- Heraeum (Tempio Pausania), civitas
Nella foto: il macigno dei Balari (inizio I secolo d.C.)
Lungo la costa orientale della Sardegna le fonti collocano a Nord di Olbia Longone, Santa Teresa (a est delle cave di Capo Testa, a occidente dell’Errebantium promontorium), a Sud Coclearia, a 15 miglia da Olbia, forse San Teodoro; Portus Liguidonis, a 12 miglia da Coclearia, Santa Lucia di Siniscola; Fanum Carisi a 15 miglia da Portus Liguidonis: si può pensare alle vicinanze del ponte sul Cedrino, Santa Maria di Orosei; Viniolae a 12 miglia da Fanum Carisi: Nostra Signora del Buon Cammino a Dorgali (qui le attestazioni più meridionali del culto del martire di Olbia Simplicio).
All’interno la situazione era più oscura: la Barbaria occupata dai Balari cominciava a una trentina di km a ovest di Olbia, presso il Rio Scorraboes tra Monti e Berchidda (AE 1992, 896); si discute sulla localizzazione di Heraeum, che collochiamo a Tempio Pausania, in un territorio occupato dal bellicoso popolo dei Corsi, ostile agli immigrati italici e resistente alla romanizzazione, che doveva conoscere un insediamento sparso, con pochi centri abitati di modeste dimensioni, la cui localizzazione presenta problemi pressoché insuperabili per gli studiosi[1].

Il carattere militare dell’insediamento potrebbe essere suggerito da alcune segnalazioni di strutture antiche, effettuate dal Taramelli nel Foglio della Carta Archeologica d’Italia (da utilizzare con qualche attenzione, in relazione alla modifica del territorio comunale), con integrazioni e aggiornamenti, per i quali si rimanda all’opera del Rowland, che contiene però alcuni errori[2]. L’indagine Sitag sull’archeologia della Gallura non consente di identificare in comune di Tempio nuovi reperti di età romana[3]. Il quadro dei ritrovamenti archeologici nel territorio rimane decisamente parziale[4]: abbiamo un ampio riscontro del riuso in età romana dei grandi monumenti dell’età preistorica e protostorica ed in particolare di importanti nuraghi, come il celebre Naracu Maiori a NE di Tempio, nel cui cortile sono stati documentati da Angela Antona indizi di frequentazione di età imperiale (un asse di Antonino Pio ed alcuni frammenti di anfora o di ceramica sigillata)[5]; già il Taramelli aveva individuato una vasta necropoli di età romana presso l’attuale chiesa dello Spirito Santo alla periferia nord ovest di Tempio, presso la stazione ferroviaria di Aggius, in comune di Tempio più che di Bortigiadas[6]. M.A. Masia, nel censimento Sitag, ha ripreso questi dati, senza ulteriori precisazioni[7]. Sono state segnalate, con dati ancora parziali, numerose altre necropoli di età romana, come quelle di Taerra[8], Santa Maria e Francisca Nieddi[9]. Le località più interessanti sotto il profilo militare sono Santu Larentzu e la vicina Santa Chiara, alla periferia sud-occidentale di Tempio (tra le fonti di Rinagghju e la chiesa di San Giorgio), dove già Yann Le Bohec non ha escluso la possibilità che ci si trovi di fronte a resti di edifici fortificati, comunque di carattere militare[10]. Analoga è la caratterizzazione delle strutture portate in luce nella prima metà del Novecento a Tanca di li frati, presso la chiesa di Santu Tummèu, a 3 km a sud est di Tempio (poco più a Sud rispetto a San Leonardo ed a Campu di Idda, un toponimo apparentemente eloquente)[11]. Per Le Bohec non sarebbe sicuro un collegamento tra il nome del reparto militare (Cohors I gemina Sardorum et Corsorum oppure Cohors II gemina Ligurum et Corsorum) ed il toponimo Gemellae[12]: ora si preferisce collocare Gemellae a Perfugas.
Infine, non va escluso che le fortificazioni individuate in altre località del territorio comunale di Tempio, fin qui attribuite ad età preistorica, possano in realtà essere di età romana: è il caso forse dello Stazzo La Rutunda, dove una muraglia doveva delimitare il terrazzamento naturale, alle falde del M. Limbara[13]. Numerose sono poi le segnalazioni di villaggi, “centri demici”, strutture, terme (come a Li Bagni ed a Monte Plebi), che finora non hanno avuto una precisa collocazione cronologica (p. es. il villaggio (romano ?) presso la chiesa di San Bachisio), ma che forse possono essere riferiti ad età imperiale, quando la romanizzazione dovette estendersi, come dimostrano i ritrovamenti di Tanca di Li Frati, L’Agnata, Nuraghe Majori ecc., in comune di Tempio e soprattutto il progressivo sviluppo della rete stradale; particolarmente significativo appare il villaggio di età imperiale di Li Castagni, sul Monte Limpas, tra Tempio ed Aggius: le indagini di D. Lissia e M. Loy (settembre 1989) hanno portato in luce «numerosi frammenti laterizi, ceramici e pietra da taglio provenienti dal disgregamento di strutture murarie». Questi materiali, esaminati fin qui superficialmente, hanno comunque consentito di accertare una frequentazione tra il I ed il VII secolo d.C.; più precisamente sono state individuate tegole e mattoni, anse di anfore Dressel 2/4 di produzione campana (riferibili al periodo tra il I secolo a.C. ed il II d.C.), infine frammenti di orlo a mandorla in sigillata chiara D riferibili ad un periodo tra il IV ed il VII secolo d.C.[14]. Questo sito viene ora collocato sulla strada romana messa in luce dal Taramelli in località Terravecchia ad oriente di Aggius, che con tutta probabilità collegava Olbia con Tibula (per compendium).
Da ultimo si è affermata l’identificazione di Tempio Pausania con un altro centro antico, l’Heraeum di Tolomeo (3, 3,7), che riteniamo una civitas della Barbaria: come è noto, il geografo alessandrino collocava la città ad una longitudine di 31° 30’ ad est delle Isole Fortunate (le Canarie) e ad una latitudine di 38° e 40’ a nord dell’equatore tra le città interne dell’isola; il toponimo potrebbe effettivamente far pensare ad un santuario che conservava una tradizione del culto di Era-Giunone-Astarte. La localizzazione non è certa, soprattutto a causa della possibilità di errori nella tradizione tolemaica manoscritta: del resto le coordinate ci porterebbero a 5’ a sud dell’Olbianus Portus, a 10’ a nord di Olbia e solo 10’ più ad occidente[15]. Per Massimo Pittau doveva trattarsi del principale santuario del popolo dei Corsi, indicato come Templum (Iunonis) : l’indicazione Iunonis sarebbe divenuta col tempo del tutto superflua, tanto da dar luogo al toponimo attuale Tempio. Una forma analoga sarebbe Martis, nel senso di fanum Martis[16]; del resto conosciamo in Sardegna anche Fanum Carisi, sul Cedrino[17], che potrebbe richiamare una divinità locale in qualche modo collegata con il popolo dei Caresii[18], ed esistevano sicuramente in Sardegna altri santuari rurali, come il Sardopatoris fanum (ieròn in Tolomeo), il tempio del Sardus Pater ad Antas, con una vera e propria stazione stradale della via costiera occidentale presso Metalla; si può anche immaginare una situazione analoga per Feronia[19] oppure per Sorabile (Fonni), nel cuore della Barbagia, dove si trovava il Nemus Sorabense, con il santuario di Diana e Silvano[20]. Conosciamo infine numerosi altri santuari rurali, alcuni dedicati a Giove, Giunone e Minerva, come a Las Plassas in Marmilla (AE 2002, 628) e forse a Bidonì (AE 1998, 673): alcuni di essi dovevano nascondere, dietro le apparenze romane, tradizioni religiose molto più antiche e di origine locale, con forme di sincretismo e di assimilazione di culti protosardi.
Semmai sorprende la limpidità del toponimo Tempio (documentato fin dal 1173, ma di origine sicuramente classica)[21]. A prescindere dalla localizzazione esatta, la polis di Heraeum sembra conservare in età romana la tradizione mitica dei misteri di Era, documentati anche dalla collocazione nel golfo di Cugnana (a nord di Olbia) dell’isola degli Heras lutra di Plinio (3, 7,85) e di Marziano Capella (6, 645) (da intendersi come “i bagni di Era”) : gli studiosi oscillano tra la sopravvivenza di una tradizione greca, ionica o meglio massaliota ed una tradizione punica che collegherebbe l’Heraeum sardo del retroterra di Olbia ad un fanum Astartis. Raimondo Zucca ha spiegato il singolarissimo nesonimo pliniano Heras Lutra riferendolo ad un’isola della costa orientale della Sardegna presso il golfo di Olbia (le isole di Soffi o di Mortorio), dove si sarebbero svolti, in occasione delle feste di Era (gli Heraia), i misteri dei “bagni di Era”, come quelli documentati da Pausania a Nauplia, dove secondo i “discorsi segreti” dei sacerdoti argivi, presso la fonte Cànato, Era si immergeva ogni anno per recuperare la sua verginità[22]; un po’ come altrove nella Grecia continentale, nelle isole dell’Egeo (in particolare a Samo) ed in Sicilia, dove si celebrava ogni anno uno ieròs gamos, il cui momento culminante era rappresentato dalla cerimonia dell’immersione di una statua lignea di Era (uno xòanon), che idealmente riacquistava ogni anno la sua verginità per un nuovo matrimonio con Zeus: una cerimonia arcaica che doveva svolgersi presso una sorgente perenne[23]. Questa vicenda mitica, pervenutaci solo parzialmente perché legata alle tradizioni orali ed ai misteri che accompagnavano il culto della dea, potrebbe essere stata in qualche modo connessa fin dall’origine con le principali tappe della Via Eraclea verso occidente: il viaggio dei figli di Eracle in Sardegna, guidati da Iolao-Sardus, viene collegato da Diodoro Siculo e da Apollodoro alla conclusione delle 12 fatiche, dopo la follia ispirata da Era e la morte dei figli di Megara[24]. In tale quadro è significativa la tradizione sulla verginità della sacerdotessa del tempio di Eracle a Tespie in Beozia, che Pausania spiegava con il mito delle cinquanta figlie del re Tespio, madri dei Tespiadi inviati in Sardegna, una delle quali sarebbe stata violentata da Eracle[25]. Il tutto è stato connesso con il ritrovamento di navicelle nuragiche nell’Heraion di Gravisca in Etruria[26] e nell’Heraion di Capo Colonna a Crotone[27].
[1] A. Mastino, Tempio Pausania: Gemellae oppure Heraeum ?, in Dal mondo antico all’età contemporanea. Studi in onore di Manlio Brigaglia offerti dal Dipartimento di storia dell’Università di Sassari, Roma, Carocci 2001, pp. 79-117.
[10] Y. Le Bohec, La Sardaigne et l’armée romaine sous le Haut-Empire, Sasssari 1990, pp. 68 s.
[11] D. Panedda, Il giudicato di Gallura. Curatorie e centri abitati, Sassari 1978, p. 85 e n. 13; Taramelli, Fogli 181-182. Tempio Pausania-Terranova Pausania, cit., IV SE, p. 39 nr. 15 = p. 539.
[17] G. Maisola, Alcune osservazioni sulla romanizzazione della media valle del Cedrino, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2761-2778.

