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Claudia Atte esiliata in Sardegna e la morte di Nerone

  1. Atte in Sardegna e la morte di Nerone.

La congiura di Gaio Calpurnio Pisone costituì un altro momento grandemente drammatico: i congiurati, tra i quali il prefetto del pretorio Fenio Rufo, accusato di adulterio con Agrippina, per uccidere Nerone scelsero la data del 19 aprile 65, durante i ludi circensi in onore di Cerere, ai quali il principe avrebbe certamente partecipato. Una volta ucciso il principe, i congiurati dovevano raccogliersi presso il vicino tempio di Cerere edificato all’inizio della repubblica: qui, presso il tempio ufficiale della plebe, tra l’Aventino ed il Circo Massimo, a breve distanza dal Tevere e dal pons Sublicius, Pisone si sarebbe dovuto far trovare forse in devoto raccoglimento in attesa degli eventi; da qui, dopo la morte di Nerone, il prefetto avrebbe condotto Pisone al campo dei pretoriani per essere acclamato imperatore. A tradire i congiurati fu uno schiavo, Milico, che informò il liberto imperiale Epafrodito, che a sua volta rivelò il complotto all’imperatore: salvatosi dalla congiura, Nerone a sua volta costrinse molti congiurati a darsi la morte, tra essi Seneca e Vestino, il marito di Statilia Messalina, la futura terza moglie del principe. All’esilio, nelle isole dell’Egeo, furono poi condannati molti altri; in Sardegna fu inviato Rufrio Crispino, primo marito di Poppea, che pure non aveva partecipato alla congiura, ma era ugualmente odiato da Nerone; l’anno successivo fu poi costretto al suicidio[1]. Fu forse costruita proprio in quell’occasione in Sardegna ad Olbia un’aedicula, un tempietto in onore di Cerere, voluto dalla liberta Atte, per ringraziare la dea della salvezza di Nerone e della scoperta della congiura, che si sarebbe dovuta concludere con la morte del principe in occasione dei ludi Ceriales: ci è conservata la parte destra dell’architrave in granito del tempietto, trasferita in età medievale a Pisa ed attualmente visibile nel Camposanto Monumentale: in essa Claudia Atte compare come la dedicante (ILSard. I 309)[2]. Sono rimaste molte altre testimonianze della presenza ad Olbia di Atte, forse protrattasi per tutta la durata del matrimonio di Nerone con Poppea: tra esse i numerosi bolli sull’instrumentum domesticum (soprattutto mattoni, tegole e lucerne, vedi p.es. CIL X 8046, 9 a-e; AE 1905, 69; 1981, 474) che documentano l’attività delle officine di Atte nei latifondi da Olbia a Mores donati da Nerone, ma anche a Casteldoria, Bolotana e Macomer. Ma di notevole interesse è anche il ritratto di Nerone diciottenne, che proviene probabilmente dal foro della città romana: è una testimonianza preziosa del ricordo del quinquennium felix ispirato da Seneca, il protettore di Atte; un secondo ritratto in bronzo molto frammentario è ora documentato ancora ad Olbia[3].

Del resto ad Olbia sono ricordati molti Tiberii Claudii, liberti di Nerone oppure della sua concubina, schiavi di origine orientale poi liberati: per esempio Tiberius Claudius Actes libertus Acrabas, marito di Hospita (CIL X 7984), oppure Tiberius Claudius Actes libertus Euthychus, esecutore testamentario di un decurione della coorte dei Liguri (ILSard. I 133); a Nerone e ad Atte va collegata Claudia Aug(usti) l(iberta) Pythias Acteniana, ricordata ad Olbia sull’urna cineraria della figlia Claudia Calliste (CIL X 7980). Pare sia da considerare di origine olbiense anche Tiberius Claudius Actes libertus Herma, ricordato assieme a Claudia Ianuaria su una tabella funeraria dedicata alla memoria di Tiberius Claudius Spuri filius Gemellus di sicura origine sarda ma trasferita nell’Ottocento a Genova (CIL X 7640), assieme al sarcofago caralitano di Lucius Iulius Castricius, conservato ora al Cimitero Monumentale di Staglieno[4]. Non mancano poi ancora nel I secolo d.C. ad Olbia i Claudii liberti imperiali, molti sicuramente da mettere in relazione con Nerone. Conosciamo inoltre il bollo che ricorda un Claudius Atticus su un embrice dalla necropoli di Olbia[5]. Tutto ciò, come è stato osservato, deve porre il problema della presenza ad Olbia di latifondi imperiali, trasferiti più o meno temporaneamente nella disponibilità di Atte, poi forse rientrati sotto il controllo di Vespasiano[6]. A questo gruppo di Claudii liberti di Atte, di Nerone o comunque dei giulio-claudii, una decina in tutto, vanno collegati anche i tre Domitii segnalati ad Olbia (CIL X 7982, EE VIII 736, EDR 155210), con tutta probabilità da mettere in relazione ancora una volta con Nerone, forse a dimostrazione dell’originaria provenienza del latifondo imperiale dalla gens Domitia, imparentata sicuramente con la gens Octavia (ancora EE VIII 736). La gran parte degli schiavi e dei liberti di Atte mantenne il proprio nome dopo la morte di Nerone ma passò di proprietà (Acteniani); altri divennero dei Flavii, dopo il ritorno dei latifondi nelle mani dell’imperatore Vespasiano (una cinquantina di attestazioni in Sardegna)[7]. Di un certo interesse è anche la vicenda di Gaio Cassio Blesiano, decurione della coorte dei Liguri nell’età di Nerone, iscritto alla tribù Palatina ed amico di Tiberio Claudio Eutyco liberto di Atte (ILSard. I 313); è interessante il prenome Gaius, anche se escluderei un rapporto diretto con i Cassii imparentati con il cesaricida e documentati a Carales proprio durante il regno di Nerone, ma assolutamente ostili all’imperatore. Tra essi va ricordato il già citato Lucio Cassio Filippo della Grotta delle Vipere di Cagliari, forse parente del Gaio Cassio Longino esiliato da Nerone in Sardegna nel 65 d.C. Questa documentazione fornisce elementi di riflessione sui rapporti tra latifondi imperiali e latifondi trasferiti, sia pure temporaneamente, nella disponibilità di Atte.

Fu forse all’indomani della morte di Poppea nell’anno 65, che dové interrompersi questo volontario esilio di Atte, che deve esser tornata a Roma e a corte: la liberta in ogni caso si venne a trovare nella capitale al momento della morte di Nerone, che ci è conosciuta soprattutto attraverso la narrazione di Svetonio (Nerone 50, 1-3): ancora una volta vediamo sulla scena l’avvelenatrice Locusta, che preparò un potente veleno che il principe rinchiuse in una cassetta d’oro, nella confusione poi fatta sparire dai soldati. Fu necessario così ricorrere ad uno strumento di morte più cruento, la spada, che Nerone si affondò nella gola con l’aiuto del liberto Epafrodito il 9 giugno 68. Dice Svetonio che il liberto di Galba Icelo autorizzò la cremazione di tutto il cadavere, dal quale qualcuno avrebbe voluto spiccare il capo. Per i suoi funerali, che costarono duecentomila sesterzi, lo si avvolse nelle coperte bianche, intessute d’oro, di cui si era servito all’inizio dell’anno. I suoi resti furono tumulati dalle sue nutrici Egloghe ed Alessandra, aiutate dalla concubina Atte, nella tomba dei Domizi che si scorge dal Campo di Marte sulla collina dei Giardini sul Pincio. Nella sua tomba fu collocato un sarcofago di porfido sormontato da un altare di marmo di Luni e protetto intorno da una balaustra di marmo di Taso. Svetonio fa dunque di Atte, tanto vituperata da Tacito, l’amante devota e fedele: perdonato il principe per averla abbandonata ed averle preferito Poppea, è lei che nel 68 ricompose le spoglie di Nerone nel mausoleo dei Domizi, non rinnegando il suo amore neppure dopo la morte, nel momento in cui tutti i risentimenti stavano per concentrarsi sui sostenitori di Nerone, con lo scoppio di una sanguinosa guerra civile che avrebbe diviso Roma e l’impero.

 Le proprietà di Atte dovettero essere confiscate con l’arrivo di Vespasiano, ma la liberta non fu uccisa né subì una damnatio memoriae dopo la morte: un indizio della successiva confisca dei latifondi e del ritorno delle terre sarde al patrimonium imperiale nell’età di Vespasiano potrebbe essere costituito dall’onomastica di Claudia Aug(usti) l(iberta) Pythias Acteniana, ricordata sull’urna cineraria della figlia Claudia Calliste: la schiava Pythias, passata di proprietà da Atte all’imperatore (Acteniana), sembra esser stata liberata prima della morte di Atte, se il gentilizio imperiale è Claudia e non Flavia (conosciamo diversi casi analoghi a Roma) (p.es. CIL X 7980); escluderei una donazione di Atte a favore di Nerone. Ne ricaveremmo dunque la conclusione che gli schiavi di Atte e tutte le terre dovettero essere confiscate, secondo la tradizionale politica vespasianea di riaccorpamento delle proprietà imperiali; eppure il nome della liberta di Nerone non fu cancellato completamente. Forse gli embrici con bollo di un Flavius ci conservano una preziosa testimonianza del passaggio delle proprietà di Atte nel patrimonio imperiale. Si vedano anche i bolli da Olbia di Marcus Lollius Tira(nnus ?), Caes(aris), che potrebbe essere considerato un lontano continuatore di Atte nella direzione delle officine imperiali olbiensi un tempo appartenute alla liberta[8]. In ogni caso l’esperienza imprenditoriale di Atte avrebbe fruttificato e l’isola si sarebbe aperta al commercio ed all’esportazione di prodotti artigianali di grande qualità.


[1] TAC. Ann. 15, 71 e 16, 17; cfr. R 121 in PIR III, 1898, p. 141 ; Demougin, L’ordre équestre sous les julio-claudiens, cit., p. 840 nr. 586 ; Ead., Prosopographie des chevaliers, pp.485 s. nr. 586.

[2] P. Ruggeri, “I ludi Ceriales del 65 d.C. e la congiura contro Nerone: C.I.L. XI 1414 = ILSard. 309 (Pisa)”, in Miscellanea greca e romana, 18, 1994, pp. 167-176.

[3] Angiolillo, La ritrattistica e la scultura decorativa, cit., pp. 255-263

[4] G. Mennella, Il sarcofago caralitano del princeps civitatis L. Iulius Castricius (CIL X 7807), in L’Africa Romana VI, 1988, pp. 755-760.

[5] NSA 1899, 43; EDCS-65900035.

[6] G. Pietra, “Le forme del potere imperiale a Olbia da Nerone ai Flavi”, in L’Africa romana. Trasformazione dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, vol. 2, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Atti del XIX convegno di studio (Sassari- Alghero, 16-19 dicembre 2010), Roma, Carocci, 2012, pp. 1931-1941.

[7] Per la presenza dei Flavii a Carales cfr. P. Floris, La presenza dei Flavii nell’epigrafia di Karales, “Studi Sardi”, 34, 2009, pp. 251-269, che però nelle appendici elenca anche quelli attestati nelle iscrizioni (ma non nell’instrumentum domesticum) rinvenute nel resto della Sardegna. Per Turris Libisonis: C. Cazzona, Nota sulla fondazione della colonia di Turris Libisonis: Iulii, Flavii, Aelii, Aurelii e Lurii nelle iscrizioni, «Studi Sardi», 31, 1994-1998, pp. 269-277.

[8] Laterizi e lucerne: G. Pietra, Nuovi bolli epigrafici da Olbia, L’Africa Romana, XIV, 3, 2002, p. 1783.

I rapporti tra il giovane Nerone e la bella liberta Claudia Atte

  1. Claudia Atte, la liberta amata da Nerone a Roma.

Il caso di esilio che conosciamo meglio è però quello della liberta Claudia Atte, compagna di Nerone, che si ritirò ad Olbia, portando con se i ritratti del principe diciottenne in marmo e poi in bronzo[1]: il principe rese celebre la schiava di origine asiatica che voleva di stirpe regale ed imparentata con il re Attalo[2]. Con il nome di [Claudia] Aug(usti) lib(erta) Acte la liberta compare nell’aprile 65 d.C. sull’epistilio in granito gallurese dell’aedicula dedicata ad Olbia a Cerere ([C]ereri sacrum), ora conservato nel Camposanto Monumentale di Pisa, ma di provenienza olbiense; numerosi sono poi i bolli sull’instrumentum domesticum, che documentano l’attività delle officine di Atte gestire da schiavi nei latifondi di Olbia donati da Nerone; conosciamo molti liberti che accompagnarono in Sardegna la liberta rimasta profondamente legata al principe.

Claudia Atte compare negli Annales di Tacito dopo il matrimonio di Nerone con la sorellastra Ottavia, quando si sviluppò una relazione incoraggiata da Seneca ed invisa ad Agrippina: Atte, una schiava di origine greca comprata in Asia e liberata da Claudio, era riuscita a legare a sé Nerone con un vincolo che apparve ai contemporanei saldissimo, basato com’era – dice Tacito – sulla libidine e su equivoche dissolutezze; quella muliercula riusciva a soddisfare pienamente tutti i desideri del giovane senza alcun danno apparente, tanto più che Nerone aveva dimostrato di avere una vera e propria ripugnanza per la moglie Ottavia, nobile e virtuosa, e veniva attirato in modo violento dai piaceri illeciti. Seneca arrivò ben oltre una benevola tolleranza per questo rapporto, assicurando una vera e propria complicità e copertura. Per queste ragioni inizialmente l’adulterio non fu conosciuto e la stessa madre Agrippina lo apprese con qualche ritardo, con grande sdegno e gelosia per l’influenza ormai esercitata a corte da Atte. Tacito ricorda che Agrippina protestava per avere per nuora una “serva”; rimproverava Nerone per questa sciocca avventura e minacciava di fargli troncare con le buone o con le cattive quella relazione. I rimproveri di Agrippina, che gli rinfacciava le più turpi vergogne, ottennero l’effetto contrario e il principe, soggiogato dalla forza dell’amore per Atte, si liberò completamente del rispetto e dell’obbedienza per la madre e si affidò totalmente a Seneca, che appare dunque il vero protettore della liberta: neppure le altre iniziative di Agrippina furono ben accette da Nerone, ormai infastidito per le attenzioni della madre, che rinunciando alla precedente severità, giungeva ora all’estremo opposto di fornire la propria protezione. Pare che gli amici più intimi ed in particolare Seneca, acquistato un sempre maggiore ascendente sul principe, abbiano approfittato dell’occasione per mettere definitivamente da parte Agrippina e lo stesso Britannico, che perciò fu avvelenato, con la complicità del tribuno dei pretoriani Giulio Pollione, forse di origine sarda (Forum Traiani: CIL X 7862; vd. a Turris Libisonis 7952), probabilmente lo stesso che in seguito fu ricompensato con la nomina a governatore della Sardegna dopo il 61-62 d.C.[3]: Pollione aveva la responsabilità di vigilare sulla avvelenatrice Locusta, una maga di origine gallica, allora prigioniera, che già aveva fornito il veleno per la morte dell’imperatore Claudio e che fu nuovamente mobilitata alla vigilia della morte di Nerone. Fu lei a consegnare un miscuglio mortale: un ruolo fu certamente svolto in questa tragica circostanza dalla compagna Atte. La morte di Britannico, mascherata perché si suppose dovuta ad una delle abituali crisi di epilessia del giovane, segnò comunque una svolta nei rapporti di Nerone con la moglie Ottavia e con la madre Agrippina, atterrite per questo crimine: sembra ne venisse rafforzata nettamente la posizione di Atte, colmata di doni, onorata a corte, tanto che secondo Svetonio il principe, inizialmente intenzionato a sposarla, convinse alcuni ex consoli a certificare con un falso giuramento le sue origini regali. Anche Dione Cassio riferisce che l’ipotetica discendenza di Atte dal re di Pergamo Attalo, morto quasi due secoli prima, fu poi formalizzata per volontà di Nerone con una falsa adozione. È questo il momento in cui Nerone pensò seriamente per la prima volta di ripudiare Ottavia e di sposare Atte, che ricevette in dono dal principe vasti latifondi nel Lazio (a Velletri), nella Campania (a Pozzuoli) e soprattutto in Sardegna (ad Olbia), con tutta probabilità questi ultimi provenienti dal patrimonio privato della gens Domitia (soprattutto per ragioni cronologiche escluderemmo la possibilità che le proprietà olbiensi siano appartenute a Domitia, la zia del cui patrimonio Nerone si impadronì nel 59)[4]. È probabile che la liberta Atte abbia avuto un ruolo anche nella condanna del 56 del citato procuratore della Sardegna Vipsanio Lenate (Tacito, Ann. 13, 30), accusato da alcuni ricchi latifondisti isolani di aver amministrato con rapacità la provincia e chiamato a rispondere del reato di concussione ai sensi di una lex Iulia, che riprendeva la legge Calpurnia. Agrippina, riavvicinatasi ad Ottavia, tentò di portare al potere Gaio Rubellio Plauto, discendente in quarto grado da Augusto, al quale pare avesse promesso di unirsi in matrimonio; Rubellio fu allora esiliato in Asia ed ucciso più tardi nel 62; egli aveva vasti possedimenti a Formia ed a Pompei, passati poi ad Ottavia e quindi al patrimonio imperiale; può essere collegato con la Sardegna, se un suo parente, meno probabilmente un suo liberto, Gaio Rubellio Clytio, da riferire alla metà del I secolo d.C., sposato con una Cassia Sulpicia Crassilla, figlia di un Gaio Cassio, è stato messo in relazione con gli interessi fondiari nell’isola – nel Cagliaritano – della gens di appartenenza, prima del trasferimento dei latifondi alla proprietà imperiale. Non è escluso che la moglie possa essere in qualche modo collegata con il Gaio Cassio uccisore di Cesare e con altri Cassii esiliati in Sardegna proprio nell’età di Nerone o comunque presenti nell’isola[5].

 Volgeva così rapidamente al termine il “quinquennio felice” di Nerone, che si sarebbe concluso con la morte di Ottavia e l’arrivo di Poppea, in un clima torbido, in cui i delatori la facevano ormai da padroni: Tacito accusa Atte di essere stata la causa di questa degenerazione, all’origine dei tanti difetti che Nerone aveva ormai accumulato in tre anni di convivenza, tra il 55 ed il 58: legato per abitudine ad Atte, dalla comunanza di letto con una schiava non aveva potuto raccogliere altro che vizi e cattive abitudini. Il confronto con la nobile, elegante ed intelligente Sabina Poppea, nuova amante di Nerone, si rivelò perdente per la liberta: Atte venne forse temporaneamente allontanata dalla corte, mentre Otone, secondo marito di Poppea, che nel 55 era stato introdotto tra gli intimi di Nerone assieme ad Atte, venne inviato come legato imperiale nella lontana Lusitania. Eppure l’allontanamento di Atte fu solo temporaneo e la donna doveva essere pienamente rimasta nelle grazie del principe se, scoppiato il contrasto tra Poppea ed Agrippina, ancora nel 59 continuò a svolgere un ruolo importante a corte, sempre dalla parte di Seneca, incaricata di far leva sull’ascendente che ancora continuava a mantenere sull’imperatore: fu così che Nerone iniziò ad evitare di incontrarsi da solo con Agrippina ed a favorire i viaggi della madre lontano da Roma; alla fine decise di farla uccidere: anche questa decisione fu presa sembra su consiglio di Atte e di Seneca. Escluso l’uso del veleno, poiché Agrippina si era immunizzata con antidoti, Nerone pensò di ricorrere a dei sicari che uccidessero la madre col pugnale. Infine fu accolta l’offerta del liberto Aniceto, prefetto della flotta di Miseno, che odiava Agrippina e che propose di utilizzare una nave che avrebbe dovuto auto-affondarsi in mare; Agrippina riuscì però a salvarsi a nuoto e si può immaginare la costernazione di Nerone alla notizia che la madre era sopravvissuta al naufragio: il prefetto del pretorio Burro si rifiutò categoricamente di far uccidere l’ultima discendente di Augusto dai pretoriani, così come veniva suggerito da Seneca. L’incarico di completare l’opera fu allora lasciato ancora una volta al prefetto della flotta da guerra Aniceto, che assalì la villa con una schiera di marinai. Questo tragico episodio, che chiude il “quinquennio felice” di Nerone, fu seguito da un difficile chiarimento in Senato; nel suo messaggio, scritto da Seneca per comunicare l’accaduto, Nerone dava la sua versione dei fatti, accusando Agrippina di aver cospirato contro di lui: una vera e propria confessione del delitto. Più tardi, la morte di Burro nel 62 causò una rottura dell’equilibrio allora faticosamente raggiunto e provocò, come conseguenza, anche il crollo della potenza di Seneca e indirettamente di Atte: seguirono l’assassinio di Rubellio Plauto in Asia, di Silla a Marsiglia, il ripudio e poi la condanna a morte di Ottavia e le nozze con Poppea Sabina. Ottavia fu uccisa, utilizzando ancora una volta Aniceto, il prefetto della flotta di Miseno, lo stesso che aveva eseguito il matricidio. Fu lui ad autoaccusarsi dell’adulterio con Ottavia, ottenendo in cambio importanti compensi ed un piacevole ritiro in Sardegna. Ottavia fu allora condannata all’esilio nell’isola di Pandataria (Ventotene): la sua partenza suscitò molta pena tra i Romani. Dice Tacito che per Ottavia il giorno delle nozze era stato un giorno di morte: nella nuova casa le sarebbe stato avvelenato il padre Claudio e dopo pochi anni il fratello Britannico; poi c’era un’ancella, Atte, più potente della sua padrona; il matrimonio con Poppea era stato concepito per la sua rovina; infine le si lanciava un’accusa, quella di essersi unita al liberto Aniceto, che era più intollerabile della morte (Annali, 14. 63,3). Il riferimento ad Atte è prezioso, perché nella praetexta Ottavia l’anonimo autore che scrive forse spacciandosi per Seneca sembra dare un giudizio analogo, ricordando come la moglie di Nerone era diventata schiava della sua schiava,ma non è escluso che il riferimento sia piuttosto a Poppea, anch’essa suddita di Ottavia[6]. Era comunque Atte quella che per prima aveva osato violare il letto di Ottavia: era la schiava che aveva saputo conquistare il cuore del padrone, ma che ora doveva provare terrore per il suo futuro. La morte di Ottavia, del resto, segnò il temporaneo incontrastato apogeo di Poppea, che tra il 62 ed il 65 fu sola a corte, ormai senza avversari.


[1] C. Saletti, “La scultura di età romana in Sardegna: ritratti e statue iconiche”, in Rivista di Archeologia, 13, 1989, pp. 76-100; S. Angiolillo, R. D’Oriano, “Disiecta membra di una statua bronzea da Olbia”, in EPI OINOPA PONTON. Studi sul Mediterraneo antico in ricordo di Giovanni Tore, a cura di C. Del Vais, Oristano, S’Alvure, 2012, pp. 669-680; S. Angiolillo, La ritrattistica e la scultura decorativa, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 255-263.

[2] A. Mastino, P. Ruggeri, Claudia Augusti liberta Acte, la liberta amata da Nerone ad Olbia, “Latomus. Revue d’Études Latines”, LIV,3, 1995, pp. 513-544; P. Ruggeri, Olbia e la casa imperiale, in Da Olbìa ad Olbia, 2500 anni di una città mediterranea, Atti del Convegno maggio 1994, I, Olbia in età antica, a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1996, pp. 281-303.

[3] M. Christol, De la Thrace et de la Sardaigne au territoire de la cité de Vienne, deux chevaliers romains au service de Rome: Titus Iulius Ustus et Titus Iulius Pollio, “Latomus”, 57, 1998, pp. 792- 813.

[4] M. Maiuro, Res Caesaris. Ricerche sulla proprietà imperiale nel Principato, Bari 2012, p. 68 n. 163.

[5] A. Mastino, “Le iscrizioni rupestri del templum alla Securitas di Tito Vinio Berillo a Cagliari”, in Rupes loquentes. Atti del Convegno internazionale di studio sulle iscrizioni rupestri di età romana in Italia (Roma-Bomarzo, 13-15 ottobre 1989), a cura di L. Gasperini, Roma, L’Erma di Bretschneider, 1992, pp. 541-578 (Istituto italiano per la storia antica, 53).

[6] Oct. 104-105. L’espressione corrisponde ad ancilla domina validior di TAC. Ann. 14, 63,3.

Il Porto delle Ninfe di Tolomeo in Sardegna: ricordando Marco Rendeli

  • La possibile prefettura del Porto delle Ninfe

La presenza di prefetture dipendenti da una colonia in Sardegna è discussa, soprattutto per il caso di Porto Ninfeo: Eugen Bormann e dopo di lui Theodor Mommsen, commentando i termini (i cippi di confine che presentano anche evidenti linee di centuriazione nella parte sommitale) di Cuglieri pensavano ad una praefectura Nymphaei Portus nell’area esterna alla pertica della colonia di Cornus: leggevano il testo su un cippo dei Giddilitani e degli Euthiciani[1], con una sigla che effettivamente presenta ancora qualche difficoltà di interpretazione. L’esistenza di una prefettura in Sardegna non andrebbe esclusa a priori: i Gromatici considerano le prefetture, affidate ad un praefectus iure dicundo nominato dai IIviri della colonia, un ambito territoriale sul quale un funzionario di una colonia lontana può intervenire con lo scopo di accatastare le terre, di fissare il possesso degli agri produttivi e il rapporto tra agri adsignati ai coloni e agri comunitari occupati dai peregrini, latifondi imperiali, subseciva ecc., con implicazioni prevalentemente fiscali. E ciò in luoghi distanti dalle colonie incaricate di controllare quei territori separati e autonomi[2]. Sappiamo dalla lex Coloniae Genetivae Iuliae seu Ursonensis che i praefecti iure dicundo potevano essere i sostituti dei duoviri, per un mandatum specifico : « il prefetto poteva esercitare la iurisdictio per ordine del duoviro, per costituirsi parte nel processo, per fare una sorveglianza o come presidente del collegio giudicante »[3].

A suo tempo abbiamo negato l’esistenza di una Prefettura di Porto Ninfeo (Porto Conte) in Sardegna[4], che il Mommsen ipotizzava in CIL X 7930, in relazione all’ultima linea della faccia del testo collocata verso Settentrione. E questo per numerose ragioni che restano valide: la distanza di Porto Ninfeo da Turris Libisonis a Nord Est e da Cornus a Sud, la presenza – tra le colonie di Turris Libisonis fondata da Ottaviano e di Tarrhi voluta da Cesare per ricordare il ruolo dei populares di Marco Emilio Lepido (il console del 78 a.C. padre del triumviro morto proprio a Tharros)[5] – di un municipio romano (Bosa)[6] e di una terza colonia Cornus[7]; le difficoltà di collegamento via terra lungo la strada costiera occidentale[8]. Conosciamo a Nord di Fertilia il Νυμφαίων Λιμῆν, Porto Conte, grazie a Tolomeo (Geogr. III, 3, 2) [9], collocato sulla costa occidentale della Sardegna molto a Nord rispetto alla foce del Rio Mannu (Foghe, sul flumen Olla) e di quello che consideriamo il municipio di Bosa. Parte di questo vasto territorio era occupato da popolazioni immigrate, come i sodales Buduntini dall’Apulia, che localizziamo immediatamente a Nord di Porto Conte[10]. Del resto un diverso orientamento ci è suggerito da Pascal Arnaud (viva voce), per il quale la praefectura andrebbe considerata come « la caratterizzazione tecnica, dal punto di vista dell’archivio della terra, di quella parte di territorio (o territorio intero) di una città, incluso nell’ager adsignatus ad un’altra città ». Da qui il nome praefecturae, perche la comunità è sottoposta all’autorità (almeno parziale) della città che fa capo all’ager adsignatus. La questione è resa un po’ più complessa col coinvolgimento di etnici che possono riferirsi a vici o a nationes[11]. Più precisamente, sappiamo dai Gromatici che si chiamano prefetture alcuni luoghi pubblici distanti dalle colonie; così Agennio Urbico, De controversiis, << Sicuramente anche le colonie sono definite persone pubbliche. A esse sono state assegnati nel territorio di altre comunità certi luoghi che siamo soliti chiamare praefecturae. Chiaramente la proprietà di queste praefecturae appartiene ai coloni, non a quelli il cui territorio è stato diminuito>>[12]. Ancora, <<Ora, rivolgendo la nostra attenzione alle entità pubbliche, anche le colonie hanno avuto in assegnazione certi luoghi entro i confini di altre comunità, e siamo soliti chiamare tali luoghi praefecturae>>[13].  C’è da osservare che il termine Olla, scritto sul fiuanco occidentale del trifinius non allude ai cocci sepolti sul confine, ma al nome del fiume.

Siamo andati a rivedere i gromatici, in particolare nell’edizione del 1848 di Lachmann, recentemente studiata da Giacinto Libertini (p. 456): Quia de limitibus curavimus exponere, sub terminis [25] qualia signa inveniuntur? aut calcem, aut gypsum, aut carbones, aut vitria fracta, aut cineres, aut testam tusam, aut decanummos vel pentanummos. haec signa si inveniuntur, una certatio est ad iustitiam antiquitus quando terminos constituimus, quoniam res voluntaria est. siquis [L. 360.1] novit geometricae artis philosophiam, novit haec signa terminorum diligenter exponere, testo che Libertini traduce: <<Poiché ci siamo presi cura di discutere dei limiti, quali segnali si ritrovano sotto i termini? Calce o gesso o carbone o vetri rotti, o ceneri, o frammenti di coccio, o pezzi da dieci e cinque nummi. Se si ritrovano questi segnali, un punto di contesa è l’epoca in cui abbiamo posto i termini, in quanto è un atto facoltativo. Se qualcuno conosce la logica dell’arte della geometria, sa esporre con diligenza questi segnali dei termini>>[14].

Più avanti (p. 521), nel capitolo De controversiis si omette di segnalare che si tratta di una pratica facoltativa, voluntaria: utique sub omnes terminos signum inveniri oportet. quod ergo fuerit inventum pro loco termini observentur et custodiri debent, ut ab uno ad unum dirigatur; et si notae sint, a nota ad notam. sic enim sunt certae legis consuetudines et observationes. semper signum [20] in omnibus terminis positum est. aut aliquos cineres aut carbones aut testa aut ossa aut vitrum aut assas ferri aut aes aut calcem aut gypsum aut vas fictile invenimus, testo che Libertini traduce: <<In ogni caso sotto tutti i termini è necessario che sia rinvenuto un segnale. Quelli che dunque saranno stati trovati come termini devono essere rispettati e preservati, in modo che dall’uno all’altro si indirizzino; e se vi sono scritte, da una scritta alla successiva. Infatti, così sono certe consuetudini e osservanze di legge. Sempre un segnale in tutti i termini fu posto. Abbiamo trovato o delle ceneri o carboni o cocci o ossa o vetri o assi di ferro o bronzo o calce o gesso o vasi d’argilla>>[15]. Non abbiamo dubbi sull’’autenticità dell’iscrizione[16], perché non esiste alcun fondamento né può essere accolto un qualunque dubbio sul nostro documento, solo per la difficoltà di intendere l’ultima linea del testo originariamente collocato a settentrione (non ad oriente)[17]. I tentativi di ulteriori spiegazioni finora fatti[18] sono tutti abbastanza deludenti, anche quelli con l’utilizzo del laser scanner e la realizzazione di modelli 3 D ; l’argomento è stato recentemente ripeso da Marc Mayer, che preferisce leggere l’ultima linea PRAEF(ectura) N(omine) PORTU(s ?)[19].

In tutti i casi, c’è un aspetto che fin qui non è stato sottolineato: dato che abbiamo riferito la prima fase della centuriazione all’età di Mario o Silla e l’abbiamo posta in relazione con la realizzazione della Via Cornuficia citata nel miliario di Oratiddo datato ora attorno al 120 a.C.[20]:  la prefettura non avrebbe davvero nessun senso in un’epoca che precede almeno di 50 anni la nascita delle prime colonie in Sardegna, forse Tharros, sicuramente Turris Libisonis.

Il Porto Conte va comunque considerato come un sito di straordinaria importanza in rapporto con le rotte mediterranee[21] e le vicine stazioni stradali citate dall’Itinerario Antoniniano Nura (a Nord) e Carbia (a Sud): dall’area di Carbia provengono i recenti ritrovamenti di Monte Carru-La Purissima di Alghero, con il santuario salutare impostato su un pozzo sacro nuragico[22].

Ricostruzione di Virgilio F. Gavini:


[1] E. Bormann, Iscrizioni della Sardegna, in “Bullettino dell’Instituto di corrispondenza archeologica di Roma”, 1869, pp. 181-185; Th. Mommsen, in C.I.L. X 7930 (<<quod proposuit Bormannus praef(ectura) N(ymphaei) P(ortus) parum satisfacit, at meliora non habeo>>); E. Lommatzsch, in C.l.L. 1,22 2227. Vd. tutto in A. Mastino, Cornus nella storia degli studi (con catalogo delle iscrizioni rinvenute nel territorio del comune di Cuglieri), Società Poligrafica Sarda, Cagliari 1979 (1982, 2a ed.), p. 121 nr. 20.

[2] Siculus Flaccus, Les conditions des terres, texte traduit par M. Clavel-Lévêque, D. Conso, F. Favory, J.Y. Guillaumin, P. Robin, Napoli 1993. Vd. però R. Camaiora, Territori centuriati nelle province. Cartagine e la Tunisia, in Misurare la terra: centuriazione e coloni nel mondo romano, Modena 1984, pp. 250-254; per Atella, G. Libertini, Gli antichi agrimensori nella ricognizione di Karl Lachmann (raccolta di opere degli agrimensori romani), Frattamaggiore, p. 67.

[3] A.R. Jurewicz, « La lex Coloniae Genetivae Iuliae seu Ursonensis – rassegna della materia. Gli organi della colonia », “RIDA” 54, 2007, pp. 293-325.

[4] A. Mastino (con la collaborazione di S. Ganga), La supposta prefettura di Porto Ninfeo (Porto Conte), “Bollettino dell’Associazione Archivio Storico Sardo di Sassari”, II, 1976, pp. 187-205.

[5] A. Mastino, Le assegnazioni di praedia e metalla nella Sardinia di età repubblicana: da Gaio Gracco ad Ottaviano passando per Mario e Silla. L’evoluzione verso il latifondo senatorio ed imperiale e le eredità giudicali, in Roma e le province tra integrazione e dissenso, cit., pp. 191-248; A. Mastino, S. Ganga, Una lettera inedita di Giovanni Spano conservata ai Musei Reali di Torino e nuove ipotesi sul misterioso terminus trifinius dell’agro di Cornus, in rapporto con la viabilità costiera repubblicana, in “Layers” 9, 2024, pp. 1-35.  

[6] M.B. Cocco, , Bosa e il suo ager: il patrimonio epigrafico, in Bosa. La città e il suo territorio dall’età antica al mondo contemporaneo, a cura di A. Mattone, M.B. Cocco, Carlo Delfino, Sassari 2016, pp. 73-129.

[7] P. Ruggeri, Acropoli di Cornus (S’Archittu, Cuglieri). Il recente ritrovamento della base di statua di un flamine cittadino, CIL X, 7916: edizione preliminare, “Epigraphica”, LXXVIII, 2016, pp. 494-498.

[8] A. Corda , A. Mastino, Il più antico miliario dalla Sardegna dalla strada a Tibulas Sulcos, in Contributi all’epigrafia d’età augustea, Actes de la XIIIe Rencontre franco-italienne sur l’épigraphie du monde romain, Macerata, 9-11 settembre 2005, a cura di G.F. Paci, Tipigraf, Tivoli 2007, pp. 277-314.

[9] A. Mastino, Eracle nel Giardino delle Esperidi e le Ninfe della Sardegna nell’Occidente Mediterraneo mitico, “Archivio Storico Sardo”, LV, 2020, Cagliari, Deputazione di Storia Patria, pp. 9-90, pp. 47 ss.

[10] AE 1985, 486 (Franco Porrà); ELSard. E21, add. E21 p. 670; AE 1988, 650; M. Silvestrini, Epigrafia e territorio, politica e società: temi di antichità romane, 5, Bari 1999,, pp. 150-153, EDR081152.

[11] Per un parallelo in Gallia Narbonense (senza soluzione chiara) vedi M. Tarpin, Les pagi gallo-romains : héritiers des communautés celtiques?”, in D. Garcia, F. Verdin edd., Territoires Celtiques, Paris 2002, pp. 199-204.

[12] Agennio Urbico, De controversiis, vd. p. 51: << nam personae publicae etiam coloniae appellantur, [10] quae habent assignata in alienis finibus quaedam loca, quae solemus praefecturas appellare. harum praefecturarum proprietates manifeste ad colonos pertinent, non ad eos quorum finibus sunt diminuti>>, K. Lachmann, Die Schriften der Römischen Feldmesser (Gromatici Veteres ex recensione Caroli Lachmanni), Georg Reimer, Berlin 1848, 16,7, 10; vd. L. 80, 1. Libertini, Gli antichi agrimensori cit., p. 118.

[13] De controversiis Agrorum, L. 36: <<Nunc ut ad publicas personas respiciamus, coloniae quoque loca quaedam habent adsignata in alienis finibus, quae loca solemus praefecturas appellare>>, Libertini, Gli antichi agrimensori cit., p. 90.

[14] Lachmann , Gromatici Veteres, cit. 359.14; B. Campbell, The writings of the roman land surveyors, The Society for the Promotion of Roman Studies, Journal of Roman Studies Monograph no. 9, 2000, 260.12.

[15] Lachmann, Gromatici Veteres cit., 398.16. Libertini, Gli antichi agrimensori cit.,521.

[16] Resta il dubbio di Mommsen, che ci appare oggi del tutto immotivato, da inquadrarsi nell’”ipercriticismo” dell’autore che ben conosciamo: in instrumentis antiquis, quae vide ne sint ex genere Arboreanorum, dove lo studioso tedesco sceglie la facile scorciatoia di ventilare un sospetto di falsità sull’intera documentazione, collegandola alle Pergamene di Arborea. Non vale la pena approfondire l’argomento, già chiuso del resto da Ettore Pais nel capitolo su “Le infiltrazioni delle falsificazioni delle così dette “Carte d’Arborea” nella storia della Sardegna”: E. Pais, Storia della Sardegna e Corsica durante il dominio romano, ried. a cura di A. Mastino, Nuoro 1999, II, p. 390 (<<Il decidere con tutta esattezza e giustizia dei documenti locali non è facile. Lo stesso Mommsen, autorità sovrana in fatto di cose romane e che ha contribuito a bollare le falsificazioni di Arborea, è caduto nell’eccesso opposto, allorché commentando un’epigrafe trovata presso Cuglieri (CIL X 7930) ha supposto a torto che appartenessero alle falsificazioni di Arborea indicazioni autentiche delle quali io altrove (Rendiconti dei Lincei 1894, pp.929 ss.) ho mostrato la piena veridicità>>.

[17] G. Spano, Memoria sopra una lapida terminale trovata in Sisiddu presso Cuglieri, Tipografia A. Alagna, 1869, p. 7 n. 2, con l’espressione ORIENS IN PORTV OLLA, che non si trova sulla lapide; la parola oriens è aggiunta sul facsimile in corsivo dal geom. G. Pietrasanta.

[18] Riassunti in Mastino, La supposta prefettura di Porto Ninfeo, pp. 189 ss.

[19] M. Mayer, Algunas observaciones sobre epígrafes de Cornus, in Ruri mea vixi colendo. Studi in onore di Franco Porrà, Ortacesus 2012, p. 353-362, pp. 357-359: AE 2012,. 648.

[20] B. Díaz Ariño, Miliarios romanos de época republicana (Opuscula epigraphica, 16), Quasar, Roma 2015, p. 109 nr. 31.

[21] E. Muroni, G. Pianu, La Cala del Vino (Alghero), Problemi di navigazione antica, L’Africa Romana XVII, Le ricchezze dell’Africa. Risorse, produzioni, scambi, a cura di J. González, P. Ruggeri, C. Vismara, R. Zucca, Siviglia 2006, Roma 2008, pp. 1819-1830.

[22] A. La Fragola, D. Rovina, La morte, i riti e gli oggetti. La necropoli romana di Monte Carru, Alghero, Sassari, Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro, 2008; A. Alfonso, A. La Fragola, Il santuario nuragico-romano della Purissima di Alghero (Sassari), Quaderni della Soprintendenza archeologica per le province di Cagliari e Oristano, 25, 2014, pp. 223-242: Iid., Votivi di età punico-romana dal Santuario nuragico della Purissima di Alghero (SS), in “Folia Phoenicia”, 2, Pisa-Roma, Fabrizio Serra editore 2018, pp. 306-310; A. La Fragola, G. Carzedda, “Il dato numismatico come spia cronologica di frequentazione: il caso del santuario della Purissima di Alghero”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 27, 2016, pp. 369-399. Vd. anche G. Carzedda, “Dalla guerra piratica e di propaganda al culto di soglia: appunti su un insolito Giano Bifronte dal santuario de La Purissima di Alghero”, in Quaderni. Rivista di Archeologia, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna, 28, 2017, pp. 255-267; A. La Fragola, Il santuario di La Purissima di Alghero, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 358-359. Vd. anche A. La Fragola, D. Rovina, “Il cimitero romano di Monte Carru (Alghero) e la statio di Carbia”, in Sardinia, Corsica et Baleares antiquae, XVI, 2018, pp. 59-79; A. La Fragola, “Necropoli di Monte Carru ad Alghero (SS). I primi indizi di culto (privato) al dio Telesforo riscontrati in Sardegna”, in The Journal of Fasti Online, 2021, http://www.fastionline.org/ docs/FOLDER-it-2021-512.pdf; P. Longu, Un frammento di iscrizione dalla necropoli romana di Monte Carru (Alghero), L’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 2419-2424.

Leptis Magna nell’età di Augusto

  • Leptis Magna: the enclave of the Augustan imperial cult between Punic roots and new cultural influences in the spirit of concord

Some inscriptions from public buildings and places of worship in Leptis Magna – one of the three cities, along with Sabratha and Oea, in the ancient emporia region – attest to the early manifestations of the imperial cult from the very first years of the 1st century A.D. These tributes were dedicated both to Augustus during his lifetime and to his successor, Tiberius[1]. The reasons behind this phenomenon lie in a series of factors that emerged from the interaction between Roman and Punic cultures. The latter was particularly open to assimilation and transformation, actively incorporating elements of its own distinct identity into local urban planning and architecture. This juxtaposition of cultural influences fostered a form of loyalty toward Augustus, Tiberius, and Livia, as seen, for example, in the local magistrates, the sufetes, who bore Punic names – clear expressions of their cultural origins within a civitas sufetalis that had not yet fully embraced Roman identity. These magistrates skillfully mediated between traditions, adopting the administrative and religious structures of the empire while integrating them into the city’s political, linguistic, artistic, urban and architectural localism[2]. Recognized as a civitas libera under Augustus, Leptis Magna retained its sufetal government even after being promoted to municipium under Vespasian, abandoning it only when it became a colony under Trajan[3].

If no evidence of flamines exists for the Augustan and Tiberian period in Carthage, in Lepcis Magna the flaminatus is attested as early as 8 B.C. in two dedications from the city’s macellum – one in Latin (from the main facade on the southwest side of the enclosure wall)[4] and the other one in Neo-Punic (from inside the market, near the eastern tholos)[5]. The Latin dedication honors Augustus, son of the deified Caesar, as well as the proconsul and patron M. Licinius M(arci) f(ilius) Crassus Frugi, while also mentioning the city’s authorities – the sufetes and the flamines Augusti. The dedicant, Annobal Himilchonis Tapapi f(ilius) Rufus[6], a sufes and thus a representative of the civitas libera government of Leptis, held a prominent role within the Roman religious system as a flamen. At the same time, he also bore the religious title of praefectus sacrorum. This latter position has been interpreted in different ways: some scholars see it as a continuation of a Punic religious office, the addir ‘azarim, within a local culture still deeply rooted in its traditions but engaged in dialogue with Roman authorities[7]. Others, however, argue that the title of praefectus sacrorum was created in the Augustan period and was of Latin and Roman origin, a priesthood that only gained prominence in specific African contexts, such as Leptis,and in Baetica[8]. Annobal Rufus is also mentioned in a dedication to Augustus, inscribed on an architrave block of the Leptis theater, framed within a tabella ansata, and dated to A.D. 1-2. In addition to his roles as sufes, flamen and praefectus sacrorum, he is celebrated for his civic virtues as Lepcis benefactor, ornator patriae and amator concordiae. Below the Latin text, two lines in Neo-Punic appear (Fig. 6)[9]. The same inscription is found twice more within the theater – at the eastern exit[10] of the orchestra and at the eastern entrance[11].

Leptis Magna represents an enclave where the imperial cult took root in Africa from the very beginning of the principate. The evidence of the flaminatus held by members of the local aristocracy must be understood within a broader context, one that highlights the city’s strong connection to the Julio-Claudian dynasty from its earliest figures, Augustus and Tiberius. To fully grasp this dynamic, it is necessary to consider additional elements that contribute to what has been aptly described as the «pouvoir des images» from which emerge the «images du pouvoir impérial»[12].

In this regard, the text of the Neo-Punic inscription from Lepcis, originally placed on the architrave of the Temple of Rome and Augustus[13], has proven to be highly important. It refers to a statuary group consisting of ten representations of the Julio-Claudians, dating back to the Tiberian era (between 23 and 31 A.D.). The main focus is on the enthroned statues of the dea Roma, Augustus, Tiberius and Livia, a group symbolizing the reigning emperor Tiberius positioned between his adoptive father, his biological mother, and, above all, the dea Roma, the inspirer and protector of the emperors’ actions[14].

For Leptis, and more generally for North Africa and other provinces, an idea that had already gained traction in the nineties remains valid: that a variety of sources must be considered in defining the manifestations of the imperial cult. In this sense, the written word of epigraphic text is not the sole medium that delineates places of worship and the cult itself. Regarding monumental statuary as a source, the question arose as to whether it served only celebratory purposes or also had a cultic function. In this case of the statuary of Leptis, it was evident that the Temple of Rome and Augustus, with its gallery of imperial portraits, served both purposes. Meanwhile, for imperial statues placed in open spaces, it was noted that: «…il culto è implicito nell’evidente funzione celebrativa che hanno le statue data la loro posizione nei fori e le loro dimensioni molto al di sopra di quelle naturali e allusive dunque alla natura divina degli imperatori, anche se l’eventuale svolgimento di cerimonie cultuali doveva associarsi ad altari all’aperto e non alle singole statue»[15]. We believe it is necessary to reflect on an element often taken for granted regarding dedications to Augustus during his lifetime, which emphasize his descent from a god – the divus Iulius. Through this connection, the emperor himself is enveloped in a superhuman aura, oscillating in his life and actions on the boundary between the human and the divine as he moves inevitably toward apotheosis. From Leptis come the dedication of 2 B.C. by the Fulvii Lepcitani to Emperor Caesar Augustus, described as conservator, son of the divus[16]. These same Fulvii Lepcitani were also responsible for a dedication in 3 B.C. to Gaius Caesar, Augustus’ grandson and designated successor[17]. A later dedication (9-10 A.D.) was made by L. Caninius L. f. Gallus XVvir sacris faciundis proconsul and patronus to Augustus,son of divus Caesar[18]. In the final years of Augustus’ life, his numen[19] appears in an inscription from Leptis Magna related to the chalcidicum built by Iddibal Himilis f(ilius) Caphada Aemilius

SEE NOW:

A. Mastino, P. Ruggeri (eds), The beginnings of the “imperial cult” in Carthage and Leeptis Magna between Augustus and Tiberius: two African capitals compared, in Augustus and the Roman Religio: a Time of Respect for Traditions and Changes. Studies in honorem et Sacram memoriam Santiago Montero Herrero, Edited by Sabino Perez-Yébenez, Cambridge Scholars Publishing 2026, pp. 178-212


[1] Schwob Blonce 2024, 392; Lefebvre 2018, 151.

[2] Here, the Italian translation of the English term localism is used as the title of a paragraph in J. Crawley Quinn’s  article, 59.

[3] IRTrip.353. Mastino, Zucca 2004, 1995-2023. 

[4] IRTrip., 319 = AE 1951, 205 = AE 1998, 1513 = Horster 2001, 418 = Saastamoinen 2010, no. 6 = EDCS-06000317, 9 – 8 a. C.:  [Imp(erator) Caesar Divi f(ilius) Augustus] co(n)s(ul) XI imp(erator) XIIII trib(unicia) pot(estate) XV pont(ifex) m[axi]mus // M(arco) Licinio M(arci) f(ilio) Crasso Frugi co(n)s(ule) augure proco(n)s(ule) patrono flaminib(us) August(i) Caesaris Iddib[a]le Arinis f(ilio) [Pil]one(?) [et — A]nnobalis [f(ilio) —]ON[— su]fetib(us) M[uttun Annonis f(ilio) — ] // Annobal «Himilcho» f(ilius) Tapapius Rufus sufes flamen praefectus sacrorum de sua pequ[nia] faciun[dum coe]ravit idem[que] de[d]icavit.  See also Crawley Quinn 2010, 65 no. 1a.

[5] Amadasi Guzzo, Levi della Vida 1987, no. 21 (= IPT 21).

[6] Bassignano 1974, 25 e 30 the author, regarding the onomastics of Tapapius Rufus, offers various possible interpretations derived from the inscriptions: 1) Annobal Himilchonis f. Tapapius Rufus (IRTrip. 319), 2) Annobal Himilchonis Tapapi f. Rufus (IRTrip. 322-323), 3) Annobal Rufus Himilchonis Tapapi f. (IRTrip. 321). Here, based on the examination of IRTrip. 321-323 it is considered that Annobal Rufus accompanied by the patronymic Himilcho Tapapius is the correct form.  

[7] Rives 200, 425-436, especially 434.

[8] Perea Yébenes 1998, 1441- 1456.

[9] IRTrip., 321 = AE 1938, 3 = AE 1941, 105 = AE 1948, 6b = AE 1998, 1513 = AE 2014, 9 = AE 2014, 1477 = Saastamoinen 2010, no. 8 = EDCS-6000319, (1-2 d.C.): Imp(eratore) Caesare divi f(ilio) Aug(usto) pont(ifice) max(imo) tr(ibunicia) pot(estate) XXIV co(n)s(ule) XIII patre patr(iae) / Annobal Rufus ornator patriae amator concordiae / flamen sufes praef(ectus) sacr(orum) Himilchonis Tapapi f(ilius) d(e) s(ua) p(ecunia) fac(iendum) coer(avit) / idemq(ue) dedicavit // ḥnbᶜl myšql ᵓrṣ mḥb dᶜt htmt zbḥ špṭ ᵓdr / ᶜzrm bn ḥmlkt ṭbḥpy rᵓps btᵓrm btm pᶜl wᵓyqdš.

See also Crawley Quinn 2010, 65-66 no. 2a which hypothesizes, regarding the position of the inscription in relation to the theater, that it is «over external entrance? »

[10] IRTrip., 322 = AE 1998, 1513 = AE 2014, 9 = AE 2014, 1477 = Saastamoinen 2010, no. 9 = EDCS-6000320, (1-2 A.D.): Imp(eratore) Caesare divi f(ilio) Aug(usto) pont(ifice) max(imo) tr(ibunicia) pot(estate) XXIV / co(n)s(ule) XIII patre patriae / Annobal ornator patriae amator concordiae / flamen sufes praef(ectus) sacr(orum) Himilchonis Tapapi f(ilius) Rufus / d(e) s(ua) p(ecunia) fac(iendum) coer(avit) idem(que) dedicavit.

[11] IRTrip., 323 = AE 1998, 1513 = AE 2014, 9 = AE 2014, 1477 = Saastamoinen 2010, no. 10 = EDCS-6000321, (1-2 A.D.): Imp(eratore) Caesare divi f(ilio) Aug(usto) pont(ifice) max(imo) tr(ibunicia) pot(estate) XXIV / co(n)s(ule) XIII patre patriae / Annobal ornator patriae amator concordiae flamen / sufes praef(ectus) sacr(orum) Himilchonis Tapapi [f(ilius)] Rufu[s] d(e) s(ua) p(ecunia) f(aciendum) coer(avit) idemq(ue) dedicavit.

[12] Hurlet 2000, 297-364. 

[13] IRTrip, 28; IPT, 53-57.

[14] Hurlet 2000, 305-306. For the dea Romasee supra “The panel portraying the dea Roma”. The male and female members of the dynasty: Augustus, Tiberius, Germanicus, and Drusus Minor; Livia, Agrippina the Elder, Antonia Minor, Vipsania Agrippina, and Livilla.

[15] Pensabene 1994,153-168, especially 154.

[16] IRTrip., 320 = EDCS-6000318, (2 B.C.): Imp(eratori) Caesari divi f(ilio) Aug(usto) / pont(ifici) max(imo) co(n)s(uli) desig(nato) XIII / tribunicia po[t]estate XXI / Fulvii Lepc[itani c]ons[er]vatori.

[17] IRTrip., 328 = EDCS-6000326, (3 a.C): C(aio) [Cae]s[a]ri Augusti f(ilio) co(n)s(uli) / [d]es[ig(nato) p]ont(ifici) princi[pi iu]ventutis / Fulvii Lepc[i]t[a]n[i d(onum) d(ederunt)].

[18] AE 2008, 1617 = EDCS-51500072, (9-10 A.D.): [Imp(eratore) Caesare divi f(ilio) Aug(usto) pont(ifice) max(imo) imp(eratore) XIX trib(unicia) pot(estate) XXXII co(n)s(ule) XIII patre patriae] // [L(ucius) Caninius L(uci) f(ilius) Gallus X]Vv(ir) [sacris f]aciu[ndis co(n)s(ul) proco(n)s(ul) patronus dedicavit].

[19] See supra § 3.

Othoca, la città vecchia, Santa Giusta

  1. Othoca

Per lungo tempo la città di Othoca, localizzata presso Santa Giusta, è stata ritenuta la palaiápolis di Neapolis: se Neapolis era la “città nuova”, la “città vecchia” doveva essere Othoca, ove sia lecito pensare che quest’ultimo nome si sovrapponga ad Utica od Ithyca in Africa alla foce del Bagradas, posto che il toponimo originario (prima della fondazione di Neapolis) non è conosciuto, se veramente il significato è quello di “città vecchia”[1]; la forma greca con lo iota iniziale (Itùke) sottintende un costrutto fenicio ‘y, “isola”[2]. La questione non è chiusa benché la prudente proposta di Ettore Pais di individuare la palaiápolis di Neapolis in Othoca abbia avuto notevole fortuna sino ai nostri giorni[3]. In realtà sia l’etimo di Utica[4], sia la stessa ascrizione di Utica allo strato linguistico fenicio, considerata anche l’esistenza di numerosi toponimi libici in Ut-[5] e, in particolare, la città della Mauritana Ouìtaka[6], non hanno trovato un accordo generale tra gli studiosi. Del resto la forna del poleonimo Othoca oscilla tra Othaìa di Tolomeo[7], Uttea della Tabula Peutingeriana[8] e Othoca dell’Itinerarium Antonini [9], della Cosmographia del Ravennate[10], e della Geographica di Guidone [11]; del resto vari studiosi hanno rifiutato l’etimo semitico di Othoca, ascrivendo il poleonimo al sostrato mediterraneo[12].

In origine Othoca fu uno stanziamento indigeno, caratterizzato dalla presenza organizzata di un gruppo fenicio, cui si riportano materiali individuati sull’altura della basilica di Santa Giusta e risalenti fino alla seconda metà dell’VIII secolo a.C. La città fenicia venne costituita intorno all’ultimo quarto del VII secolo a.C. Essa occupava un tozzo promontorio, costituito da depositi ciottolosi alluvionali, esteso per 1.125 m in senso nord-sud e 875 m lungo l’asse est-ovest, ma la superficie dell’abitato non doveva essere superiore a circa 7,5 ha. Tale promontorio risultava in antico delimitato a nord e a sud da due profonde insenature della laguna di Santa Giusta rispettivamente ridotte dai depositi di argilla e limi all’area di Sa Terrixedda e alla zona acquitrinosa di Su Meriagu e Terra Manna[13]. Othoca era, nell’epoca antica, un centro costiero, come deduciamo dalla descrizione della costa occidentale della Sardegna di Tolomeo (3, 3, 2), con la menzione di Otha‹k›a polis. Conseguentemente dobbiamo interpretare la laguna di Santa Giusta in guisa di un profondo golfo interno posto in comunicazione con le foci del fiume Tirso, attraverso il canale di Pesaria[14]. La città fenicia e poi punica aveva occupato il settore settentrionale del promontorio per l’abitato, incentrato sull’acropoli della basilica di Santa Giusta e il settore meridionale, presso la chiesa di Santa Severa, per la necropoli.

Othoca, al pari degli altri centri urbani punici della Sardegna, si diede ai Romani senza combattere, all’atto dell’occupazione dell’isola nel 238/237 a.C. Le scelte insediative della città preromana sono ripetute dall’insediamento romano[15]: in particolare si verifica il continuo riuso di tombe a camera costruita. Tale dato si è potuto constatare con la tomba a camera posta a sud della chiesa di Santa Severa. La tomba – scavata da Giovanni Tore e Raimondo Zucca – si compone di un brevissimo dromos delimitato da due ante e di un vano rettangolare di 2,4 × 1,76 m, coperto a doppio spiovente. Sui lati lunghi della camera si aprono due nicchie quadrangolari. La tomba presenta all’interno una decorazione pittorica poco conservata. Tra gli oggetti di corredo, riferibili a numerose deposizioni, si segnalano le ceramiche puniche e attiche, gli specchi e gli strigili in bronzo, una collana in vaghi d’oro, decorati a granulazione. L’ultima deposizione deve assegnarsi, in base a un piatto a vernice nera e a un unguentario (unguent bottle) in vetro fuso su nucleo di fango, al I secolo a.C.

La città, ridotta al rango di civitas stipendiaria, dovette mantenere, probabilmente, un attivo movimento filopunico che si concretizzò all’atto della grande rivolta antiromana del 216/215 a.C. in un appoggio all’azione militare sardo-punica guidata da Hampsicora e Annone e conclusasi nelle due battaglie di Cornus e del Campidano centrale che videro la vittoria dell’esercito romano al comando di Tito Manlio Torquato: episodi che conosciamo attraverso il XL libro di Tito Livio.

Ignoriamo qualsiasi evoluzione dello stato giuridico di Othoca, in assenza di documenti epigrafici, se si escludono i miliari stradali e poche iscrizioni, soprattutto funerarie, come l’epitaffio di
Nigella lib(erta) piissima, ricordata da Q(uintus) Plautius Q(uinti) P(ublii) Ti(berii) l(ibertus) Elenchus (CIL X 7902)[16]; ma vd. anche 7900, 7904, 7911-7913. In età imperiale la città si dovette sviluppare, presumibilmente, in rapporto al suo carattere di nodo di traffici; infatti, secondo l’Itinerarium Antonini, a Othoca facevano capo le due principali strade della Sardegna: la litoranea occidentale (via a Tibulas Sulcis) e la strada centrale, da Turris Libisonis a Carales, che inizialmente passava però per le Aquae Ypsitanae-Uselis, ben lontano dalla costa, prima oltretutto che si realizzassero le varianti per abbreviare il percorso.

L’urbanistica della città romana è scarsamente nota: a parte la necropoli, localizzata nella stessa area di quella fenicio-punica, gli scavi del 1990 nel sagrato della cattedrale hanno documentato intonaci dipinti in rosso e nero e tessere bianche e nere di mosaici. Il riutilizzo di colonne, basi e capitelli nella cattedrale di Santa Giusta fa ipotizzare per Othoca l’esistenza di edifici romani con prospetti caratterizzati da colonne o da portici. In dettaglio si hanno due capitelli ionici (rispettivamente degli inizi del I secolo a.C. e della metà del II secolo d.C.), quattro capitelli corinzi, ascritti al II secolo (due esempi) e alla prima metà del IV secolo d.C. (due esempi), e tre capitelli compositi, della prima metà del II secolo d.C. e della metà del III.

Il cristianesimo dovette penetrare precocemente in Othoca, in relazione alla sua natura di centro di traffici, secondo la prassi comune dell’evangelizzazione. L’attestazione di un martire di età dioclezianea, Luxurius, a Forum Traiani rende probabile la coesistenza di una comunità cristiana a Othoca, attraversata dalla strada che conduceva a Forum Traiani.

Othoca possiede, tuttavia, una tradizione agiografica relativa alle sante Giusta, Giustina ed Enedina; tale tradizione è, purtroppo, assai tardiva, rimontando al Medioevo. La passione di Giusta, Giustina ed Enedina altro non è che una leggenda, costruita in base alla vicenda di Cipriano di Antiochia, un romanzo agiografico redatto in età antica, essendo documentato ai tempi dell’imperatrice Eudossia, alla metà del V secolo[17]. Quanto alla storicità delle sante, deve lasciarsi impregiudicata sia l’ipotesi di martiri sarde, sia l’altra, formulata già da Francesco Lanzoni, di martiri africane le cui reliquie sarebbero state recate in Sardegna dai vescovi africani esiliati nell’isola dal re vandalo Trasamondo, fra il 507 e il 523.

Il territorio di Othocasembra corrispondere alla curatoria del Campidano di Simaxis, disponendosi a mezzogiorno del fiume Tirso e a occidente del piede del Monte Arci. Tra i praedia del territorio di Othoca si segnalano i praedia Aristiana, di un Aristius non meglio noto, da cui derivò in età bizantina l’insediamento di Aristianis, l’odierna Oristano[18]. Naturalmente era ricompreso anche l’attuale territorio di Nurachi[19].


[1] Pais, Storia della Sardegna, cit., p. 367; R. Zucca, Oristano. radici storiche, in AA.VV., Oristano. La storia, le immagini, Oristano 1994, pp. 13-20; Id., Oristano, Dizionario storico-geografico dei Comuni della Sardegna, III, Sassari 2008.

[2] W. Huss in Der Neue Pauly, vol. XIII A, Duisburg 2002, col. 1067, s.v. Utica.

[3] G. Tore, Othoca, in G. Nenci, G. Vallet (a cura di), Biblioteca topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche, vol. XIII, Pisa-Roma 1994, p. 123.

[4] A. Garcìa y Bellido, Fenicios y Carthagineses en Occidente, Madrid 1942, p. 29; P. Cintas, Manuel d’archéologie punique, vol. I, Paris 1970, pp. 59, nota 210 e 294.

[5] J. Desanges, Thugga dans les sources littéraires, in M. Khanoussi, L. Maurin (éds.), Dougga (Thugga), cit., p. 23; M. H. Fantar, Carthage. Approche d’une civilisation, vol. I, Tunis 1998, p. 68; Id., À propos de deux toponymes en Byzacène, in AA.VV., Du Byzacium au Sahel. Itinéraire historique d’une région tunisienne, Sousse 1999, p. 102.

[6] Ptol. 5, 2, 32. La città è confrontata da Pais, La Sardegna prima del dominio, cit., p. 88, nota 1, con Othoca e Utica.

[7] Ptol. 3, 3, 2. Nei codici sono attestate anche le forme Osaia ed Ousaiópolis.

[8] Tab. Peut. segm. II C. La corrispondenza tra l’Othaìa tolemaica e Uttea rende plausibile l’identificazione dei due centri (G. Nieddu, R. Zucca, Othoca. Una città sulla laguna, S’Alvure, Oristano 1992, p. 113 nota 10; R. Zucca, La città di Othoca dai Fenici ai Romani, AA. VV., Santa Giusta. Radici, Santa Giusta 2001, pp. 29-31). Si osservi, tuttavia, che Uttea della Tabula potrebbe costituire un’erronea lettura di Utica, con ti che danno la tt e c che è trascritta e (suggerimento di Lidio Gasperini raccolto da Raimondo Zucca). L’identità onomastica di questa Utica della Sardinia nella Tabula con l’Utica africana potrebbe essere una rideterminazione analogica, motivata dal maggiore prestigio dell’Utica […] Catonis morte nobilis (Plin, nat. 5, 24), del poleonimo sardo Othoca.

[9] Itin. Ant. 82, 84 Wess.

[10] Rav. 5, 26.

[11] Guido 64.

[12] A. Trombetti, Saggio di antica onomastica mediterranea, «Studi etruschi», XIV, 1940 p. 198 (con riferimento a una radice *t-g); M. Pittau, La Neapolis della Sardegna: emporio punico oppure greco?, in L’Africa Romana, VII. Atti del VII Convegno di studio, Atti del VII convegno di studio, Sassari 15-17 dicembre 1989, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1990, pp. 562-3; Id., I nomi di paesi, città, regioni, monti, fiumi della Sardegna: significato e origine, Ettore Gasperini Editore, Cagliari 1997, p. 150.

[13] G. Tore, R. Zucca, Testimonia Antiqua Uticensia (ricerche a Santa Giusta – Oristano), Archivio Storico Sardo, XXXIV (1981) [1983], pp 1-35.

[14] Sul porto di Othoca cfr. F. Fanari, Ritrovamenti archeologici nello stagno di Santa Giusta, QSACAOR, 5, 1988, pp. 97 ss.

[15] Sulla topografia antica cfr. R. Zucca, Il centro fenicio-punico di Othoca, “Riv. St. Fen.”, IX, 1981, pp. 98 ss.; Tore, Zucca, Testimonia antiqua Uticensia cit., pp. 11 ss.; G. Nieddu, R. Zucca, Othoca. Una città sulla laguna, Oristano 1991; R. Zucca, Storia e archeologia dell’Arci-Grighine nell’Antichità, s.l. 1997, pp. 17 ss. P. Bernardini, P. G. Spanu , R. Zucca, Santa Giusta-Othoca. Ricerche di archeologia urbana 2013. FOLD&R, vol. 312, 2013, pp. 1-8.

[16] G. Nieddu, R. Zucca, Othoca, una città sulla laguna, Oristano 1991, pp. 190-191.

[17] Sul culto delle Sante Giusta, Giustina e Enedina cfr. però M. Dadea, La riscoperta delle reliquie di vari martiri trovate nella cripta di santa Restituta nel XVII secolo, in AA. VV., Cagliari: itinerari urbani tra archeologia e arte, Cagliari 1999, pp. 50 s.

[18] R. Zucca, Evo antico e alto Medioevo. Introduzione storiografica, AA. VV., Oristano e il suo territorio. 1. Dalla preistoria all’altomedioevo, a cura di P. G. Spanu e R. Zucca, Roma 2011, pp. 11-22.

[19] R. Zucca, Ad Nuragas in età romana e altomedievale, in AA.VV.. Nurachi. Storia di una ecclesia, Oristano 1985, pp. 27-31.