- Atte in Sardegna e la morte di Nerone.
La congiura di Gaio Calpurnio Pisone costituì un altro momento grandemente drammatico: i congiurati, tra i quali il prefetto del pretorio Fenio Rufo, accusato di adulterio con Agrippina, per uccidere Nerone scelsero la data del 19 aprile 65, durante i ludi circensi in onore di Cerere, ai quali il principe avrebbe certamente partecipato. Una volta ucciso il principe, i congiurati dovevano raccogliersi presso il vicino tempio di Cerere edificato all’inizio della repubblica: qui, presso il tempio ufficiale della plebe, tra l’Aventino ed il Circo Massimo, a breve distanza dal Tevere e dal pons Sublicius, Pisone si sarebbe dovuto far trovare forse in devoto raccoglimento in attesa degli eventi; da qui, dopo la morte di Nerone, il prefetto avrebbe condotto Pisone al campo dei pretoriani per essere acclamato imperatore. A tradire i congiurati fu uno schiavo, Milico, che informò il liberto imperiale Epafrodito, che a sua volta rivelò il complotto all’imperatore: salvatosi dalla congiura, Nerone a sua volta costrinse molti congiurati a darsi la morte, tra essi Seneca e Vestino, il marito di Statilia Messalina, la futura terza moglie del principe. All’esilio, nelle isole dell’Egeo, furono poi condannati molti altri; in Sardegna fu inviato Rufrio Crispino, primo marito di Poppea, che pure non aveva partecipato alla congiura, ma era ugualmente odiato da Nerone; l’anno successivo fu poi costretto al suicidio[1]. Fu forse costruita proprio in quell’occasione in Sardegna ad Olbia un’aedicula, un tempietto in onore di Cerere, voluto dalla liberta Atte, per ringraziare la dea della salvezza di Nerone e della scoperta della congiura, che si sarebbe dovuta concludere con la morte del principe in occasione dei ludi Ceriales: ci è conservata la parte destra dell’architrave in granito del tempietto, trasferita in età medievale a Pisa ed attualmente visibile nel Camposanto Monumentale: in essa Claudia Atte compare come la dedicante (ILSard. I 309)[2]. Sono rimaste molte altre testimonianze della presenza ad Olbia di Atte, forse protrattasi per tutta la durata del matrimonio di Nerone con Poppea: tra esse i numerosi bolli sull’instrumentum domesticum (soprattutto mattoni, tegole e lucerne, vedi p.es. CIL X 8046, 9 a-e; AE 1905, 69; 1981, 474) che documentano l’attività delle officine di Atte nei latifondi da Olbia a Mores donati da Nerone, ma anche a Casteldoria, Bolotana e Macomer. Ma di notevole interesse è anche il ritratto di Nerone diciottenne, che proviene probabilmente dal foro della città romana: è una testimonianza preziosa del ricordo del quinquennium felix ispirato da Seneca, il protettore di Atte; un secondo ritratto in bronzo molto frammentario è ora documentato ancora ad Olbia[3].
Del resto ad Olbia sono ricordati molti Tiberii Claudii, liberti di Nerone oppure della sua concubina, schiavi di origine orientale poi liberati: per esempio Tiberius Claudius Actes libertus Acrabas, marito di Hospita (CIL X 7984), oppure Tiberius Claudius Actes libertus Euthychus, esecutore testamentario di un decurione della coorte dei Liguri (ILSard. I 133); a Nerone e ad Atte va collegata Claudia Aug(usti) l(iberta) Pythias Acteniana, ricordata ad Olbia sull’urna cineraria della figlia Claudia Calliste (CIL X 7980). Pare sia da considerare di origine olbiense anche Tiberius Claudius Actes libertus Herma, ricordato assieme a Claudia Ianuaria su una tabella funeraria dedicata alla memoria di Tiberius Claudius Spuri filius Gemellus di sicura origine sarda ma trasferita nell’Ottocento a Genova (CIL X 7640), assieme al sarcofago caralitano di Lucius Iulius Castricius, conservato ora al Cimitero Monumentale di Staglieno[4]. Non mancano poi ancora nel I secolo d.C. ad Olbia i Claudii liberti imperiali, molti sicuramente da mettere in relazione con Nerone. Conosciamo inoltre il bollo che ricorda un Claudius Atticus su un embrice dalla necropoli di Olbia[5]. Tutto ciò, come è stato osservato, deve porre il problema della presenza ad Olbia di latifondi imperiali, trasferiti più o meno temporaneamente nella disponibilità di Atte, poi forse rientrati sotto il controllo di Vespasiano[6]. A questo gruppo di Claudii liberti di Atte, di Nerone o comunque dei giulio-claudii, una decina in tutto, vanno collegati anche i tre Domitii segnalati ad Olbia (CIL X 7982, EE VIII 736, EDR 155210), con tutta probabilità da mettere in relazione ancora una volta con Nerone, forse a dimostrazione dell’originaria provenienza del latifondo imperiale dalla gens Domitia, imparentata sicuramente con la gens Octavia (ancora EE VIII 736). La gran parte degli schiavi e dei liberti di Atte mantenne il proprio nome dopo la morte di Nerone ma passò di proprietà (Acteniani); altri divennero dei Flavii, dopo il ritorno dei latifondi nelle mani dell’imperatore Vespasiano (una cinquantina di attestazioni in Sardegna)[7]. Di un certo interesse è anche la vicenda di Gaio Cassio Blesiano, decurione della coorte dei Liguri nell’età di Nerone, iscritto alla tribù Palatina ed amico di Tiberio Claudio Eutyco liberto di Atte (ILSard. I 313); è interessante il prenome Gaius, anche se escluderei un rapporto diretto con i Cassii imparentati con il cesaricida e documentati a Carales proprio durante il regno di Nerone, ma assolutamente ostili all’imperatore. Tra essi va ricordato il già citato Lucio Cassio Filippo della Grotta delle Vipere di Cagliari, forse parente del Gaio Cassio Longino esiliato da Nerone in Sardegna nel 65 d.C. Questa documentazione fornisce elementi di riflessione sui rapporti tra latifondi imperiali e latifondi trasferiti, sia pure temporaneamente, nella disponibilità di Atte.
Fu forse all’indomani della morte di Poppea nell’anno 65, che dové interrompersi questo volontario esilio di Atte, che deve esser tornata a Roma e a corte: la liberta in ogni caso si venne a trovare nella capitale al momento della morte di Nerone, che ci è conosciuta soprattutto attraverso la narrazione di Svetonio (Nerone 50, 1-3): ancora una volta vediamo sulla scena l’avvelenatrice Locusta, che preparò un potente veleno che il principe rinchiuse in una cassetta d’oro, nella confusione poi fatta sparire dai soldati. Fu necessario così ricorrere ad uno strumento di morte più cruento, la spada, che Nerone si affondò nella gola con l’aiuto del liberto Epafrodito il 9 giugno 68. Dice Svetonio che il liberto di Galba Icelo autorizzò la cremazione di tutto il cadavere, dal quale qualcuno avrebbe voluto spiccare il capo. Per i suoi funerali, che costarono duecentomila sesterzi, lo si avvolse nelle coperte bianche, intessute d’oro, di cui si era servito all’inizio dell’anno. I suoi resti furono tumulati dalle sue nutrici Egloghe ed Alessandra, aiutate dalla concubina Atte, nella tomba dei Domizi che si scorge dal Campo di Marte sulla collina dei Giardini sul Pincio. Nella sua tomba fu collocato un sarcofago di porfido sormontato da un altare di marmo di Luni e protetto intorno da una balaustra di marmo di Taso. Svetonio fa dunque di Atte, tanto vituperata da Tacito, l’amante devota e fedele: perdonato il principe per averla abbandonata ed averle preferito Poppea, è lei che nel 68 ricompose le spoglie di Nerone nel mausoleo dei Domizi, non rinnegando il suo amore neppure dopo la morte, nel momento in cui tutti i risentimenti stavano per concentrarsi sui sostenitori di Nerone, con lo scoppio di una sanguinosa guerra civile che avrebbe diviso Roma e l’impero.
Le proprietà di Atte dovettero essere confiscate con l’arrivo di Vespasiano, ma la liberta non fu uccisa né subì una damnatio memoriae dopo la morte: un indizio della successiva confisca dei latifondi e del ritorno delle terre sarde al patrimonium imperiale nell’età di Vespasiano potrebbe essere costituito dall’onomastica di Claudia Aug(usti) l(iberta) Pythias Acteniana, ricordata sull’urna cineraria della figlia Claudia Calliste: la schiava Pythias, passata di proprietà da Atte all’imperatore (Acteniana), sembra esser stata liberata prima della morte di Atte, se il gentilizio imperiale è Claudia e non Flavia (conosciamo diversi casi analoghi a Roma) (p.es. CIL X 7980); escluderei una donazione di Atte a favore di Nerone. Ne ricaveremmo dunque la conclusione che gli schiavi di Atte e tutte le terre dovettero essere confiscate, secondo la tradizionale politica vespasianea di riaccorpamento delle proprietà imperiali; eppure il nome della liberta di Nerone non fu cancellato completamente. Forse gli embrici con bollo di un Flavius ci conservano una preziosa testimonianza del passaggio delle proprietà di Atte nel patrimonio imperiale. Si vedano anche i bolli da Olbia di Marcus Lollius Tira(nnus ?), Caes(aris), che potrebbe essere considerato un lontano continuatore di Atte nella direzione delle officine imperiali olbiensi un tempo appartenute alla liberta[8]. In ogni caso l’esperienza imprenditoriale di Atte avrebbe fruttificato e l’isola si sarebbe aperta al commercio ed all’esportazione di prodotti artigianali di grande qualità.
[1] TAC. Ann. 15, 71 e 16, 17; cfr. R 121 in PIR III, 1898, p. 141 ; Demougin, L’ordre équestre sous les julio-claudiens, cit., p. 840 nr. 586 ; Ead., Prosopographie des chevaliers, pp.485 s. nr. 586.
[2] P. Ruggeri, “I ludi Ceriales del 65 d.C. e la congiura contro Nerone: C.I.L. XI 1414 = ILSard. 309 (Pisa)”, in Miscellanea greca e romana, 18, 1994, pp. 167-176.
[3] Angiolillo, La ritrattistica e la scultura decorativa, cit., pp. 255-263
[4] G. Mennella, Il sarcofago caralitano del princeps civitatis L. Iulius Castricius (CIL X 7807), in L’Africa Romana VI, 1988, pp. 755-760.
[5] NSA 1899, 43; EDCS-65900035.
[6] G. Pietra, “Le forme del potere imperiale a Olbia da Nerone ai Flavi”, in L’Africa romana. Trasformazione dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, vol. 2, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Atti del XIX convegno di studio (Sassari- Alghero, 16-19 dicembre 2010), Roma, Carocci, 2012, pp. 1931-1941.
[7] Per la presenza dei Flavii a Carales cfr. P. Floris, La presenza dei Flavii nell’epigrafia di Karales, “Studi Sardi”, 34, 2009, pp. 251-269, che però nelle appendici elenca anche quelli attestati nelle iscrizioni (ma non nell’instrumentum domesticum) rinvenute nel resto della Sardegna. Per Turris Libisonis: C. Cazzona, Nota sulla fondazione della colonia di Turris Libisonis: Iulii, Flavii, Aelii, Aurelii e Lurii nelle iscrizioni, «Studi Sardi», 31, 1994-1998, pp. 269-277.
[8] Laterizi e lucerne: G. Pietra, Nuovi bolli epigrafici da Olbia, L’Africa Romana, XIV, 3, 2002, p. 1783.




