epigrafiche e agiografiche delle aree di culto di Karalì punica e Carales romana”, in Aristeo, 1, 2004, pp. 113-145.

    [4] Già S.M. Puglisi, “Cagliari. Costruzioni romane con elementi punici nell’antica Karalis”, in Notizie degli Scavi di Antichità, 1943, pp. 155-165.

    [5] A. Mastino, T. Pinna, Negromanzia, divinazione, malefici nel passaggio tra paganesimo e cristianesimo in Sardegna: gli strani amici del preside Flavio Massimino, in Epigrafia romana in Sardegna. Atti del I Convegno di studio, Sant’Antioco, 14-15 luglio 2007 (Incontri insulari, I), a cura di F. Cenerini e P. Ruggeri, Carocci Roma 2008, p. 32 n. 82.

    [6] Per tutto si rimanda al capitolo sul Bellum Sardum (VI).

    [7] I. Sanna, “Approdi e traffici transmarini nella Cagliari punica: i dati della ricerca archeologica subacquea”, in Know the sea to live the sea cit., pp. 13-67; L. Soro, I. Sanna, “Merci e approdi nella marina di Cagliari: il quadro archeologico subacqueo”, in Archeologia urbana a Cagliari. Scavi nella chiesa di Sant’Eulalia alla Marina. 17.1 Il quartiere dalle origini ai giorni nostri: status quaestionis all’inizio della ricerca, a cura di R. Martorelli, D. Mureddu, Perugia, Morlacchi Editore U.P., 2020, pp. 177-194.

    [8] Vd. A. Mastino, Il “Bullettino Archeologico Sardo” e le “Scoperte”: Giovanni Spano ed Ettore Pais, in Bullettino Archeologico Sardo – Scoperte Archeologiche, 1855-1884, ristampa commentata a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, edizioni Archivio Fotografico Sardo, Nuoro 2000, pp. 13-40.

    [9] G. Pietra, “Le città invisibili. La Karalis di Antonio Taramelli 150 anni dopo”, in Antonio Taramelli e l’archeologia della Sardegna, a cura di M. Casagrande, M. Picciau, G. Salis, Atti delle Giornate di Studio (Abbasanta, 17-18 maggio 2019), Cagliari, 2020, pp. 85-96.

    [10] G. Pietra, “L’archeologia urbana negli anni ’50 e ’60 del Novecento: i casi di Cagliari e Sant’Antioco”, in Gennaro Pesce in Sardegna: vent’anni di ricerche e scavi archeologici fra Nuragici, Punici e Romani, Atti del convegno (Ravenna, 10-11 dicembre 2019), A.C. Fariselli, C. Del Vais cur., “Byrsa”, 37-38, 2020, pp. 209-244.  

    [11] Per le fonti letterarie su Carales cfr. R. Zucca, Cagliari, in «Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche», IV, Pisa-Roma 1985, pp. 231 s.; una sintesi è in A. Mastino, Carales, in Der Neue Pauly, Enzyklopädie der Antike, II, Stuttgart 1997, cc. 982 ss.; Id., Cagliari (Carales), in Ciudades antiguas del Mediterráneo, edit. M. Mayer e I. Rodà, Lunwerg, Barcelona 1998, pp. 74-75. Vd. anche R. Zucca, Cagliari. L’antichità, in Luoghi e tradizioni d’Italia, Sardegna, Roma 1999, pp. 21 ss.; G. Pietra, Carales, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 51-55. Vd. inoltre C. Tronchetti, “Cagliari”, in E. Anati, I Sardi. La Sardegna dal Paleolitico all’età romana, Milano, Jaca Book, 1984, pp. 43-45.

    [12] Vd. ora: I. Sanna, L. Soro, C. Nervi, “Le anfore della Sardegna Meridionale con residui organici (Cagliari e Nora)”, in Roman Amphora Contents. Reflecting on Maritime Trade in food stuffs in Antiquity, a cura di M. Bonifay, B. Casasola, A. Pecci, International Interactive Conference (RACIIC) (Cadiz, 4-7 October 2015), in corso di stampa (non vidi).

    [13] P. Mingazzini, “Cagliari. Resti di santuario punico e di altri ruderi a monte di Piazza del Carmine”, in Notizie degli Scavi di Antichità, 1949, pp. 213-274; S. Angiolillo, “Il teatro-tempio di Via Malta a Cagliari: una proposta di lettura”, in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia, XXIV (n.s. X), 1, 1986-87, pp. 55-81; M.A. Ibba, “Il santuario di via Malta a Cagliari: alcune riflessioni”, in Meixis. Dinamiche di stratificazione culturale nella periferia greca e romana, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, C. Pilo, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2012, pp. 205-215.

    [14] La moneta è ampiamente illustrata in M. Grant, From imperium to auctoritas, a historical study of aes Coinage in the roman Empire, 49 B.C.-A. D. 14, Cambridge 1969, pp. 149 55; vedi anche L. Forteleoni, Le emissioni della Sardegna punica, Sassari 1961, pp. 67 s. nr. 100; M. Sollai, Le monete della Sardegna romana, Sassari. 1989, pp. 51 55; E. Piras, Le monete della Sardegna dal IV secolo a.C. al 1842, Sassari 1996, pp. 47 e 66.

    [15] Sul valore del corallo della Sardegna, collegato al mito di Medusa e al culto di Afrodite, vd. A. Mastino, Eracle nel Giardino delle Esperidi e le Ninfe della Sardegna nell’Occidente Mediterraneo mitico, “Archivio Storico Sardo”, LV, 2020, Cagliari, Deputazione di Storia Patria, pp. 9-90.

    [16] S. Angiolillo, “A proposito di un monumento con fregio dorico rinvenuto a Cagliari. La Sardegna e i suoi rapporti con il mondo italico in epoca tardo-repubblicana”, in Studi in onore di G. Lilliu per il suo settantesimo compleanno, a cura di G. Sotgiu, Cagliari, 1985, pp. 99-116.

    [17] A. Forci, “Due matrici fittili puniche da Cagliari”, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica per le province di Cagliari e Oristano, 15 (1998), 1999, pp. 175-180; A.F. Ghiotto, M.A. Ibba, G. Manca di Mores, “Le terrecotte figurate di Nora, Cagliari e Antas: un contributo per lo studio archeologico e archeometrico sulla coroplastica sarda”, in Nora Antiqua, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, R. Carboni, E. Cruccas, Atti del Convegno di Studi (Cagliari, Cittadella dei Musei, 3-4 aprile 2014), Perugia, Morlacchi, 2016, pp. 223-230.

    [18] S. Angiolillo, R. Sirigu, Astarte/Venere Ericina a Cagliari. Status quaestionis e notizia preliminare della campagna di scavo 2008 sul Capo Sant’Elia, “Studi Sardi”, XXXIV, 2009, pp. 179-206. M.A. Ibba, A. Stiglitz, F. Nieddu, F. Costa, F. Collu, A.L. Sanna, M.G. Arru, “Indagini archeologiche sul Capo Sant’Elia a Cagliari”, in Quaderni. Rivista di Archeologia, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna, 28, 2017, pp. 353-386; A.L. Sanna, R. Sirigu, Scavi archeologici a Capo Sant’Elia (Cagliari): bilancio delle prime campagne (2008-10), L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2937-2944.

    [19] S. Aounallah, Les statuts juridiques des communautés de l’Africa sous la République (146-27 a. C.), in Aounallah, S., Mastino A. (edd.), L’epigrafia del nord Africa: novità, riletture, nuove sintesi, Faenza 2020, pp. 34-52.

    [20] Il confronto con Plinio il Vecchio (NH V, 24: Utica civium Romanorum) permette di supporre che anche Carales fosse un municipium civium Romanorum (cfr. inoltre J. Gascou, Municipia civium Romanorum, “Latomus”, 30, 1971, pp. 133 ss.; sugli aspetti istituzionali: F. Porrà, Karales: analisi del processo di promozione a città romana, “Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari”, n.s. XXV (vol. LXII), 2007, pp. 47-51.

    [21] Per una provenienza meno certa: F. Porrà, Le terme Rufiane: una possibile identificazione nella Cagliari romana, in Cultus splendore, Studi in onore di Giovanna Sotgiu, a cura di A.M. Corda, Senorbì 2003, pp. 782 s. (a proposito delle terme Rufianae, che andrebbero collegate al quattorviro Rufus, procuratore ad ripam di Adriano).

    [22] M. Bonello Lai, Sulla data della concessione della municipalità a Sulci, in Sardinia antiqua, Studi in onore di Piero Meloni, Cagliari 1992, pp. 369 n. 61 ha proposto la promozione di Carales nel 38 a.C.

    [23] Vd. però P. Floris, A. Ibba, R. Zucca, “Notulae su alcune tribù in Sardegna” nel volume Le tribù romane. Atti della XVIe Rencontre sur l’Epigraphie du monde romain (Bari 8-10 ottobre 2009), a cura di Marina Silvestrini (Scavi e ricerche, 19), Bari, Edipuglia, 2010, pp. 81-83.

    [24] A. Magioncalda, “Rufus, proc(urator) Caes(aris) Hadriani ad ripam, in D. Pupillo (ed.), Le proprietà imperiali nell’Italia romana: economia, produzione, amministrazione (Quaderni degli Annali dell’Università di Firenze, Sezione Storia 6), Firenze, Le Lettere 2007, pp. 205-219.

    [25] R. Zucca, La base di statua di [.] Calpurnius [. f]il. Quir. Paulin[us] Honoratia[nus] IIIIvir di Karales, Epigraphica, 66, 2004, pp. 360- 364.

    [26] G. Mennella, Il sarcofago caralitano del princeps civitatis L. Iulius Castricius (CIL X 7807), in L’Africa Romana, VI, Sassari 1989, pp. 755-760.

    [27] P. Floris, La presenza di Iulii e Claudii nell’epigrafia di Karales, in F. Cenerini, P. Ruggeri edd., con la collaborazione di A. Gavini, “Epigrafia romana in Sardegna”. Atti del I Convegno di studio, Sant’Antioco, 14-15 luglio 2007 (= Incontri insulari, 1), Carocci, Roma 2008, pp. 173-195; Id., La presenza dei Flavii nell’epigrafia di Karales, “Studi Sardi”, XXXIV, 2009, pp. 251-269; Id., La presenza degli Antonii nell’epigrafia di Karales, in R. Martorelli ed., “Itinerando” senza confini dalla preistoria ad oggi. Studi in ricordo di Roberto Coroneo. 1.1. Morlacchi, Perugia 2015, pp. 147-162.

    [28] Per le gentes di Carales, vd. P. Ruggeri, Nota minima sulle componenti etniche del municipio di Karales alla luce dell’analisi onomastica, in L’Africa Romana, VIII, Sassari 1991, pp. 899-910.

    [29] A. Mastino, “La gens Rutilia in Sardegna”, in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, N.S. I, 1976-77, pp. 41-56.

    [30] P. Floris, I Sutorii. Una famiglia di Karales. “Aristeo”. Università degli Studi di Cagliari. Quaderni del Dipartimento di Scienze Archeologiche e Storico-artistiche, anno I, n. 1, Cagliari 2004, pp. 147-159.

    [31] P. Floris, “La memoria dei defunti”, in Storia della Sardegna antica, a cura di A. Mastino, Nuoro, Il Maestrale, 2005, pp. 437-447.

    [32] M. Buora, S. Magnani (a cura di), I sistemi di smaltimento delle acque nel mondo antico, Trieste, Editreg, 2018,

    [33] M.A. Mongiu, Archeologia urbana a Cagliari: l’area di viale Trieste 105, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica per le Provincie di Cagliari e Oristano, 4,2 (1987), pp. 51-78.

    [34] S. Bullo, Le indicazioni di Vitruvio sulla localizzazione dei templi urbani (de Arch. 1, 7,1): il caso africano, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 515-558.

    [35] Sulla topografia di Carales il testo fondamentale di riferimento è A.M. Colavitti, Cagliari: forma e urbanistica, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2003 (Città antiche in Italia, 6): Ead., Ipotesi sulla struttura urbanistica di Carales romana, in L’Africa Romana, X, Sassari 1994, pp. 1021-1034. Vd. anche R. Zucca, Cagliari. L’antichità, in AA.VV., Luoghi e tradizioni d’ Italia. Sardegna (a cura di L. Borrelli Vlad, V. Emiliani, P. Sommella), Roma 1999, pp. 21-36; G. Pietra, “Urbs urbium Karalis. Cagliari la ‘località di Piazza del Carmine’ in età romana”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 30, 2019, pp. 143-194. Vd. già D. Scano, “Forma Karalis”, in Archivio Storico Sardo, 14, 1922, pp. 3-172; M.A. Mongiu, Note per un’integrazione-revisione della ‘Forma Karalis’, in Santa Igia capitale giudicale, Contributi all’incontro di studio “Storia, ambiente fisico e insediamenti umani nel territorio di S. Gilla” (Cagliari, 3-5 novembre 1983), Pisa, ETS, 1986 pp. 127-154; Ead., Cagliari e la sua conurbazione tra tardo antico e altomedioevo, in Il suburbio delle città in Sardegna: persistenze e trasformazioni (Mediterraneo tardo antico e medievale. Studi e ricerche, 7), Taranto 1989, pp. 89-124.

    [36] D. Salvi, “L’area archeologica di via Angioy a Cagliari ed i suoi elementi architettonici”, in Nuovo Bullettino Archeologico Sardo, 4, 1987-92, pp. 131-158.

    [37] Cortesia di G. Pietra e P. Floris (per Epigraphica 2024).

    [38] F. Porrà, “Le terme rufiane”: una possibile identificazione nella Cagliari romana, in Cultus splendore. Studi in onore di Giovanna Sotgiu, a cura di A.M. Corda, Senorbì, Nuove grafiche Puddu Editore, 2003, pp. 777-783; A.M. Corda, A. Ibba, Atti “EDR e la Sardinia: stato dell’arte, varia lectio, casi particolari”, nel volume Colonie e municipi nell’era digitale. Documentazione epigrafica per la conoscenza delle città antiche, Atti del Convegno di studi (Macerata, 10-12 dicembre 2015),a cura di Simona Antolini, Silvia Maria Marengo, Gianfranco Paci, Tivoli, Tored, 2017, pp. 697-698.

    [39] F. Cenerini, M. Domitius Tertius, procuratore e prefetto della provincia Sardegna: alcune considerazioni, in Epigrafia 2006, Atti della XIVe Rencontre sur l’épigraphie in onore di Silvio Panciera con altri contributi di colleghi, allievi e collaboratori, Roma, pp. 821-830.

    [40] M.E. Piredda L’approvvigionamento idrico di Cagliari in età punica e romana, “Studi Sardi”, 23, 1973-1974, (1975), parte prima: Archeologia e storia dell’Arte, pp. 149-180; D. Salvi, “Decimo in età romana: le necropoli e l’acquedotto romano da Cabudacquas a Carales”, in Per una riscoperta della storia locale: la comunità di Decimomannu nella storia, a cura di C. Decampus, B. Manca, G. Serreli, Decimomannu, 2009, pp. 79-86.

    [41] Sul quadro storico-urbanistico delle origini del caput provinciae cfr. R. Haensch, Capita provinciarum. Statthaltersitze und Provinzialverwaltung in der römischen Kaiserzeit, Main am Rhein 1997, pp. 154 ss; A. V. Greco, Consonanze urbanistiche di età repubblicana nel Mediterraneo occidentale: i casi di Tarraco e Karales, “Pyrenae”, 33-34, 2002-03, pp. 233 ss.

    [42] A. Mastino, La superflua turbadei sacerdotales paganae superstitionis espulsi da Cartagine il I novembre 415: la fine del culto imperiale in Africa, i concilia delle province e della diocesi e le sopravvivenze del flaminato, in Topographia Christiana Universi Mundi, Studi in onore di Philippe Pergola (Studi di antichità cristiana pubblicati a cura del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, a cura di G. Castiglia, C. Dell’Osso, Città del Vaticano 2023, pp. 481-500.

    [43] D. Fishwick, The Imperial Cult in the Latin West. Studies in the Ruler Cult of the Western Provinces of the Roman Empire, III, 1. Leiden 2002, p. 133.

    [44] E. Trudu, L’anfiteatro di Cagliari, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 180-187; M. Dadea, L’anfiteatro romano di Cagliari, Sassari, Carlo Delfino editore, 2006; vd. anche P. Pala, “L’amphithéâtre de Cagliari”, in Spectacula. Gladiateurs et amphithéâtres, Actes du Colloque (Toulouse-Lattes les, 26, 27, 28 et 29 mai 1987), Lattes, Editions Imago, 1990, pp. 55-61; Ead., “Documenti inediti di Doro Levi sull’anfiteatro di Cagliari”, in Omaggio a Doro Levi, Ozieri, Il Torchietto, 1994, pp. 131-166 (Quaderni della Soprintendenza ai Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro, 19); Ead., L’anfiteatro romano di Cagliari, Nuoro, Insula, 2002; M. Bonello Lai, “L’indagine demografica e gli edifici di spettacolo in Sardegna: l’anfiteatro di Cagliari ed il teatro di Nora”, in L’Africa romana, vol. 2, a cura di A. Mastino, Atti del IV convegno di studio (Sassari, 12-14 dicembre 1986), Sassari 1987, pp. 615-632. Si può comunque sempre partire da D. Levi, “Archaeological Notes. The Amphitheatre in Cagliari”, in American Journal of Archeology, XLVI, 1942, pp. 1-9.

    [45] H. Devijver – F. Van Wonterghem, Der campus der römischen Städte in Italia und im Westen, “ZPE“, 54,1984, pp. 195-206; Iid., The campus in the urban organisation of Africa and Sardinia: two examples, Carthage and Carales, in L’Africa Romana, X, Sassari 1994, pp. 1035-1060.

    [46] S. Angiolillo, A. Comella, R. Madeddu, M.G. Marras, D. Mureddu, G. Pianu, M. Pinna, E. Scafidi, G. Stefani, “Cagliari. ‘Villa di Tigellio’. Campagna di scavo 1980”, in Studi Sardi, 26, 1981, pp. 113-238; S. Angiolillo, A. Agus, P. Bernardini, A. Civello, A. Comella, D. Ferrara, M.G. Messina, D. Mureddu, G. Pianu, C. Saletti, G. Stefani (a cura di), Cagliari. Villa di Tigellio. I materiali dei vecchi scavi, Cagliari, Università di Cagliari, 1982, pp. 21-179 (Estratto da Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, vol. III (XL), 1980-81); D. Salvi, “La Villa di Tigellio”, in Passeggiando per Cagliari con un archeologo, 1993, pp. 5-10 (Quaderni didattici della Soprintendenza Archeologica per le province di Cagliari e Oristano, 5); AA. VV., La Villa di Tigellio. Mostra degli scavi (Cagliari, Cittadella dei Musei, 24 ottobre- 14 novembre 1981), Stef, Cagliari 1981; M. Mallocci, “Un soffitto affrescato dalla Villa di Tigellio (Cagliari): proposta di ricostruzione”, in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, n.s. XX (vol. LVII), parte I-2002, 2003, pp. 109-136; M.A. Ibba, “I Beni archeologici della valle di Palabanda. La cosiddetta Villa di Tigellio”, in Guida dell’Orto Botanico di Cagliari, a cura di C. Pontecorvo, Cagliari, Coedisar, 2009, pp. 175-177; M.A. Ibba, Abitazioni signorili a Carales, la villa di Tigellio, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 138-139.

    [47] G. Pesce, Case romane a ‘Campo Viale’ in Cagliari, «SS», 19, 1964-65, pp. 329 ss.

    [48] D. D’Orlando, F. Doria, L. Soro (a cura di), Archeologia urbana a Cagliari. Scavi in via Caprera 8 (2014-15), 2019 (Quaderni di Layers, 2).

    [49] G. Pietra, I. Garbi, “Cagliari. Rinvenimenti in Via Manno 16-14”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 27, 2016, pp. 537-538; A.L. Sanna, “Cagliari. Rinvenimenti in via Manno 33 e 44”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 27, 2016, pp. 543-544.

    [50] S. Cisci, “Cagliari. Indagini archeologiche presso il bastione di Santa Caterina”, in Quaderni della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e Oristano, 23, 2012, pp. 155-182; S. Cisci, M. Tatti, “Cagliari. Indagini archeologiche presso il bastione di Santa Caterina. Campagna 2012-2013. Notizia preliminare”, in Quaderni della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e Oristano, 24, 2013, pp. 1-24.

    [51] G. Pietra, E. Trudu, “Cagliari. Corso Vittorio Emanuele II”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 27, 2016, pp. 541-542.

    [52] D. Salvi, S. Dore, I. Garbi, M. Sarigu, M. Mattana, R. Sanna, “Cagliari, Teatro Massimo: indagini di scavo”, in Quaderni della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e Oristano, 26, 2015, pp. 345-384.

    [53] E. Trudu, “Cagliari. Via Sassari, Corso Vittorio Emanuele II, Largo Carlo Felice”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 27, 2016, pp. 549-554.

    [54] A.L. Sanna, “Cagliari. Scalette Santa Teresa”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari- Notiziario, 28, 2017.

    [55] R. Martorelli, D. Mureddu (a cura di), Archeologia urbana a Cagliari Scavi in vico III Lanusei (1996-1997), Cagliari, Scuola Sarda Editrice, 2006.

    [56] P.F. Serreli, “Cagliari. Via Iglesias”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 27, 2016, p. 545.

    [57] M.A. Mongiu, “Il quartiere tra mito, archeologia e progetto urbano”, in Cagliari, Quartieri storici. Marina, a cura di T.K. Kirova, A. Pintus, F. Masala, Cagliari, Silvana, 1989, pp. 13-22.

    [58] Ead., “Stampace: un quartiere tra polis e chora”, in Cagliari, Quartieri storici. Stampace, a cura di T.K. Kirova, F. Masala, M. Pintus, Cagliari, Silvana, 1995, pp. 13-22.

    [59] D. Mureddu, “Le presenze archeologiche”, in Cagliari. Quartieri storici. Villanova, a cura di T.K. Kirova, F. Masala, M. Pintus, Cagliari, Silvana, 1991, pp. 15-22.

    [60] E. Usai, R. Zucca, “Testimonianze archeologiche nell’area di S. Gilla dal periodo punico all’epoca altomedievale (Contributo alla ricostruzione della topografia di Carales)”, in Santa Igia capitale giudicale, Contributi all’incontro di studio “Storia, ambiente fisico e insediamenti umani nel territorio di S. Gilla” (Cagliari, 3-5 novembre 1983), Pisa, ETS, 1986, pp. 155-177; D. Salvi, “Cagliari: Santa Gilla, la laguna e l’argilla”, in ArcheoArte. Rivista elettronica di Archeologia e Arte, 3, 2014, pp. 213-235. Vd. anche P.F. Serreli, E. Trudu, “Cagliari, Via San Simone”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 27, 2016, pp. 247-248; C. Tronchetti, I. Chessa, L. Cappai, “Lo scavo di via Brenta a Cagliari. I livelli fenicio-punici e romani”, in Quaderni della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e Oristano, 9, supplemento, S.A. Ca Or, STEF Cagliari, 1993.

    [61] D. Salvi, “Gli aspetti topografici attraverso l’archeologia”, in Cavità artificiali nel sottosuolo di Cagliari, Cagliari, 1997, pp. 16-31, 48-49 (Anthéo, monografie, 6).

    [62] D. Salvi, P. Matta, C. Marini, S. Naitza, S. Tocco, “Osservazioni sulle antiche cave romane di Cagliari”, in Le risorse lapidee dall’antichità ad oggi in area mediterranea, a cura di V. Badino, G. Baldassarre, Atti del Convegno (Canosa di Puglia-BA, 25-27 settembre 2006), Torino, GEAM, 2006, pp. 101-104; F. Bordicchia, C. Marini, S. Naitza, D. Salvi, S. Tocco, “Two ancient roman quarries in Cagliari (Italy): survey, mapping and evaluation of the state of conservation”, in Cave storiche e risorse lapidee, a cura di L. Marino, Firenze, Alinea, 2007, pp. 34-38 (Restauro Archeologico, 13).

    [63] R. Martorelli, D. Mureddu (a cura di), Cagliari, le radici di Marina: dallo scavo archeologico di S. Eulalia un progetto di ricerca formazione e valorizzazione, Cagliari, Scuola Sarda Editrice, 2002: Eaed., “Scavi sotto la chiesa di S. Eulalia a Cagliari. Notizie preliminari”, in Archeologia Medievale, 29, 2002, pp. 283-340; R. Martorelli, D. Mureddu (a cura di), Archeologia urbana a Cagliari. Scavi nella chiesa di Sant’Eulalia alla Marina. 17.1 Il quartiere dalle origini ai giorni nostri: status quaestionis all’inizio della ricerca, Morlacchi, Perugia 2020. .

    [64] P. Bartoloni, “La necropoli di Tuvixeddu: tipologia e cronologia della ceramica”, in Rivista di Studi Fenici, vol. 28, 2000, pp. 79-122; D. Salvi, “Una tomba con pesci, spighe ed altri fregi nella necropoli cagliaritana di Tuvixeddu”, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano, 13, 1996, pp. 211-218; Ead., Tuvixeddu. Tomba su tomba. Sepolture dal V secolo a.C. al I secolo d.C. in un nuovo settore della necropoli punico-romana, Dolianova, Soprintendenza Archeologica per le province di Cagliari e Oristano, 1998; Ead., “Tomba su tomba: indagini di scavo condotte a Tuvixeddu nel 1997. Relazione preliminare”, in Rivista di Studi Fenici, 28, 1, 2000, pp. 57-78; Ead., D. Salvi, “Tuvixeddu, vicende di una necropoli”, in Tuvixeddu, la necropoli occidentale di Karales, a cura dell’Associazione culturale F. Nissardi, Atti della Tavola rotonda internazionale “La necropoli antica di Karales nell’ambito mediterraneo” (Cagliari, 30 nov.-1 dic. 1996), Edizioni Della Torre, Cagliari 2000, pp. 139-202; Ead., “Tipologie funerarie nei nuovi settori della necropoli di Tuvixeddu”, in Architettura, arte e artigianato nel Mediterraneo dalla Preistoria all’Alto Medioevo, Tavola Rotonda Internazionale in memoria di Giovanni Tore (Cagliari, 17-19 dicembre 1999), a cura dell’Associazione culturale “Filippo Nissardi”, Oristano, S’Alvure, 2001, pp. 245-261; G. Pietra, “Jamais la mort n’apparu aussi muette? La tomba con pesci, spighe ed altri fregi nella necropoli di Cagliari romana a Tuvixeddu”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 31, 2020, pp. 131-188.

    [65] R. Zucca, Il complesso epigrafico rupestre della “Grotta delle vipere”, in Rupes loquentes. Atti del Convegno internazionale di studio sulle iscrizioni rupestri di età romana in Italia, Roma-Bomarzo 13-15 ottobre 1989, Don Bosco, Roma 1992, pp.503-540; M. Dadea, Ancora a proposito della “grotta della Vipera”, «Quaderni di Epigrafia»,2, 1995, pp. 45 ss.

    [66] P. Grandinetti, “Gli epigrammi della Grotta delle Vipere a Cagliari: confronti per l’assimilazione al mito”, in L’Africa romana. Lo spazio marittimo del Mediterraneo occidentale: geografia storica ed economica, vol. 3, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XIV convegno di studio (Sassari, 7-10 dicembre 2000), Roma, Carocci, 2002, pp. 1757-1769; C. Parodo, L’ipogeo di Atilia Pomptilla, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 334-335.

    [67] A. Mastino, “Le iscrizioni rupestri del templum alla securitas di Tito Vinio Berillo a Cagliari”, in Rupes loquentes. Atti del Convegno internazionale di studio sulle iscrizioni rupestri di età romana in Italia (Roma-Bomarzo, 13-15 ottobre 1989), a cura di L. Gasperini, Roma, L’Erma di Bretschneider, 1992, pp. 541-578 (Istituto italiano per la storia antica, 53).

    [68] A. Mastino, ibid.,pp. 541-578.

    [69] D. Salvi, “Ad ovest di Tuvixeddu: la necropoli di Santa Gilla”, in Quaderni della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e Oristano, 23, 2012, pp. 134-203.

    [70] D. Salvi, “La necropoli orientale di Cagliari. Due scavi inediti del 1952”, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica per le province di Cagliari e Oristano, (15/1998), 1999, pp. 235-258; D. Mureddu, R. Zucca, Epitafi inediti della necropoli sud orientale di Karales (Sardinia), “Epigraphica”, 65, 2003, pp. 117-145. Vd. ora D. Salvi, Tombe di età romana presso piazza Repubblica, “Quaderni, Rivista di archeologia”, Soprintendenza archeologica Cagliari, 31, 2020, pp. 229-240.

    [71] S. Cisci, P. Floris, Sepolture cristiane e pagane tra III e IV secolo: il caso della necropoli sul colle di Bonaria a Cagliari. In R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu, Isole e terraferma nel primo cristianesimo. Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, Atti dell’XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Cagliari-Sant’Antioco, 23-27 settembre 2014) vol. I. Cagliari 2015: PFTS University Press, pp. 125-134.

    [72] P. Floris, Le iscrizioni funerarie pagane di Karales, Cagliari, Edizioni AV, 2005.

    [73] P. Floris, Riflessioni sulle cupae di Karales, in Cupae. Riletture e novità, a cura di G. Baratta, Faenza, F.lli Lega, 2018, pp. 157-180 (Epigrafia e Antichità, 41). Diversa la grande cupa in trachitedi piazza Gramsci, in giacitura secondaria: P. Floris, S. Mele, P.F. Serreli, “Cagliari: una nuova cupa da piazza Gramsci”, in Cupae, riletture e novità, a cura di G. Baratta, Faenza, 2018, pp. 157-180 (Epigrafia e Antichità, 41).

    [74] D. Salvi, “Cagliari, complesso cimiteriale di San Saturnino. Dati sparsi dello scavo condotto negli anni 1949-1951. Confronto fra la documentazione fotografica di allora e lo stato attuale”, in Quaderni friulani di archeologia, Atti del convegno “Archeologia e documentazione fotografica e d’archivio, dal dagherrotipo all’avvento della fotografia digitale” (Aquileia, 28-29 aprile 2016), a cura di M. Buora, M. Magnini, XXVI, 1 (2016), 2017, pp. 227-245.

    [75] P. Ruggeri, Un arcaico culto funerario in Sardegna: la dedica al dio Viduus al margine del territorio del municipio di Karales, in Antiquitas, Studi in onore di Salvatore Alessandrì, a cura di M. Lombardo e C. Marangio, Galatina 2011, pp. 293-303.

    [76] Solo ad es. Settimo San Pietro: M.A. Ibba, A. Stiglitz, M. Vargiu, Paesaggi rurali dell’hinterland di Cagliari: il territorio di Settimo San Pietro, L’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 2343-2353.

    L’homélie d’Augustin adressée aux habitants de Thignica dans l’hiver 403-404: les daemones

    Samir Aounallah, Antonio Corda, Attilio Mastino, Paolo Filigheddu

    Vos ante paucos annos pagani eratis, modo christiani estis, parentes vestri daemoniis serviebant: l’homélie d’Augustin adressée aux habitants de Thignica dans l’hiver 403-404 et leur conversion tardive au christianisme, en pensant au massacre de Sufes

    Ministère de l’Enseignement Supérieur et de la Recherche Scientifique, Faculté des lettres et sciences humaines, Université de Sousse, Sousse 2-4 décembre 2021, Septième Colloque International “Eglise et christianisme au Maghreb: Antiquité et Moyen Age”, Laboratoire de recherche “Occupation du sol, peuplement et modes de vie dans le Maghreb antique et médiéval, Troisième séance[1]

    Resumé: Le sermon 159/B, inclus récemment dans la collection Opera omnia agostiniana prononcé à Thignica dans l’hiver 403-404 par Augustin (commentant l’épître de Paul aux Romains 11 et deux psaumes) contient peut-être une trace de la conversion tardive au christianisme des fidèles présents dans le municipium Septimium Aurelium Antoninianum Herculeum Frugiferum Thignica, qui était un centre religieux païen très vivant (maintenant recherches INP Tunis et Université de Sassari). Le sermon d’Augustin garde les traces d’une expérience réelle : les nombreuses références au voyage difficile, ses auditeurs qui avaient été païens, leur parents qui avaient adoré les daemones (les divinités paiennes), la presence d’hérétiques parmi les citoyens à la lisière de l’ancien territoire de la colonie de Carthage: nous savons maintenant de l’activité des flamines perpetui dans le senat municipal encore dans le premier décennie du Ve siècle ap. J.C., l’année aprés la visite de l’évêque d’Hippone. Le problème de la basilique chétienne se pose, avant la costruction de la forteresse byzantine. Ici on presente aussi les quelques inscriptions chrétiennes (douze) et le contenu théologique de l’homélie.

    Abstract: Sermon 159 / B, recently included in the Opera omnia agostiniana collection, delivered at Tignica in the winter of 403-404 by Augustine (commenting on Paul’s epistle to Romans 11 and two Psalms) perhaps contains a trace of the conversion late to the Christianity of the faithful present in the municipium Septimium Aurelium Antoninianum Herculeum Frugiferum Thignica, which was a very lively pagan religious center (now researches INP Tunis and University of Sassari). Augustine’s sermon retains traces of real experience: the many references to the difficulty of travel, his listeners who had been pagans, their parents who had worshiped the daemones (pagan deities), the presence of heretics among the citizens in the edge of the old territory of the colony of Carthage: we know the mantenat of the activity of the flamines perpetui in the municipal senate still in the first decade of the 5th century AD, the year after the visit of the Bishop of Hippo. There is the problem of the Christian basilica, before the construction of the Byzantine fortress. The few Christian inscriptions (12) and the theological content of the homily are also presented.


    [1] Cette intervention est conçue de manière unifiée, mais Samir Aounallah (Institut Natonal du Patrimoine, Tunis, samiraounallah@gmail.com) et Attilio Mastino (École Archéologique Italienne de Carthage, Sassari, mastinoatt@gmail.com) ont écrit le § 1, Antonio Corda (Università di Cagliari, mcorda@unica.it) le § 2; Paolo Filigheddu (École Archéologique Italienne de Carthage, Olbia, arwad57@gmail.com) le § 3. De Salvatore Ganga sont les dessins.

    ARTICLE COMPLETE:

    https://www.dirittoestoria.it/18/tradizione/Aounallah-Mastino-Corda-Filigheddu-Hom%C3%A9lie-Augustin-Thignica.htm) (https://iris.unica.it/handle/11584/371083)

    La prima colonia romana in Sardegna: Feronia (Posada)

    1. Feronia

    Feronia sembra essere la più antica colonia romana in Sardegna, voluta dal Senato dopo il sacco gallico del 390 a.C. e l’uccisione del difensore della rocca capitolina Marco Manlio Capitolino, console del 392 a.C. (Livio 5, 47): dopo l’allontanamento dei Galli, che la tradizione lega all’intervento risolutivo di Furio Camillo, Capitolino avrebbe liberato 400 debitori insolventi, rovinati dall’orda barbarica, concedendo dei prestiti senza interesse (Livio 6, 20, 6). Nel pieno delle lotte tra patrizi e plebei, ostile al patriziato e sostenitore dei diritti della plebe indebitata dopo le devastazioni dei loro agri, Manlio Capitolino fu accusato di aspirare al regnum e gettato da quella rupe Tarpea che qualche mese prima aveva difeso dai Galli, grazie alle oche capitoline (Livio 6, 20, 12)[1]. Dobbiamo a Mario Torelli questo collegamento con la notizia di Diodoro Siculo relativa all’invio in Sardegna di una colonia di 500 Romani esentati dal pagamento delle imposte, in un anno che potrebbe essere il 378 (15, 27,4); siamo negli anni in cui Teofrasto colloca un’incursione romana in Corsica per la raccolta di legname (H. P. 5, 8, 2) [2]. Feronia potrebbe essere una fondazione latino-etrusca comunque italica medio-repubblicana in parallelo con la costruzione del tempio di Feronia del IV secolo a.C. nell’area sacra di Largo Argentina a Roma. Siamo in una Sardegna ancora per la gran parte controllata da Cartagine, potenza quasi assente però nell’area a Sud di Olbia e presso la foce del Rio Posada, dove localizziamo Feronia, la città che prende il nome dalla dea che nel Lazio e in Etruria proteggeva i cittadini liberi divenuti schiavi per il nexum, il debito contratto che vincolava irrevocabilmente il debitore al creditore[3]. Il poleonimo tolemaico Pheronìa corrisponde al teonimo italico Feronia, la grande dea della componente plebea e, in particolare, servile che assicurava con l’asylìa dei suoi luci (il Lucus Feroniae presso Capena, Roma, il lucus di Tarracina) e dei suoi santuari, la salvaguardia dei servi fuggitivi e la manomissione degli schiavi. L’area di Olbia ha ora rivelato la presenza di un antico insediamento Villanoviano a Tavolara[4].

    In Sardegna Pheronía è effettivamente attestata ancora nel II secolo d.C. nella Geografia di Tolomeo, che la colloca a 10’ a Sud delle foci del fiume Kaidríos (Cedrino), ed a 20’ a Sud di Olbía. La colonia fondata da alcune centinaia di romani si può, di conseguenza, localizzare nel territorio di Posada, una piana alluvionale formata dagli apporti del Rio Posada, che ha comportato un avanzamento della linea di costa, rispetto all’antichità: l’agro fu allora assegnato a singole famiglie, in un possesso precario che non sempre fu tollerato dai Cartaginesi. Va rifiutata l’identificazione del Portus Liguidonis dell’Itinerarium Antonini con la stessa Feronía, porto collocato sempre sulla costa orientale della Sardegna, tra Coclearia (San Teodoro) e Fanum Carisi (Irgoli), dunque probabilmente a Santa Lucia di Siniscola[5]. Se seguiamo Mario Torelli, la colonia, supposta di plebei, avrebbe causato il successivo intervento di Cartagine per riaffermare il proprio predominio in Sardegna; in questo quadro si spiega l’introduzione nel secondo trattato fra Cartagine e Roma, del 348, l’esplicito divieto ai Romani di svolgere il commercio e di continuare nella fondazione di città in Sardegna[6].

    A confermare la presenza romana in un’età così risalente sarebbe la celebre statuetta in bronzo di Hercoles di fattura campana-sabellica, di ambito “mercenariale”, del principio del IV secolo a.C., rinvenuta proprio a Posada[7] e un frammento di cratere apulo a figure rosse del Pittore dell’Ipogeo Varrese di circa il 350 a.C. individuato in una grotta del Monte Albo presso la piana del Rio Posada. I crateri magno greci si inseriscono bene nel quadro dei commerci tirrenici che Roma, dapprima in collaborazione con Caere e successivamente da sola, attiva sin dal IV secolo a.C.[8] Il bronzetto di Eracle viene datato ai primi decenni del IV secolo a.C., riferito a una produzione campana oschizzata, ma collegata alla fondazione di Feronia, la colonia in Sardegna fondata dagli schiavi per debiti devoti della dea Feronia[9].

    Quale sia stata la reazione cartaginese è certo da escludere, se si accetta la ricostruzione degli eventi proposta, che la città venisse distrutta, poiché essa è testimoniata da Tolomeo in piena età imperiale. I ritrovamenti di materiale tardo repubblicano nel corso delle prospezioni archeologiche anche più recenti documentano la continuità dell’insediamento e la sua funzione di approdo lungo la rotta tirrenica. Nel periodo imperiale la strutturazione della via da Olbia a Caralis dovette investire l’area di Posada e quindi Feronia. La principale testimonianza della prima età imperiale è rappresentata dal diploma del 5 maggio del 102 d.C. rilasciato da Traiano ad un soldato della cohors II Gemina Ligurum et Corsorum cui prae(e)st Lucius Terentius Serenus ritrovato una decina d’anni fa (AE 2013, 650 e 2014, 544)[10]. Sappiamo che il reparto fu presto trasferiti da Traiano in Siria, negli anni successivi al passaggio della Sardegna al Senato (111 d.C.)[11]; in Siria troviamo la coorte comunque prima del 129 fino almeno al 153 d.C.[12]. Potrebbe essersi trasferito in oriente con il reparto anche il primo proconsole di Traiano Cossonius. Nel diploma viene citato ilfante ex pedite Hannibal Tabilatis f(ilius) Nur(ac) Alb(-), sua moglie Iuri figlia di Tammuga, uxor eius Sordia (da intendersi come un vero e proprio etnico, difficilmente Sarda), i figli Sabinus e Saturninus con onomastica latina, in vista di un possibile futuro arruolamento; infine le figlie Tisareni, Bolgitta, Bonassonis (?)[13]. Per Nur(ac) Alb(—) sembra doversi pensare ad un villaggio sulla costa orientale della Sardegna, collocato presso un nuraghe in pietra calcarea bianca: si è pensato ai nuraghi di Siniscola, Sa Domu Bianca, di Dorgali, Nuraghe Arvu, oppure sul Golgo di Baunei, Nuraggi Albu: nella stessa area sono stati richiamati di recente da Pasquale Zucca i nuraghi di Coa ‘e Serra o di Doladorgiu[14]. La forma epigrafica nurac per indicare i nuraghi sardi è documentata a Mulargia[15]. In realtà più recentemente Davide Faoro ha messo giustamente in rilievo l’anomalia dell’attestazione di un doppio toponimo dopo il nome del soldato: sarebbe preferibile ipotizzare una soluzione differente, magari pensare ad un etnico Nur(ritanus) Alb(-) [16]. La bibliografia affronta soprattutto l’origine sarda del soldato a seconda che si intenda Nur(ac) Alb(um) un toponimo[17] o un etnico[18]: in ogni caso si trattava di un peregrino, non originario dunque da una famiglia discendente dagli antichi coloni romani di Feronia, ormai dispersi.


    [1][1] F, Cassola, Lo scontro tra patrizi e plebei e la formazione della “nobilitas”, in Storia di Roma. Roma in Italia, I, Torino 1988, pp. 456 s.; P. Ruggeri, Titus Manlius Torquatus, privatus cum imperio, in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigrafia, Edes, Sassari 1999, pp. 115-129.

    [2] S. Amigues, Une incursion des Romains en Corse d’après Théophraste, H. P. V, 8, 2, «Revue des Études Anciennes», 92, 1990, pp. 79-83; Ead., Théophraste. Recherches sur les plantes. Livres V et VI, Les Belles Lettres, Paris 1993, p. 102; R. Zucca, La Corsica romana, S’Alvure, Oristano 1996, pp. 69 ss.

    [3] M. Torelli, “Colonizzazioni etrusche e latine di epoca arcaica: un esempio”, in Gli Etruschi e Roma. Incontro di studio in onore di Massimo Pallottino (Roma, 11-13 dicembre 1979), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 1981, pp. 71-82. L’episodio non si sarebbe mai verificato per I. Didu, “Il supposto invio di coloni romani in Sardegna nell’anno 378/7 a.C.”, in Athenaeum, L, 1972, pp. 310-329.

    [4] Ultimi scavi in F. di Gennaro, S. Amicone, R. D’Oriano, P. Mancini, L’insediamento villanoviano dell’isola di Tavolara, presso le coste della Gallura, The Journal of Fasti On Line, Roma 2023.

    [5] M. Bonello, A. Mastino, Il territorio di Siniscola in età romana, in AA.VV., Siniscola dalle origini ai nostri giorni a cura di E. Espa, Il Torchietto, Ozieri 1994, pp. 157-218; vd. anche A. Boninu, Santa Lucia, dal reperto al paesaggio. Percorsi in costruzione a Santa Lucia dio Siniscola, in A. Pipere (cur.), Santa Lucia: paesaggi e passaggi, Rassegna di studi storici e sociali sul territorio e il mare, Atti convegno 24 settembre 2018, Edizioni Solinas Nuoro 2018, pp. 34-53.

    [6] B. Scardigli, I trattati romano-cartaginesi, Scuola Normale Superiore, Pisa 1991.

    [7] G. Colonna, Bronzi votivi umbro-sabellici a figura umana, I, Roma 1970, pp. 126 ss.; P. Bernardini, R. Zucca, L’isola di Herakles. Mostra storico-archeologica, Oristano, Palazzo Arcais-Antiquarium Arborense (2 febbraio 2004-15 settembre 2004), in Il Mediterraneo di Herakles, Studi e ricerche, P. Bernardini, R. Zucca edd., Carocci, Roma 2005, p. 292 nr. 44.

    [8] Sul cratere apulo di Pheronìa cfr R. D’Oriano, Contributo al problema di Feronia polis in “Nuovo Bullettino Archeologico Sardo”, II, 1985, 1989, pp. 229-247.

    [9] D’Oriano, , Contributo al problema di Feronia polis cit., pp. 229 ss. Vd. A. Mastino, Eracle nel Giardino delle Esperidi e le Ninfe della Sardegna nell’Occidente Mediterraneo mitico, “Archivio Storico Sardo”, LV, 2020, Cagliari, Deputazione di Storia Patria, p. 22.

    [10] A. Sanciu, P. Pala, M. Sanges, Un nuovo diploma militare dalla Sardegna, “Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik “186, 2013, pp. 301–306.

    [11] Vd. A. Mastino, R. Zucca, La constitutio del Forum Traiani in Sardinia nel 111 a.C., “Journal of Ancient Topography – Rivista di Topografia antica”, XXII, 2012, edited by G. Uggeri, Mario Congedo editore, pp. 31 ss.

    [12] AE 2006, 1841, 1845, 1846, 1851, 1852; W. Eck, A. Pangerl, Eine Konstitution des Antoninus Pius für die Auxilien in Syrien aus dem Jahr 144, “Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik”, 188, 2013, pp. 255-260.

    [13] Vd. A. Ibba, Il diploma di Posada: spunti di riflessione sulla Sardinia all’alba del II secolo d.C., “Epigraphica”, LXXVI, 1-2, 2014, pp. 209 ss.; vd. anche A. Mastino, R. Zucca, Unnuovo titulusdella cohors Ligurumin Sardinia e il problema dell’organizzazione militare della Sardegna nel I secolo d.C., in L’iscrizione e il suo doppio, Atti del Convegno Borghesi 2013, a cura di A. Donati, Fratelli Lega Editori, Faenza 2014 (Epigrafia e antichità, 35), pp. 405 ss.; degli stessi autori: L. Cossonius L. f. Stell(atina tribu) Gallus Vecilius Crispinus Mansuanius Marcellinus Numisius Sabinus pro consule provinciae Sardiniaee la constitutiodel Forum Traiani, “Gerión, Revista de Historia Antigua”, 32, 2014, p. 206 n. 48.

    [14] Ibba, Il diploma di Posada, p. 217 n. 31 presenta un elenco più ampio: nuraghi di Borore, Bortigali, Birori, Sinnai, Uras, Masullas, Cossoine, Perfugas, Pozzomaggiore, Baunei, Nulvi, Dorgali, Alghero, Olmedo, Quartu S. Elena, Sindia, Siniscola, San Vero Milis. Per Pasquale Zucca, vd. P. Zucca, Il diploma di congedo di Hannibal (102 d.C.). La romanizzazione della pianura del Nord Ogliastra e del Supramonte di Baunei, 2017, in Sardegna mediterranea, 41, 2016, pp. 60-67.

    [15] G. Paulis, La forma protosarda della parola nuraghe alla luce dell’iscrizione latina di Nurac Sessar (Molaria),in “L’epigrafia del villaggio”, cit., pp. 537 ss.

    [16] D. Faoro, “In margine all’indicazione d’origine Nur(—) Alb(—) in un diploma dalla Sardegna”, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, 211, 2016, pp. 247-249; vd. anche C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia, Ortacesus 2016, pp. 128-131, n. POS001. AE 2013, 650; 2014, 544. Per un’anomalia sui nomi dei consoli del 102, vd. C. Letta, Ancora sull’iscrizione del Monginevro e sui consoli del 102 d.C., “SCO”, 65, 2019, pp. 433-436, vedi AE 2018, 29.

    [17] A. Sanciu, P. Pala, M. Sanges, “Un nuovo diploma militare dalla Sardegna”, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, 186, 2013, pp. 301–306; A. Ibba, “Il diploma di Posada: spunti di riflessione sulla Sardinia all’alba del II secolo d.C.”. Epigraphica, LXXVI, 1-2, 2014, pp. 209-229; Pasquale Zucca, Il diploma di congedo di Hannibal, cit.

    [18] D. Faoro, “In margine all’indicazione d’origine Nur(—) Alb(–) cit., pp. 247-249.

    La storia di Olbia in età romana: una breve sintesi

    • Olbia – Fausiana – Civita (Terranova Pausania, Olbia), municipium

    A seguito delle grandi scoperte relative alla Gallura nuragica[1], all’insediamento villanoviano di Tavolara[2], alla fase fenicia[3], poi greca di Olbia[4], ancora punica[5], il quadro che possiamo presentare oggi è totalmente nuovo rispetto al convegno del 1994 Da Olbìa ad Olbia, 2500 anni di una città mediterranea, I, Olbia in età antica, i cui atti sono stati pubblicati da Chiarella a Sassari nel 1996[6]: un’ottima base di partenza, che ha certamente contribuito a concentrare l’interesse degli studiosi su questo territorio che ormai conosciamo meglio nella sua interculturalità[7]; a quest’opera rinviamo per la discussione sulle fonti letterarie e sulle numerose iscrizioni latine, oltre un centinaio.

    L’età romana rappresenta il momento più ricco di documentazione per la storia di Olbia[8]: negli ultimi vent’anni gli studiosi, guidati da Rubens d’Oriano, hanno avviato una revisione delle fonti letterarie, epigrafiche, numismatiche ed archeologiche, che consentono ora una ulteriore sintesi, con numerosi elementi di novità rispetto alle posizioni di Piero Tamponi[9] e di Dionigi Panedda[10] che pure costituiscono la fondamentale premessa delle nostre conoscenze attuali.

    Il quadro delle stratificazioni e interazioni culturali a partire dalle origini mitiche della città è ora incredibilmente più ricco, ribaltando quello che era stato per decenni un argumentum ex silentio, l’assenza di documentazione, che aveva come conseguenza la negazione di un interesse reale del mondo greco per l’isola Ichnussa. Eppure tutto il quadro storico portava a pensare che la presenza dei Focei nella Corsica orientale ed alla foce del Rodano nel corso del VI secolo a.C. doveva presupporre una precedente rotta lungo la costa orientale della Sardegna, dove va immaginata almeno una serie di approdi per la navigazione di cabotaggio attraverso il Tirreno, il regno pericoloso di Forco abitato dai cetacei[11]. Essa può rientrare nell’intuizione di Michel Gras di rotte legate all’emporía dove il soggetto era la corrente di traffico, i centri urbani che vi partecipavano piuttosto che i vettori (che ne divenivano i protagonisti intermediari), uno spazio libero (<<Il Mediterraneo arcaico è spazio di ogni tipo di mobilità>>)[12] in cui partecipavano, parafrasando un noto lavoro di M. Giangiulio, “avventurieri, mercanti, coloni, mercenari”[13]: forse il quadro può essere meglio compreso se consideriamo le due sponde del Tirreno come parti attive di queste correnti all’interno delle quali si inserisce, nei decenni a cavallo della metà del VI secolo a.C., la componente focea e la stessa battaglia per il controllo di Alalia combattuta nel Mare Sardonio se viene localizzata al largo delle coste galluresi e comunque a Sud dello stretto di Taphros (Bocche di Bonifacio)[14]. E d’altra parte una conferma a questa ipotesi viene anche dalla kotyle corinzia inscritta di Théollos datata al 600 a.C. che rappresenta un testimone prezioso del commercio arcaico[15].

    A quasi due secoli dalla battaglia la stessa fondazione coloniale di Olbia ad opera dei Cartaginesi nella seconda metà del IV secolo a.C. può forse essere considerata ora come la risposta di Cartagine di fronte al tentativo di colonizzazione romana in Corsica raccontatoci da Teofrasto (5, 8,2)[16] ed alla fondazione lungo la costa orientale della Sardegna della colonia di Feronia, che si potrebbe collegare ai disordini guidati da Tito Manlio Capitolino all’indomani dell’incendio gallico del 390 a.C.[17]; le stesse clausole del secondo trattato tra Roma e Cartagine del 348 a.C. sembrano voler rispondere all’esigenza strategica di Cartagine di tenere sotto controllo la Sardegna settentrionale, troppo lontana dalla madrepatria ed esposta prima all’azione della colonizzazione greca e poi alla pressione romano-etrusca, anche se l’isola poteva essere considerata dalla città nordafricana come territorio metropolitano.

    Si può partire dalla tradizione dell’oichistés Iolao e della fondazione di Olbia attribuita da Pausania ai Tespiesi figli di Eracle, arrivati in Sardegna dalla Grecia (10, 17,5). La Biblioteca storica di Diodoro Siculo (4, 30) ci ha conservato una dettagliata narrazione del mito di Iolao in Sardegna, il figlio di Ificle, quindi nipote e compagno inseparabile di Eracle, evidentemente l’eroe eponimo degli Iolei, confusi con la popolazione indigena, attestata in età storica, degli Iliensi. Il re di Tespie, una città della Beozia, Tespio, figlio dell’ateniese Eretteo, desiderando avere come genero Eracle, lo fece giacere con ognuna delle sue cinquanta figlie. Da Eracle e dalle figlie di Tespio nacquero dunque i cinquanta Tespiadi. È passato in sordina il fatto che in realtà a parere dei mitografi una delle ragazze (forse la più giovane) rimase vergine, mentre un’altra (la più grande di età), Prokris, generò dal dio due gemelli, Antileon e Hippeus. Giunto Eracle all’estremo della sua vita, fu richiesto dall’oracolo di Apollo di inviare in Sardegna una colonia costituita dai Tespiadi. A guida della colonia fu preposto da Eracle il nipote Iolao, figlio di suo fratellastro Ificle. Dei cinquanta Tespiadi arrivati all’età virile, solo quarantuno partirono per la Sardegna, sulle navi costruite, secondo Silio Italico (XII, 363-364), da Eracle[18]. Sette restarono infatti a Tespie, due si fermarono a Tebe (tre secondo lo Pseudo Apollodoro). Tutti gli altri, insieme a Iolao ed ai Greci che vollero aggregarsi, fecero rotta verso la Sardegna. Dopo aver vinto in battaglia gli indigeni, Iolao divise in sorte tra i componenti della colonia la regione più fertile dell’isola, in particolare la zona pianeggiante, denominata “Iolaeion”, che venne coltivata e piantata ad alberi fruttiferi. Iolao fondò famose città; fece edificare grandi e sontuose palestre e templi; istituì i tribunali e dispose tutto ciò <<che è atto al vivere felice>> o <<per una vita felice degli uomini>>. In questo racconto mitico possiamo forse ritrovare una traccia delle navigazioni più antiche del I millennio a.C. nelle quali furono protagonisti euboici, beoti e ateniesi, in una fase in cui la “conquista dell’Occidente” era vista come impresa comune del mondo ellenico e levantino. Fu Iolao e non Aristeo, come pure risultava da una tradizione nota a Sallustio e a Pausania, a far venire Dedalo dalla Sicilia: l’artista cretese costruì numerose e grandi opere, che da lui si chiamarono daidalee, ancora conservate al tempo di Diodoro[19].

    La tradizione mitica è ormai molto nota: in questa sede ci interessa ricordare che i Tespiadi, dopo essere stati a lungo signori della Sardegna, ne furono cacciati e quindi si diressero alla volta dell’Italia, dove si stabilirono definitivamente nella regione intorno a Cuma. Una leggenda, questa, evidentemente studiata per connettere i Tespiadi con Dedalo, passato a Cuma secondo una versione del mito. Pausania conserva un racconto più sintetico del mito rispetto a Diodoro, che però contiene alcune precise indicazioni geografiche: egli osserva che quello guidato da Iolao fu un gruppo di coloni misto, composto insieme di giovani provenienti da Tespie e da Atene. I Tespiesi fondarono Olbia; gli Ateniesi, autonomamente, Ogryle, forse Gurulis vetus (Padria), un nome dall’etimo abbastanza incerto già per Pausania (10, 17, 5), che lo collegava con la denominazione del demo attico Agraulé[20] o col nome di uno dei comandanti della flotta di Iolao[21]. Ancora ai tempi in cui scriveva Pausania, esistevano dei luoghi in Sardegna denominati “campi Iolei”, mentre Iolao era egli stesso oggetto di culto da parte dei Sardi. Collegati al mito di Iolao sarebbero gli “alia graeca oppida” (oltre Olbia) ricordati da Solino e le “nobili città” di Diodoro; Stefano di Bisanzio (Ethnikà, 556,19),ricorda espressamente le due città di Eraclea e di Tespie, d’incerta localizzazione in Sardegna, presumibilmente connesse alla saga dei Tespiadi. In un altro passo Pausania afferma che, secondo gli stessi Tebani, Iolao sarebbe morto in Sardegna insieme ai Tespiadi ed agli Ateniesi che vi aveva condotto, sebbene anche a Tebe si mostrasse il sepolcro dell’eroe, dove per Aristotele si scambiavano il giuramento di fedeltà reciproca i soldati del battaglione sacro, uniti da un rapporto di amore invincibile ed indissolubile. Solino conferma la notizia, precisando che gli Iolei eressero un tempio sul suo sepolcro (sepulchro eius templum addiderunt”), perché aveva liberato l’isola da tanti mali, imitando le virtù di Eracle. Aristotele citava un eroe sardo che guariva dalle visioni coloro che dormivano nel suo tempio (“fanum”)[22].

    Desideriamo richiamare un aspetto poco noto anche tra gli studiosi: una versione del mito che non ci è conservata, ma che ci ha lasciato precise tracce nella narrazione di Diodoro e di Pausania, sembra poter riguardare la fondazione della colonia greca di Olbia, alla quale parteciparono i Tespiesi compagni di Iolao: tra essi sembra di poter inserire accanto a Iolao i due gemelli fondatori, Hippeus ed Antileon figli di Eracle e di Prokris[23]. Il ruolo dei due gemelli nella mitica colonizzazione della Sardegna è significativo, già per i due nomi dei protagonisti, che sono rari e fortemente caratterizzati: Antileon ricorda nel nome la vicenda della caccia al leone sul Monte Citerone, quando Eracle dopo due mesi circa riuscì ad uccidere il leone di cui indossò poi la pelle, che compare anche sul bronzetto di Posada collegato a un’importazione mercenariale italica di IV secolo a.C., oltre che sulla celebre testa di statua in terracotta ritrovata due decenni fa nel mare dell’isola Bocca presso Olbia. Il nome è raro ed è documentato in Eubea e nella Grecia continentale, oltre che a Rodi. Hippeus sembra invece evocare l’allevamento e la corsa dei cavalli, oppure l’introduzione della specie equina nell’isola, richiamando l’epiteto di Poseidone[24]; è attestato solo nelle isole settentrionali dell’Egeo. Hippeus potrebbe essere ricollegato all’eminenza del personaggio, al suo status all’interno della società e permette di ricollegarlo anche agli ippobotai, i nobili di Calcide ed Eretria che fondarono Pitecusa. Se il mito raccontava che i due gemelli guidarono, accanto a Iolao, la spedizione dei Tespiadi in occidente verso la Sardegna, appare immediato un parallelo con i Dioscuri, figli di Tindareo (o di Zeus) e di Leda, Castore e Polluce, che parteciparono alla spedizione degli Argonauti in Oriente, proteggendone la navigazione: Castore ippòdamos era un domatore di cavalli, Polluce era valente nel pugilato, pux agathos.

    L’interesse per i mirabilia sardi è tipico della storiografia siceliota, come ha ben messo in evidenza Emilio Galvagno[25], che ha sottolineato il richiamo al mito di Dedalo, che si localizza a Camico alla corte di Kokalos. Il quadro mitografico appare condizionato come è noto da una molteplicità di fattori, che testimoniano l’interesse del mondo greco, in particolare degli Ioni nel corso del VI secolo a.C., verso la Sardegna. In passato sono state ben rilevate anche le componenti euboiche del mito, ma in questa sede occorre sottolineare un aspetto specifico, quello siceliota, collegato all’arrivo di Dedalo dalla Sicilia, alla fondazione di Olbia, al ritorno di Iolao in Sicilia: temi che tendono a giustificare miticamente dapprima la supremazia commerciale di Corinto nel Tirreno per tutto il VII secolo a.C., e poi la potenza marittima che per tutto il V ed il IV secolo a.C. esercitò Siracusa. Una politica che poteva essere rafforzata richiamando immaginari precedenti mitici: in questa direzione portano alcuni nesonimi dell’arcipelago di La Maddalena e la fondazione storica del Portus Syracusanus nella Corsica meridionale: al di là dello stretto di Taphros (le Bocche di Bonifacio). Potrebbe aver avuto la stessa origine siracusana il porto Longone in Sardegna (Santa Teresa di Gallura), tra l’isola di Eracle (l’Asinara) e l’isola di Ermes (Tavolara). Anche se non vi fossero stati apporti etnici, le leggende potrebbero in ogni caso alludere almeno a rapporti commerciali tra Sicilia e Sardegna da parte dei Greci, svolti attraverso le isole dell’Arcipelago della Maddalena e il porto arcaico di Olbia, vista come uno scalo di genti massaliote e più tardi sicule[26]. L’ancoraggio finale di un gruppo di Tespiesi a Cuma è ugualmente una traccia delle vie da percorrere a ritroso per arrivare alle origini del mito.

    Forse pretendiamo troppo dal mito, che pure è saldamente ancorato dall’antica presenza del tempio di Melqart e poi di Eracle – deus patrius della città – sul colle di San Paolo[27]: ma il quadro storico consente di affermare che prima che i Cartaginesi si decidessero nella seconda metà del IV secolo a.C. a rifondare la colonia di Olbia, in connessione con il secondo trattato tra Roma e Cartagine, la Sardegna settentrionale doveva essere pienamente inserita nell’orizzonte degli interessi degli Ioni e dei Greci in Occidente, sia pure in “competizione” con i Fenici e con gli Etruschi. Noi giudichiamo la collocazione dell’isola forse ponendo un filtro a posteriori, ovvero pensando al periodo successivo, quando la presenza cartaginese si consolida e diventa esclusiva ed escludente: soprattutto per quel che concerne la Sardegna settentrionale, quella che non aveva visto il fenomeno della strutturazione coloniale fenicia, la situazione doveva e poteva essere diversa. Ichnoussa-Sandaliotis era stata certamente un’area la cui definitiva posizione non era acquisita in modo stabile, aperta alle correnti commerciali e, di conseguenza, alle più diverse influenze culturali ad opera degli Etruschi, dei Greci, dei Sicelioti oltre che dei Fenici, dei Cartaginesi. Senza contare poi che i rapporti commerciali dovettero essere costanti e prolungati nel tempo.

    Oggi ipotizziamo una crisi demografica al momento dell’insediamento fenicio (metà dell’VIII secolo), ma che concorre alla nascita di un centro multietnico attraverso l’inurbamento dei Balari e dei Corsi delle campagne ben prima che i Cartaginesi consolidassero la loro presenza. Sono ormai evidenti le connessioni mediterranee del primo insediamento sorto ad opera del Fenici, l’irruzione della presenza greca già trenta anni prima della fondazione di Massalìa (630 a.C.), il carattere di deduzione coloniale di Olbia, vera e propria città di fondazione cartaginese forse con l’apporto di genti libiche (330 a.C.), i mutamenti introdotti dalla conquista romana dopo il 238 a.C. nella struttura sociale, economica, culturale ed urbanistica della città punica, il carattere multiculturale del possibile municipio romano, l’arrivo dei Vandali alla vigilia del sacco di Roma del 455, che rappresenta il momento finale della città antica[28]: Olbia è veramente un modello esemplare, un originale caso di studio sulle dinamiche di stratificazione culturale, un luogo in cui Museo, Soprintendenza, Università, Comune, società civile concorrono a ricostruire la straordinaria ricchezza di un passato lontano, che è stato un passato di scontri e di conflitti ma anche di convergenze e di apporti culturali pacifici.

    L’aspetto più significativo della colonia cartaginese che differenzia Olbia da altri centri punici è quello della precoce affermazione di importazioni dall’area etrusco-laziale, forse a causa della presenza di mercatores italici, in apparente contrasto con l’inserimento dell’isola all’interno della “zona proibita” interdetta al commercio romano a partire dal 348 a.C. Le ceramiche di tradizione indigena documentate nella città punica testimoniano una forte commistione etnica ed afferiscono ad elementi sardi inurbati integrati nella compagine etnico-culturale nord-africana. La modellatura a mano della ceramica sembra documentare il persistere di forti tradizioni nuragiche, nel nuovo contesto socio-culturale della fondazione punica, con prosecuzione di tradizioni e specifiche abitudini alimentari. Attraverso questa lettura dei documenti archeologici si può accertare il fenomeno della contaminazione culturale e del passaggio di elementi formali dall’una e dall’altra delle due contigue tradizioni vascolari. Non mancano dati analoghi dagli scavi di Doro Levi nelle necropoli di San Simplicio-Abbanoa e Juanne Canu, che furono oggetto cinquanta anni fa della innovativa tesi di laurea di Maria Antonietta Mongiu[29]. Oggi abbiamo molte testimonianze dell’intensificarsi dei rapporti di Olbia con l’Italia centrale all’indomani dell’occupazione romana[30]. che segna l’esplosione dell’abitato e lo sviluppo del territorio con la nascita di fattorie tardo-repubblicane come a S’Imbalconadu[31]: nascono nuovi modelli produttivi e artigianali che coesistono e interagiscono con un substrato culturale punico ancora vitale, mentre si assiste ad un deciso impegno delle autorità romane per una sedentarizzazione delle popolazioni locali, i Balari del Logudoro[32] ed i Corsi della Gallura. Olbia diventa il principale porto della Sardegna come testimonia già la presenza di Quinto Cicerone legato di Pompeo per la raccolta di frumento tra il dicembre 57 e il giugno 56 a.C., come testimoniano le lettere del fratello Marco, che citano Olbia tre volte[33]; la città era stata collegata sotto questo profilo con le antiche colonie fenicio-puniche della costa occidentale dell’isola attraverso un’arteria stradale che diventa la spina dorsale dei traffici interni, continuamente restaurata e sistemata soprattutto nel III e IV secolo d.C. Attraverso la documentazione epigrafica è possibile studiare una nutrita componente di immigrati (dall’area umbra ma anche dalla Gallia e dall’oriente, oltre che da Cipro) e il suo interagire con la popolazione locale di origine paleosarda: tra tutte emerge con freschezza la figura della liberta di Nerone Claudia Atte, con le produzioni delle sue fabbriche, con il suo mondo affettivo e religioso legato alla protezione della dea dei plebei Cerere, che aveva salvato dalla congiura di Pisone l’imperatore Nerone[34]: il ritratto di Olbia del giovane Domizio prima dell’adozione è il prototipo dei ritratti imperiali, trasportato ad Olbia con tutta probabilità per la villa di Claudia Atte[35]. In epoca imperiale l’estensione delle proprietà senatorie (in particolare quelle dei Domitii) e del latifondo imperiale indirizzò il milieu sociale verso lo sviluppo di un’estesa componente schiavile e libertina proveniente dalle aree orientali, documentata dall’onomastica delle iscrizioni delle necropoli olbiensi. I culti per Eracle, per Cerere e per Demetra segnano il territorio; più tardi, attorno al culto martiriale di Simplicio, i ricchi esponenti dell’aristocrazia cristiana promuovono la condizione sociale di schiavi e peregrini. Continuano intanto le importazioni africane, come testimonia la ceramica sigillata africana D recentemente studiata da Giovanna Pietra per il periodo tra il IV ed il VI secolo d.C.[36]

    Il porto, con la sua organizzazione di navicularii[37], costituì per secoli la porta d’ingresso alla Sardegna almeno fino all’attacco dei Vandali ed all’affondamento delle navi (due sono pertinenti ad età neroniano-vespasianea e ben quattordici al V secolo d.C.) che i recenti scavi hanno consentito di riportare alla luce: la lunga e faticosa indagine svolta è stata il momento in cui la grande storia ha fatto irruzione nella città di oggi, arrivando a trovare consonanze, conferme e integrazioni rispetto alla più minuta documentazione archeologica[38]. La dominazione vandala scardina la struttura economica e lede l’identità stessa di Olbia romana avviando quella crisi del territorio che è accompagnata dal riemergere di tradizioni ancestrali e di riti pagani nell’area gallurese: la città (Fausiana) non si risolleva e Gregorio Magno descriverà una landa pagana ai margini della provincia bizantina[39]. Non mancano testimonianze di attacchi islamici a Olbia nel VII secolo.[40]

    Le ultime novità hanno riguardato in particolare l’urbanistica, grazie alla serie di scavi d’urgenza e agli interventi programmati[41]: il foro[42], l’acquedotto[43], le terme[44], i santuari urbani con le loro stratificazioni[45], il colle di San Simplicio[46], e poi le ville decorate[47], le necropoli di San Simplicio, Juanne Canu, Acciaradolzu, Isciamariana, Via Napoli, Su Cuguttu, Via Magellano[48]; e poi la statuaria[49], i preziosi[50]. Si è già detto della villa romana repubblicana (II secolo a.C.) di S’Imbalconadu[51], della viabilità[52], della ceramica di importazione[53], la ceramica di produzione locale, i manufatti lapidei[54], l’area portuale rimasta come pietrificata dall’affondamento dei battelli in rada, i relitti (vd. supra). E poi i resti animali, legati al’alimentazione e alla macellazione[55]. Infine l’agro, che andava da Santa Teresa di Gallura ad Arzachena, da Luogosanto a Bortigiadas, da Telti a Tempio Pausania, fino a Monti, Berchidda, Calangianus[56].

    Gli studiosi concordano sulla condizione di municipio di cittadini romani per Olbia per molte ragioni, compresa la presenza di un funzionario imperiale addetto al calendarium Olbiae (ILSard. I 314), un registro di credito per i prestiti concessi ad interesse; ma segnaliamo la presenza di imperatori o donne della famiglia imperiale (Claudia Atte con Nerone) e di dediche effettuate dal governatore provinciale ancora sotto Costantino, come se il porto fosse il punto di sbarco del preside della Sardegna, il clarissimo Tito Settimio Gianuario nell’ambito di un conventus giudiziario (CIL X 7974; vd. anche ad es. ILSard. I 310); infine per la presenza ad Olbia di tituli honorarii (EDCS-71000300). Se Olbia era un municipio (magari riconosciuto dopo il viaggio in Sardegna da Giulio Cesare), si pone il problema dell’ampiezza del suo territorio, con riferimento al percorso delle principali strade romane, dirette verso l’interno e lungo la costa. Alcuni dati sono ormai ampiamente acquisiti: il territorio direttamente controllato non si allontanava molto dalla costa, se arrivava sulla variante per Carales fino alla rupe naturale con l’iscrizione dei Balari posta dal praef(ectus) Sardiniae nell’alveo del rio Scorraboes tra Monti e Berchidda. Il terminus rappresentava il confine tra la città romana verso oriente ed il territorio dei Balari (comunità indigena forse adtributa al territorium municipale) verso occidente (AE 1992, 896). Verso Sud il territorio doveva essere molto più ampio, come forse testimonia l’antica diocesi di Civita e una parte del Giudicato medioevale.

    In totale i principali repertori attribuiscono ad Olbia 109 iscrizioni[57], cui vanno aggiunte quelle greche (un naukléros cipriota), le false, l’instrumentum[58]: bolli su lateres urbani, tegulae, anfore, vetri, gemme, bolli su terra sigillata italica, tardo-italica e sud-gallica[59], lucerne[60], matrici fittili[61], piombo, legno. Emerge un rapporto diretto con la casa imperiale[62].

    Ci limiteremo in questa sede a commentare tre scoperte: il planetario metallico, simbolo di una conoscenza evoluta dell’astronomia[63]; la matrice per il pane col trionfo di due (o tre) imperatori[64] e la ormai celebre defixio di Olbia[65].

    Il planetario metallico è stato rinvenuto nell’area del mercato civico ed ora è confrontato con l’enigmatico Calcolatore di Antikythera e col planetario di Archimede (III secolo a.C.): il che testimonia un inatteso elevato livello di conoscenze scientifiche.

    In occasione del XVIII Convegno internazionale de L’Africa Romana è stata presentata a Olbia una matrice per il pane trovata ad Olbia ricchissima di immagini, che difficilmente può rappresentare il trionfo di Vespasiano e Tito del 71 d.C. dopo la distruzione di Gerusalemme: Domiziano comparirebbe a cavallo. Come già osservato dalla Gualandi, la scena in realtà sembra vada riferita ad epoca tetrarchica oppure in età severiana [66]: ciò non toglie nulla all’importanza del documento davvero unico nel suo genere.

    Resta da dire della defixio di Olbia, proveniente dalla località Giuncalzu e attualmente al Laboratorio di Li Punti per la ricomposizione degli otto frammenti opistografi in piombo (EDCS-48900623-9; EDR 154236)[67]. La scrittura è stata effettuata con uno stilo metallico nel V secolo d.C. Secondo Gabriella Bevilacqua <<l’individuazione dei termini hos homines fa dedurre che la defixio fosse indirizzata a due o più individui, i cui nomi dovevano essere espressi nel testo, probabilmente all’inizio, forse preceduti da quelli dei demoni infernali, come è nella consuetudine, e concordati da verbi esecratori come defamantur del fr. 1., de sacrifico del fr. 2>>. Il testo è stato emendato da Del Monaco in ma[l]os omines.Seguiva l’allocuzione agli dei inferi, come dimostrerebbe la presenza del termine da]emones sul frammento 6, nome concordato con forme verbali che potrebbero individuarsi in alcuni gruppi sillabici, -ate, –uite dei frr. 1a e 6 b, attribuibili a una seconda persona plurale di verbi all’imperativo, cui riferire forse anchedamnia[te?] (fr. 1 a) e [—pr]oteg[ite?] oppure [—]o teg[ite?] (fr. 5 a). Questi verbi erano seguiti presumibilmente dalla formula di impedimento ad agire (neque…neque [possint?] + infinito: fr. 1 b) e, se è accettabile l’ipotesi di lettura di un verbo all’infinito nel fr. 3 b, dormi[re], questo poteva esservi connesso. Si può supporre che a questi da]emones venissero affidati, data (fr. 2 b, l. 2), i nomi di questi uomini, elencati ipoteticamente all’inizio. Per quanto riguarda la correlazione neque…neque (fr. 1 b), è possibile che, come nelle laminette britanniche, seguisse la formula della “consegna” (dedo, fr. 3 a) dei nomi agli dei inferi. I confronti principali per la Bevilacqua sono le defixiones da Cuma e soprattutto da Hadrumetum. <<Dai pochi elementi emersi è difficile riconoscere la categoria cui la defixio possa ascriversi, ma forse proprio la presenza dell’espressione (h)os (h)omines ci può suggerire un movente accusatorio nei confronti di ladri, di calunniatori, o altro, avvalorato, se è corretta la lettura del frammento 4 a, dall’espressione iura ligo, che ci rimanda a una formula di giuramento e che può accordarsi con una richiesta di giustizia>>. Di recente Del Monaco ha avvicinato tra loro molti frammenti ed esclusa l’espressione iura ligo (o ius aligo), nel senso di ‘lego i giuramenti’, ‘lego i patti’; preferisce intendere [pr]oteg[ite] iura e ligo aqua[s]. Infine: no<c>tem dormi[re]; neque malos (h)omines e [f]amula, con riferimento alla condizione servile di un personaggio; omni scabie..

    Con questo documento enigmatico, chiudiamo il quadro di una città, Olbia, che conferma – se ne avessimo bisogno – il contatto tra culture diverse, con l’emergere occasionale di una identità profonda fondata su una antica tradizione di pratiche magiche e su singolari convergenze, in rapporto col culto delle acque e col culto dei morti. Il che apre davvero un orizzonte quanto mai ricco e sorprendente.


    [1] Un primo approccio: AA.VV., La Gallura. Una regione diversa in Sardegna. Cultura e civiltà del popolo gallurese, a cura di S. Brandanu, San Teodoro 2001.

    [2] F. di Gennaro, S. Amicone, R. D’Oriano, P. Mancini, L’insediamento villanoviano dell’isola di Tavolara, presso le coste della Gallura, The Journal of Fasti On Line, Roma 2023.

    [3] Iniziando da R. D’Oriano, Prime evidenze su Olbia arcaica, Da Olbìa ad Olbia cit., pp. 37-48.

    [4] R. D’Oriano, Indigeni, Fenici e Greci a Olbia, in Incontri tra culture nel mondo mediterraneo antico, Atti del XVII congresso internazionale di Archeologia Classica (Roma, 22-26 settembre 2008), XVII International Congress of Classical Archaeology, Roma 22-26 sept. 2008, in Bollettino di Archeologia online, I (2010), www.beniculturali.it/bao, pp. 10-25; Id., Elementi di urbanistica di Olbia fenicia, greca e punica, in S. Helas, D. Marzoli (eds.), Phönizisches und punisches Städtewesen, Akten der internationalen Tagung in Rom (Rom, vom 21. bis 23 Februar 2007). Iberia Archaeologica, 13. Philipp Von Zabern, Mainz am Rhein, pp. 369-387; una sintesi: R. D’Oriano, Olbia 630–510 a.C.: l’unico insediamento greco della Sardegna, in Comparing Greek Colonies, Mobility and Settlement Consolidation from Southern Italy to the Black Sea (8th – 6th Century BC). Proceedings of the International Conference (Rome, 7.–9.11.2018), Edited by C. Colombi, V. Parisi, O. Dally, M. A. Guggisberg and G. Piras, De Gruyter, Berlino 2022, pp. 378-393; B. D’Agostino, D. Ridgway, Apoikia; i più antichi insediamenti greci in Occidente; funzioni e modi dell`organizzazione politica e sociale. Scritti in onore di Giorgio Buchner (Annali di Archeologia e Storia Antica, n.s., 1, 1994). Napoli 1995, pp. 127-131.

     [5] G. Pisanu, “Olbia punica e il mondo tirrenico”, in Bollettino di Archeologia on line. Volume speciale, XVII International Congress of Classical Archaeology “Meeting between Cultures in the Ancient Mediteranean” (Roma, 2008), 2010, pp. 26-35, https://bollettinodiarcheologiaonline.beniculturali.it/ wp-content/uploads/2019/01/4_Pisanu_paper.pdf; R. D’Oriano, Olbia: ascendenze puniche nell’impianto urbanistico romano, in L’Africa Romana, VII, Sassari 1990, pp. 487-496; A. Campus, F. Manconi, Olbia. Un’area sacra sotto Corso Umberto n. 138: gli elementi punici, i resti faunistici, in L’Africa Romana, VII, Sassari 1990, pp. 497-502. Vd. R. Zucca, Olbia antiqua, in Da Olbìa a Olbia, I, cit., pp. 251-279; F. Vattioni, Un’iscrizione neopunica da Olbia, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 815-816.

    [6] Per un quadro complessivo: Da Olbìa ad Olbia, 2500 anni di una città mediterranea, Atti del Convegno maggio 1994, I, Olbia in età antica, a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1996, pp. 49-87; riediz. Edes, Sassari 2004; ora soprattutto G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8). Vd. anche G. Pietra, “I Romani a Olbia: dalla conquista della città punica all’arrivo dei Vandali”, in Bollettino di Archeologia on line. Volume speciale, XVII International Congress of Classical Archaeology “Meeting between Cultures in the Ancient Mediteranean” (Roma, 2008), 2010, pp. 47-62, https://bollettinodiarcheologiaonline.beniculturali.it/ wp-content/uploads/2019/01/8_Pietra_paper.pdf; G. Pietra, Olbia, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 84-87.

    [7] P. Ruggeri, “Olbia romana. Una città multiculturale”, in Bollettino di Archeologia on line. Volume speciale, XVII International Congress of Classical Archaeology “Meeting between Cultures in the Ancient Mediteranean” (Roma, 2008), 2010, pp. 66-77, <https://bollettinodiarcheologiaonline. beniculturali.it/wp-content/uploads/2019/01/7_ Ruggeri_paper.pdf>.

    [8] A. Mastino, Olbia in età antica, in Da Olbìa ad Olbia, 2500 anni di una città mediterranea, Atti del Convegno maggio 1994, I, Olbia in età antica, a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Chiarella, Sassari 1996, pp. 49-87.

    [9] P. Tamponi, Silloge epigrafica Olbiense, Sassari 1895, ristampa critica a cura di P. Ruggeri, Milano 1999.

    [10] D. Panedda, Olbia nel periodo punico e romano, Roma 1953 (ristampa anastatica, Sassari, Carlo Delfino editore, 1987); Id., L’agro di Olbia nel periodo preistorico, punico e romano, Roma 1954 (ristampa anastatica, Sassari, Carlo Delfino editore, 1987); Id., Olbia e il suo volto, Sassari, Carlo Delfino editore, 1989.

    [11] Le leggende marinare greche sono documentate in età classica (A. Mastino, Eracle nel Giardino delle Esperidi e le Ninfe della Sardegna nell’Occidente Mediterraneo mitico, “Archivio Storico Sardo”, LV, 2020, Cagliari, Deputazione di Storia Patria, pp. 9-90), ma arrivano all’età dei Vandali (Id., L’amore coniugale nella Sardinia vandala: le roselline di Sitifis e l’erba sardonia simbolo poetico dell’unione tra Ioannes e Vitula. Nota sui rapporti artistici tra il regno vandalo africano e la più grande delle sue province transmarine, in Deputazione di Storia Patria per la Sardegna, Studi in memoria di Renata Serra, a cura di L. D’Arienzo, I, Cagliari 2023, pp. 163-178).

    [12] M. Gras, Il Mediterraneo in età arcaica. Fondazione Paestum, Paestum 1997, p. 153.

    [13] M. Giangiulio, Avventurieri, mercanti, coloni, mercenari, Mobilità umana e circolazione di risorse nel Mediterraneo arcaico, Torino 1996.

    [14] P. Bernardini, P. G. Spanu, R. Zucca (a cura di), μάχη, La battaglia del Mare Sardonio, Studi e ricerche, Cagliari-Oristano 2000; L. Antonelli, Dalla scoperta dell’Occidente alla battaglia del mare Sardonio, “Esperia”, XXIII, 2008, pp. 41-57.

    [15] Per l’epigrafe greca: R. D’Oriano e G. Marginesu, Un graffito greco arcaico da Olbia, in F. Cenerini e P. Ruggeri (a cura di), Epigrafia romana in Sardegna. Atti del I Convegno di Studio di Sant’Antioco (14-15 luglio 2007). Carocci, Roma 2008, pp. 197-208.

    [16] S. Amigues, Une incursion des Romains en Corse d’après Théophraste, H. P. V, 8, 2, «Revue des Études Anciennes», 92, 1990, pp. 79-83; R. Zucca, La Corsica romana, S’Alvure, Oristano 1996, pp. 69 ss.

    [17] R. D’Oriano, Contributo al problema di Feronia polis in “Nuovo Bullettino Archeologico Sardo”, II, 1985, 1989, pp. 229-247; P. Ruggeri, Titus Manlius Torquatus, privatus cum imperio, in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigrafia, Edes, Sassari 1999, pp. 115-129.

    [18] A, Akerraz, A. Siraj, R. Zucca, Il Mediterraneo di Herakles, pp. 11-16; Iid., Herakles alle porte della sera, pp. 18-27; Sardus Herculis filius, pp. 44-47; R. Zucca, Hercules Sardus, pp. 57-61, in AA. VV., L’isola di Herakles, Guida alla mostra. Oristano 2 febbraio-15 settembre 2004, Oristano 2004.

    [19] Daedaleia. Le torri nuragiche oltre l’età del Bronzo, a cura di E. Trudu, G. Paglietti, M. Muresu, Atti del Convegno di studi (Cagliari, Cittadella dei Musei, 19-21 aprile 2012), 2016 (Layers. Archeologia Territorio Contesti, 1).

    [20] Nessun collegamento col rinvenimento di ceramica attica ad Olbia: F. Corrias, Produzioni attiche e occidentali da Olbia. La ceramica a vernice nera, “Erentzias”, II, 2012-14, a cura di M.R. Manunza, L. Usai, Felici Editore, Pisa 2018, pp. 157-174.

    [21] A. Mastino, I miti classici e l’isola felice, in Logos perì tes Sardous, Le fonti classiche e la Sardegna, a cura di Raimondo Zucca, Carocci, Roma, pp. 11-26.

    [22] Ibid.

    [23] A. Mastino, Nota su Olbia arcaica: i gemelli dimenticati, in Ministero peri Beni e le attività culturali, Bollettino di archeologia online, volume speciale, XVII, www.beniculturali.it/bao, 2010, pp. 1-7; I. Oggiano, R. D’Oriano, Iolao ecista di Olbia: le evidenze archeologiche tra VIII e VI secolo a.C., in P. Bernardini. R. Zucca (a cura di) Il Mediterraneo di Herakles, Atti del convegno di studi, Carocci, Roma 2005, pp. 169-199.

    [24] Su Poseidone, l’amico Silvano Tagliagambe mi ha suggerito la lettura della riedizione in lingua italiana del libro di P.A. Florenskij, Primi passi della filosofia, Lezioni sull’origine della filosofia occidentale, traduzione dal russo di A. Dezi, 2020, pp. 210 ss. (<<il cavallo simbolizza una massa schiumante di acqua che si solleva dall’abisso, ossia dal ponto, per volontà di Poseidone>>, p. 220); vd. ora S. Tagliagambe, Il Mediterraneo dentro. La Sardegna tra e memoria e avvenire, Sesto San Giovanni, Mimesis(eterotopie 2024, pp. 25 ss.

    [25] E. Galvagno, La Sardegna vista dalla Sicilia: Diodoro Siculo, in I miti classici e l’isola felice, in Logos peri tes Sardous, Le fonti classiche e la Sardegna, a cura di Raimondo Zucca, Carocci, Roma, pp. 27-38.

    [26] Per le “Isole dei conigli”, R. Zucca, Βαλιαρίδεϛ Τυρρενικαῖ νήσοι, “Miscellanea greca e romana. Studi pubblicati dall’Istituto Italiano per la Storia Antica”, XXI, 1997, 65, pp. 355-365.

    [27] R. D’Oriano, “Un santuario di Melqart-Ercole ad Olbia”, in L’Africa romana, vol. 2, a cura di A. Mastino, P. Ruggeri, Atti del X convegno di studi (Oristano, 11-13 dicembre 1992), Sassari, Archivio Fotografico Sardo, 1994, pp. 937-948; vd. M.L. Gualandi, “Un Eracle-Melqart dalle acque del golfo di Olbia”, in Da Olbìa ad Olbia. 2500 anni di storia di una città mediterranea, a cura di A. Mastino, P. Ruggeri, Atti del convegno internazionale di studi (Olbia, 12-14 maggio 1994), Sassari, Chiarella, 1996, pp. 187-205; G. Pietra, “Tra Melqart e Ercole: interventi edilizi tardo repubblicani nel santuario dell’acropoli di Olbia”, in Antenor, VI, 2007, pp. 7-19; R. D’Oriano, G. Pietra, “Mehercle! Culto e immagini di Ercole a Olbia”, in Sardinia, Corsica et Baleares antiquae, I, 2003, pp. 136-145; G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8), pp. 56 ss.

    [28] G. Pietra, “I Vandali in Sardegna: nuove acquisizioni dai relitti del porto di Olbia”, in L’Africa romana. Mobilità delle persone e dei popoli, dinamiche migratorie, emigrazioni ed immigrazioni nelle province occidentali dell’Impero romano, vol. 2, a cura di A. Akerraz, P. Ruggeri, A. Siraj, C. Vismara, Atti del XVI convegno di studio (Rabat, 15-19 dicembre 2004), Roma, Carocci, 2006, pp. 1307-1320.

    [29] Ora molte più informazioni in G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8), pp. 120 ss. e 157 ss. Su Doro Levi, vd. T. Abis, L’archeologo, la spia e l’ambasciatore. La fuga di Doro Levi negli Stati Uniti , “Quaderni di storia”, 94, 2021, pp. 141-188. A Doro Levi la Regione Sardegna dedicò a Cagliari un convegno venti anni fa, con la partecipazione di Fausto Zevi.

    [30] J. Debergh, Autour des combats des années 259 et 258 en Corse et en Sardaigne, Studia Phoenicia-X. Punic Wars (Orientalia Lovaniensia analecta-33), Leuven 1989, pp. 37 ss.; J. Debergh, Olbia conquistata dai Romani nel 259 a.C. ? in Da Olbìa a Olbia. 2500 anni di storia di una città mediterranea, I, a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1996 pp. 235-250.

    [31] A. Sanciu, Insediamenti rustici d’età tardo-repubblicana nell’agro di Olbia, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 777-799; Id., Una fattoria d’era romana nell’agro di Olbia, Sassari, Boomerang Edizioni, 1997.

    [32] L. Gasperini, “Il macigno dei Balari ai piedi del Monte Limbara (Sardegna Nord- Orientale)”, in Rupes loquentes. Atti del Convegno internazionale di studio sulle iscrizioni rupestri di età romana in Italia (Roma-Bomarzo, 13-15 ottobre 1989), a cura di L. Gasperini, Roma, L’Erma di Bretschneider, 1992, pp. 579-589 (Istituto italiano per la storia antica, 53).

    [33] CIC. Q.fr. 2, 3,7 (post illam Ulbiensem epistulam); 2, 7 (6)1 (Ulbia); vd. anche 2, 4,7 (Olbia ?).

    [34] P. Ruggeri, I ludi ceriales del 65 d.C. e la congiura contro Nerone: CIL XI 1414 = ILSard 309 (Pisa),in XVIII Miscellanea greca e romana dell’Istituto Italiano per la Storia Antica, Roma 1994, pp. 167 ss.; A. Mastino, P. Ruggeri, Claudia Augusti liberta Acte, la liberta amata da Nerone ad Olbia, “Latomus. Revue d’Études Latines”, LIV,3, 1995, pp. 513-544.

    [35] G. Pietra, “Le forme del potere imperiale a Olbia da Nerone ai Flavi”, in L’Africa romana. Trasformazione dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, vol. 2, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Atti del XIX convegno di studio (Sassari- Alghero, 16-19 dicembre 2010), Roma, Carocci, 2012, pp. 1931-1941.

    [36] G. Pietra, “La ceramica sigillata africana D in Sardegna: dinamiche storiche ed economiche tra tardo antico e alto Medioevo. Il quadro regionale e il caso di Olbia”, in L’Africa romana. Le ricchezze dell’Africa. Risorse, produzioni, scambi, vol. 3, a cura di J. González, P. Ruggeri, C. Vismara, R. Zucca, Atti del XVII convegno di studio (Sevilla, 14-17 dicembre 2006), Roma, Carocci, 2008, pp. 1758-1782; per i precedenti: V. Cabras, Importazioni e consumo di sigillata africana C a Olbia, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 1959-1984. Vd. anche A. Sanciu, Bolli su terra sigillata italica da Olbia, in “L’Africa Romana, IX”, Atti del IX convegno di studio, Nuoro 13 -15 dicembre 1991, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1992, pp. 673-685.

    [37] Per i navicularii di Olbia ad Ostia, vd. M.A. Pisanu, Olbia dal V al X secolo, Appendice, in AA. VV., Da Olbìa a Olbia, I, cit., pp. 500-503.

    [38] Sul porto di Olbia cfr. D. Gandolfi, Primi risultati tipologici e cronologici di un saggio stratigrafico nel porto di Olbia (Archeologia subacquea, 3), Bollettino d’Arte, Suppl. al n. 37-38, 1986, pp. 115 ss.; F. Pallarés, Relazione preliminare sulle ricerche effettuate nel porto di Olbia. Campagna di scavo 1977-1981 (Archeologia subacquea, 3), cit., pp. 107 ss.; Eadem, Campagna di scavo nel porto di Olbia, “Forma Maris Antiqui”, 11-12, 1975-1981, pp. 250 ss.; R. D’Oriano, “Relitti di storia: lo scavo del porto di Olbia”, in L’Africa romana, in Lo spazio marittimo del Mediterraneo occidentale: geografia storica ed economica, vol. XIV, 2, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XIV convegno di studio (Sassari, 7-10 dicembre 2000), Roma, Carocci, 2002, pp. 1249-1262; R. D’Oriano, “Euploia. Su due luoghi di culto del porto di Olbia”, in Sardinia, Corsica et Baleares antiquae, II, 2004, pp. 109-118; P. Cavaliere, Anfore puniche dell’isola Bocca, in Da Olbìa a Olbia, cit., I, pp. 177-185; G. Pietra, Il porto di Olbia e la Sardegna nord-orientale in età romana, in Porti antichi e retroterra produttivi Strutture, rotte, merci a cura di Marinella Pasquinucci e Antonino Facella (Instrumenta 6), Pisa 2023, pp. 199 -206; R. D’Oriano, G. Pietra, E. Riccardi, “Nuovi dati sull’attività portuale di Olbia tra VI e XI sec. d.C.”, in Forme e caratteri della presenza bizantina nel Mediterraneo occidentale: la Sardegna (secoli VI-XI), a cura di P. Corrias, Atti del Convegno (Oristano, 22-23marzo 2003), Cagliari, Condaghes, 2012, pp. 129-162; V. Gavini, E. Riccardi, “Elementi di carpenteria navale dai relitti del porto di Olbia”, in L’Africa romana. I luoghi e le forme dei mestieri e della produzione nelle province africane, vol. XVII, 3, a cura di M. Milanese, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XVIII convegno di studio (Olbia, 11-14 dicembre 2008), Roma, Carrocci, 2010, pp. 1885-1896. Sulle navi interrite, vd. anche sempre su L’Africa Romana, XIV: E. Riccardi, I relitti del porto di Olbia, pp. 1263 ss.; G. Pisanu, Materiale di fase punica dallo scavo del porto di Olbia, pp. 1275 ss.; A. Sanciu, Lucerne con bolli di fabbrica dal porto di Olbia, pp. 1281 ss.

    [39] R. D’Oriano, G. Pietra, “Olbia dal collasso della città romana al Giudicato di Gallura: punti fermi e problemi aperti”, in Settecento- Millecento. Storia, Archeologia e Arte nei secoli bui del Mediterraneo. Dalle fonti scritte, archeologiche ed artistiche alla ricostruzione della vicenda storica. La Sardegna laboratorio di esperienze culturali, 1.1, a cura di R. Martorelli, Atti del Convegno (Cagliari, 17-19 ottobre 2012), Cagliari, Scuola Sarda Editrice, 2013, pp. 365-386; G. Pietra, “Olbia tra paganesimo e cristianesimo”, in Isole e terraferma nel primo cristianesimo identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, a cura di R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu, Atti XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Cagliari-Sant’Antioco, 23-27 settembre 2014), Cagliari, PTFS University Press, 2015, pp. 815-820.

    [40] W. E. Kaegi, Gightis and Olbia in the Pseudo-Methodius Apocalypse and their significance, «Byzantinische Forschungen», 26, 2000, pp. 161 ss., sulla base di una rilettura di Die Apokalypse des Pseudo-Methodius. Die Ältesten griechischen und Lateinischen Übersetzungen, a cura di W.J. Aerts e G. A.A. Kortekaas, CSCO 569 (subsidia 97), Lovanii 1998, pp. 94 s., 98 ss.

    [41] G. Pietra, “Considerazioni sull’urbanistica di Olbia romana”, in Ricerca e confronti. Giornate di studio di archeologia e storia dell’arte (Cagliari, 7-9 marzo 2006), a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, A. Pasolini, Cagliari, Eedizioni AV, 2007, pp. 249-260.

    [42] G. Pietra, “Il foro di Olbia”, in L’Africa romana. I luoghi e le forme dei mestieri e della produzione nelle province africane, vol. XVIII, 3, a cura di M. Milanese, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XVIII convegno di studi (Olbia, 11-14 dicembre 2008), Roma, Carocci, 2010, pp. 1843-1863; Ead., G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8), pp. 69 ss.

    [43] A. Sanciu, “Scavi all’acquedotto romano di Olbia”, in Sardinia, Corsica et Baleares antiquae, I, 2003, pp. 147-152; G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8), pp. 86 ss.

    [44] G. Pietra, “Un nuovo impianto termale a Olbia”, in Sardinia, Corsica et Baleares antiquae, 3, 2005, pp. 75-79.

    [45] R. D’Oriano, G. Pietra, “Stratificazione dei culti urbani di Olbia fenicia, greca, punica e romana”, in MEIXIS. Dinamiche di stratificazione culturale nella periferia greca e romana, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, C. Pilo, Atti del convegno internazionale di studi “Il sacro e il profano” (Cagliari, Cittadella dei musei, 5-7 maggio 2011), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2012, pp. 173-188 (Archaeologica, 169); G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8), pp. 56 ss.

    [46] R. D’Oriano, G. Pietra, G. Pisanu, “Olbia. San Simplicio – Urban Center. Tempio e necropoli”, in Erentzias, II (2012-14), 2018, pp. 383-387.

    [47] R. Colombi, “Intonaci dipinti da un quartiere abitativo nel centro urbano di Olbia”, in Sistemi decorativi della pittura antica: funzione e contesto, a cura di F. Donati, I. Benetti, Atti del II Colloquio Nazionale AIRPA (Pisa, 14-15 giugno 2018), Roma, Quasar edizioni, 2020, pp. 159-164.

    [48] G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8), pp. 109 ss.

    [49] S. Angiolillo, Due nuovi ritratti imperiali a Olbia, L’Africa romana XVIII: i luoghi e le forme dei mestieri: atti del 18. Convegno di studio, 11-14 dicembre 2008, Olbia, Italia. Roma 2010, Carocci editore, pp. 1825-1842; S. Angiolillo, R. D’Oriano, “Disiecta membra di una statua bronzea da Olbia”, in Epì oinopa ponton. Studi sul Mediterraneo antico in ricordo di Giovanni Tore, a cura di C. Del Vais, Oristano, S’Alvure, 2012, pp. 669-680.

    [50] S. Angiolillo, “Alla ricerca del tesoro perduto. A proposito di un corredo di preziosi rinvenuto ad Olbia”, in Sardinia antiqua. Studi in onore di Piero Meloni in occasione del suo settantesimo compleanno, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1992, pp. 403-414.

    [51] A. Sanciu, Insediamenti rustici d’età tardo-repubblicana nell’agro di Olbia, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 777 ss.; Id., Una fattoria d’età romana nell’agro di Olbia, Sassari 1997.

    [52] R. D’Oriano, Nuovi dati sulla viabilità nell’agro di Olbia, in L’Africa Romana, XII, Olbia 1996, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Sassari 1998, pp. 801-810; N. Canu, S. Giuliani, La viabilità extraurbana nel territorio di Olbia. Per un sistema unitario nello studio della viabilità della Sardegna romana, in L’Africa romana. I luoghi e le forme dei mestieri e della produzione nelle province africane, vol. XVIII, 3, a cura di M. Milanese, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XVIII convegno di studio (Olbia, 11-14 dicembre 2008), Roma, Carocci, 2010, pp. 1875-1883.

    [53] G. Bevilacqua, R. D’Oriano, Exotica come segni del potere: un thymiaterion cnidio da Olbia, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 1943-1958; G. Pietra, “La ceramica sigillata africana D in Sardegna: dinamiche storiche ed economiche tra tardo antico e alto Medioevo. Il quadro regionale e il caso di Olbia”, in L’Africa romana. Le ricchezze dell’Africa. Risorse, produzioni, scambi, vol. VII, 3, a cura di J. González, P. Ruggeri, C. Vismara, R. Zucca, Atti del XVII convegno di studio (Sevilla, 14-17 dicembre 2006), Roma, Carocci, 2008, pp. 1758-1782; V. Cabras, Importazioni e consumo di sigillata africana C a Olbia, L’Africa Romana, XIX.cit., pp. 1959-1984.

    [54] S. Mameli, Un rilievo figurato da Villa Tamponi a Olbia, in L’Africa romana XVIII, cit., pp. 1815-1824.

    [55] F. Manconi, “Olbia. Un’area sacra sotto Corso Umberto n. 138: i resti faunistici”, in L’Africa romana, vol. VII, 1, a cura di A. Mattone, Atti del VII Convegno di studio (Sassari, 15-17 dicembre 1989), Sassari, Edizioni Gallizzi, 1990, pp. 503-510: Ead., “Olbia. Su Cuguttu 1992: i reperti faunistici”, in Da Olbìa ad Olbia, cit., pp. 447-464; Ead., “I resti animali”, in A. Sanciu, Una fattoria romana nell’agro di Olbia, Sassari, Boomerang Edizioni, 1997, pp. 213-221; B. Wilkens, “Un saggio di scavo sull’acropoli di Olbia: la fauna”, in Da Olbìa ad Olbia, cit., pp. 353-355.

    [56] G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8), pp. 177 ss., anche in relazione al volume sull’agro di Olbia di Dionigi Panedda (L’agro di Olbia nel periodo preistorico, punico e romano, Roma 1953, riediz. Carlo Delfino Editore Sassari 1987).

    [57] Vd. Mastino, Olbia in età antica cit., pp. 78-87, numeri 1-91. L. Gasperini, Olbiensia epigraphica, in Da Olbìa ad Olbia, cit., I, pp. 305 ss.

    [58] G. Pietra, Nuovi bolli epigrafici da Olbia, L’Africa Romana, XIV, 3, pp. 1771-1786.

    [59] A. Sanciu, Scavi nel porto di Olbia: marchi di fabbrica su terra sigillata italica, tardo-italica e sud-gallica, “Erentzias”, II, 2012-14, a cura di M.R. Manunza, L. Usai, Felici Editore, Pisa 2018, pp. 175-182.

    [60] A. Sanciu, Marchi di fabbrica su lucerne a becco tondo e cuoriforme del porto di Olbia, in Erentzias, I, a cura di L. Usai, Delfino editore, Sassari 2011, pp. 183-218.

    [61] A. Sanciu, “Le matrici fittili”, in Contributi su Olbia punica, Sassari, Chiarella, 1991, pp. 39-50. Vd. P. Basoli, Le figure fittili di Olbia. Notizia preliminare, in “L’Africa Romana, VII”, Atti del VII Convegno di studio, Sassari, 15-17 dicembre 1989, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1990, pp. 669-672.

    [62] P. Ruggeri, Olbia e la casa imperiale, in Da Olbìa a Olbia, I, cit., pp. 281 ss.; Angiolillo, Due nuovi ritratti imperiali a Olbia cit., pp. 1825-1842; G. Pietra, “Le forme del potere imperiale a Olbia da Nerone ai Flavi”, in L’Africa romana. Trasformazione dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, vol. XIX, 2, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Atti del XIX convegno di studio (Sassari- Alghero, 16-19 dicembre 2010), Roma, Carocci, 2012, pp. 1931-1941.

    [63] R. D’Oriano, G. Pastore, Un frammento del Planetario di Archimede da Olbia, in L’Africa romana XVIII: i luoghi e le forme dei mestieri: atti del 18. Convegno di studio, 11-14 dicembre 2008, Olbia, Italia. Roma 2010, Carocci editore, pp. 1777-1814.

    [64] M.L. Gualandi, Due imperatori per un trionfo. La matrice di Olbia: un hapax “fuori contesto”, in L’Africa romana  XVIII, cit., pp. 1915-1934; M.L. Gualandi, A. Pinelli, Un trionfo per due. La matrice di Olbia: un unicum iconografico ‘fuori contesto’, in M.M. Donato, M. Ferretti, «Conosco un ottimo storico dell’arte…» Per Enrico Castelnuovo. Scritti di allievi e amici pisani, Pisa, Edizioni della Normale, 2012, pp. 11-20.

    [65] G. Bevilacqua, “… (h)os (h)omines …: una nuova tabella defixionis da Olbia”, in L’Africa romana. I luoghi e le forme dei mestieri e della produzione nelle province africane, vol. 3, a cura di M. Milanese, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XVIII convegno di studio (Olbia, 11-14 dicembre 2008), Roma, Carocci, 2010, pp. 1935-1961; L. Del Monaco, Defixio tardo-antica da Olbia (Sardegna), in Come Aurora, Lieve, Preziosa. Ergastai e Philai a Gabriella Bevilacqua, Giornata di studio Roma 6 giugno 2012, a cura di Paolo Lombardi, Opuscula Epigraphica del Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Sapienza, Università di Roma, 17-2017, 131-141.

    [66] A. Mastino, La “Pax Flavia” dopo il “Bellum Iudaicum”: una “evocatio” ? in Historica e philologica, Studi in onore di Raimondo Turtas a cura di M. G. Sanna, AM&D Edizioni, Cagliari 2012 (Collana Agorà), pp. 25-47.

    [67] A. La Fragola, A. Mastino, T. Pinna, Defixiones, maledizioni e pratiche magiche nella Sardinia e nella Corsica tardoantiche, in Enemistad y odio en el mundo antiguo, Francisco Marco Simón, Francisco Pina Polo, José Remesal Rodríguez (eds.), Collecció Instrumenta, 74, Zaragoza 2021, pp. 183-240.

    Neapolis, la città nuova: Santa Maria di Nabui, Guspini

      Il toponimo Neápolis “città nuova” conservato nel toponimo attuale Nabui, parrebbe un calco greco del punico MQM HDŠ piuttosto che di QRT HDŠT, intendendo MQM come “luogo di mercato”. La possibilità che i Greci con il toponimo Neápolis traducessero un termine punico distinto da QRT HDŠT è resa dai confronti con il Nord Africa, in particolar con le Macomades (in Sardegna presso Bosa, Nuoro, Nureci e Gesico) e le Neapolis, che indicherebbero porti e luoghi di mercato nuovo, organizzati per lo scambio commerciale tra indigeni, greci e cartaginesi: una di esse, la Neapolis in Tunisia (Nabeul), è oggetto negli ultimi anni degli scavi diretti da Raimondo Zucca, Pier Giorgio Spanu e Mounir Fantar, alla radice del Capo Bon[1]. La Neapolis sarda[2], ubicata sulla costa centro occidentale dell’isola, all’estremità sud-orientale del golfo di Oristano, è documentata assai tardivamente, a partire dal I secolo d.C., con tale poleonimo (Ptol. 3, 3, 2; Rav. 5, 26; Guid. 64; Tab. Peut. II, c) o mediante il riferimento ai suoi abitanti – i Neapolitani (Plin. nat. 3, 7, 85; Ptol. 3, 3, 8) – e al suo territorium (Pall. 4, 10,16)[3]. Appare plausibile, benché non se ne abbia l’evidenza documentaria, ipotizzare che anche Neapolis, al pari di Carales e di Bitia, serbasse durante la repubblica e, forse, nel primo impero la magistratura di origine punica dei sufetes.[4] Indubbiamente la composizione della popolazione neapolitana in età tardo-repubblicana andava arricchendosi, in virtù del carattere portuale del centro, di gruppi latinofoni di estrazione italica, accanto al fondo originario di punicofoni e a una presenza di grecofoni, benché i modi di produzione parrebbero essenzialmente mantenersi quelli di età tardo-punica, come ha osservato Peter van Dommelen[5]. A indiziare questo carattere multietnico della popolazione militano, accanto all’attestazione di merci di ambito mediterraneo (anfore di tradizione punica africane e iberiche, anfore greco-italiche, anfore Dressel I tirreniche, ceramica a vernice nera campana A e B, importazioni ceramiche dalla Hispania Citerior), la presenza di graffiti vascolari greci, latini e neo-punici.

      Non conosciamo le scelte politiche dei Neapolitani durante le guerre civili del I secolo a.C., al contrario dei Tharrenses che sposarono il partito mariano, dei Caralitani, fieramente cesariani, o dei Sulcitani, fedeli a Pompeo. Nella formula provinciae della Sardinia tramandata da Plinio il Vecchio in base ai Commentarii geographici di Marco Vipsanio Agrippa, composti tra il 25 e il 12 a.C., i Neapolitani sono citati tra i celeberrimi populi di XVIII oppida, insieme ai Sulcitani, Valentini e Bitienses da un lato, ai Caralitani cives R(omani) e ai Norenses dall’altro. Oltre ai XVIII oppida vi era in Sardinia una colonia ad Turrem Libisonis. Sfugge la ratio della selezione operata dalle fonti augustee di Plinio tra i XVIII oppida: se è chiara la menzione di due oppida civium Romanorum, quelli dei Caralitani e dei Norenses, non è altrettanto perspicua la celebrità degli oppida di origine punica Sulci, Neapolis e Bitia e dell’oppidum di fondazione romana, forse del II secolo a.C., Valentia. Ettore Pais aveva ipotizzato che la speciale menzione di Neapolitani, Sulcitani, Valentini e Bitienses, nel complesso dei XVIII oppida, nella formula di Plinio facesse riferimento alla concessione a queste comunità dello ius Latii[6],ma al momento dobbiamo sospendere il giudizio anche per le analoghe situazioni di Sulci e Bithia. Gli abitanti di Neapolis potevano essere iscritti alla tribù Quirina, se il praefectus della cohors I Ulpia Dacorum, Ti. Claudius Ti. f. Qui(rina) Maximinus, Neapol(i) che conosciamo da alcuni diplomi militari sotto Adriano nel 129 era un sardo e non un campano (AE 2001, 2153 = 2006, 1849; 2005, 1736 = 2006 1850; 2006, 1845 e 1851)[7].

      Conosciamo ora meglio il curator rei publicae Neapolitanorum al quale le universae tribus del municipiodi Sulci e gli incolae Beronicenses, ebrei giunti dalla Cirenaica, posero una statua a Sulci, memoria perenni (ILSard. I 4)[8]. L’interpretazione oggi affermatasi riguarda un atto di omaggio ad un personaggio di alto rango, che ha svolto un ruolo di vertice a Neapolis, onorato congiuntamente a Sulci dal popolo di cittadini romani suddivisi in tutte le tribù del municipio (universae tribus sono uno dei due soggetti) e dai Beronicenses, ebrei immigrati in età adrianea in quanto damnati ad metalla, forse originariamente parlanti la lingua greca, esterni all’organizzazioni municipale di Sulci cioè incolae residenti in un proprio quartiere separato; eppure influenti e con solide disponibilità finanziarie. All’inizio del III secolo essi stessi debbono aver tratto dei benefici per le decisioni assunte dall’amministratore straordinario a Neapolis (curator rei publicae), forse riguardo all’attribuzione di alcune miniere originariamente incluse nel territorio di Neapolis e ora trasferite nel confinante territorio di Sulci, dove conosciamo altri ebrei e dove sono impiegati i nomi Iuda e Beronice, arrivati dalla Cirenaica, in particolare da Berenice-Bengasi[9].

      La civitas Neap[oli]tanorum nell’iscrizione sulcitana potrebbe essere forse una colonia, esattamente come Cornus, che ugualmente ha il titolo generico di civitas in CIL X 7915.

      Siamo molto informati sul territorium neapolitanum, che ipotizziamo possa aver avuto delle rettifiche di confine nell’area più impervia occupata dalle miniere, sicuramente in relazione ai porti d’imbarco: in particolare il settore di territorio a Sud-Ovest di Neapolis corrisponde ai rilievi del Guspinese interessati da filoni metalliferi piombo-zinciferi, specialmente nella regione di Montevecchio, ma pure nelle alture a ridosso delle lagune neapolitane[10]. Il territorio della città si espande in direzione Sud-Est, lungo le vallate fertili del Flumini Mannu e del Riu Sitzerri, naturalmente vocate alle colture agricole ed in particolare cerealicole, fino all’area sardarese dove abbiamo la stazione termale di Aquae Neapolitanae, che indica il confine di competenza dei magistrati cittadini[11]. Infine a Nord si estende la piana del Campidano (di Terralba), interessata fino alla bonifica di Mussolinia di Sardegna, negli anni 20-30 del XX secolo, dallo «stagno» di Sassu e da centinaia di specchi d’acqua temporanei che, se da un lato riducevano le aree destinate all’agricoltura, dall’altro attivavano altre forme di sfruttamento economico della regione mediante l’itticoltura, la coltivazione delle saline (in particolare Pauli Pirastu) e forse colture specializzate (vite).

      L’area di Santa Maria de Nabui – ampiamente studiata da Raimondo Zucca e dai suoi colleghi e allievi – appare interessata da attività emporiche sin dal bronzo finale, con una attestazione di un cinerario antropomorfo filisteo dell’XI secolo. I documenti più propriamente fenici risalgono alla seconda metà dell’VIII secolo a.C., mentre nel seguito dell’età arcaica compaiono testimonianze anforiche e di vasellame fine greche ed etrusche. La fondazione di questa «città nuova» sembra attribuibile alla fine del VI secolo ad opera di Cartagine, ancorché il porto appaia interessato pure durante il dominio punico dalle correnti commerciali greche (attiche in particolare) e magno-greche.

      La città entrò nell’orbita romana all’atto della conquista dell’isola nel 238-237 a.C., ma continua ad essere documentato l’uso della scrittura neopunica in età tardo repubblicana, accanto ad attestazioni di graffiti greci (un Apol(l)onis su una patera in Campana A) e latini (un Licinus su una coppa in Campana B del 100 a.C. circa). La città romana sembra riproporre, seppure in parte, la scelta insediativa cartaginese, occupando il sistema di dossi, limitati a settentrione dall’antica insenatura oggi ridotta a lagune. La città è laconicamente citata dai geografi che ne rilevano l’ubicazione lungo la costa occidentale della Sardegna (Tolomeo) e l’inserimento lungo un percorso stradale che toccava le prin­cipali città del litorale di Ponente. L’Anonimo Ravennate ricorda Neapolis tra Sartiparias (Sardi Patris fanum) e Othoca, lungo quella sezione dell’iter a Tibulas Sulcis che nell’Itinerarium Antonini registra la successione di MetallaNeapolisOthoca[12].

      L’esistenza di un porto, ancorché non esplicitamente attestata dalle fonti letterarie antiche e altomedievali, risulta dai portolani e dalle carte nautiche del basso Medioevo, che unanimemente menzionano il Neapolitanus Portus, anche quando la città si era ridotta ad un modesto aggregato rurale[13]. La topografia del centro urbano antico è in avanzato studio: nuove ricer­che topografiche tendono a dimostrare che la presunta pianta semicircolare della città sia di fatto inesistente, dovendosi ammettere al contrario un impianto trapezoi­dale, corrispondente ad un sistema di dossi alluvionali, precipiti in direzione Nord e Nord-Est verso gli stagni di Santa Maria[14]. Sono stati recentemente studiati gli impianti termali, l’edilizia residenziale, il porto, gli edifici per spettacolo, il foro, il sistema viario[15].

      Nel settore sud-orientale della città si localizza un impianto termale in opus vittatum mixtum databile ad età imperiale avanzata, riutilizzato sino al secolo XVIII come chiesa inti­tolata alla Vergine Santa Maria de Nabui[16]. La chiesa, collocata in un ambiente rettangolare della terma, voltato a botte, rese obbligato il tamponamento di un’ampia luce rettangolare, rivolta verso Ovest e aperta sul lato breve dell’ambiente. L’assenza di scavi impedisce di determinare con certezza il momento di trasformazione della terma in edi­ficio ecclesiastico, benché il raffronto con simili muta­menti di destinazione d’uso di terme, quali Sant’Andrea di Pischinappiu di Narbolia, Santa Maria di Vallermosa, Santa Maria di Mesumundu di Siligo, solo per citarne alcuni, fa­rebbe pensare che tale trasformazione si svolse nel periodo deuterobizantino. Probabilmente in funzione di questo edificio termale fu eretto un grande acquedotto che come si vedrà conduceva le acque dalla sorgente di Laus de Giaxi, nei monti a Sud di Neapolis, fino alla città, con un percorso di quasi 6 chilometri.

      Gli scavi nel settore nord-orientale della città misero in luce un secondo edificio termale minore, già noto a Giovanni Spano, largamente ristrutturato in età altome­dievale, momento in cui immediatamente ad Est si costituì un aggregato di ambienti realizzati in un rozzo opus africanum, all’interno di un possibile castrum bizantino.

      All’estremità settentrionale della città, dirimpetto all’antica insenatura portuale, si individua un’area pubblica, forse il forum, da cui provengono membrature architettoniche, una statuetta marmorea di Afrodite Urania e frammenti di altre statue, un’iscrizione di Valeriano nel suo IV consolato posta dai decuriones di Neapolis dopo il 257 d.C. (AE 2007, 608), altri frammenti di iscrizioni di imperatori e una probabile tabula patronatus in bronzo[17].

      La necropoli orientale della città ha rivelato tombe alla cappuccina e a sarcofago liscio di pietra calcarea, cui si deve riferire un frammento di iscrizione di un sepulchrum familiae e l’epitafio posto da un C(aius) Atilius a un suo collibertus (AE 1997, 752).

      Lo statuto giuridico di Neapolis è incerto: una iscrizione sulcitana menzionante la sp[l]en[didissi]ma civitas Neap[oli]tanorum, d’altro canto, potrebbe documentare le sezioni di voto, le tribus, in cui doveva essere suddiviso il populus Neapolitanus. Si tratta di un’iscrizione onoraria dedicata ad un personaggio anonimo, probabilmente di origine sulcitana, da parte di tutte le sezioni di voto (univer[sae] tribus) di una città (la stessa Sulci ?) e dei Beronic[en]ses, populus o, più verosimilmente, collegium, per i meriti riportati nei confronti della sp[l]en[didissi]ma civitas Neap[oli]tanorum (ILSard. I 4)[18].Si è pensato recentemente anche ad incolae aggregati alla città, giunti in Sardegna da Berenice (Bengasi) dopo la repressione della rivolta giudaica nell’età di Adriano.L’epigrafe appartiene ad una categoria di iscrizioni onorarie che prevede la dedica al personaggio onorato, l’elenco dei benefici elargiti ad una comunità, infine, l’indicazione dei dedicanti. La datazione dell’epigrafe è incerta, ma il confronto con numerose iscrizioni che presentano la medesima struttura orienta verso la seconda metà del II-III secolo d.C.

      L’opinione prevalente degli studiosi considera la nomenclatura di civitas Neap[oli]tanorum in rapporto alla sopravvivenza a Neapolis di un’organizzazione politica preromana in una comunità di peregrini. Tuttavia, essendo noto lo sviluppo semantico del termine civitas in età medio-imperiale, quando definisce genericamente l’organizzazione urbana, a prescindere dallo statuto giuridico, la civitas Neap[oli]tanorum : possiamo pensare ad un municipio o ad una colonia. Infine se la suddivisione in tribus andasse effettivamente riferita a Neapolis piuttosto che a Sulci si ricaverebbe il tipo di sezioni di voto della città. In tale ipotesi il populus di Neapolis sarebbe suddiviso in tribus, come un’altra città di origine punica, Lylibaeum, benché sia noto che la suddivisione del popolo è più frequente ricalcando l’antico modello romano per curiae.

      Nel novembre 2000 lo scavo archeologico ha restituito, nell’area pubblica del settore settentrionale della città, una lastra marmorea con dedica a Valeriano che documenta per la prima volta l’ordo decurionum e la cassa pubblica di Neapolis: Imp(eratori) Caes(ari) P(ublio) Licinio Valeriano / pio felici Aug(usto), pont(ifici) max(imo), trib(unicia) / pot(estate), co(n)s(uli) IIII, p(atri) p(atriae), proco(n)s(uli) / ex d(ecurionum) d(ecreto) p(ecunia) p(ublica) (AE 2007, 688).

      Il testo è datato dal quarto consolato di Valeriano, assunto nel 257, nel corso della quinta potestà tribunicia. Sul piano dell’organizzazione amministrativa cittadina è noto che il consiglio decurionale è attestato anche in civitates peregrine, in particolare in Africa proconsolare in civitates a costituzione sufetale dell’alto Impero. Al principio della seconda metà del III secolo d.C. il riferimento ai decuriones deve, invece, raccordarsi probabilmente ad una città dotata di statuto municipale o coloniale, anche se conosciamo ad esempio nelle province africane civitates con magistri e decuriones[19].

      Nella stessa area si è individuato un òstrakon costituito dal frammento di parete di anfora (AE 2007, 690). Il testo, impaginato su quattro linee, è inciso con uno strumento a punta, presumibilmente uno stilo in metallo che consentiva di scrivere minutissime. La paleografia del testo suggerisce una cronologia intorno al III secolo d.C. anche considerati la possibile formula onomastica di Decimo Ostilio Donato, caratterizzata dai tria nomina, e il sermo utilizzato che presenta (ad esempio nel sintagma Marsuas a Neapoli) una certa coloritura volgare. La lettura del testo è la seguente: Marsuas a Neapoli, Dec(imum) vel Dec(ium) Ostiliu/m Donatum mis[er]um, mutum, sur/dum reddas, quantu / homini respondes. «O Marsuas di Neapolis, rendi misero, muto e sordo Decimo (?) Ostilio Donato, per quanto tu possa rispondere all’uomo».Si tratta di una richiesta ad una divinità Marsuas, ossia Marsyas, detta a Neapoli, con l’indicazione della città di pertinenza, affinché rendesse misero, muto e sordo Decimo Ostilio Donato, per quanto avesse dato una risposta a quell’uomo. L’anonimo estensore dell’ostrakon intendeva pertanto, con lo strumento della scrittura, ottenere dalla divinità l’assordimento e il mutismo di un avversario, Decimo Ostilio Donato, all’atto della richiesta di un responso da parte dello stesso personaggio[20]. La singolarità del testo impedisce senz’altro di annoverarlo tra le defixiones, non tanto per l’uso del supporto fittile dell’iscrizione al posto del più comune piombo, quanto perché non compare la volontà del richiedente di legare la divinità a un maleficio, normalmente espressa dai verbi ligare, obligare ecc. Il tema del dio Marsia, scuoiato vivo da Apollo, è stato ripreso recentemente sull’”Archivio Storico Sardo” da Khaoula Ferjani, con riferimento alla maschera ritrovata nella colonia di Turris Libisonis, fin qui interpretata genericamente come un satiro, ma in realtà riferita alla colonia di Turris Libisonis: il che rinnova la possibilità che Neapolis sia diventata colonia nel corso del I o del II secolo d.C.[21] Tra le città italiche il culto di Marsia fu scelto come simbolo della libertà, più precisamente della cittadinanza romana, cosa che nelle province avvenne nei municipi e nelle colonie (Isidoro di Siviglia, origines, 9, 2, 88, per il collegamento con la guerra Marsica): la figura di Marsia è legata ad Enea e ai Troiani; in Sardegna agli Ilienses. Mastrocinque ha osservato che <<sono note alcune variazioni sul mito di divinità profetiche o veggenti che furono legati, imprigionati e costretti a pronunciare profezie. Su questa base mitologica la liberazione di Marsia fu usata dalla mitologia italica come un simbolo politico del conseguimento di tutti i diritti della cittadinanza romana>>[22].

      I documenti epigrafici citati rivelano aspetti importanti della società e dell’economia di Neapolis[23], oltre che sulla religione[24]. La possibile esistenza di un collegium di commercianti neapolitani in ambito urbano potrebbe ipotizzarsi in base ad una targa di un sepulchrum familiae della via Appia. Si tratta dell’iscrizione CIL VI 9258, ora nella Galleria Lapidaria dei Vaticani. Il titolare del sepolcro, L(ucius) Maecius Marcus se vibo dedit donavit il locus della sepoltura ai suoi liberti e liberte, tra i quali sono menzionati un gruppo di tre (o di quattro), appartenenti ai citrarii Neapolitani. Poiché Palladio Rutilio Tauro Emiliano nel suo opus agriculturae celebra i cedri dei suoi fundi, in Sardinia territorio neapolitano, considerata la rarità della coltura della pianta di tali agrumi nel mondo romano, non può escludersi che citrarii Neapolitani debbano considerarsi i componenti di un collegio di venditori di cedri originari di Neapolis, anziché affini ai citriarii, ossia ai commercianti del legno di cedro, noti da una lex collegii urbana relativa ai negotiantes eborarii et citriarii[25].

      Niente sappiamo sull’eventuale esistenza di un circuito murario di fase romana, mentre un elemento significativo per definire i limiti urbani almeno a nord-nord-est della città è rappresentato dall’esistenza di  un’ampia necropoli, con sepolture di varia tipologia, in uso dall’età medio-imperiale all’alto Medioevo. Una seconda necropoli, con un’attività funeraria documentata nell’alto impero, si localizza invece a sud dell’area urbana.

      L’approvvigionamento idrico della città era garantito da un acquedotto già documentato nel XVII secolo ma ben illustrato da Angius e da Spano alla metà dell’Ottocento. Da un complesso di sorgenti localizzate a oltre 500 m s.l.m. su rilievi a sud della città, l’acqua veniva raccolta dapprima in una grande cisterna (località Medau Caddeo), da cui si dipartiva un condotto forse sostenuto da un muro continuo, con andamento sud-ovest/nord- est; la conduttura curvava poi in direzione sud-ovest/nord-est e, valicando con arcate a tutto sesto alcuni corsi d’acqua, entrava nel settore sud-occidentale della città, dove è localizzato un castellum aquae. La lunghezza totale dell’acquedotto, di cui rimangono ancora diverse tracce, dalla cisterna al castellum è di circa 4,7 km. In base all’opera muraria utilizzata, il vittatum mixtum, l’acquedotto può datarsi all’età severiana; stessa opera e probabilmente stessa cronologia può proporsi per la grande cisterna cittadina, mentre per le altre cisterne individuate in diversi punti dell’area urbana non si può proporre alcuna datazione certa, né assegnare loro un carattere pubblico o piuttosto privato. Oltre alle già citate strutture, è stato finora evidenziato un ridotto numero di monumenti. Nel settore sud-orientale della città si localizza un edificio termale in opera listata, di cui rimane in elevato un ambiente voltato a botte, riutilizzato come edificio di culto cristiano fino all’età moderna. Le poche strutture residue e la sovrapposizione di edifici moderni non consentono di leggere completamente l’icnografia dell’edificio originario, articolato certamente in diversi ambienti, alcuni dei quali absidati. Accanto alle terme un grosso troncone di opera cementizia potrebbe essere correlato all’acquedotto cittadino, che certamente garantiva il rifornimento idrico delle terme. Il rinvenimento di numerose tessere musive in marmo policromo – bianco, nero, rosso, ocra – porta verosimilmente a pensare che l’edificio termale fosse dotato di ambienti mosaicati. Un secondo edificio termale, già scavato parzialmente da Giovanni Spano nel 1858, fu oggetto di nuove indagini archeologiche negli anni Cinquanta del XX secolo. L’edificio, noto come “Piccole terme”, ha una grande aula settentrionale con vasca semicircolare gradata, interpretata come frigidarium, che subì varie modificazioni, con l’aggiunta di una vaschetta di più piccole dimensioni e diverse murature; non si esclude che le trasformazioni più tarde siano avvenute in età alto-medievale, quando tutta l’area subì sostanziali variazioni d’uso. Nel settore meridionale delle Piccole terme sono localizzati gli ambienti caldi, anch’essi trasformati nel tempo, articolati in due calidaria e un tepidarium con vasca semicircolare, tutti di piccole dimensioni; originariamente gli ambienti erano collegati tra loro, e solo in un secondo momento le aperture di collegamento vennero occluse. L’uso dell’opus vittatum, insieme all’opera laterizia presente negli ambienti caldi, e l’iconografia dell’edificio, portano a datare l’impianto a età imperiale avanzata, forse all’età severiana, la medesima fase cronologica alla quale si assegnano le “Grandi terme”. Le indagini in corso nella cosiddetta area monumentale stanno infine rimettendo in luce una serie di murature, relative a diverse fasi di vita. Interessante appare un grosso muro con andamento nord-nord-ovest/sud-sud-est, con uno spesso strato di intonaco; le dimensioni, unitamente agli altri rinvenimenti effettuati nell’area, contribuiscono a formulare l’ipotesi che tali strutture possano riferirsi a un importante edificio pubblico.

      Le nuove indagini della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e del curriculum di Archeologia subacquea dell’ateneo sassarese del 2006 hanno acquisito nuovi dati sulla portualità antica di Neapolis. Il sistema lagunare di Marceddì-San Giovanni è interpretato dai geomorfologi come l’evoluzione di una vallata fluviale sommersa, per cui è evidente che il letto del fiume e le sue foci dovettero essere progressivamente guadagnate dall’ingressione marina successiva all’ultima glaciazione. Si pone al riguardo il problema del riconoscimento della dinamica delle rive degli specchi d’acqua e del letto (o dei letti variabili con le relative foci) del fiume Sitzerri-Mannu. Ma l’archeologia subacquea del territorio neapolitano arriva sino a Piscinas-Arbus[26].


      [1] R. Zucca, A. Mastino, I paesaggi costieri della Neapolis dell’Africa Proconsolare e della Neapolis della Sardinia, in Evoluzione delle civiltà lungo le vie del Mediterraneo. Un modello di sviluppo ecocompatibile per la salvaguardia del mare e la valorizzazione della fascia costiera, XXXIII Forum Interdistrettuale della Fascia Costiera Ligure-Tosco-Laziale e della Sardegna, Distretto 2080 Rotary International, Studio Stampa . Nuoro, 2012, pp. 25-36.

      [2] Sul toponimo cfr. G. Chiera, Qarthadasht = Tharros?, in “RSF”, X, 1982, pp. 197 ss.; M. G. Amadasi Guzzo, Sulla dedica a Melqart da Tharros e il toponimo QRTHDST, in L’Africa Romana, IX, Sassari 1992, pp. 523-532; vd. anche Eadem, Neapolis=Qart-Hadasht in Sardegna, in “Rivista Studi Orientali”, 43, 1968, pp. 19 ss.; Eadem, Divertimento 1991. Ancora sulla Cartagine di Sardegna, in R.H. Talkot-T.K. Andrews, Sardinia in the Mediterranean: a Footprint in the Sea. Studies in Sardinian Archeology Presented to M.S. Balmuth, Sheffield 1991, pp. 439-447; M. Pittau, La Neapolis della Sardegna: emporio punico oppure greco ?, in L’Africa Romana, VII, Sassari 1990, pp. 557-568; A. Campus, Una genealogia punica: l’iscrizione I.C.O. Sard. 34, in Da Olbìa ad Olbia, 2500 anni di storia di una città mediterranea, I, a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1996, pp. 207-217.

      [3] R. Zucca, Splendidissima civitas Neapolitanorum, Roma 2005; R. Zucca, Neapolis e il suo territorio, prefazione di G. Lilliu, Oristano 1987, S’Alvure, (ristampato nel 1989 e nel 2000); A. Mastino, R. Zucca, “Urbes et rura. Città e campagna nel territorio oristanese in età romana”, in Oristano e il suo territorio, 1, Dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di Pier Giorgio Spanu e Raimondo Zucca, Carocci, Roma 2011, pp. 521-542.

      [4] R. Zucca, Sufetes Africae et Sardiniaee ricerche storiche e geografiche sul Mediterraneo Antico (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – n.s. 1), Carocci, Roma 2004, pp. 84-101.

      [5] P. Van Dommelen, On colonial grounds. A comparative study of colonialism and rural settlement in first millennium BC West Central Sardinia, Leiden 1998, pp. 187 ss.; Id., Spazi rurali fra costa e collina nella Sardegna punico-romana: Arborea e Marmilla a confronto, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 589-601; M.B. Annis, P. Van Dommelen, P. Van De Velde, Insediamento rurale e organizzazione politica: il progetto Riu Mannu in Sardegna, QSCAOR, 13, 1996, pp. 255 ss.; vd. anche M.B. Annis, Paesaggi rurali nella Sardegna centro-occidentale. Il progetto Rio Mannu dell’Università di Leiden, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 571-587.

      [6] E. Pais, “La “formula provinciae” della Sardegna nel I secolo dell’impero secondo Plinio”, in Studi storici, III, 1894, p. 518.

      [7] P. Floris, A. Ibba, R. Zucca, “Notulae su alcune tribù in Sardegna” nel volume Le tribù romane. Atti della XVIe Rencontre sur l’Epigraphie du monde romain (Bari 8-10 ottobre 2009), a cura di Marina Silvestrini (Scavi e ricerche, 19), Bari, Edipuglia, 2010, p. 85.

      [8] F. Cenerini, Le iscrizioni della collezione Biggio, «Sardinia, Corsica et Baleares Antiquae. An International Journal of Archeology», xii, 2014, pp. 61-63.

      [9] A. Mastino, La Cirenaica di Adriano: la deportatio in Sulcitanam insulam Sardiniae conterminam degli Ebrei di Berenice (Bengasi), “Libya antiqua”, n.s. 14, 2021, pp. 51-68.

      [10] T. Agus, L’antico bacino minerario neapolitano, in L’Africa Romana, VII, Sassari1990, pp. 447-455

      [11] Sul territorium neapolitanum cfr. P. Van Dommelen, On colonial grounds. A comparative study of colonialism and rural settlement in first millennium BC West Central Sardinia, Leiden 1998, pp. 187 ss.; M.B. Annis, Paesaggi rurali nella Sardegna centro-occidentale. Il progetto Rio Mannu dell’Università di Leiden, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 571-587; P. Van Dommelen, Spazi rurali fra costa e collina nella Sardegna punico-romana: Arborea e Marmilla a confronto, ibid., pp. 589-601; M.B. Annis, P. Van Dommelen, P. Van De Velde, Insediamento rurale e organizzazione politica: il progetto Riu Mannu in Sardegna, QSCAOR, 13, 1996, pp. 255 ss.

      [12] Sulla topografia di Neapolis e la documentazione archeologica cfr. G. Spano, Descrizione dell’antica Neapolis, “BAS”, 5, 1859, pp. 129-137; S. Moscati, R. Zucca, Le figurine fittili di Neapolis, “Mem. Acc. Naz. Lincei”, ser. VIII, vol. XXXII, 1, Roma 1989; R. Zucca, La città punica di Neapolis in Sardegna, Atti del II Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici, III, Roma 1991, pp. 1299 ss.; Id., Neapolis e il suo territorio, Oristano 20002.

      [13] G. Boetto, V. Carsana, D. Giampaola, “Il porto di Neapolis e i suoi relitti”, in Arqueologia Nàutica Mediterrània, a cura di X. Nieto, M.A. Cau, Girona, 2009, pp. 457-470 (Monografies del CASC, 8); R. Zucca, Ricerche subacquee nel Neapolitanus portus, in Tharrox Felix -3, Roma 2009.

      [14] G. Azzena, Osservazioni urbanistiche su alcuni centri portuali della Sardegna romana”, in L’Africa romana. Lo spazio marittimo del Mediterraneo occidentale: geografia storica ed economica, vol. 2, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XIV convegno di studio (Sassari, 7-10 dicembre 2000), Roma, Carocci, 2002, pp. 1099-1110; P.G. Spanu, “L’impianto urbanistico della città romana”, in Splendidissima civitas Neapolitanorum, a cura di R. Zucca, Roma, Carocci, 2005, pp. 252-254.

      [15] Da ultimo: R. Busonera, Neapolis, in Sardegna. Architettura e Urbanistica, Quasar, Roma 2020, pp. 65-82; Id., La città romana di Neapolis, in Sardegna. Studio topografico sui sistemi di accesso viario all’area urbana, in Landscape, una sintesi di elementi diacronici, Metodologie a confronto per l’analisi del territorio, a cura di D. Gangale Risoleo e I. Raimondo, BAR I.s. 3047, Oxford 2021, pp. 41-50.

      [16] E. Usai, M. Casagrande, C. Oppo, L. Garau, A. Loy, P.G. Spanu, R. Zanella, R. Zucca, “Il paesaggio del potere cittadino di una città sardo- romana: le “Grandi Terme” di Neapolis”, in L’Africa romana. Trasformazione dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Atti del XIX convegno di studio (Sassari, 16-19 dicembre 2010), Roma, Carocci, 2012, pp. 1905-1929.

      [17] Dobbiamo rimandare a R. Zucca, Splendissima civitas Neapolitanorum, Roma 2005.

      [18] Si è citato Mastino, La Cirenaica di Adriano, pp. 51-68.

      [19] R. Zucca, Una dedica a Valeriano da Neapolis (Sardinia) in AA. VV., Usi e abusi epigrafici. Atti Colloquio Genova, settembre 2001, Serta antiqua et medievalia, VI, a cura di M.G. Angeli Bertinelli, A. Donati, Roma 2003, pp. 437 ss.; Id., Valeriano e la sua famiglia nell’epigrafia della Sardinia. In: Epigrafia di confine, confine dell’epigrafia: atti del Colloquio AIEGL-Borghesi 2003, 10-12 ottobre 2003, Bertinoro, Italia. Faenza, Fratelli Lega Editori, 2004, pp. 347-370 (Epigrafia e antichità, 21).

      [20] R. Zucca, Splendidissima civitas Neapolitanorum, Roma 2005, pp. 212-218 n. 10; Id., Iscrizioni inedite da Neapolis (Sardinia), in Acta XII Congressus Internationalis Epigraphiae Graecae et Latinae, Barcelona, 3-8 Septembris 2002, Barcelone, 2007, p. 1531 sg.; vd. ora Mastino, Zucca, Urbes et rura cit, pp. 522 ss.; A. La Fragola, A. Mastino, T. Pinna Defixiones, maledizioni e pratiche magiche nella Sardinia e nella Corsica tardoantiche, in Enemistad y odio en el mundo antiguo, Francisco Marco Simón, Francisco Pina Polo, José Remesal Rodríguez (eds.), Collecció Instrumenta, 74, Zaragoza 2021, pp. 206 s.

      [21] K. Ferjani, La cosiddetta maschera del satiro da Porto Torres in Sardegna: un Marsyas coloniale, “ASS”, LIII, 2019, 9-16.

      [22] A. Mastrocinque, Marsia e la civitas Romana, in Hoc quoque laboris praemium, Scritti in onore di G. Bandelli, a cura di M. Chiabà (Polymnia, Studi di storia romana, 3), Trieste, Eut, 2014, pp. 331-342.

      [23] R. Zucca, Le ville romane: schiavi, coloni e padroni nel territorio neapolitano, AA. VV., Scavo didattico delle terme romane di Terra ‘e Frucca, Oristano 1990, pp. 41- 44.

      [24] R. Zucca, “Le terrecotte figurate del deposito votivo di Neapolis”, in Splendidissima Civitas Neapolitanorum, a cura di R. Zucca, Roma, Carocci, 2005, pp. 158-166.

      [25] R. Zucca, Palladio e il territorio neapolitano in Sardegna, Quaderni Bolotanesi, 16, 1990, pp. 279-290; Id., Palladio ed il territorio neapolitano, AA. VV., Scavo didattico delle terme romane di Terra ‘e Frucca, cit., pp. 30-40.

      [26] D. Salvi, Lingotti, ancore e altri reperti di età romana nelle acque di Piscinas-Arbus (CA). In Hommage à Claude Domergue, 2. Pallas 50, pp. 75-88.