I rapporti tra il giovane Nerone e la bella liberta Claudia Atte

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  1. Claudia Atte, la liberta amata da Nerone a Roma.

Il caso di esilio che conosciamo meglio è però quello della liberta Claudia Atte, compagna di Nerone, che si ritirò ad Olbia, portando con se i ritratti del principe diciottenne in marmo e poi in bronzo[1]: il principe rese celebre la schiava di origine asiatica che voleva di stirpe regale ed imparentata con il re Attalo[2]. Con il nome di [Claudia] Aug(usti) lib(erta) Acte la liberta compare nell’aprile 65 d.C. sull’epistilio in granito gallurese dell’aedicula dedicata ad Olbia a Cerere ([C]ereri sacrum), ora conservato nel Camposanto Monumentale di Pisa, ma di provenienza olbiense; numerosi sono poi i bolli sull’instrumentum domesticum, che documentano l’attività delle officine di Atte gestire da schiavi nei latifondi di Olbia donati da Nerone; conosciamo molti liberti che accompagnarono in Sardegna la liberta rimasta profondamente legata al principe.

Claudia Atte compare negli Annales di Tacito dopo il matrimonio di Nerone con la sorellastra Ottavia, quando si sviluppò una relazione incoraggiata da Seneca ed invisa ad Agrippina: Atte, una schiava di origine greca comprata in Asia e liberata da Claudio, era riuscita a legare a sé Nerone con un vincolo che apparve ai contemporanei saldissimo, basato com’era – dice Tacito – sulla libidine e su equivoche dissolutezze; quella muliercula riusciva a soddisfare pienamente tutti i desideri del giovane senza alcun danno apparente, tanto più che Nerone aveva dimostrato di avere una vera e propria ripugnanza per la moglie Ottavia, nobile e virtuosa, e veniva attirato in modo violento dai piaceri illeciti. Seneca arrivò ben oltre una benevola tolleranza per questo rapporto, assicurando una vera e propria complicità e copertura. Per queste ragioni inizialmente l’adulterio non fu conosciuto e la stessa madre Agrippina lo apprese con qualche ritardo, con grande sdegno e gelosia per l’influenza ormai esercitata a corte da Atte. Tacito ricorda che Agrippina protestava per avere per nuora una “serva”; rimproverava Nerone per questa sciocca avventura e minacciava di fargli troncare con le buone o con le cattive quella relazione. I rimproveri di Agrippina, che gli rinfacciava le più turpi vergogne, ottennero l’effetto contrario e il principe, soggiogato dalla forza dell’amore per Atte, si liberò completamente del rispetto e dell’obbedienza per la madre e si affidò totalmente a Seneca, che appare dunque il vero protettore della liberta: neppure le altre iniziative di Agrippina furono ben accette da Nerone, ormai infastidito per le attenzioni della madre, che rinunciando alla precedente severità, giungeva ora all’estremo opposto di fornire la propria protezione. Pare che gli amici più intimi ed in particolare Seneca, acquistato un sempre maggiore ascendente sul principe, abbiano approfittato dell’occasione per mettere definitivamente da parte Agrippina e lo stesso Britannico, che perciò fu avvelenato, con la complicità del tribuno dei pretoriani Giulio Pollione, forse di origine sarda (Forum Traiani: CIL X 7862; vd. a Turris Libisonis 7952), probabilmente lo stesso che in seguito fu ricompensato con la nomina a governatore della Sardegna dopo il 61-62 d.C.[3]: Pollione aveva la responsabilità di vigilare sulla avvelenatrice Locusta, una maga di origine gallica, allora prigioniera, che già aveva fornito il veleno per la morte dell’imperatore Claudio e che fu nuovamente mobilitata alla vigilia della morte di Nerone. Fu lei a consegnare un miscuglio mortale: un ruolo fu certamente svolto in questa tragica circostanza dalla compagna Atte. La morte di Britannico, mascherata perché si suppose dovuta ad una delle abituali crisi di epilessia del giovane, segnò comunque una svolta nei rapporti di Nerone con la moglie Ottavia e con la madre Agrippina, atterrite per questo crimine: sembra ne venisse rafforzata nettamente la posizione di Atte, colmata di doni, onorata a corte, tanto che secondo Svetonio il principe, inizialmente intenzionato a sposarla, convinse alcuni ex consoli a certificare con un falso giuramento le sue origini regali. Anche Dione Cassio riferisce che l’ipotetica discendenza di Atte dal re di Pergamo Attalo, morto quasi due secoli prima, fu poi formalizzata per volontà di Nerone con una falsa adozione. È questo il momento in cui Nerone pensò seriamente per la prima volta di ripudiare Ottavia e di sposare Atte, che ricevette in dono dal principe vasti latifondi nel Lazio (a Velletri), nella Campania (a Pozzuoli) e soprattutto in Sardegna (ad Olbia), con tutta probabilità questi ultimi provenienti dal patrimonio privato della gens Domitia (soprattutto per ragioni cronologiche escluderemmo la possibilità che le proprietà olbiensi siano appartenute a Domitia, la zia del cui patrimonio Nerone si impadronì nel 59)[4]. È probabile che la liberta Atte abbia avuto un ruolo anche nella condanna del 56 del citato procuratore della Sardegna Vipsanio Lenate (Tacito, Ann. 13, 30), accusato da alcuni ricchi latifondisti isolani di aver amministrato con rapacità la provincia e chiamato a rispondere del reato di concussione ai sensi di una lex Iulia, che riprendeva la legge Calpurnia. Agrippina, riavvicinatasi ad Ottavia, tentò di portare al potere Gaio Rubellio Plauto, discendente in quarto grado da Augusto, al quale pare avesse promesso di unirsi in matrimonio; Rubellio fu allora esiliato in Asia ed ucciso più tardi nel 62; egli aveva vasti possedimenti a Formia ed a Pompei, passati poi ad Ottavia e quindi al patrimonio imperiale; può essere collegato con la Sardegna, se un suo parente, meno probabilmente un suo liberto, Gaio Rubellio Clytio, da riferire alla metà del I secolo d.C., sposato con una Cassia Sulpicia Crassilla, figlia di un Gaio Cassio, è stato messo in relazione con gli interessi fondiari nell’isola – nel Cagliaritano – della gens di appartenenza, prima del trasferimento dei latifondi alla proprietà imperiale. Non è escluso che la moglie possa essere in qualche modo collegata con il Gaio Cassio uccisore di Cesare e con altri Cassii esiliati in Sardegna proprio nell’età di Nerone o comunque presenti nell’isola[5].

 Volgeva così rapidamente al termine il “quinquennio felice” di Nerone, che si sarebbe concluso con la morte di Ottavia e l’arrivo di Poppea, in un clima torbido, in cui i delatori la facevano ormai da padroni: Tacito accusa Atte di essere stata la causa di questa degenerazione, all’origine dei tanti difetti che Nerone aveva ormai accumulato in tre anni di convivenza, tra il 55 ed il 58: legato per abitudine ad Atte, dalla comunanza di letto con una schiava non aveva potuto raccogliere altro che vizi e cattive abitudini. Il confronto con la nobile, elegante ed intelligente Sabina Poppea, nuova amante di Nerone, si rivelò perdente per la liberta: Atte venne forse temporaneamente allontanata dalla corte, mentre Otone, secondo marito di Poppea, che nel 55 era stato introdotto tra gli intimi di Nerone assieme ad Atte, venne inviato come legato imperiale nella lontana Lusitania. Eppure l’allontanamento di Atte fu solo temporaneo e la donna doveva essere pienamente rimasta nelle grazie del principe se, scoppiato il contrasto tra Poppea ed Agrippina, ancora nel 59 continuò a svolgere un ruolo importante a corte, sempre dalla parte di Seneca, incaricata di far leva sull’ascendente che ancora continuava a mantenere sull’imperatore: fu così che Nerone iniziò ad evitare di incontrarsi da solo con Agrippina ed a favorire i viaggi della madre lontano da Roma; alla fine decise di farla uccidere: anche questa decisione fu presa sembra su consiglio di Atte e di Seneca. Escluso l’uso del veleno, poiché Agrippina si era immunizzata con antidoti, Nerone pensò di ricorrere a dei sicari che uccidessero la madre col pugnale. Infine fu accolta l’offerta del liberto Aniceto, prefetto della flotta di Miseno, che odiava Agrippina e che propose di utilizzare una nave che avrebbe dovuto auto-affondarsi in mare; Agrippina riuscì però a salvarsi a nuoto e si può immaginare la costernazione di Nerone alla notizia che la madre era sopravvissuta al naufragio: il prefetto del pretorio Burro si rifiutò categoricamente di far uccidere l’ultima discendente di Augusto dai pretoriani, così come veniva suggerito da Seneca. L’incarico di completare l’opera fu allora lasciato ancora una volta al prefetto della flotta da guerra Aniceto, che assalì la villa con una schiera di marinai. Questo tragico episodio, che chiude il “quinquennio felice” di Nerone, fu seguito da un difficile chiarimento in Senato; nel suo messaggio, scritto da Seneca per comunicare l’accaduto, Nerone dava la sua versione dei fatti, accusando Agrippina di aver cospirato contro di lui: una vera e propria confessione del delitto. Più tardi, la morte di Burro nel 62 causò una rottura dell’equilibrio allora faticosamente raggiunto e provocò, come conseguenza, anche il crollo della potenza di Seneca e indirettamente di Atte: seguirono l’assassinio di Rubellio Plauto in Asia, di Silla a Marsiglia, il ripudio e poi la condanna a morte di Ottavia e le nozze con Poppea Sabina. Ottavia fu uccisa, utilizzando ancora una volta Aniceto, il prefetto della flotta di Miseno, lo stesso che aveva eseguito il matricidio. Fu lui ad autoaccusarsi dell’adulterio con Ottavia, ottenendo in cambio importanti compensi ed un piacevole ritiro in Sardegna. Ottavia fu allora condannata all’esilio nell’isola di Pandataria (Ventotene): la sua partenza suscitò molta pena tra i Romani. Dice Tacito che per Ottavia il giorno delle nozze era stato un giorno di morte: nella nuova casa le sarebbe stato avvelenato il padre Claudio e dopo pochi anni il fratello Britannico; poi c’era un’ancella, Atte, più potente della sua padrona; il matrimonio con Poppea era stato concepito per la sua rovina; infine le si lanciava un’accusa, quella di essersi unita al liberto Aniceto, che era più intollerabile della morte (Annali, 14. 63,3). Il riferimento ad Atte è prezioso, perché nella praetexta Ottavia l’anonimo autore che scrive forse spacciandosi per Seneca sembra dare un giudizio analogo, ricordando come la moglie di Nerone era diventata schiava della sua schiava,ma non è escluso che il riferimento sia piuttosto a Poppea, anch’essa suddita di Ottavia[6]. Era comunque Atte quella che per prima aveva osato violare il letto di Ottavia: era la schiava che aveva saputo conquistare il cuore del padrone, ma che ora doveva provare terrore per il suo futuro. La morte di Ottavia, del resto, segnò il temporaneo incontrastato apogeo di Poppea, che tra il 62 ed il 65 fu sola a corte, ormai senza avversari.


[1] C. Saletti, “La scultura di età romana in Sardegna: ritratti e statue iconiche”, in Rivista di Archeologia, 13, 1989, pp. 76-100; S. Angiolillo, R. D’Oriano, “Disiecta membra di una statua bronzea da Olbia”, in EPI OINOPA PONTON. Studi sul Mediterraneo antico in ricordo di Giovanni Tore, a cura di C. Del Vais, Oristano, S’Alvure, 2012, pp. 669-680; S. Angiolillo, La ritrattistica e la scultura decorativa, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 255-263.

[2] A. Mastino, P. Ruggeri, Claudia Augusti liberta Acte, la liberta amata da Nerone ad Olbia, “Latomus. Revue d’Études Latines”, LIV,3, 1995, pp. 513-544; P. Ruggeri, Olbia e la casa imperiale, in Da Olbìa ad Olbia, 2500 anni di una città mediterranea, Atti del Convegno maggio 1994, I, Olbia in età antica, a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1996, pp. 281-303.

[3] M. Christol, De la Thrace et de la Sardaigne au territoire de la cité de Vienne, deux chevaliers romains au service de Rome: Titus Iulius Ustus et Titus Iulius Pollio, “Latomus”, 57, 1998, pp. 792- 813.

[4] M. Maiuro, Res Caesaris. Ricerche sulla proprietà imperiale nel Principato, Bari 2012, p. 68 n. 163.

[5] A. Mastino, “Le iscrizioni rupestri del templum alla Securitas di Tito Vinio Berillo a Cagliari”, in Rupes loquentes. Atti del Convegno internazionale di studio sulle iscrizioni rupestri di età romana in Italia (Roma-Bomarzo, 13-15 ottobre 1989), a cura di L. Gasperini, Roma, L’Erma di Bretschneider, 1992, pp. 541-578 (Istituto italiano per la storia antica, 53).

[6] Oct. 104-105. L’espressione corrisponde ad ancilla domina validior di TAC. Ann. 14, 63,3.