Costantino e la pace religiosa in Sardegna

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  1. Costantino

Notevole è poi il riconoscimento solo in Sardegna dell’usurpatore africano Lucio Domizio Alessandro, vicario della diocesi dell’Africa, proclamatosi imperatore contro Massenzio e sostenuto da Costantino; si discute sulla durata della rivolta, che taluni limitano al 310, altri estendono al periodo 308-311; proclamatosi imperatore contro Massenzio e sostenuto da Costantino e dai suoi uomini, tra i quali quel preside provinciale L. Papius Pacatianus, ricordato in un miliario di Carbonia[1], il riconoscimento in Sardegna (ed in Tripolitania, in Africa Proconsolare, in Byzacena e nelle due Numidie) è alquanto sorprendente[2]. Un ruolo decisivo dovette forse essere svolto dal governatore sardo Lucio Papio Pacatiano, poi premiato da Costantino, che lo avrebbe nominato a partire dal 332 prefetto del pretorio[3]. Sconfitto e ucciso in Africa (forse a Cirta) l’usurpatore Domizio Alessandro, la Sardegna tornò sotto il controllo di Massenzio; fu proprio Costantino, dopo la battaglia del Ponte Milvio del 28 ottobre 312, a recuperare la Sardegna[4]. Il cadavere di Massenzio venne decapitato e la testa spedita a Cartagine[5]. Cirta, completamente ricostruita, cambiò nome e divenne Constantina, dal momento che fu Costantino ad occuparsi del restauro della città, evidentemente molto danneggiata dalla guerra, così come Cartagine (cfr. Aurelio Vittore, De Caes., XL, 17-19)[6]. Per parte sua la Sardegna passò subito a Costantino e successivamente a Costantino II ed a Costante: non è il caso di entrare nel dettaglio dei problemi, ma la situazione religiosa si ribaltò con Costantino e Licinio nel 313 con l’editto di Milano.  Una situazione simile si sarebbe verificata successivamente con Magnenzio, l’uccisore di Costante, sconfitto da Costanzo II a Lugdunum[7]. Seguì il breve regno di Giuliano e la nomina di Valentiniano I a partire dal 364: il figlio Graziano sarebbe stato ucciso nel 383 dall’usurpatore Magno Massimo, riconosciuto sugli ultimi miliari della Sardegna e del Nord Africa. Gli ultimi cinque miliari della Sardegna risalgono agli anni 387–388 e al regno congiunto di Magno Massimo e Flavio Vittore (preside il perfettissimo Sallustius Exsuperius) e riguardano quasi tutte le strade isolane[8].

  • La pace religiosa

In modo un po’ arbitrario abbiamo deciso di chiudere questo libro con la “pace religiosa” voluta da Costantino, che poneva fine alle persecuzioni contro i cristiani: l’imperatore dava libertà di culto, ma non riusciva a spegnere le tradizioni pagane. Lo stesso Costantino Augusto, dopo la morte di Licinio, in realtà celebrava un trionfo ancora pagano nel 315, due anni dopo la sconfitta di Massenzio nel corso della battaglia del Ponte Milvio combattuta sotto la protezione del «segno celeste» di Cristo[9]: non sembra fondata l’ipotesi che al momento del suo ingresso a Roma Costantino abbia evitato accuratamente di ascendere al Campidoglio dirigendosi rapidamente al palazzo imperiale sul Palatino, egli celebrò dunque un trionfo che comportava anche una cerimonia di ringraziamento a Giove Ottimo Massimo, il dio pagano al quale da sempre il trionfatore romano con indosso il mantello di porpora tendeva idealmente ad identificarsi. Nella stessa occasione era d’uso deporre l’alloro nel grembo di Giove ed effettuare i tradizionali sacrifici cruenti[10]. Noi siamo invece certi che Costantino in occasione dei decennali, il 25 luglio 315 celebrò un trionfo germanico dopo una spedizione condotta con le stesse truppe vittoriose su Massenzio, come testimonia l’arco di Caesarea di Mauretania recentemente studiato: arco analogo a quello costruito a Roma nella vallata dell’Anfiteatro Flavio; Eusebio sottolinea come in tale circostanza non ebbero luogo veri sacrifici pagani ma ricorda che si svolsero comunque pubblici festeggiamenti (Eus., v.c., I, 48.). Possiamo ipotizzare che tali festeggiamenti abbiano riguardato le varie vittorie ottenute da Costantino nei due anni precedenti, a partire dalla sua profectio da Roma due anni prima. Pertanto pare probabile che il rilievo marmoreo di Cherchell facesse parte dell’arco africano che intendeva commemorare le spedizioni vittoriose di Costantino al Pons Mulvi e poi in Germania (CIL VIII 9356 = 20841 = AE 2001, 2138), forse con altre scene relative ad avvenimenti delle diverse campagne, raffigurando il processus che ebbe luogo al rientro con tutti i simboli della vittoria, tra cui l’alloro e le immagini degli episodi della guerra. Il rilievo è stato inteso come un importante documento della storia costantiniana (Museo di Algeri, copia al Museo della Civiltà Romana), con riferimento ad una expeditio in Germanos, conclusasi con un trionfo celebrato a Roma in occasione dei decennali[11]. Rimane ancora aperto il problema se a Treviri o a Roma fosse concepibile in questo periodo una cerimonia con marcate connotazioni trionfali di tipo tradizionale pagano. Un trionfo ordinario poteva avere luogo solo a Roma, magari per i festeggiamenti urbani legati ai decennalia. I contenuti della cerimonia in parte ci sfuggono: del resto l’uso del termine triumphus anche sull’arco fatto costruire dal senato pagano (arcus triumphis insignis)[12] e in contesti più tardi e dichiaratamente cristiani chiarisce come questo non debba indirizzare tout court verso il trionfo, cerimonia ben nota nel corso di tutta la lunga storia di Roma, ma come si possa riferire, più genericamente, a celebrazioni delle vittorie dell’imperatore, reditus o adventus seguiti ad imprese belliche piuttosto che trionfi veri e propri; restano ancora presenti, è ovvio, alcune caratteristiche direttamente legate alla simbologia del trionfo, tanto profondamente radicata nella cultura civica dei romani.

Con questi limiti, dobbiamo constatare che Costantino sposò le politiche della Chiesa di Roma[13], vietò i sacrifici cruenti di animali[14] e durante la campagna militare contro i Germani, immediatamente dopo l’editto di tolleranza e prima del trionfo, convocò nel 314 un primo concilio ad Arelate, per discutere la questione dei Donatisti in Africa. Partecipò il vescovo di Carales, ex provincia Sardinia, Quintasius, accompagnato dal presbitero Ammonius, elencato tra i vescovi africani, in una posizione d’onore: il nome di Quintasius è ricordato tra il primate della Mauretania (il vescovo di Caesarea Fortunatus)ed il vescovo di Cartagine Caecilianus[15] . Dunque il vescovo di Carales fu tra i primi dei cento vescovi occidentali impegnati a definire una professione di fede sulla natura dei rapporti tra Cristo e lo Spirito Santo[16]. Si tratta indubbiamente di un notevole riconoscimento dell’antichità e del prestigio della chiesa sarda, che non va sottovalutato.

Il nuovo orientamento del potere imperiale successivo all’Editto di Milano (che Teodosio avrebbe meglio definito) era destinato a cambiare profondamente l’impero: possiamo parlare di una “pace religiosa”, che copre un lungo periodo pur attraversato da dispute e scontri accesi[17]: il concilio di Nicea del 325 fu uno dei passaggi della politica imperiale che ancora venivano ricordati in Sardegna secoli dopo[18], con riferimento al numero dei padri conciliari invocati nelle maledizioni per i violatori delle tombe[19]. Il riflesso nell’isola è rappresentato dall’estendersi delle necropoli cristiane, dal riconoscimento di luoghi di devozione per il culto dei martiri, dalla presenza di devoti che iniziavano a frequentare i santuari[20].

Al di là di ogni esemplificazione, che ovviamente potrà apparire troppo schematica anche in rapporto con le nostre conoscenze sulle origini e sulla dignità della chiesa caralitana, il vero tornante della storia religiosa e sociale isolana fu dunque ancora una volta Costantino Magno, l’imperatore così caro alla chiesa sarda, il cui culto in sede locale si è sviluppato probabilmente ben prima dell’età bizantina[21]; per il periodo più tardo abbiamo nuove testimonianze, come quella in lingua greca ma in caratteri latini di Nuraminis, riferita dalla Pani Ermini all’età alto-giudicale[22].

Fu Costantino ad assicurare anche in Sardegna la libertà religiosa e ad adottare provvedimenti che potrebbero esser stati ispirati dalle autorità della chiesa locale, come ad esempio quello del 325, conservatoci parzialmente modificato nel Codex Theodosianus, relativo alla ricostituzione delle famiglie degli schiavi smembrate tra differenti latifondi imperiali[23]: gli studiosi prevalentemente ritengono che il principio di inscindibilità delle famiglie servili introdotto a partire da questo periodo ed il conseguente temperamento della condizioni di vita degli schiavi coinvolti nei processi di smembramento dei fondi patrimoniali ed enfiteuticari, possano essere ritenuti come il «frutto di uno spirito nuovo e veramente cristiano»[24]. Fu ancora Costantino ad avviare la controversa politica delle grandi donazioni, come quella alla basilica dei Santi Pietro e Marcellino, alla quale iniziavano forse ad essere versati i proventi derivanti dalle proprietà imperiali in Sardegna: insulam Sardiniam cum possessiones omnes ad eandem insulam pertinentes[25]. Il radicamento del cristianesimo in Sardegna è oggi meglio conosciuto ache grazie alla riedizione di materiali davvero antichi, come il sarcofago con il sacrificio di Isacco e il paralitico risanato da Olbia, datato alla fine del III secolo d.C.[26]

Se è vero che Camillo Bellieni leggeva l’economia romana in Sardegna come sostanzialmente schiavistica, una svolta profonda si sarebbe avuta con i provvedimenti di Costantino, tesi a ricostituire le famiglie di schiavi smembrate tra i domini, i possessori dei fondi concessi in enfiteusi, provenienti dal patrimonio imperiale in Sardegna. L’attenzione dell’imperatore poté essere mossa forse da un sentimento di carattere umanitario, magari influenzato dalla chiesa, ma più probabilmente piuttosto fu l’inevitabile risposta del potere imperiale ai gravi disordini di massa, che determinarono la fondata

preoccupazione che non venisse alimentata nell’isola l’anarchia rurale: <<Lo strazio dei più intimi affetti aveva portato questi uomini a gesti di violenza, erano scoppiate improvvise le passioni, forse si era sparso sangue, forse alcuni avevano preso la via dei boschi, e vivevano di violenza e di rapina per difendere la propria esistenza ed un’illegale libertà»[27].

Una statuina cosmocratica dal larario di una domus di Olbia raffigura Costantino loricato con cornucopia (attributo del Genius Augusti)e globo, elementi questi che vanno  «correlati con la frequenza della loro rappresentazione nella monetazione di Costantino»[28]; si tratta di una simbologia che fa riferimento al mito di un impero universale, un tema che caratterizza la propaganda imperiale nell’età di Costantino. Suggestiva, appare l’ipotesi formulata da Cesare Saletti di una «connessione con il latifondo imperiale [in Sardegna], che attirò con continuità l’attenzione di Costantino, come dimostra, tra l’altro, una sua costituzione del 334 [in realtà 325]  inviata al rationalis di quell’anno»[29].


[2] V. Aiello, Costantino, Lucio Domizio Alessandro e Cirta: un caso di rielaborazione storiografica, in L’Africa Romana, VI, Sassari 1989, pp. 179-196 e P. Ruggeri, Costantino conditor urbis: la distruzione di Cirta da parte di Massenzio e la nuova Constantina, in Africa ipsa parens illa Sardiniae, Sassari 1999, pp. 61-72. La scelta di Domizio Alessandro di controllare Sulci potrebbe esser dovuta secondo R. Andreotti, Problemi di epigrafia costantiniana, I, La presunta alleanza con l’usurpatore Lucio Domizio Alessandro, “Epigraphica”, 31, 1969, p. 165 alla presenza (indimostrata) di una stabile squadra militare nel porto di Sant’Antioco. Forse si potrà meglio ipotizzare che l’usurpatore africano fosse interessato ai metalli della regione, dei quali era cronicamente carente l’Africa.

[3] G. Sotgiu, Un miliario sardo di L. Domitius Alexander e l’ampiezza della sua rivolta, “Archivio Storico Sardo”, XXIX, 1964, pp. 151-158; A. Mastino, Le relazioni tra Africa e Sardegna in età romana, “Archivio Storico Sardo”, XXXVIII, 1995, p. 57.

[5] S. Iglesias, Pari studio missum eiusdem tyranni ad permulcendam Africam caput. The Contrast between the Body of the Emperor and the Usurper in the Constantinian Latin Panegyrics, L’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 1095-1102.

[6] Per la Sardegna, cfr. Meloni, L’Amministrazione, pp. 135 ss.; per le province africane, cfr. P. Romanelli, Storia delle province romane dell’Africa, Roma 1959, pp. 539 ss.

[7] ILSard. I 384, pr. Serri; vd. I. Didu, Magno Magnenzio, Problemi cronologici ed ampiezza della sua usurpazione. I dati epigrafici, in «Critica storica », XV (1977), pp. 11-56.

[8] Miliari di Nuracheddos, presso Cala d’Ostia a Pula, sulla litoranea da Nora a Bithia (ILSard. I 370), di Santa Marras, in comune di Fordongianus, sulla centrale sarda (a Karalibus Turrem) (ILSard. I, 191), di Errianoa, in comune di Berchidda (AE 1995, 701), di Telti, al km. 51 della SS 199 (AE 1995, 700) e di Sbrangatu Olbia (EE VIII 786), questi ultimi tre sulla a Karalibus Olbiam; vediP. Meloni, Un nuovo miliario di Magno Massimo rinvenuto in territorio di Berchidda 1986, in «Nuovo Bullettino Archeologico Sardo», I (1984), pp. 179,188 pp. 179-188.

[9] A. Mastino, A. Teatini, Ancora sul discusso “trionfo” di Costantino dopo la battaglia del Ponte Milvio. Nota a proposito di CIL VIII 9356 = 20941 (Caesarea), in Varia epigraphica. Atti del Colloquio Internazionale di Epigrafia, Bertinoro, 8-10 giugno 2000, a cura di G. Angeli Bertinelli ed A. Donati (Epigrafia e antichità, 17), Faenza 2001, pp. 273-327

[10] A. Fraschetti, Costantino e l’abbandono del Campidoglio, in A. Giardina (a cura di), Società romana e impero tardoantico, II, Roma-Bari 1986, pp. 59-98 e 412-438.

[11] Contra: A. Fraschetti, Costantino e l’abbandono del Campidoglio, in A. Giardina (a cura di), Società romana e impero tardoantico, II, Roma-Bari 1986, pp. 59-98 e 412-438.

[12] CIL, VI, 1139, cf. F. Grossi Gondi, L’arco di Costantino, Roma 1913 , p. 3 ss.

[13] M.U. Sperandio, “Costantino «vescovo universale»”, in Historia et ius. Rivista di storia giuridica dell’età medievale e moderna, 7, 2015, pp. 1-17.

[14] P.P. Onida, Il divieto dei sacrifici di animali nella legislazione di Costantino. Una interpretazione sistematica, in AA.VV., Poteri religiosi e istituzioni: il culto di San Costantino Imperatore tra Oriente e Occidente, a cura di F. Sini – P.P. Onida, Torino, G. Giappichelli-ISPROM, 2003, pp. 73-170.

[15] CONC. AreI. a. 314 CCH 148, p. 4, 1-7; p. 15, 70-71; p. 17,57-58; p. 19 e 20, 57-58; p. 22, 55-56. Per la collocazione del vescovo di Carales negli atti conciliari, vd. R. Turtas, Rapporti tra Africa e Sardegna nell’epistolario di Gregorio Magno (590-604), in L’Africa Romana, IX, 1991 [1992], p. 708 n.23. A. Mastino, La Sardegna cristiana in età tardo-antica, in La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Magno, Atti del Convegno nazionale Cagliari 10-13 ottobre 1996, a cura di A. Mastino, G. Sotgiu, N. Spaccapelo, Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, Studi e ricerche di cultura religiosa, Nuova Serie, I, Cagliari 1999, pp. 263-30

[17] J. Irmscher, Die Christianisierung Sardiniens, in “L’Africa Romana”, 6, Atti del VI convegno di studio, Sassari 16-18 dicembre 1988, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1989, pp. 547-552.

[18] A. Mastino, A. La Fragola, T. Pinna, Defixiones, maledizioni e pratiche magiche nella Sardinia e nella Corsica tardoantiche, in Enemistad y odio en el mundo antiguo, Francisco Marco Simón, Francisco Pina Polo, José Remesal Rodríguez (eds.), Collecció Instrumenta, 74, Zaragoza 2021, p. 223.

[19] ELSard. 648 s. B 175, cfr. L. Pani Ermini, M. Marinone, Museo Archeologico di Cagliari. Catalogo dei materiali paleocristiani e altomedievali, Roma 1981, p. 50 nr. 81; vd. soprattutto A. Ferrua, Un’iscrizione greca medioevale in Sardegna, “Epigraphica”, XVIII, 1956, 94 ss.; Id., Gli anatemi dei padri di Nicea, “La Civiltà Cattolica”, CVIII, 4, 1957, 383 ss.; vd. anche SEG 38, 1988, 295 nr. 982.

[20] V. Fiocchi Nicolai, L. Spera, “Sviluppi monumentali e insediativi dei santuari dei martiri in Sardegna”, in Isole e terraferma nel primo cristianesimo. Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, a cura di R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu, Atti XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Cagliari- Sant’Antioco, 23-27 settembre 2014), Cagliari, PFTS University Press, 2015, pp. 81-123.

[21] Vd. A. F. Spada, Santu Antine. Il culto di Costantino il grande da Bisanzio alla Sardegna, Nuoro 1989; P: P. Onida Il culto di San Costantino Imperatore in Sardegna: istituzioni giuridiche e tradizioni religiose”, in AA.Vv., San Costantino imperatore. Storia, culto e tradizione popolare in Sicilia, Atti del Convegno di studi San Costantino: tra storia e tradizione popolare, Capri Leone (ME), 26 luglio 2013, a cura di S. Brancati, Sant’Agata di Militello, Zuccarello, 2014, pp. 113-127.

[26] D. Cascianelli, “Nuove riflessioni iconografiche sul registro inferiore del sarcofago con il sacrificio di Isacco del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari”, in Isole e terraferma nel primo cristianesimo. Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, a cura di R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu, Atti XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Cagliari-Sant’Antioco, 23-27 settembre 2014), Cagliari, PFTS University Press, 2015, pp. 571-576.  Vd. già A. Teatini, Repertorio dei sarcofagi decorati della Sardegna romana, Roma, L’Erma di Bretschneider Editore, 2011,  pp. 267-271 nr. 59 (età tetrarchico-costantiniana).

[27] C. Bellieni, La Sardegna e i Sardi nella civiltà del mondo antico, Cagliari, il Nuraghe, I e II, (collezione sarda de Il Nuraghe), Edizioni della Fondazione Il Nuraghe, II, 1931, p. 47.

[28] E. Equini Schneider, Catalogo delle sculture romane del Museo Nazionale G.A. Sanna di Sassari e del Comune di Porto Torres, Sassari, Dessì, 1979 (Quaderni della Soprintendenza ai Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro, 7)., n. 18, pp. 31 sg., tav. 22 (che pensa ad un Genius provinciae o exercitus. più che ad un Genius Augusti).

[29] C. Saletti, “La scultura di età romana in Sardegna: ritratti e statue iconiche”, in Rivista di Archeologia, 13, 1989,  p. 83, vd. C.Theod.II,  25,1 (la data è in realtà il 325).