Le città della Sardegna: sintesi su Tharros o Tarrhos romana

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Tharros, colonia Iulia ? (foto Piero Bartoloni)

    Tharros è riemersa dalle sabbie alla radice del Capo di San Marco che chiude il golfo di Oristano dopo la “corsa all’oro” che vide come protagonisti personaggi singolari come George John Warren, quinto barone di Vernon, Alberto Ferrero Della Marmora, Re Carlo Alberto e suo figlio Vittorio Emanuele, Giovanni Spano, Gaetano Cara, Filippo Nissardi. Gli scavi moderni si debbono a Gennaro Pesce e alle tante équipes di ricerca scientifica accademiche (Cagliari, Sassari, Bologna) e del CNR, integrate delle cooperative con tanti giovani studiosi che hanno operato nell’ultimo secolo. La città romana è localizzata, all’estremità meridionale della penisola del Sinis, sulla costa occidentale dell’isola, lungo la via a Tibulas Sulcis, tra Cornus e Othoca: quasi una nave ancorata alla grande isola mediiterranea, esattamente come Cartagine rispetto al continente africano;  una variante consentiva di raggiungere Neapolis lungo la costa, che chiudeva a Sud il Golfo di Oristano[1]; golfo caratterizzato dalla presenza delle foci del fiume Tirso, che porta un nome che deve esser collegato col culto di Dioniso[2].

    Il toponimo (originariamente Tarrhi), di sicura ascendenza paleosarda, è caratterizzato da una radice *tarr estesa nel Mediterraneo dall’Anatolia a Creta (dove è noto il culto di Apollo Tarraios) alla penisola Iberica. Il poleonimo è attestato per la prima volta nelle Historiae di Sallustio, che recano la forma Tarrhos, accusativo plurale di un nominativo Tarrhi piuttosto che nome indeclinabile. Non casualmente, infatti, il corrispettivo greco Tarrai polis in Tolomeo e in Giorgio Ciprio impone una forma latina Tarri, attestata nell’Anonimo Ravennate e in Guidone. Il poleonimo Tharros nell’Itinerarium Antonini è con certezza una forma in accusativo plurale, al pari di Cornos e Viniolas. Il nome, tuttavia, tendeva a essere considerato indeclinabile, benché di numero sempre plurale: in tale senso vanno intesi sia il fraintendimento della citazione di Sallustio da parte dello pseudo-Probo, che considera Tarrhos un nomen barbarum con suffisso -hos, sia le indicazioni dello stesso pseudo-Probo[3] e di Mario Plozio Sacerdote[4] relative rispettivamente a Tarros e a Tharros, nome di numero plurale.

    A prevalere entro la fine del II e il III secolo d.C. fu certamente la forma indeclinabile, come pensava Mommsen, poiché tale forma è utilizzata nel miliario CIL X 8009[5]; possiamo aggiungere il graffito del Palatino, Tharros felix et tu[6].

    A questi documenti epigrafici concernenti le varie forme del poleonimo se ne aggiungono cinque relativi all’etnico: Tarr(e)ns(is) (CIL X 7951), Tarrenses (CIL XIV 423), [Tar]rhhenses (ELSard, p. 640 B57, EDR 153437), Tar[rhenses] (ELSard, p. 640 B57, EDR 153548), Tarr[enses] (ILSard I 228), Tarrenses (CIL XIV 423, Ostia), [—] Tarr(ensium) (laterizio)[7]. Tharros, prestigiosa fondazione fenicia dell’VIII secolo a.C. e probabile capitale della provincia punica della Sardegna col nome fatidico di QRT HDŠT, “capitale nuova”, conobbe una fase di depressione amministrativa ed economica a partire dalla conquista romana del 238/237 a.C. a causa della prevalente politica filopunica della sua classe dirigente e dei mutati equilibri commerciali che privilegiarono, naturalmente, le rotte tirreniche rispetto a quelle del Mediterraneo occidentale e meridionale[8].

    Si è ipotizzato che nel porto tharrense (o in alternativa nel porto Korakodes del Sinis settentrionale)[9] approdasse la classis punica inviata da Cartagine nel 215 a.C. a sostegno della rivolta antiromana di Ampsicora, con epicentro a Cornus.

    Nel 77 a.C. Tharros fu interessata dallo scontro tra il popularis Marco Emilio Lepido e le forze fedeli agli ottimati: non è escluso che parte dei seguaci dei populares ostili ai Sillani e poi ai Pompeiani siano rimasti nel territorio di Tharros per lungo tempo, almeno fino al viaggio di Cesare in Sardegna nel 46 a.C.: di recente si è proposto che a lui o ai triumviro Ottaviano risalga la deduzione di una colonia Iulia[10],con gli abitanti iscritti alla tribù Collina come a Turris Libisonis[11]. La presenza dei duoviri iure dicundo (che in Sardegna sono i magistrati supremi delle colonie) è sicura[12]. Forse in età cesariana, al piede orientale della stessa collina, fu edificata una struttura con un prospetto corinzio-italico, caratterizzato dalla messa in opera di capitelli di bottega locale in arenaria stuccata ed epistilio con iscrizione dedicatoria residua in un piccolo frammento ugualmente rivestita in stucco. Questo edificio, forse di carattere religioso (capitolium?), sembrerebbe correlato a una piazza che oblitera strutture preesistenti rasate. Se la lettura coglie nel segno avremmo a Tharros unafase di monumentalizzazione, databile alla seconda metà del I secolo a.C.[13] e corrispondente all’analoga sistemazione dello spazio forense a Nora, in una posizione litoranea, in relazione visiva con il porto, situato a settentrione. A suggerire la localizzazione dell’area forense in questo settore, oltre a considerazioni urbanistiche, stanno i rinvenimenti di frammenti di iscrizioni pubbliche, purtroppo estremamente frammentarie[14].

    Naturalmente stiamo proponendo una semplificazione che contraddice la tradizionale visione dello stato giuridico di Tharros: civitas peregrina a sufeti, poi municipio di cittadini romani, poi colonia a duoviri[15].

    È sicuro che nel periodo repubblicano in Tharrospersistono le correnti culturali puniche, in particolare in ambito religioso[16]. Il culto di Baal Hammon, attestato insieme a quello di Tanit nelle epigrafi del tofet, persiste sino al I secolo a.C., epoca alla quale dobbiamo assegnare la statuetta di divinità leontocefala, identificata con Frugifer – una delle interpretazioni romane del dio Baal Hammon –, rinvenuta nel tofet di Tharros. Lo stesso Baal era venerato, probabilmente, in Tharros ancora nel II secolo d.C. come S(aturnus) A(ugustus) (CIL VIII 12491, a Tunisi, dalla Sardinia, forse dalla città, ora al Museo di Marsiglia). Ma a prevalere su Baal nella prosecuzione del culto in età romana fu il suo paredro femminile, Tanit, soprattutto nella fusione sincretistica con Demetra. Il culto, di carattere prevalentemente rurale (ma è noto anche nella stessa Tharros,nel tempio di Demetra e presso le fortificazioni del colle di Torre di San Giovanni), si sostanzia nelle liturgie notturne, sicché le lucerne, funzionali o votive, caratterizzano le favisse dei santuari insieme ai busti della dea kernophóros (che reca sulla testa il vaso per le primizie, kernos) e alle protomi muliebri della dea. Nel Sinis, che aveva conosciuto una vasta presenza punica[17], i luoghi di culto sono documentati a Cuccuru is Arrius e Is Procaxius di Cabras, Monte Benei, Zerrei, Matta Isterri di San Vero Milis, Is Ariscas Burdas di Riola, Cadreas di Narbolia[18], a Paulilatino, nei santuari del nuraghe Lugherras e di Santa Cristina.

    L’imponente documentazione epigrafica, ben studiata, che supera i 70 testi, ci illumina su molti aspetti della vita civile e religiosa della città[19].

    Rivestirono carattere popolare i culti di sanatio, talora nello stesso santuario demetriaco specie in connessione con una fonte d’acqua, documentati principalmente a Pearba e a Bidda Maiore nel Sinis di San Vero Milis, nel pozzo sacro di Banatou a Narbolia, presso la fonte di S’Issizi a Seneghe e a Nuraxinieddu (OR) (forse presso il pozzo di Sa Funtana Noa). In tutti questi centri di culto si sono rinvenute terrecotte lavorate al tornio, rappresentanti devoti sofferenti che localizzano con la posizione delle mani la sede della malattia e votivi anatomici (in particolare gli arti inferiori)[20]. La presenza di un’iscrizione latino-punica (RVF, da intendersi rp, ossia “guarisci”) del IV secolo d.C., ripetuta più volte sulle pareti dell’ipogeo di San Salvatore di Sinis, sede di un culto privato di una corporazione[21], fa credere che uno degli dei guaritori del pantheon dei tharrensi fosse l’Herakles soter (Ercole salvifico) rappresentato mentre strozza il leone nemeo nello stesso ipogeo. La scritta latino-punica succitata induce a ritenere che questo Herakles avesse ereditato le prerogative salutifere dal dio fenicio Melqart, il “re della città”, venerato in uno dei templi principali di Tharros ancora nel III secolo a.C. Una recente rilettura dei testi graffiti ha consentito di accertare il carattere fertilistico del complesso[22].

    La città, amministrata dai sufeti, di tradizione punica, ancora nei primi tempi del dominio romano, dovette aprirsi progressivamente alle componenti anche culturali romano-italiche, così da acquisire un nuovo assetto urbanistico e politico con l’impero[23].

    L’età cesariano-triumvirale appare decisiva per comprendere la topografia della città[24]: alla metà del I secolo a.C. si realizzò un santuario a terrazze sulle falde orientali del colle di Torre di San Giovanni, remota eco dei grandi santuari ellenistici e italici, con un sacello distilo in antis e altare a bancone di tipo punico.

    Nell’area dove abbiamo localizzato il foro in età triumvirale sono documentate dediche a imperatori, almeno quattro tra il II e il IV secolo: [L. Septimi]us Get[a] L. Sep[timii Severi Aug. n(ostri)] filius (ELSard. B 54-55); D(ominus) N(oster) [—Consta]ntinus, [li]beralissi[mus] (CIL X 7909); un Augustus di cui è indicato il numero delle potestà tribunizie, il terzo consolato e la qualifica di pater [patriae] (ELSard. p. 590 B 55, EDR 153423); un imperatore di cui era lodata una qualità, ac sup[er omnes retro princip]es; un Augustus forse [co]nserba[tor], in un’iscrizione in cui [dedic]ante e [cura]nte è un M. [—], forse governatore della Sardinia (ELSard. p. 590 B 55, EDR 153424).

    Altri governatori compaiono nell’epigrafia tharrense: forse un [pro]c(urator) Aug(usti) (CIL X 7895), un altro proc(urator) [Aug(usti) praef(ectus) prov(inciae Sard(inie)] che dedica un’iscrizione forse a un imperatore [pa]ter [patriae], con l’intervento di qualche organo cittadino dei [Tar]rhenses (ELSard. p. 640 B 57), un equestre di cui è indicato il cursus discendente che potrebbe essere stato un governatore o un patrono dei Tharrenses (AE 2012, 647): un frammento studiato da Antonio Ibba potrebbe conservare una dedica ad un personaggio dell’ordine equestre; viene ora proposto in ipotesi un collegamento con L. Valerius Datus, prefetto della flotta di Miseno e poi prefetto dei vigili durante il principato di Caracalla[25].

    Dall’area delle terme di Convento vecchio, immediatamente a sud della presunta area forense, proviene un’iscrizione commemorativa riferita a ian[ua] o ian[uae] fatte o restaurate [ex] commo[dis?] di un istituto dei Tarr[henses] (ILSard I 228). Del resto è documentata la presenza di ufficiali e militari, come il prefetto della settima coorte pretoria di CIL X 7896.

    Fino ad oggi lo statuto cittadino appariva incerto tra l’alto impero e il periodo severiano: un’iscrizione funeraria, del II secolo d.C. (CIL X 7903), documenta un Rogatus ser(vus) pub(licus), figlio probabilmente di due antichi servi publici, Iulianus e Claudia (già divenuta liberta nel momento della morte del figlio). Si è ritenuto che il gentilizio Claudia possa rivelare il cognomentum della città di Tharros e, di conseguenza, indicare la costituzione di un municipium Claudium sotto l’imperatore Claudio (41-54 d.C.). Indubbiamente preferiamo ipotizzare un cognomentum Iulium.

    L’epigrafe più importante si riferisce al [ka]lend(arium) r[eipublica?]e Tar[hensium] e probabilmente a un IIv[ir] (ELSard, p. 640 B57). Questa iscrizione pubblica concerne il kalendarium cittadino, ossia il registro dei prestiti della città, e un magistrato, un duoviro, che in Sardinia caratterizza l’amministrazione delle coloniae. D’altro canto un’epigrafe turritana di età severiana (CIL X 7951) documenta un Marcianus, liberto imperiale, tabularius pertic(arum) Turr(itanae) et Tarren(sis), incaricato nell’archivio (tabularium) provinciale (?) dei territoria coloniali (perticae) di Turris e Tharros[26]: il che farebbe pensare alla simultaneità della costituzione delle due colonie in età triumvirale ad opera di Ottaviano, su disposizione di Cesare. I compiti del liberto imperiale potrebbero porsi in relazione a controversie confinarie tra i praedia imperiali e i fundi dei coloni delle due perticae. Un’iscrizione rinvenuta a Ostia attesta l’edificazione e l’inaugurazione a Tharros, presumibilmente nell’area forense, di un macellum con i [pon]dera per i Tarrenses, frutto dell’evergesia di un liberto, [L. Fla?]v(ius) L. l. Storax (CIL XIV 423).

    Il culto imperiale che doveva prestarsi nell’Augusteum tharrense può essere indirettamente testimoniato dai ritratti marmorei di Livia, Nerone (ritratto cosiddetto “della seconda pettinatura”) e Adriano e dalla citata serie di iscrizioni di imperatori.

    Un templum probabilmente di Flora con pomarium (frutteto di poma sacri alla divinità titolare del tempio) con il muro di recinzione (maceria) venne eretto verso la fine del I secolo a.C. a Tharros, probabilmente nella fascia pianeggiante protetta dai venti del IV quadrante dal colle di Torre di San Giovanni, da Fundania Galla, la moglie di Varrone, il famoso scrittore del De re rustica, mediante l’intervento del dispensator (cassiere) della donna[27]. L’iscrizione (CIL X 7893), che documenta l’edificazione del templum, rinvenuta nel XIX secolo nell’area urbana di Tharros, è mutila superiormente, sicché è venuta a cadere la dedica alla divinità; tuttavia potremmo pensare, per il riferimento al pomarium, che il dio o la dea appartenessero alle antiche divinità romane preposte alla fertilità e alla vegetazione, quali Pomona, Tellus, Flora (attestata da una statuetta bronzea dal santuario di Zerrei nel Sinis), il cui culto poté essere veicolato dall’elemento romano-italico presente anche in Sardegna per motivi commerciali sin dall’età tardorepubblicana[28]. Più tardo il Fundanius di Carbia che però sembra da collegarsi in questo quadro[29]. Altre testimonianze dei culti classici a Tharros sono offerte dalle statue marmoree di Fortuna, di Venus e di Bacchus. Queste due ultime divinità sono anche attestate da statuette bronzee già dell’Antiquarium Arborense di Oristano, mentre nell’ipogeo di San Salvatore si ha la raffigurazione di Venus con Mars, insieme a Eros e a una Musa.

    La penetrazione a Tharrosdi culti soteriologici orientali è documentata da una ricca serie di testimonianze. Il santuario eretto in età imperiale nell’area del tempio punico delle semicolonne doriche, dirimpetto al litorale, potrebbe essere stato dedicato a divinità alessandrine, se ad esse rimandano i serpenti urei, scolpiti nell’arenaria, rinvenuti nel corso degli scavi. I culti egizi sono documentati a Tharros da un’iscrizione punica del V secolo a.C., da statuette di Iside e Osiride in bronzo della prima età imperiale (Museo archeologico nazionale di Cagliari), da una placchetta con la triade tebana e iscrizione geroglifica ora riportata a età romana (Museo di Cagliari) e da una larga serie di lucerne del II-III secolo d.C. con Zeus-Serapide. Al culto traco-frigio di Sabazio rimandano infine una figurina fittile e aghi crinali decorati da simboli della divinità. Ugualmente ex Oriente, direttamente o attraverso Roma o l’Africa, provennero i giudei, che sono documentati a Tharros dall’iscrizione di un Ruben e da numerose lucerne con la menorah[30]. La persistenza dei culti pagani può cogliersi sia nella prosecuzione dei santuari rurali di Cadreas in comune di Narbolia e Lugherras a Paulilatino sino alla seconda metà del IV secolo, data testimoniata dalle più tarde offerte monetali della stips del tempietto, sia e soprattutto nell’ipogeo di San Salvatore di Sinis, officiato da una sodalità pagana tra la fine dell’età dioclezianea e il pieno IV secolo[31]. È attestato il culto dei Lares sancti (AE 1971, 126, ELSard. p. B 53).

    La comunità cristiana, che conosciamo dalle iscrizioni funerarie sin dal  tardo IV-V secolo, appare organizzata con un suo episcopus a partire dalla tarda età vandalica, quando è documentato nel corpus delle epistulae di Fulgenzio da Ruspe un Iohannes tarrensis episcopus, cui deve riferirsi l’insula episcopalis urbana presso le terme n. 1[32]. L’epistula evocava un conflitto giurisdizionale tra il vescovo e lo iudex di Tharrosa proposito di un maleficus, uno stregone dedito alla magia nera[33]. Nello iudex di Tharrospuò forse vedersi l’evoluzione amministrativa della città in età vandalica, che conosceva la concentrazione nelle mani dell’unico iudex delle competenze che furono dei IIviri iure dicundo della colonia dell’epoca imperiale. Significativo l’epitafio di Karissimus, amicorum omnium pr(a)estator bonus, pauperum mandatis serviens (CIL X 7914).

    La topografia di Tharros appare condizionata dalla volontà di insediare la città nell’area compresa tra il pendio orientale del colle di Torre di San Giovanni e l’altura settentrionale di Murru Mannu[34]. Tale scelta, certamente risalente alla strutturazione punica, se non a quella fenicia, è rapportabile alla necessità di porre la città al riparo dei prevalenti venti dei quadranti occidentali da un lato, dall’altro in rapporto con il golfo di Oristano, dove, nell’insenatura, ormai in gran parte colmata, di Porto Vecchio era collocato l’approdo antico e medievale di Tharros[35].

    La città romana da un lato si adegua, per le caratteristiche geomorfologiche della penisoletta estrema del Sinis, agli spazi della città cartaginese, dall’altro propone profonde riqualificazioni degli spazi in funzione del nuovo modello urbano, soprattutto durante l’età imperiale.

    In età tardo-repubblicana esigenze di difesa della città, forse oggetto di incursioni dei populi ribelli delle montagne, imposero la ristrutturazione delle mura settentrionali puniche, dotate ora di una cortina muraria in opera poligonale del II secolo a.C.

    La viabilità appare determinata dalla razionale esigenza di seguire le curve di livello del pendio del colle di Torre di San Giovanni, sicché la via a Tibulas Sulcis che consente di penetrare nella città lungo l’asse nord-sud disimpegna a occidente un settore (a sua volta scandito da strade che determinano isolati minori) che comprende aree abitative e a sud un grande complesso santuariale porticato, su terrazze, mentre a oriente delimita il quartiere del santuario romano (Iseo?) sovrapposto al cosiddetto tempio punico monumentale.

    Il settore litoraneo, non facilmente apprezzabile per via della sommersione dell’originaria linea di riva e per le condizioni di spoliazione medievale dell’area, appare profondamente riqualificato dapprima in tarda età repubblicana e successivamente nel medio impero. Ad età cesariana sembra corrispondere la rasatura di un precedente quartiere per ospitare il probabile centro della città, con un edificio monumentale corinzio-italico. Tra la seconda metà del II secolo d.C. e l’età severiana furono impiantati, previa la riconversione di due vasti settori, rispettivamente a nord e a sud del centro monumentale, gli edifici termali n. 1 e di Convento vecchio[36].

    In precedenza, forse già nel I secolo d.C., le strade e le piazze avevano ricevuto una robusta pavimentazione in basoli. Il basolato riguardò, in tempi imperiali non meglio definiti, anche la sistemazione stradale delle vie urbane che collegavano la valle del colle di Torre San Giovanni con il colle di Murru Mannu, dove era attivo almeno fino al I secolo a.C. il santuario tofet. La precedente viabilità ricavata sul fondo roccioso in arenaria fu sostituita da una via principale in senso nord-sud che superava un dislivello di circa 20 m, parallela a una via orientale e a un’altra occidentale. La via orientale disimpegnava un terzo edificio termale forse del II/III secolo d.C.

    La città fu dotata, nello stesso III secolo, di un’infrastruttura idrica imponente (nei limiti della modestia della provincia Sardinia), un acquedotto che utilizzava le acque di un pozzo situato a sud di San Giovanni di Sinis adducendole, con un percorso di 580 m su arcate, muro continuo e forse in galleria, sino a un castellum aquae, dislocato all’incrocio tra la via derivata dalla strada extraurbana e la via principale verso il colle di Murru Mannu. Fenomeni di slittamento dei suoli argillosi verso occidente e difficoltà tecniche resero l’acquedotto di Tharros ben presto inutilizzabile.

    Forse allo stesso III secolo rimonta l’installazione al sommo della collina di Murru Mannu di un modesto anfiteatro subellittico.

    Le aree funerarie furono molteplici[37]: da un lato si continuò a impiegare la necropoli meridionale, con tombe a camera cartaginesi riutilizzate fino al I secolo d.C., dall’altro si costituì in età flavia una piccola necropoli con tombe a cupa e di altro genere nel vallum delle fortificazioni settentrionali, infine si realizzarono ai lati della via a Tibulas Sulcis tombe anche di impegno monumentale, con esterni affrescati e statue dei defunti[38]. In epoca cristiana emerge la preoccupazione contro i violatori delle tombe, maledetti come Giuda: Sị [quis] (h)anc sepultụ[ram] ebertere bolụ[erit] (h)abeat parte(m) c[um] Iuda et lebrạ[m] G(i)e((vacat))zi (AE 1999, 806, San Giorgio di Cabras)[39].Non mancano testimonianze della presenza ebraica.

    Il territorium di Tharrosdovette corrispondere alle curatorie medievali del Campidano Maggiore e del Campidano di Milis[40], con suoli fertili e con la cospicua risorsa delle saline del porto Korakodes. Gli insediamenti umani di questo territorio sembrano disporre di luoghi di culto come centro di attrazione. I vari edifici termali sparsi nel territorio (Angioi Corruda, Domu de Cubas in comune di Cabras, Su Anzu a Riola, Su Anzu, Sant’Andrea di Narbolia) se non riferibili a strutture di tipo villa potrebbero essere stati al servizio dei vari centri rurali[41]. Altre località ben studiate sono Siamanna[42], Bauladu[43], Zeddiani[44], Nurachi, quest’ultimo nell’agro di Othoca[45], Samugheo[46].


    [1] Si segue A. Mastino, R. Zucca, “Urbes et rura. Città e campagna nel territorio oristanese in età romana”, in Oristano e il suo territorio, 1, Dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di Pier Giorgio Spanu e Raimondo Zucca, Carocci, Roma 2011, pp. 542-549; vd. anche Tharros felix 5 a cura di A. Mastino, P.G. Spanu, R. Zucca, Carocci 2013. Inoltre: R. Zucca, Tharros, Corrias ed., Oristano 19932; A. Mastino, Tharros, in M. Mayer e I. Rodà, edd., Ciudades antiguas del Mediterráneo, Barcelona 1998, pp. 78 ss.; R. Zucca, Tharros, in Luoghi e tradizioni d’Italia, Sardegna, Roma 1999, pp. 143 ss. Vd. anche R. Zucca, Tharros (Oristano)-La città punico-romana, AA.VV., Immagini dal passato. La Sardegna archeologica di fine Ottocento nelle fotografie inedite del padre domenicano inglese Peter Paul Mackey, Sassari-Roma 2000, pp. 207-209; vd. ora C. Del Vais, Tharros, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 76-83.

    [2] R. Zucca, Le anfore vinarie tra l’arcaismo e l’ellenismo, p. 20; I triclinia, p. 33; Tharros e il vino, pp. 34 s. in AA. VV., Thyrsos. Il vino e la vite nella Sardegna antica, Oristano 1999. Per il ponte sul Tirso: R. Zucca, Il ponte romano sul Tirso nell’Oristanese, in AA. VV., Omaggio a Doro Levi (QSASSNU, 19), Sassari 1994, pp. 167 ss.

    [3] Ps.-PROBO, Catholica, 27, 32, in GL IV Keil: Tarros nomen est numeri semper pluralis.

    [4] Marius Plotius Sacerdos, Artes grammaticae, II, 478, 25, in GL VI Keil: Tharros nomen est numeri semper pluralis.

    [5] Altri miliari: AE 2003, 819, Decio; vd. S. Atzori, La viabilità nella provincia di Oristano, Mogoro 2010, p. 98, nr. 24.

    [6] P. Castrén – H. Lilius, Graffiti del Palatino, 2. Domus Tiberiana, Roma 1970, p. 110, nr. 2; R. Zucca, Inscriptiones parietariae Sardiniae, Appendice, in Epigraphai, Miscellanea epigrafica in onore di Lidio Gasperini, Tivoli 2000, pp. 1131 s.; Id., Naves Sardae, in A. Mastino, P.G. Zucca, R. Zucca, Mare Sardum, Roma 2005, pp. 148-149; R. Zucca, in A. Mastino, R. Zucca, G. Gasperetti, Viaggi, navi e porti della Sardinia e della Corsica attraverso la documentazione epigrafica, in C. Zaccaria, a cura di, L’Epigrafia dei porti (Antichità Altoadriatiche, 79), Atti del XVII Rencontre sur l’Épigraphie du mond Romaine, Aquileia 14-16 ottobre 2010, Trieste 2014, p. 157

    [7] R. Zucca, Testimonianze letterarie ed epigrafiche su Tharros, “NBAS”, I, 1984, Sassari 1985, pp. 163-177.

    [8] M.G. Guzzo Amadasi, Sulla dedica a Melqart da Tharros e il toponimo QRTHDST, in “L’Africa Romana, IX”, Atti del IX convegno di studio, Nuoro 13 -15 dicembre 1991, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1992, pp. 523-532.

    [9] R. Zucca, Le fonti sul Korakodes portus, in Tharros Felix-2, Roma 2006, pp. 11-32.

    [10] A. Mastino, Le assegnazioni di praedia e metalla nella Sardinia di età repubblicana: da Gaio Gracco ad Ottaviano passando per Mario e Silla. L’evoluzione verso il latifondo senatorio ed imperiale e le eredità giudicali, in Roma e le province tra integrazione e dissenso, a cura di S. Antolini, J. Piccinni, F. Russo, Macerata 2024, pp. 191-248.  

    [11] A. Ibba, “Tarrhenses Collina tribu inscripti? Spunti di ricerca sulla romanizzazione della Sardinia centro-occidentale”, in Oristano e il suo territorio. 1. Dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di P.G.Spanu, R. Zucca, Roma, Carocci, 2011, pp. 603-622.

    [12] ELSard, p. 640 B57.

    [13] G. Nieddu, La decorazione architettonica della città di Tharros, Oristano, 2008.

    [14] P. Bernardini, Ricerche a Tharros. Indagini nell’area urbana, in Tharros XXIII. Supplemento della rivista di Studi Fenici, XXIV, 1996, pp. 97-102.

    [15] Sullo statuto giuridico e sui materiali epigrafici cfr. G. Sotgiu, Nuove iscrizioni inedite sarde, “AFLFMC”, 32, 1969, pp. 41 ss., nrr. 46-77.

    [16] E. Acquaro, A. Mezzolani, Tharros, Roma 1996; E. Acquaro, M.T. Francisi, G.M. Ingo, L.I. Manfredi (a cura di), Progetto Tharros, Roma, 1997; E. Acquaro, M.T. Francisi, T.K. Kirova, A. Melucco Vaccaro (a cura di), Tharros nomen, La Spezia, 1999 (Studi e ricerche sui Beni Culturali, 1); A. Mezzolani Riflessioni sull’impianto urbanistico di Tharros, «Ocnus», II, 1994, pp. 115-127.

    [17] C. Del Vais, “Il Sinis di Cabras in età punica”, in Le sculture di Mont’e Prama. Contesto, scavi e materiali, a cura di M. Minoja, A. Usai, Roma, Gangemi, 2014, pp. 103-136; A. Usai, M. Ucchesu, G, Bacchetta, O. Grillo, M. Orrù, D. Sabato, “L’insediamento nuragico di Sa Osa (Cabras, OR). Il sito e i materiali archeobotanici”, in Rivista di Storia dell’Agricoltura, LVI, N. 1/2, 2016, pp. 109-122.

    [18] R. Zucca, Narbolia e il suo territorio nel periodo romano, AA.VV., Nurabolia-Narbolia. Una villa di frontiera del Giudicato d’ Arborea, Nuoro 2005, pp. 75-103.

    [19] R. Zucca, Fonti letterarie ed epigrafiche su Tharros, in “Nuovo BAS”, 1, 1984, Sassari 1985, pp. 164-173; R. Zucca, Supplementum Epigraphicum Tharrense, AA. VV., Cultus Splendore. Studiin onore di Giovanna Sotgiu, Senorbì 2003, pp. 961-989. Vd. anche C. Tronchetti, Una iscrizione latina inedita da Tharros, “Epigraphica”, 45, 1983, pp. 224 s.; G. Sotgiu, «Parva epigraphica Sardiniae»: I. Tharros-instrumentum domesticum, QSACO, 4,2, 1987, pp. 21 ss.; M. Bonello Lai, Nuove proposte di lettura di alcune iscrizioni latine della Sardegna, “AFLC”, n.s. 3 (40), 1980-1981, pp. 179 ss.; R. Zucca, Un codex multiplex da Tharros, L’Africa romana. Atti del XV convegno di studio, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Roma 2004, pp. 1533-1541.

    [20] G. Manca di Mores, Terrecotte puniche di età ellenistica a Tharros: rapporti tra Africa e Sardegna, in “L’Africa Romana, VII”, Atti del VII Convegno di studio, Sassari, 15-17 dicembre 1989, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1990, pp. 519-524.

    [21] D. Levi, L’ipogeo di San Salvatore di Cabras in Sardegna, La Libreria dello Stato, Roma; A. Donati, R. Zucca, L’ipogeo di San Salvatore (Sardegna Archeologica. Guide e Itinerari, 21), Delfino, Sassari 1992; A. Donati, R. Zucca, San Salvatore di Sinis, in A. Moravetti (a cura di), La Sardegna. I Tesori dell’archeologia, 2, Sassari 2011, pp. 134-148; G.C. Susini, L’ipogeo di San Salvatore di Cabras, Archivio di segni della storia: un nuovo itinerario, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 71-74.

    [22] I. Di Stefano Manzella, A. Donati, A. Mastino R. Zucca, [I]n (h)oc loco pidicatus. (Sardinia ager tharrensis, loc. San Salvatore, Cabras, Oristano, ipogeo di Herakles sotér), “Epigraphica”, LXXX,1-2, 2018, pp. 109-127; A. Mastino, R. Zucca, “Tra antropologia ed epigrafia. Fertilità sacra e profana nella Sardegna romana”, in Studi offerti a Mario Atzori. Etnografie in dialogo: curiosità e passioni, a cura di S. Mannia, G. Saba, Sassari, Carlo Delfino editore, 2020, pp. 68-87.

    [23] R. Zucca, Il decoro urbano delle civitates Sardiniae et Corsicae: il contributo delle fonti letterarie ed epigrafiche, in L’Africa Romana. Atti del X convegno di studio (Sassari 11 – 13 dicembre 1992), a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1994, pp. 891-895.

    [24] Sulla topografia di Tharros cfr. G. Pesce, Tharros, Cagliari 1966; R. Zucca, Tharros, Oristano 19932; Id., Oristano, Tharros, in AA.VV., Luoghi e tradizioni d’ Italia. Sardegna (a cura di L. Borrelli Vlad, V. Emiliani, P. Sommella), Roma 1999, pp. 143-154; C. Finzi, E. Acquaro, Tharros, Sassari 20022;; M. Falchi, “Analisi della configurazione urbana di Tharros”, in La civiltà di Tharros, a cura di P. Desogus, La Poligrafica Solinas, Nuoro 1991, pp. 23-37; A.M. Giuntella, “Materiali per la forma urbis di Tharros tardo-romana e altomedievale”, in Materiali per una topografia urbana. Status quaestionis e nuove acquisizioni. V Convegno sull’archeologia tardoromana e medievale in Sardegna (Cagliari-Cuglieri, 24-26 giugno 1988), a cura di P.G. Spanu, Mediterraneo tardo antico e medioevale. Scavi e ricerche, 10 Oristano 1995, pp. 117-144.

    [25] A. Ibba, “Un anonimo funzionario equestre da Tarrhi: proposte per la ricostruzione di un testo” nel volume “Ruri mea vixi colendo. Studi in onore di Franco Porrà”, a cura di Antonio Maria Corda e Piergiorgio Floris, Ortacesus (CA), Sandhi, 2012, pp. 217-229. Vd. Y. Le Bohec, La Sardaigne et l’armée romaine sous le Haut-Empire, Sassari 1990, p. 123 nr. 49.

    [26] P. Ruggeri, “Tabular(ius) pertic(ae) Turr(itanae) et Tarrh(e)ns(is)”, in Epigrafia di confine, confine dell’epigrafia. Atti del Colloquio AIEGL- Borghesi 2003 (Bertinoro, 10-12 ottobre 2003), Faenza, Fratelli Lega Editori, 2004, pp. 65-77; A. Mastino, Tabularia e mappe catastali in ambito sub-provinciale: gli agri adsignati delle perticae delle colonie di Turris Libisonis e di Tarrhi. Rilettura di un documento dell’Archivio Storico Diocesano di Sassari,  Studi di storia ecclesiastica e civile in onore i Giancarlo Zichi (Clio, 9), EDES-Clio, Sassari 2024, pp. 25-54.

    [27] C. Cichorius, Historische Studien zu Varro, in id., Römische Studien. Historische Epigraphisches Literargeschicthliches aus vier Jarhrhunderten Roms, Stuttgart, Rom 1961, pp. 206 s.

    [28] Differente l’interpretazione di M. Mayer i Olivé, Sobre el título del logistoricus Gallus vel/aut Fundanius de admirandis de Marco Terencio Varrón y la inscripción de Tharros CIL X 7893, “Fortunatae”, 32, 2020, pp. 417-426.

    [29] P. Ruggeri, P.P. Longu, “Un nuovo bollo laterizio dalla necropoli romana di Monte Carru – Alghero (SS)”, in Alle origini del laterizio romano. Nascita e diffusione del mattone cotto nel Mediterraneo tra IV e I secolo a.C., a cura di J. Bonetto, E. Bukowiecki, R. Volpe, Roma, 2019, pp. 587-591. Sull’area: Necropoli di MonteCarru ad Alghero (SS). I primi indizi di culto (privato) al dio Telesforo riscontrati in Sardegna, The Journal of Fasti Online (ISSN 1828-3179), 2021, 512, www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2021-512.pdf.  

    [30] Mastino, Zucca, Urbes et rura cit., p. 547.

    [31] Ibid.

    [32] A. Morigi, “Le terme n. 1 di Tharros”, in L’Africa romana. Ai confini dell’Impero: contatti, scambi, conflitti, vol.2, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XV convegno di studio (Tozeur, 11-15 dicembre 2002), Roma, Carocci, 2004, pp. 1193-1216. Per il vescovo: A. Piras, Iohannes Tharrensis episcopus. Un vescovo di Tharros nell’epistolario fulgenziano, in Studi in onore del Cardinale Mario Francesco Pompedda, Cagliari 2002, pp. 209-212; R. Zucca, Iohannes Tarrensis episcopus nella Epistola Ferrandi diaconi ad Fulgentium episcopum de V questionibus. Contributo alla storia della diocesi di Tharros (Sardinia), in Sufetes Africae et Sardiniae. Studi storici e geografici sul Mediterraneo antico, Roma 2004, pp. 208 ss.

    [33] A. Mastino, T. Pinna, Negromanzia, divinazione, malefici nel passaggio tra paganesimo e cristianesimo in Sardegna: gli strani amici del preside Flavio Massimino, in Epigrafia romana in Sardegna. Atti del I Convegno di studio, Sant’Antioco, 14-15 luglio 2007 (Incontri insulari, I), a cura di F. Cenerini e P. Ruggeri, Carocci Roma 2008 (con la collaborazione di T. Pinna), p. 81.

    [34] M. Marano, I quartieri abitativi punico-romani di Tharros. Indagine architettonica e urbanistica, Lugano, Agorà & Co., 2020 (Biblioteca di «Byrsa» n.s., 10).

    [35] AA. VV., Il porto buono di Tharros, a cura di E. Acquaro, B. Marcolongo, F. Vangelista, F. Verga, La Spezia 1999; A. Morigi, Le terme n. 1 di Tharros, cit., pp. 1193 ss.; R. Zucca, P. G. Spanu, Da Tarrai polis al portus sancti Marci. Storia e archeologia di una città portuale dall’antichità al medioevo, in Tharros Felix. 4, Roma 2011, pp. 15-103; P. G. Spanu, P. E. Orrù, E. Solinas, R. Zucca, Portus tarrensis qui porta est civitatis Aristanni, in Tharros Felix 5, Roma 2013, p. 433-457.

    [36] C. Colafemmina, Una rilettura delle epigrafi ebraiche sarde, Atti XXII convegno internazionale dell’AISG, Gli ebrei in Sardegna nel contesto mediterraneo, a cura di C. Tasca, in Materia Giudaica IX, 2010 pp. 94 s.

    [37] E. Usai, R. Zucca, Nota sulle necropoli di Tharros, “Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari”, n.s., V (1983-1984), 1986, pp. 3 – 9, 16, 18 – 21, 24 – 25, 26 – 27; C. Tronchetti, “Lo scavo della postierla e dell’edificio funerario nel fossato – Anno 1981”, in Tharros XXIV. Supplemento della Rivista di Studi Fenici, XXV, 1997, pp. 39-42.

    [38] A. Ch. Fariselli, Tipologie tombali e rituali funerari a Tharros, tra Africa e Sardegna, L’Africa Romana XVII, Le ricchezze dell’Africa. Risorse, produzioni, scambi, a cura di J. González, P. Ruggeri, C. Vismara, R. Zucca, Siviglia 2006, Roma 2008, pp. 1707-1718.

    [39] Mastino, Pinna, Negromanzia, divinazione, malefici cit., p. 41.

    [40] A. Stiglitz, G. Tore, Archeologia del paesaggio agrario del Campidano di Milis: elementi per un’analisi , in “L’Africa Romana”, 8, Atti dell’VIII convegno di studio, Cagliari 14-16 dicembre 1988, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1991, pp. 991-1004; G. Tore, A. Stiglitz, Ricerche archeologiche nel Sinis e nell’alto Oristanese (continuità e trasformazione nell’Evo Antico), in L’Africa Romana, IV, Sassari 1987, pp. 633-643; G. Tore, A. Stiglitz, M. Dadea, Ricerche archeologiche nel Sinis e nell’Oristanese, II, 1980, in “L’Africa Romana, 5”, Atti del V convegno di studio, Sassari 11-13 dicembre 1987, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1988, pp. 453-474.

    [41] Sull’ager di Tharros, R. Zucca, G. Stefani, L’insediamento umano altomedievale nel territorio tharrense, in Nurachi. Storia di una ecclesia, Oristano 1985, pp. 95 ss.; B. Panico, P. G. Spanu, R. Zucca, Ricerche archeologiche nell’ager Tharrensis. Gli insediamenti tardoantichi, in R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu (a cura di), Isole e terraferma nel primo cristianesimo. Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Cagliari 23-27 settembre 2014, Cagliari 2015, II, pp. 457-464. Vd. anche R. Zucca, Il territorio dalla preistoria alla storia, AA. VV., Cabras ieri e oggi, a cura di F. C. Casula, 2010, pp. 14-66.; Id., Storia antica e archeologia, AA.VV., Cabras. Sulle sponde di Mar’e Pontis, Cinisello Balsamo 1995, pp. 88-98; G. Pau, R. Zucca, Riola Sardo. Villa giudicale, Sassari s.d. [1989], pp. 21-43; 155-168.

    [42] R. Zucca, G. Maisola, A. Meloni,  P.G. Spanu, Storia dei paesaggi di Siamanna (OR) dal neolitico all’età contemporanea (Studi di Storia Antica e di Archeologia, 14), pp. 1-176, Ortacesus 2017.

    [43] R. Zucca, Da Vadum Latum a Bauladu. Storia di una comunità e dei suoi paesaggi, (Carlo Delfino Editore) Sassari 2017.

    [44] R. Zucca, I paesaggi storici, Aa. Vv., Zeddiani-Cellevane, Storia di una comunità fra evo antico ed età moderna, Nuoro 2009.

    [45] R. Zucca, Nurachi (Oristano), Atti del VI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Pesaro – Ancona 19 – 23 settembre 1983), Ancona 1985, pp. 701-703; R. Zucca, Lo scavo stratigrafico, in AA.VV.. Nurachi. Storia di una ecclesia, Oristano 1985, pp 15-20.

    [46] M. Perra, Nuove scoperte epigrafiche dal territorio di Samugheo, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 1013-1020.