La Sardegna romana da Adriano agli Antonini

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  1. Da Adriano: gli Antonini

Forse nell’età di Adriano fu sepolto a Carales quel Lucius Tettius Crescens residente a Roma, che aveva partecipato alle guerre di Traiano e di Adriano in Dacia (Romania), in Armenia, nel Regno Partico in Mesopotamia e Giudea: expedition(i)b(us) interfuit Daciae, Armeniae, Parthiae, Iudaeae (ILSard. I 57)[1]: in realtà un’unica lunga guerra conclusa con la diaspora degli Ebrei e la repressione di Adriano in Cirenaica[2]: il collegamento più evidente è con il proconsole della Sardegna che conosciamo con riferimento a Forum Traiani L. Cossonius L. f. Stell(atina tribu) Gallus che, lasciata la Sardegna, magari accompagnato da un reparto, tra il 113 e il 115 (dunque prima dell’arrivo e durante la permanenza di Traiano in Oriente), fu legatus Augusti delle province imperiali della Galazia, Pisidia e Paflagonia e, sotto Adriano, verso il 120 della Giudea nel pieno della rivolta ebraica[3]. Del resto un senatore sardo sembra essere quel Marco Erennio (—) Severo, l[eg(atus) pro pr(aetore) provinciae Iud(a)e[ae] e comandante della leg(io) X Fret(ensis), adlectus, promosso tra gli ex pretori da Traiano e comes dell’exp(editio) militare dello stesso Traiano oppure di Adriano[4].

Molti furono i marinai sardi congedati a fine servizio proprio da Adriano, come ad esempio l’ex gregale Decimus Numitorius Agisini (filius) Tarammon, Fifensis ex Sardinia, che ottenne la cittadinanza romana col figlio Tarpalaris nel 134 d.C. (CIL X 7855 = XVI 79, Tortolì).

Possediamo ora molte novità sulla rivolta giudaica a Berenice (Bengasi) in Libia e sul trasferimento ad metalla in Sardinia dei Beronicenses ricordati a Sulci: accolti come incolae, un secolo dopo essiabitavano forse in un ghetto esterno al municipio sull’insula Plumbaria affidato in modo inusuale ad un amministratore straordinario, un curator rei publicae: essi appaiono essere ancora interessati allo sfruttamento dell’attività mineraria ai confini con la vicina Neapolis[5].

Ci sono conservate purtroppo davvero poche notizie relative alla Sardegna nelle fonti di età imperiale: ignoriamo se veramente qualche imperatore visitò l’isola nel I o nel II secolo, come immaginato da Marguerite Yourcenar, che colloca gli amori di Adriano e di Antinoo in una capanna di contadini del litorale sardo, dove il giovane bitino avrebbe cucinato per l’imperatore del tonno appena pescato[6].

Il secolo degli Antonini fu complessivamente un periodo di pace: vediamo lo sviluppo delle manifestazioni relative al culto imperiale, la costruzione di Augustei nelle principali città costiere, la dedica di statue d’argento come a Bosa per Antonino Pio, Faustina, Marco Aurelio e Lucio Vero (CIL X 7939 = AE 1992, 894)[7]. Assistiamo così ad un risveglio delle autonomie cittadine, come in occasione dell’arrivo a Carales della legazione con la quale la colonia Iulia Augusta Uselis inviava un duoviro, due decurioni e uno scriba durante il principato di Antonino Pio, il I settembre 158 (Sex(to) Sulpicio Tertullo, Q(uinto) Tineio Sacerdote co(n)s(ulibus), K(alendis) Sept(embribus)), presso la residenza di M. Aristius Rufinus Atinianus per stipulare un doppio accordo, dal quale sarebbe derivato <<un duplice vincolo che al patronatus appaiava il legame bilaterale dell’hospitium>>.[8]

 Un personaggio illustre, destinato poi a diventare imperatore, conobbe certamente la Sardegna e soggiornò per alcuni anni a Carales: Settimio Severo, il futuro imperatore, attorno al 174 fu sorteggiato questore della Spagna Betica; prima di ricoprire l’incarico, si recò in patria, a Leptis Magna, per definire alcune questioni familiari dopo la morte del padre (HA, Sev. 10, 2, 3); mentre si trovava in Tripolitania, il senato d’intesa con Marco Aurelio gli attribuì la Sardegna in cambio della Betica che era stata sorteggiata per lui, per il fatto che la provincia spagnola veniva saccheggiata dai Mauri della Tingitana e richiedeva un comando militare attribuito ad un legato imperiale. Settimio Severo fu dunque questore propretore nell’isola. Assistiamo al temporaneo passaggio della provincia spagnola dall’amministrazione senatoria a quella imperiale e viceversa per la Sardegna. È uno dei tanti momenti della “politica di scambio tra imperatore e Senato” della provincia Sardinia: come abbiamo detto, Traiano aveva restituito la Sardegna al Senato nel 111 d.C. affidandola a proconsoli ex pretori; è probabile che alla metà del II secolo l’isola avesse conosciuto un nuovo periodo di amministrazione imperiale affidata a procuratori equestri, se veramente lo scambio con la Betica del 174 significò un cambiamento di amministrazione.

Tra i proconsoli di questo periodo – come ci suggerisce Raimondo Zucca – potrebbe esserci stato il genero di Marco Aurelio (console del 177 d.C.), che vediamo attestato a Bithia in una tardissima iscrizione neopunica che possiamo collocare attorno al 174: la città era ancora retta da sufeti, ma il proconsole è presente sulla targa che commemora i lavori edilizi voluti dal popolo bitense nel santuario con altari e cisterne, dedicato forse a Bes-Esmun nell’età di Marco Aurelio tra il 174 e il 177 d.C.[9]. Marcus Peducaeus Plautius Quintillus è ricordato dopo l’indicazione del sufetato eponimo (anno sufetum), di BB‘L, H R’MY(riferita ad un personaggio evidentemente detto “il Romano”, forse da intendere in possesso a titolo individuale della cittadinanza romana in una comunità ancora di peregrini), e di [—]H. Poiché Peducaeus è il primo personaggio menzionato, dopo un sufeta, è da escludere che vi fosse citato in funzione della datazione consolare, in quanto nella coppia dei consoli del 177, Commodo, associato al trono da Marco Aurelio, precedeva Marco Peduceo Plauzio Quintillo. Potremmo dunque ipotizzare che eglivenisse ricordato nell’epigrafe nella logica di quella successione di disposizioni, in base alla quale l’imperatore ordinava i lavori, il governatore provinciale ne curava l’esecuzione e i magistrati municipali li facevano concretamente eseguire, in particolare in presenza di interventi legati a luoghi di culto. In questa ipotesi il ruolo che dovremmo assegnare a Marco Peduceo Plauzio Quintillo è quello di governatore della provincia Sardinia, che in alcune fasi del periodo che va da Traiano a Commodo, era espresso dal Senato e riceveva il titolo di proconsul, benché fosse prescelto tra gli ex-pretori. Dunque il nostro Quintillo, dopo aver rivestito la pretura, poté tra il 174 e il 176, ossia ad un’età compresa tra i 29 e i 31 anni, governare la Sardinia, assistito da un Gaio Pompeio Felice, forse il suo questore. È stato recentemente osservato che l’uso della lingua punica era ornai residuale a Bithia e semplicemente utilizzato per enfatizzare una dedica sacra[10].

Più tardi – negli ultimi anni di Marco Aurelio – la Sardegna sarebbe tornata sotto il diretto controllo imperiale, attraverso procuratori e prefetti, poi presidi, inizialmente viri egregii, quindi (forse durante il principato di Claudio II) perfectissimi e, sotto Costantino dopo l’abolizione dell’ordine equestre, clarissimi.

Particolarmente significativo è il caso del governatore Quinto Bebio Modesto, il quale, procuratore dei due Augusti (Marco Aurelio e Commodo) e prefetto della Sardegna, fu adlectus nel consilium imperiale col titolo di amicus consiliarius dei principi, come testimonia una dedica di Forum Traiani posta dal liberto imperiale Servatus, procurator metallorum et praediorum, incaricato della gestione delle miniere e delle proprietà terriere degli imperatori nell’isola, suddivise in distretti chiamati regiones[11].

Fu forse lo stesso procuratore imperiale Servatus a ricevere una decina di anni dopo (nel 191-192) da un altro governatore provinciale (forse C. Ulpius Severus)[12] l’epistola imperiale che rimetteva in libertà i cristiani della chiesa di Roma inviati in esilio da Marco Aurelio e impiegati nei metalla della Sardinia. Conosciamo la questione per l’acrimonia con la quale Ippolito parla del futuro papa Callisto, imprigionato e poi esiliato perché coinvolto nel fallimento della banca di Carpoforo, banca impegnata a favore di orfani e vedove; i fatti si erano complicati per Callisto in seguito al pubblico scandalo avvenuto in una sinagoga urbana nel giorno di sabato, quando Callisto aveva tentato inutilmente di recuperare i suoi crediti. Scrive Ippolito (9, 12): <<in seguito Marcia, che era la concubina di Commodo, devota alla religione cristiana, siccome voleva compiere una qualche opera buona, chiamato a sé il beato Vittore che era vescovo della Chiesa di Roma in quella circostanza, gli chiese quali fossero gli esiliati in Sardegna (fra i diversi che si trovavano colà). E Vittore fra tutti i nomi forniti non diede quello di Callisto, ben conoscendo gli sconsiderati trascorsi di costui. Ottenuto pertanto ciò che desiderava dall’imperatore Commodo, Marcia consegnò una lettera liberatoria a un tale prete Giacinto che, presala, salpò per la Sardegna e, rimessala a colui che in quella circostanza era al comando di quel territorio (minerario), liberò tutti i martiri ad eccezione di Callisto. E quest’ultimo, prostrato in ginocchio e piangente, supplicava di poter ottenere anche lui la liberazione>>[13].

Il distretto minerario appare fortemente presidiato dall’esercito romano e in particolare dalla cohors I Sardorum nei primi secoli dell’impero, in relazione proprio alla sorveglianza sui deportati e sugli schiavi impiegati nell’estrazione dei minerali nei metalla del fiscus imperiale (in particolare piombo argentifero, galena e ferro): a Grugua nel II secolo conosciamo un miles Farsonius Occiarius e un Charittus Cota[e f(ilius), miles coh(ortis) I? ] Sardorum, (centuria) Pa[- – -]; infine nella vicina Buggerru un Surdinius Felix (centurio) coh(ortis) I Sard(orum)[14]. L’area mineraria, passata alla fine della repubblica dal controllo dell’aristocrazia sulcitana (forse attraverso appalti gestiti dai questori per conto della res publica) nelle mani di Cesare, a partire dall’età di Ottaviano fu parte integrante delle proprietà imperiali, come ha recentemente dimostrato Mattia Sanna Montanelli[15].

La vicenda è troppo nota per dover essere ricostruita nei dettagli, deformata con tutta probabilità da quella che in passato è stata ritenuta la malevola ostilità di Ippolito nei confronti di Callisto, che si sarebbe disperato davanti all’inviato imperiale e sarebbe comunque riuscito a farsi liberare; al suo rientro a Roma sarebbe diventato diacono, assistente di Zefirino, incaricato della manutenzione delle catacombe sulla Via Appia, infine pontefice per cinque anni tra l’età di Elagabalo e quella di Severo Alessandro (218-222).[16]

Per quanto riguarda il trasporto del frumento dai latifondi imperiali della Sardegna, sappiamo che Marco Aurelio riconobbe un’associazione di imprenditori marittimi, in qualche modo collegata con altre analoghe organizzazioni africane di proprietari di navi (CIL XIV, 4142); nulla impedisce di pensare che il progetto di Commodo per la nascita di una Classis Africana Commodiana riguardasse anche la Sardegna (Hist. Aug., Comm. XVII, 7). La politica dei trasporti marittimi appare solida e di lungo termine se la vediamo attestata con i Navicularii et Negotiantes di Karales, i Navicularii di Turris Libisonis e Olbia documentati ad Ostia[17].


[1] P. Floris, Le iscrizioni funerarie pagane di Karales, AV Edizioni, Cagliari 2005, pp. 344 349 nr. 115.

[2] M. Pucci Ben-Zeev, “L. Tettius Crescens expeditio Iudeae”, ZPE, 133, 2000, pp. 256-258.

[3] A. Mastino, R. Zucca, “L. Cossonius L. f. Stell(atina tribu) Gallus Vecilius Crispinus Mansuanius Marcellinus Numisius Sabinus pro consule provinciae Sardiniae e la constitutio del Forum Traiani”, in Gerión, Revista de Historia Antigua, 32, 2014, pp. 199-223.

[4] AE 2003, 811; 2008, 604 e 610; 2014, 541. Vd. soprattutto M. Bonello Lai, “I senatori sardi”, in Epigrafia romana in Sardegna. Atti del I Convegno di studio, Sant’Antioco, 14-15 luglio 2007 (Incontri insulari, I), a cura di F. Cenerini e P. Ruggeri, Carocci, Roma 2008, pp. 95-110; R. Zucca, Senatori nella Sardinia, Epigrafia e ordine senatorio, 30 anni dopo. Atti della XIXe Rencontre sur l’épigraphie du Monde Romain, a cura di M.L. Caldelli, G.L. Gregori, Tituli 10, Roma, Edizioni Quasar, 2014, pp. 341-352.

[5] A. Mastino, La Cirenaica di Adriano: la deportatio in Sulcitanam insulam Sardiniae conterminam degli Ebrei di Berenice (Bengasi), “Libya antiqua”, n.s. 14, 2021, pp. 51-68. In generale: P.G. Spanu, Gli Ebrei in Sardegna tra l’età romana e l’altomedioevo, in AA.VV., Immagini da un passato perduto, Segni della presenza ebraica in Sardegna, Cagliari-Sassari 1996.

[6] M. Yourcenar, Mémoires d’Hadrien, Gallimard, Paris 1974, pp. 82 s. = Memorie di Adriano, seguite dai taccuini di appunti, Einaudi, Torino 1981, nella traduzione italiana di Lidia Storoni Mazzolani: <<Qualche tempo prima, durante una sosta in Sardegna, un temporale ci spinse a cercar rifugio in una capanna di contadini; Antinoo aiutò il nostro ospite a rigirare sulla brace un paio di trance di tonno; mi sembrò d’esser Zeus che visita Filemone in compagnia di Ermes. Quel giovinetto dalle gambe ripiegate sul letto era Ermes in persona, che si scioglie i sandali; era Bacco, mentre coglieva un grappolo o assaggiava per me una coppa di vino rosato; le sue dita, indurite dalla corda dell’arco, erano quelle di Eros. Fra tante trasfigurazioni, in mezzo a tante magie, mi accadde di dimenticare la persona umana, il fanciullo che s’affannava invano a imparare il latino, o pregava l’architetto Decriano di dargli lezioni di matematica, poi vi rinunciava, e, al minimo rimprovero, si rifugiava imbronciato a prua della nave a guardare il mare>>. Ovviamente il vecchio Filemone è ricordato da Ovidio nell’VIII libro delle Metamorfosi, per l’amore per la sposa Bauci: i due accolsero Zeus ed Ermes in una povera capanna di canne e di fango, trasformata dagli dei in un tempio.

[7] M. Mayer i Olivé, “La inscripción del Augusteum de Bosa”, in A. Mattone, M.B. Cocco (a cura di), Bosa la città e il suo territorio dall’età antica al mondo contemporaneo, Sassari, Carlo Delfino editore, 2016, pp. 121-129.

[8] Ora: E. Cimarosti, CIL X 7845: proposte da una rilettura autoptica. in ‘Voce concordi.’ Scritti per Claudio Zaccaria, Antichità Altoadriatiche, LXXXV, a cura di Fulvia Mainardis, Trieste 2016, pp. 205-216.

[9] Sull’iscrizione neopunica: M. G. Guzzo Amadasi, Le iscrizioni fenicie e puniche delle colonie in Occidente, Roma 1967, pp. 133 ss., Sardegna, nr. 8 Npu.

[10] A. Ibba, “La Sardinia in età antonina: riflessioni su un testo da Bithia (ICO Sard. n. 8NP), nel volume Tra le Coste del Levante e le Terre del Tramonto. Studi in ricordo di Paolo Bernardini, a cura di Sandro Filippo Bondì, Massimo Botto, Giuseppe Garbati, Ida Oggiano, (Collezione di Studi Fenici, 51), Roma, CNR Edizioni, 2021 pp. 233-246.

[11] S. Ganga, A. Ibba, “La Sardinia sotto Marco Aurelio: nuova lettura di AE 2001, 1112 = EDR153329 da Forum Traiani”, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, 217, 2021, pp. 271-278.

[12] P. Meloni, L’amministrazione della Sardegna da Augusto all’invasione vandalica, Roma 1958, p. 201 s., nr. 21, seguito da D. Faoro, Praefectus, procurator, praeses. Genesi delle cariche presidiali equestri nell’alto Impero Romano, Firenze 2011, p. 309, nr. 12.

[13] A. Mastino, “I decenni tra l’esilio in Sardegna di Callisto e quello di Ponziano: i rapporti tra cristiani e pagani e la ricostruzione del tempio nazionale del Sardus Pater presso i metalla imperiali”, in Atti della Pontificia Accademia romana di Archeologia (Serie III), Rendiconti, LXXXVIII, 2015-16, pp. 159-185. Per il minerale estratto a Metalla, vd. G. Pipino, Autori classici e risorse minerarie italiane, “Rivista di archeologia on-line”, XVI, 23 del I dicembre 2021, p. 9 nr. 26*, con la nota di p. 16.

[14] Y. Le Bohec, La Sardaigne et l’armée romaine sous l’Haut-Empire, Delfino, Sassari 1990.

[15] M. Sanna Montanelli, “Είς μέταλλον Σαρδονίας. Metalla e il Sulcis Iglesiente prima della pax costantiniana”, in Isole e terraferma nel primo cristianesimo, Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, a cura di R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu, Atti XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Cagliari- Sant’Antioco, 23-27 settembre 2014), Cagliari, PFTS University Press, 2015, pp. 915-920; Id., “Praedia e metalla del Sardus Pater. Res Caesaris e culto imperiale nei territori del Sulcis Iglesiente”, in Il Tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2019, pp. 266-279 (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale).

[16] Per la sepoltura di Callisto nella catacomba di Calepodio, vedi D. Mazzoleni et alii, Le iscrizioni della catacomba di Calepodio, in Rivista di Archeologia Cristiana LXXV, 1999, pp. 597 ss.

[17] Per i navicularii sardi: L. De Salvo, I navicularii di Sardegna e d’Africa nel tardo Impero, in L’Africa Romana, VI, Sassari 1989, pp. 743-754; vedi A.M. Colavitti, La presenza dei negotiatores italici nella Sardegna di età romana, Oristano 1999.