- Splendidissima civitas Neapolitanorum
Il toponimo Neápolis “città nuova” conservato nel toponimo attuale Nabui, parrebbe un calco greco del punico MQM HDŠ piuttosto che di QRT HDŠT, intendendo MQM come “luogo di mercato”. La possibilità che i Greci con il toponimo Neápolis traducessero un termine punico distinto da QRT HDŠT è resa dai confronti con il Nord Africa, in particolar con le Macomades (in Sardegna presso Bosa, Nuoro, Nureci e Gesico) e le Neapolis, che indicherebbero porti e luoghi di mercato nuovo, organizzati per lo scambio commerciale tra indigeni, greci e cartaginesi: una di esse, la Neapolis in Tunisia (Nabeul), è oggetto negli ultimi anni degli scavi diretti da Raimondo Zucca, Pier Giorgio Spanu e Mounir Fantar, alla radice del Capo Bon[1]. La Neapolis sarda[2], ubicata sulla costa centro occidentale dell’isola, all’estremità sud-orientale del golfo di Oristano, è documentata assai tardivamente, a partire dal I secolo d.C., con tale poleonimo (Ptol. 3, 3, 2; Rav. 5, 26; Guid. 64; Tab. Peut. II, c) o mediante il riferimento ai suoi abitanti – i Neapolitani (Plin. nat. 3, 7, 85; Ptol. 3, 3, 8) – e al suo territorium (Pall. 4, 10,16)[3]. Appare plausibile, benché non se ne abbia l’evidenza documentaria, ipotizzare che anche Neapolis, al pari di Carales e di Bitia, serbasse durante la repubblica e, forse, nel primo impero la magistratura di origine punica dei sufetes.[4] Indubbiamente la composizione della popolazione neapolitana in età tardo-repubblicana andava arricchendosi, in virtù del carattere portuale del centro, di gruppi latinofoni di estrazione italica, accanto al fondo originario di punicofoni e a una presenza di grecofoni, benché i modi di produzione parrebbero essenzialmente mantenersi quelli di età tardo-punica, come ha osservato Peter van Dommelen[5]. A indiziare questo carattere multietnico della popolazione militano, accanto all’attestazione di merci di ambito mediterraneo (anfore di tradizione punica africane e iberiche, anfore greco-italiche, anfore Dressel I tirreniche, ceramica a vernice nera campana A e B, importazioni ceramiche dalla Hispania Citerior), la presenza di graffiti vascolari greci, latini e neo-punici.
Non conosciamo le scelte politiche dei Neapolitani durante le guerre civili del I secolo a.C., al contrario dei Tharrenses che sposarono il partito mariano, dei Caralitani, fieramente cesariani, o dei Sulcitani, fedeli a Pompeo. Nella formula provinciae della Sardinia tramandata da Plinio il Vecchio in base ai Commentarii geographici di Marco Vipsanio Agrippa, composti tra il 25 e il 12 a.C., i Neapolitani sono citati tra i celeberrimi populi di XVIII oppida, insieme ai Sulcitani, Valentini e Bitienses da un lato, ai Caralitani cives R(omani) e ai Norenses dall’altro. Oltre ai XVIII oppida vi era in Sardinia una colonia ad Turrem Libisonis. Sfugge la ratio della selezione operata dalle fonti augustee di Plinio tra i XVIII oppida: se è chiara la menzione di due oppida civium Romanorum, quelli dei Caralitani e dei Norenses, non è altrettanto perspicua la celebrità degli oppida di origine punica Sulci, Neapolis e Bitia e dell’oppidum di fondazione romana, forse del II secolo a.C., Valentia. Ettore Pais aveva ipotizzato che la speciale menzione di Neapolitani, Sulcitani, Valentini e Bitienses, nel complesso dei XVIII oppida, nella formula di Plinio facesse riferimento alla concessione a queste comunità dello ius Latii[6],ma al momento dobbiamo sospendere il giudizio anche per le analoghe situazioni di Sulci e Bithia. Gli abitanti di Neapolis potevano essere iscritti alla tribù Quirina, se il praefectus della cohors I Ulpia Dacorum, Ti. Claudius Ti. f. Qui(rina) Maximinus, Neapol(i) che conosciamo da alcuni diplomi militari sotto Adriano nel 129 era un sardo e non un campano (AE 2001, 2153 = 2006, 1849; 2005, 1736 = 2006 1850; 2006, 1845 e 1851)[7].
Conosciamo ora meglio il curator rei publicae Neapolitanorum al quale le universae tribus del municipiodi Sulci e gli incolae Beronicenses, ebrei giunti dalla Cirenaica, posero una statua a Sulci, memoria perenni (ILSard. I 4)[8]. L’interpretazione oggi affermatasi riguarda un atto di omaggio ad un personaggio di alto rango, che ha svolto un ruolo di vertice a Neapolis, onorato congiuntamente a Sulci dal popolo di cittadini romani suddivisi in tutte le tribù del municipio (universae tribus sono uno dei due soggetti) e dai Beronicenses, ebrei immigrati in età adrianea in quanto damnati ad metalla, forse originariamente parlanti la lingua greca, esterni all’organizzazioni municipale di Sulci cioè incolae residenti in un proprio quartiere separato; eppure influenti e con solide disponibilità finanziarie. All’inizio del III secolo essi stessi debbono aver tratto dei benefici per le decisioni assunte dall’amministratore straordinario a Neapolis (curator rei publicae), forse riguardo all’attribuzione di alcune miniere originariamente incluse nel territorio di Neapolis e ora trasferite nel confinante territorio di Sulci, dove conosciamo altri ebrei e dove sono impiegati i nomi Iuda e Beronice, arrivati dalla Cirenaica, in particolare da Berenice-Bengasi[9].
La civitas Neap[oli]tanorum nell’iscrizione sulcitana potrebbe essere forse una colonia, esattamente come Cornus, che ugualmente ha il titolo generico di civitas in CIL X 7915.
Siamo molto informati sul territorium neapolitanum, che ipotizziamo possa aver avuto delle rettifiche di confine nell’area più impervia occupata dalle miniere, sicuramente in relazione ai porti d’imbarco: in particolare il settore di territorio a Sud-Ovest di Neapolis corrisponde ai rilievi del Guspinese interessati da filoni metalliferi piombo-zinciferi, specialmente nella regione di Montevecchio, ma pure nelle alture a ridosso delle lagune neapolitane[10]. Il territorio della città si espande in direzione Sud-Est, lungo le vallate fertili del Flumini Mannu e del Riu Sitzerri, naturalmente vocate alle colture agricole ed in particolare cerealicole, fino all’area sardarese dove abbiamo la stazione termale di Aquae Neapolitanae, che indica il confine di competenza dei magistrati cittadini[11]. Infine a Nord si estende la piana del Campidano (di Terralba), interessata fino alla bonifica di Mussolinia di Sardegna, negli anni 20-30 del XX secolo, dallo «stagno» di Sassu e da centinaia di specchi d’acqua temporanei che, se da un lato riducevano le aree destinate all’agricoltura, dall’altro attivavano altre forme di sfruttamento economico della regione mediante l’itticoltura, la coltivazione delle saline (in particolare Pauli Pirastu) e forse colture specializzate (vite).
L’area di Santa Maria de Nabui – ampiamente studiata da Raimondo Zucca e dai suoi colleghi e allievi – appare interessata da attività emporiche sin dal bronzo finale, con una attestazione di un cinerario antropomorfo filisteo dell’XI secolo. I documenti più propriamente fenici risalgono alla seconda metà dell’VIII secolo a.C., mentre nel seguito dell’età arcaica compaiono testimonianze anforiche e di vasellame fine greche ed etrusche. La fondazione di questa «città nuova» sembra attribuibile alla fine del VI secolo ad opera di Cartagine, ancorché il porto appaia interessato pure durante il dominio punico dalle correnti commerciali greche (attiche in particolare) e magno-greche.
La città entrò nell’orbita romana all’atto della conquista dell’isola nel 238-237 a.C., ma continua ad essere documentato l’uso della scrittura neopunica in età tardo repubblicana, accanto ad attestazioni di graffiti greci (un Apol(l)onis su una patera in Campana A) e latini (un Licinus su una coppa in Campana B del 100 a.C. circa). La città romana sembra riproporre, seppure in parte, la scelta insediativa cartaginese, occupando il sistema di dossi, limitati a settentrione dall’antica insenatura oggi ridotta a lagune. La città è laconicamente citata dai geografi che ne rilevano l’ubicazione lungo la costa occidentale della Sardegna (Tolomeo) e l’inserimento lungo un percorso stradale che toccava le principali città del litorale di Ponente. L’Anonimo Ravennate ricorda Neapolis tra Sartiparias (Sardi Patris fanum) e Othoca, lungo quella sezione dell’iter a Tibulas Sulcis che nell’Itinerarium Antonini registra la successione di Metalla – Neapolis – Othoca[12].
L’esistenza di un porto, ancorché non esplicitamente attestata dalle fonti letterarie antiche e altomedievali, risulta dai portolani e dalle carte nautiche del basso Medioevo, che unanimemente menzionano il Neapolitanus Portus, anche quando la città si era ridotta ad un modesto aggregato rurale[13]. La topografia del centro urbano antico è in avanzato studio: nuove ricerche topografiche tendono a dimostrare che la presunta pianta semicircolare della città sia di fatto inesistente, dovendosi ammettere al contrario un impianto trapezoidale, corrispondente ad un sistema di dossi alluvionali, precipiti in direzione Nord e Nord-Est verso gli stagni di Santa Maria[14]. Sono stati recentemente studiati gli impianti termali, l’edilizia residenziale, il porto, gli edifici per spettacolo, il foro, il sistema viario[15].
Nel settore sud-orientale della città si localizza un impianto termale in opus vittatum mixtum databile ad età imperiale avanzata, riutilizzato sino al secolo XVIII come chiesa intitolata alla Vergine Santa Maria de Nabui[16]. La chiesa, collocata in un ambiente rettangolare della terma, voltato a botte, rese obbligato il tamponamento di un’ampia luce rettangolare, rivolta verso Ovest e aperta sul lato breve dell’ambiente. L’assenza di scavi impedisce di determinare con certezza il momento di trasformazione della terma in edificio ecclesiastico, benché il raffronto con simili mutamenti di destinazione d’uso di terme, quali Sant’Andrea di Pischinappiu di Narbolia, Santa Maria di Vallermosa, Santa Maria di Mesumundu di Siligo, solo per citarne alcuni, farebbe pensare che tale trasformazione si svolse nel periodo deuterobizantino. Probabilmente in funzione di questo edificio termale fu eretto un grande acquedotto che come si vedrà conduceva le acque dalla sorgente di Laus de Giaxi, nei monti a Sud di Neapolis, fino alla città, con un percorso di quasi 6 chilometri.
Gli scavi nel settore nord-orientale della città misero in luce un secondo edificio termale minore, già noto a Giovanni Spano, largamente ristrutturato in età altomedievale, momento in cui immediatamente ad Est si costituì un aggregato di ambienti realizzati in un rozzo opus africanum, all’interno di un possibile castrum bizantino.
All’estremità settentrionale della città, dirimpetto all’antica insenatura portuale, si individua un’area pubblica, forse il forum, da cui provengono membrature architettoniche, una statuetta marmorea di Afrodite Urania e frammenti di altre statue, un’iscrizione di Valeriano nel suo IV consolato posta dai decuriones di Neapolis dopo il 257 d.C. (AE 2007, 608), altri frammenti di iscrizioni di imperatori e una probabile tabula patronatus in bronzo[17].
La necropoli orientale della città ha rivelato tombe alla cappuccina e a sarcofago liscio di pietra calcarea, cui si deve riferire un frammento di iscrizione di un sepulchrum familiae e l’epitafio posto da un C(aius) Atilius a un suo collibertus (AE 1997, 752).
Lo statuto giuridico di Neapolis è incerto: una iscrizione sulcitana menzionante la sp[l]en[didissi]ma civitas Neap[oli]tanorum, d’altro canto, potrebbe documentare le sezioni di voto, le tribus, in cui doveva essere suddiviso il populus Neapolitanus. Si tratta di un’iscrizione onoraria dedicata ad un personaggio anonimo, probabilmente di origine sulcitana, da parte di tutte le sezioni di voto (univer[sae] tribus) di una città (la stessa Sulci ?) e dei Beronic[en]ses, populus o, più verosimilmente, collegium, per i meriti riportati nei confronti della sp[l]en[didissi]ma civitas Neap[oli]tanorum (ILSard. I 4)[18].Si è pensato recentemente anche ad incolae aggregati alla città, giunti in Sardegna da Berenice (Bengasi) dopo la repressione della rivolta giudaica nell’età di Adriano.L’epigrafe appartiene ad una categoria di iscrizioni onorarie che prevede la dedica al personaggio onorato, l’elenco dei benefici elargiti ad una comunità, infine, l’indicazione dei dedicanti. La datazione dell’epigrafe è incerta, ma il confronto con numerose iscrizioni che presentano la medesima struttura orienta verso la seconda metà del II-III secolo d.C.
L’opinione prevalente degli studiosi considera la nomenclatura di civitas Neap[oli]tanorum in rapporto alla sopravvivenza a Neapolis di un’organizzazione politica preromana in una comunità di peregrini. Tuttavia, essendo noto lo sviluppo semantico del termine civitas in età medio-imperiale, quando definisce genericamente l’organizzazione urbana, a prescindere dallo statuto giuridico, la civitas Neap[oli]tanorum : possiamo pensare ad un municipio o ad una colonia. Infine se la suddivisione in tribus andasse effettivamente riferita a Neapolis piuttosto che a Sulci si ricaverebbe il tipo di sezioni di voto della città. In tale ipotesi il populus di Neapolis sarebbe suddiviso in tribus, come un’altra città di origine punica, Lylibaeum, benché sia noto che la suddivisione del popolo è più frequente ricalcando l’antico modello romano per curiae.
Nel novembre 2000 lo scavo archeologico ha restituito, nell’area pubblica del settore settentrionale della città, una lastra marmorea con dedica a Valeriano che documenta per la prima volta l’ordo decurionum e la cassa pubblica di Neapolis: Imp(eratori) Caes(ari) P(ublio) Licinio Valeriano / pio felici Aug(usto), pont(ifici) max(imo), trib(unicia) / pot(estate), co(n)s(uli) IIII, p(atri) p(atriae), proco(n)s(uli) / ex d(ecurionum) d(ecreto) p(ecunia) p(ublica) (AE 2007, 688).
Il testo è datato dal quarto consolato di Valeriano, assunto nel 257, nel corso della quinta potestà tribunicia. Sul piano dell’organizzazione amministrativa cittadina è noto che il consiglio decurionale è attestato anche in civitates peregrine, in particolare in Africa proconsolare in civitates a costituzione sufetale dell’alto Impero. Al principio della seconda metà del III secolo d.C. il riferimento ai decuriones deve, invece, raccordarsi probabilmente ad una città dotata di statuto municipale o coloniale, anche se conosciamo ad esempio nelle province africane civitates con magistri e decuriones[19].
Nella stessa area si è individuato un òstrakon costituito dal frammento di parete di anfora (AE 2007, 690). Il testo, impaginato su quattro linee, è inciso con uno strumento a punta, presumibilmente uno stilo in metallo che consentiva di scrivere minutissime. La paleografia del testo suggerisce una cronologia intorno al III secolo d.C. anche considerati la possibile formula onomastica di Decimo Ostilio Donato, caratterizzata dai tria nomina, e il sermo utilizzato che presenta (ad esempio nel sintagma Marsuas a Neapoli) una certa coloritura volgare. La lettura del testo è la seguente: Marsuas a Neapoli, Dec(imum) vel Dec(ium) Ostiliu/m Donatum mis[er]um, mutum, sur/dum reddas, quantu / homini respondes. «O Marsuas di Neapolis, rendi misero, muto e sordo Decimo (?) Ostilio Donato, per quanto tu possa rispondere all’uomo».Si tratta di una richiesta ad una divinità Marsuas, ossia Marsyas, detta a Neapoli, con l’indicazione della città di pertinenza, affinché rendesse misero, muto e sordo Decimo Ostilio Donato, per quanto avesse dato una risposta a quell’uomo. L’anonimo estensore dell’ostrakon intendeva pertanto, con lo strumento della scrittura, ottenere dalla divinità l’assordimento e il mutismo di un avversario, Decimo Ostilio Donato, all’atto della richiesta di un responso da parte dello stesso personaggio[20]. La singolarità del testo impedisce senz’altro di annoverarlo tra le defixiones, non tanto per l’uso del supporto fittile dell’iscrizione al posto del più comune piombo, quanto perché non compare la volontà del richiedente di legare la divinità a un maleficio, normalmente espressa dai verbi ligare, obligare ecc. Il tema del dio Marsia, scuoiato vivo da Apollo, è stato ripreso recentemente sull’”Archivio Storico Sardo” da Khaoula Ferjani, con riferimento alla maschera ritrovata nella colonia di Turris Libisonis, fin qui interpretata genericamente come un satiro, ma in realtà riferita alla colonia di Turris Libisonis: il che rinnova la possibilità che Neapolis sia diventata colonia nel corso del I o del II secolo d.C.[21] Tra le città italiche il culto di Marsia fu scelto come simbolo della libertà, più precisamente della cittadinanza romana, cosa che nelle province avvenne nei municipi e nelle colonie (Isidoro di Siviglia, origines, 9, 2, 88, per il collegamento con la guerra Marsica): la figura di Marsia è legata ad Enea e ai Troiani; in Sardegna agli Ilienses. Mastrocinque ha osservato che <<sono note alcune variazioni sul mito di divinità profetiche o veggenti che furono legati, imprigionati e costretti a pronunciare profezie. Su questa base mitologica la liberazione di Marsia fu usata dalla mitologia italica come un simbolo politico del conseguimento di tutti i diritti della cittadinanza romana>>[22].
I documenti epigrafici citati rivelano aspetti importanti della società e dell’economia di Neapolis[23], oltre che sulla religione[24]. La possibile esistenza di un collegium di commercianti neapolitani in ambito urbano potrebbe ipotizzarsi in base ad una targa di un sepulchrum familiae della via Appia. Si tratta dell’iscrizione CIL VI 9258, ora nella Galleria Lapidaria dei Vaticani. Il titolare del sepolcro, L(ucius) Maecius Marcus se vibo dedit donavit il locus della sepoltura ai suoi liberti e liberte, tra i quali sono menzionati un gruppo di tre (o di quattro), appartenenti ai citrarii Neapolitani. Poiché Palladio Rutilio Tauro Emiliano nel suo opus agriculturae celebra i cedri dei suoi fundi, in Sardinia territorio neapolitano, considerata la rarità della coltura della pianta di tali agrumi nel mondo romano, non può escludersi che citrarii Neapolitani debbano considerarsi i componenti di un collegio di venditori di cedri originari di Neapolis, anziché affini ai citriarii, ossia ai commercianti del legno di cedro, noti da una lex collegii urbana relativa ai negotiantes eborarii et citriarii[25].
Niente sappiamo sull’eventuale esistenza di un circuito murario di fase romana, mentre un elemento significativo per definire i limiti urbani almeno a nord-nord-est della città è rappresentato dall’esistenza di un’ampia necropoli, con sepolture di varia tipologia, in uso dall’età medio-imperiale all’alto Medioevo. Una seconda necropoli, con un’attività funeraria documentata nell’alto impero, si localizza invece a sud dell’area urbana.
L’approvvigionamento idrico della città era garantito da un acquedotto già documentato nel XVII secolo ma ben illustrato da Angius e da Spano alla metà dell’Ottocento. Da un complesso di sorgenti localizzate a oltre 500 m s.l.m. su rilievi a sud della città, l’acqua veniva raccolta dapprima in una grande cisterna (località Medau Caddeo), da cui si dipartiva un condotto forse sostenuto da un muro continuo, con andamento sud-ovest/nord- est; la conduttura curvava poi in direzione sud-ovest/nord-est e, valicando con arcate a tutto sesto alcuni corsi d’acqua, entrava nel settore sud-occidentale della città, dove è localizzato un castellum aquae. La lunghezza totale dell’acquedotto, di cui rimangono ancora diverse tracce, dalla cisterna al castellum è di circa 4,7 km. In base all’opera muraria utilizzata, il vittatum mixtum, l’acquedotto può datarsi all’età severiana; stessa opera e probabilmente stessa cronologia può proporsi per la grande cisterna cittadina, mentre per le altre cisterne individuate in diversi punti dell’area urbana non si può proporre alcuna datazione certa, né assegnare loro un carattere pubblico o piuttosto privato. Oltre alle già citate strutture, è stato finora evidenziato un ridotto numero di monumenti. Nel settore sud-orientale della città si localizza un edificio termale in opera listata, di cui rimane in elevato un ambiente voltato a botte, riutilizzato come edificio di culto cristiano fino all’età moderna. Le poche strutture residue e la sovrapposizione di edifici moderni non consentono di leggere completamente l’icnografia dell’edificio originario, articolato certamente in diversi ambienti, alcuni dei quali absidati. Accanto alle terme un grosso troncone di opera cementizia potrebbe essere correlato all’acquedotto cittadino, che certamente garantiva il rifornimento idrico delle terme. Il rinvenimento di numerose tessere musive in marmo policromo – bianco, nero, rosso, ocra – porta verosimilmente a pensare che l’edificio termale fosse dotato di ambienti mosaicati. Un secondo edificio termale, già scavato parzialmente da Giovanni Spano nel 1858, fu oggetto di nuove indagini archeologiche negli anni Cinquanta del XX secolo. L’edificio, noto come “Piccole terme”, ha una grande aula settentrionale con vasca semicircolare gradata, interpretata come frigidarium, che subì varie modificazioni, con l’aggiunta di una vaschetta di più piccole dimensioni e diverse murature; non si esclude che le trasformazioni più tarde siano avvenute in età alto-medievale, quando tutta l’area subì sostanziali variazioni d’uso. Nel settore meridionale delle Piccole terme sono localizzati gli ambienti caldi, anch’essi trasformati nel tempo, articolati in due calidaria e un tepidarium con vasca semicircolare, tutti di piccole dimensioni; originariamente gli ambienti erano collegati tra loro, e solo in un secondo momento le aperture di collegamento vennero occluse. L’uso dell’opus vittatum, insieme all’opera laterizia presente negli ambienti caldi, e l’iconografia dell’edificio, portano a datare l’impianto a età imperiale avanzata, forse all’età severiana, la medesima fase cronologica alla quale si assegnano le “Grandi terme”. Le indagini in corso nella cosiddetta area monumentale stanno infine rimettendo in luce una serie di murature, relative a diverse fasi di vita. Interessante appare un grosso muro con andamento nord-nord-ovest/sud-sud-est, con uno spesso strato di intonaco; le dimensioni, unitamente agli altri rinvenimenti effettuati nell’area, contribuiscono a formulare l’ipotesi che tali strutture possano riferirsi a un importante edificio pubblico.
Le nuove indagini della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e del curriculum di Archeologia subacquea dell’ateneo sassarese del 2006 hanno acquisito nuovi dati sulla portualità antica di Neapolis. Il sistema lagunare di Marceddì-San Giovanni è interpretato dai geomorfologi come l’evoluzione di una vallata fluviale sommersa, per cui è evidente che il letto del fiume e le sue foci dovettero essere progressivamente guadagnate dall’ingressione marina successiva all’ultima glaciazione. Si pone al riguardo il problema del riconoscimento della dinamica delle rive degli specchi d’acqua e del letto (o dei letti variabili con le relative foci) del fiume Sitzerri-Mannu. Ma l’archeologia subacquea del territorio neapolitano arriva sino a Piscinas-Arbus[26].
[1] R. Zucca, A. Mastino, I paesaggi costieri della Neapolis dell’Africa Proconsolare e della Neapolis della Sardinia, in Evoluzione delle civiltà lungo le vie del Mediterraneo. Un modello di sviluppo ecocompatibile per la salvaguardia del mare e la valorizzazione della fascia costiera, XXXIII Forum Interdistrettuale della Fascia Costiera Ligure-Tosco-Laziale e della Sardegna, Distretto 2080 Rotary International, Studio Stampa . Nuoro, 2012, pp. 25-36.
[2] Sul toponimo cfr. G. Chiera, Qarthadasht = Tharros?, in “RSF”, X, 1982, pp. 197 ss.; M. G. Amadasi Guzzo, Sulla dedica a Melqart da Tharros e il toponimo QRTHDST, in L’Africa Romana, IX, Sassari 1992, pp. 523-532; vd. anche Eadem, Neapolis=Qart-Hadasht in Sardegna, in “Rivista Studi Orientali”, 43, 1968, pp. 19 ss.; Eadem, Divertimento 1991. Ancora sulla Cartagine di Sardegna, in R.H. Talkot-T.K. Andrews, Sardinia in the Mediterranean: a Footprint in the Sea. Studies in Sardinian Archeology Presented to M.S. Balmuth, Sheffield 1991, pp. 439-447; M. Pittau, La Neapolis della Sardegna: emporio punico oppure greco ?, in L’Africa Romana, VII, Sassari 1990, pp. 557-568; A. Campus, Una genealogia punica: l’iscrizione I.C.O. Sard. 34, in Da Olbìa ad Olbia, 2500 anni di storia di una città mediterranea, I, a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1996, pp. 207-217.
[3] R. Zucca, Splendidissima civitas Neapolitanorum, Roma 2005; R. Zucca, Neapolis e il suo territorio, prefazione di G. Lilliu, Oristano 1987, S’Alvure, (ristampato nel 1989 e nel 2000); A. Mastino, R. Zucca, “Urbes et rura. Città e campagna nel territorio oristanese in età romana”, in Oristano e il suo territorio, 1, Dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di Pier Giorgio Spanu e Raimondo Zucca, Carocci, Roma 2011, pp. 521-542.
[4] R. Zucca, Sufetes Africae et Sardiniaee ricerche storiche e geografiche sul Mediterraneo Antico (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – n.s. 1), Carocci, Roma 2004, pp. 84-101.
[5] P. Van Dommelen, On colonial grounds. A comparative study of colonialism and rural settlement in first millennium BC West Central Sardinia, Leiden 1998, pp. 187 ss.; Id., Spazi rurali fra costa e collina nella Sardegna punico-romana: Arborea e Marmilla a confronto, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 589-601; M.B. Annis, P. Van Dommelen, P. Van De Velde, Insediamento rurale e organizzazione politica: il progetto Riu Mannu in Sardegna, QSCAOR, 13, 1996, pp. 255 ss.; vd. anche M.B. Annis, Paesaggi rurali nella Sardegna centro-occidentale. Il progetto Rio Mannu dell’Università di Leiden, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 571-587.
[6] E. Pais, “La “formula provinciae” della Sardegna nel I secolo dell’impero secondo Plinio”, in Studi storici, III, 1894, p. 518.
[7] P. Floris, A. Ibba, R. Zucca, “Notulae su alcune tribù in Sardegna” nel volume Le tribù romane. Atti della XVIe Rencontre sur l’Epigraphie du monde romain (Bari 8-10 ottobre 2009), a cura di Marina Silvestrini (Scavi e ricerche, 19), Bari, Edipuglia, 2010, p. 85.
[8] F. Cenerini, Le iscrizioni della collezione Biggio, «Sardinia, Corsica et Baleares Antiquae. An International Journal of Archeology», xii, 2014, pp. 61-63.
[9] A. Mastino, La Cirenaica di Adriano: la deportatio in Sulcitanam insulam Sardiniae conterminam degli Ebrei di Berenice (Bengasi), “Libya antiqua”, n.s. 14, 2021, pp. 51-68.
[10] T. Agus, L’antico bacino minerario neapolitano, in L’Africa Romana, VII, Sassari1990, pp. 447-455
[11] Sul territorium neapolitanum cfr. P. Van Dommelen, On colonial grounds. A comparative study of colonialism and rural settlement in first millennium BC West Central Sardinia, Leiden 1998, pp. 187 ss.; M.B. Annis, Paesaggi rurali nella Sardegna centro-occidentale. Il progetto Rio Mannu dell’Università di Leiden, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 571-587; P. Van Dommelen, Spazi rurali fra costa e collina nella Sardegna punico-romana: Arborea e Marmilla a confronto, ibid., pp. 589-601; M.B. Annis, P. Van Dommelen, P. Van De Velde, Insediamento rurale e organizzazione politica: il progetto Riu Mannu in Sardegna, QSCAOR, 13, 1996, pp. 255 ss.
[12] Sulla topografia di Neapolis e la documentazione archeologica cfr. G. Spano, Descrizione dell’antica Neapolis, “BAS”, 5, 1859, pp. 129-137; S. Moscati, R. Zucca, Le figurine fittili di Neapolis, “Mem. Acc. Naz. Lincei”, ser. VIII, vol. XXXII, 1, Roma 1989; R. Zucca, La città punica di Neapolis in Sardegna, Atti del II Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici, III, Roma 1991, pp. 1299 ss.; Id., Neapolis e il suo territorio, Oristano 20002.
[13] G. Boetto, V. Carsana, D. Giampaola, “Il porto di Neapolis e i suoi relitti”, in Arqueologia Nàutica Mediterrània, a cura di X. Nieto, M.A. Cau, Girona, 2009, pp. 457-470 (Monografies del CASC, 8); R. Zucca, Ricerche subacquee nel Neapolitanus portus, in Tharrox Felix -3, Roma 2009.
[14] G. Azzena, Osservazioni urbanistiche su alcuni centri portuali della Sardegna romana”, in L’Africa romana. Lo spazio marittimo del Mediterraneo occidentale: geografia storica ed economica, vol. 2, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XIV convegno di studio (Sassari, 7-10 dicembre 2000), Roma, Carocci, 2002, pp. 1099-1110; P.G. Spanu, “L’impianto urbanistico della città romana”, in Splendidissima civitas Neapolitanorum, a cura di R. Zucca, Roma, Carocci, 2005, pp. 252-254.
[15] Da ultimo: R. Busonera, Neapolis, in Sardegna. Architettura e Urbanistica, Quasar, Roma 2020, pp. 65-82; Id., La città romana di Neapolis, in Sardegna. Studio topografico sui sistemi di accesso viario all’area urbana, in Landscape, una sintesi di elementi diacronici, Metodologie a confronto per l’analisi del territorio, a cura di D. Gangale Risoleo e I. Raimondo, BAR I.s. 3047, Oxford 2021, pp. 41-50.
[16] E. Usai, M. Casagrande, C. Oppo, L. Garau, A. Loy, P.G. Spanu, R. Zanella, R. Zucca, “Il paesaggio del potere cittadino di una città sardo- romana: le “Grandi Terme” di Neapolis”, in L’Africa romana. Trasformazione dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Atti del XIX convegno di studio (Sassari, 16-19 dicembre 2010), Roma, Carocci, 2012, pp. 1905-1929.
[17] Dobbiamo rimandare a R. Zucca, Splendissima civitas Neapolitanorum, Roma 2005.
[18] Si è citato Mastino, La Cirenaica di Adriano, pp. 51-68.
[19] R. Zucca, Una dedica a Valeriano da Neapolis (Sardinia) in AA. VV., Usi e abusi epigrafici. Atti Colloquio Genova, settembre 2001, Serta antiqua et medievalia, VI, a cura di M.G. Angeli Bertinelli, A. Donati, Roma 2003, pp. 437 ss.; Id., Valeriano e la sua famiglia nell’epigrafia della Sardinia. In: Epigrafia di confine, confine dell’epigrafia: atti del Colloquio AIEGL-Borghesi 2003, 10-12 ottobre 2003, Bertinoro, Italia. Faenza, Fratelli Lega Editori, 2004, pp. 347-370 (Epigrafia e antichità, 21).
[20] R. Zucca, Splendidissima civitas Neapolitanorum, Roma 2005, pp. 212-218 n. 10; Id., Iscrizioni inedite da Neapolis (Sardinia), in Acta XII Congressus Internationalis Epigraphiae Graecae et Latinae, Barcelona, 3-8 Septembris 2002, Barcelone, 2007, p. 1531 sg.; vd. ora Mastino, Zucca, Urbes et rura cit, pp. 522 ss.; A. La Fragola, A. Mastino, T. Pinna Defixiones, maledizioni e pratiche magiche nella Sardinia e nella Corsica tardoantiche, in Enemistad y odio en el mundo antiguo, Francisco Marco Simón, Francisco Pina Polo, José Remesal Rodríguez (eds.), Collecció Instrumenta, 74, Zaragoza 2021, pp. 206 s.
[21] K. Ferjani, La cosiddetta maschera del satiro da Porto Torres in Sardegna: un Marsyas coloniale, “ASS”, LIII, 2019, 9-16.
[22] A. Mastrocinque, Marsia e la civitas Romana, in Hoc quoque laboris praemium, Scritti in onore di G. Bandelli, a cura di M. Chiabà (Polymnia, Studi di storia romana, 3), Trieste, Eut, 2014, pp. 331-342.
[23] R. Zucca, Le ville romane: schiavi, coloni e padroni nel territorio neapolitano, AA. VV., Scavo didattico delle terme romane di Terra ‘e Frucca, Oristano 1990, pp. 41- 44.
[24] R. Zucca, “Le terrecotte figurate del deposito votivo di Neapolis”, in Splendidissima Civitas Neapolitanorum, a cura di R. Zucca, Roma, Carocci, 2005, pp. 158-166.
[25] R. Zucca, Palladio e il territorio neapolitano in Sardegna, Quaderni Bolotanesi, 16, 1990, pp. 279-290; Id., Palladio ed il territorio neapolitano, AA. VV., Scavo didattico delle terme romane di Terra ‘e Frucca, cit., pp. 30-40.
[26] D. Salvi, Lingotti, ancore e altri reperti di età romana nelle acque di Piscinas-Arbus (CA). In Hommage à Claude Domergue, 2. Pallas 50, pp. 75-88.





