Bithia-Quiza-Civitas Vitensium
Superata Nora e Santa Margherita in direzione del Capo Spartivento, Bithia (in punico BYT’N) è localizzata da Tolomeo sulla costa meridionale della Sardegna, nella piana costiera di Chia in comune di Domus de Maria, ad Est del Bithía limén (porto di Bithia), forse identificabile nell’approdo naturale di Capo Malfatano (a breve distanza da Tegula)[1], dotato in età antica di due moli in opera quadrata di arenaria, e ad occidente dell’Heraklèous limén (forse Cala d’Ostia)[2]: quest’ultimo è posto nella stessa longitudine della grande Nora, ma leggermente più a Sud[3]. Città di origine fenicia, della fine dell’VIII secolo a.C., decadde al principio dell’età cartaginese, acquisendo nuovamente rilievo in età tardo repubblicana, a tal punto da essere una delle quattro città, non dotate di statuto municipale o coloniale, a veder definiti celeberrimi i suoi abitanti, i Vitenses, nella formula provinciae di Plinio il Vecchio[4].
La città mantenne lo statuto di civitas peregrina, conservando gli ordinamenti preromani e in particolare il sufetato eponimo, almeno fino all’età di Marco Aurelio. L’attestazione del sufetato è presente in una targa marmoreacon iscrizione neopunica che menziona i lavori nel santuario dedicato forse a Bes-Esmun nell’età finale di Marco Aurelio[5]: il testo è datato con l’indicazione del sufetato eponimo di Boodbaa’l il Romano e di H[—]). A confermare questo inquadramento al tempo di Marco Aurelio (e non di Caracalla) possiamo introdurre un elemento di carattere prosopografico. Alle linee 4-5, dopo l’indicazione del sufetato eponimo, è ricordato un personaggio caratterizzato da una onomastica latina regolare: M‘rqh Phedwq‘yh Pl‘wty / [—], da tutti gli studiosi inteso come Marcus Peducaeus Plautius [—]. L’indagine prosopografica ha rivelato un unico personaggio che presentava la medesima polinomia, Marcus Peducaeus Plautius Quintillus, genero di Marco Aurelio e console nel 177 d.C. Il riferimento all’Imperatore nel testo di Bithia potrebbe essere introdotto, in lacuna, con una formula punica corrispondente a pro salute o ex auctoritate o iussu o simili. La menzione di Marco Peduceo Plauzio è posta di seguito all’indicazione del sufetato eponimo (anno sufetum), che menziona un cittadino romano entro la comunità di peregrini. Poiché Peducaeus è il primo personaggio menzionato, dopo un sufeta, è da escludere che vi fosse citato in funzione della datazione consolare, in quanto nella coppia dei consoli del 177, Commodo, associato al trono da Marco Aurelio, precedeva Marco Peduceo Plauzio Quintillo. L’imperatore aveva ordinato i lavori, il governatore provinciale ne aveva curato l’esecuzione e i magistrati municipali li avevano fatti concretamente eseguire. In questa ipotesi Marco Peduceo Plauzio Quintillo potrebbe esser stato il governatore ex pretore della provincia Sardinia, che in alcune fasi del periodo che va da Traiano a Commodo, era espresso dal Senato e riceveva il titolo di proconsul. Dunque il nostro Quintillo, dopo aver rivestito la pretura, poté verso il 175, ossia in un’età vicina ai 30 anni, governare la Sardinia[6].
Nel 169-176 d.C., la città di Byt‘n (Bithia) manteneva lo status di civitas peregrina, costituito da Roma all’atto della conquista della Sardinia nel 238-237 a.C. Tale status sul piano pratico comportava il riconoscimento di fatto e di diritto da parte di Roma della preesistente organizzazione amministrativa della città.
Bithia rappresenta l’unico esempio in Sardegna di persistenza, in pieno II secolo, delle strutture amministrative puniche, in un armonico quadro conservativo che prevedeva l’uso della lingua e della scrittura neopunica, la conservazione delle forme architettoniche e cultuali semitiche. Indubbiamente il carattere di enclave geografico, tra le alte montagne sulcitane, rappresentato dalla breve piana di Chia, dove sorse Bithia, poté agevolare l’eccezionale conservazione delle strutture puniche, tuttavia non parrebbe legittima la definizione di questo estremo conservatorismo nei termini di «resistenza alla romanizzazione».
Un probabile intervento edilizio nell’area urbana sembra documentato da un’iscrizione frammentaria rinvenuta da Antonio Taramelli sul promontorio di Torre di Chia nel 1933: nell’epigrafe, infatti, vi è un possibile riferimento ad un edificio [resti]tutu[m] (EDR 171966)[7].
Qualche decennio dopo, l’epitafio latino di un bimbo, C(aius) Valerius Genialis, proveniente da una necropoli di Bithia, ci appare documentare un quadro perfetto di romanizzazione nell’onomastica trimembre del defunto, nel formulario e nelle caratteristiche dell’iscrizione (tipo del supporto, ordinatio, paleografia, interpunzione) prodotte dall’officina lapidaria bitiense (AE 1977, 343)[8].
Finalmente i miliari attestano per il IV secolo una cura particolare della viabilità tra Nora e Bithia, alcuni recentemente scoperti a Capoterra[9]. Negli stessi miliari si rivela il compimento di una mutamento fonetico del poleonimo Bithia in Quiza, che denunzia evidentemente l’esistenza nella stessa Bithia di gruppi latinofoni[10].
La topografia della città permane incerta a causa della carenza di ricerche[11]. Bithia si estendeva nell’entroterra, occupando l’area rilevata da 2 a 10 m s.l.m., compresa tra il Rio Chia a Nord-Est e lo stagno di Chia (ben più ampio in età antica) a Nord-Ovest, per circa 10 ettari. La piana si raccordava a Sud con l’altura di torre di Chia dove è collocabile l’acropoli cinta di mura in opera quadrata nel IV secolo a.C.; abitazioni tardo-repubblicane anche affrescate sono state localizzate al margine Nord del colle, mentre il tempio di Bes-Esmun occupava l’estrema propaggine nord-occidentale del colle.
Il porto urbano, presumibilmente un porto-canale (distinto dal Bithía limén) deve collocarsi presso la foce attuale del Rio di Chia, dovuta ad un intervento artificiale, ascritto ad età fenicia da Piero Bartoloni. Il ristretto territorium di Bithia impone di credere che le risorse veicolate dai suoi due porti fossero in massima parte connesse alla silvicoltura montana.
La necropoli bithiense, dal periodo fenicio a quello tardo antico, si estendeva sul tombolo compreso tra lo stagno di Chia e il Mare Africo, benché la linea costiera antica fosse ben più avanzata di quella odierna. Il rinvenimento di un letto funebre decorato da laminette in avorio scolpite con scene mitologiche di età tiberiana indizia l’esistenza in seno alla comunità di Bithia di gruppi dirigenti di alto livello sociale, cui doveva corrispondere un assetto monumentale non ancora riscontrato dall’indagine archeologica, ma che potrebbe essere richiamato da un edificio che venne [resti]tutu[m] forse grazie ad un’evergesia di un personaggio locale (EDR171966).
L’ambito popolare sembra avere il proprio epicentro nell’antico santuario di Bes-Esmun, localizzato in posizione periferica, prossimo al lembo orientale della necropoli anche di fase repubblicana e imperiale. Il santuario, anche nella fase romana, proponeva un impianto punico, con un peribolo che cingeva l’area sacra, dotata di arae, in arenaria rivestita di stucco. Su un basamento era eretta originariamente la statua in arenaria del dio Bes.
Ai doni votivi fittili al tornio e in terracotta plasmata a mano, rappresentanti devoti sofferenti, fabbricati in una bottega locale tra III e II secolo a.C. (forse la figlina di Bidda Beccia, se attiva già in età repubblicana)[12], si affiancano e si avvicendano offerte monetali che coprono l’età tardo punica, quella repubblicana e l’età imperiale, con emissioni di Augusto, Nerone, Adriano, Antonino, Settimio Severo, Geta, Alessandro Severo, Gordiano III, Massimino, Gallieno, Quintillo, Aureliano, Probo, Caro, Carino. Al principio del IV secolo gli ultimi fedeli del venerato santuario bitiense deposero nella stips del tempio le monete battute durante il regno di Costantino I. Ancorché non si siano avuti elementi certi sulla costituzione di una comunità cristiana a Bithia, l’esistenza della memoria martiriale di Ephysius a Nora, che attivò sin dal IV secolo la pratica della depositio ad sanctum anche di membri del clero e di fedeli norensi, rappresenta un forte indizio di una precoce affermazione di comunità cristiane nella stessa Bithia, agevolata dalla via diretta a Nora Quizam.
A tale comunità si preferirebbe attribuire la responsabilità della conclusione del culto secolare del dio salutare di Bithia, vero e proprio deus patrius (Bes o, forse meglio, Esmun-Aesculapius), segnata cronologicamente dalle monete costantiniane della stips ed emblematicamente realizzata con l’abbattimento del simulacro di culto, la statua ellenistica del dio, secondo un modulo ben noto, rappresentato sia in fonti agiografiche, sia in fonti giuridiche.
[1] B. Sanna, E. Solinas, P.G. Spanu, R. Zucca, Porti e approdi della Sardinia alla luce delle recenti ricerche subacquee: un problema metodologico, in Atti del III Convegno di Archeologia subacquea (Manfredonia, 4-6 ottobre 2007), a cura di D. Leone, M. Turchiano, F. Volpe, Bari 2014, pp. 271-276.
[2] La localizzazione è incerta: F. Vivanet, Avanzi di età romana scoperti a Cala d’Ostia, ((NSA» 1890, p. 197. A Cala d’Ostia segnaliamo la villa maritimadi Foxi ‘e Sali, fra Nora e Cala d’Ostia, non distante dalla strada romana.
[3] P. Meloni, La geografia della Sardegna in Tolomeo, «Nuovo Bullettino Archeologico Sardo», 3, 1986 (1990), p. 227; vd. R. Zucca, Bithia in «Enciclopedia dell’arte antica classica e orientale». Secondo supplemento (1971-1994), I, Roma 1994, alla voce.
[4] E. Pais, “La formula provinciae della Sardegna nel I secolo dell’impero secondo Plinio”, in Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica, STEN, Torino 1908, pp. 579-627
[5] Sull’iscrizione neopunica: G. Levi Della Vida, L’iscrizione punica di Bitia in Sardegna, «Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino», LXX, 1934-1935, pp. 185 ss.; J. G. Février, Les Phéniciens et la Sardaigne, «BCTH», 1946-1949, pp. 415 ss.; M. G. Guzzo Amadasi, Le iscrizioni fenicie e puniche delle colonie in Occidente, Roma 1967, pp. 133 ss., Sardegna, nr. 8 Npu.
[6] A. Ibba, “La Sardinia in età antonina: riflessioni su un testo da Bithia (ICO Sard. n. 8NP), nel volume Tra le Coste del Levante e le Terre del Tramonto. Studi in ricordo di Paolo Bernardini, a cura di Sandro Filippo Bondì, Massimo Botto, Giuseppe Garbati, Ida Oggiano, (Collezione di Studi Fenici, 51), Roma, CNR Edizioni, 2021 pp. 233-246.
[7] R. Zucca, Il decoro urbano delle civitates Sardiniae et Corsicae: il contributo delle fonti letterarie ed epigrafiche, in L’Africa Romana. Atti del X convegno di studio (Sassari 11 – 13 dicembre 1992), a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1994, pp. 880 e p. 881 nr. 61.
[8] Sull’iscrizione latina: A. U. Stilow, Un titolo sepolcrale da Bitia, «SS», 23,1, 1973-1974, pp. 213 ss.
[9] I miliari della via da Nora a Bitia-Quiza sono CIL X 7996-7998; EE VIII, 739-741. Vd. ora M. Casagrande, A. Ibba, G.L. Salis, Nuove letture su miliari vecchi e nuovi delle viae a Nora Bithiae e a Nora Karalibus (Sardinia), in Pro merito laborum, Miscellanea epigrafica per Gianfranco Paci, a cura di S. Antolini e S.M. Marengo, Tivoli 2021, pp. 145-151; per la strada a Nora Bithiam, vd. i nrr. 1b del 244 (CIL X 7996), località Furriadorgiu (o Furiadraiu o Funiadroxiu) de is Nuragheddus (o Nuracheddos); 2b del 245-246 e 3 b dalla stessa località (CIL X 7997-7998), 4b del 248 trovato in prossimità del Rio Perdosu e a circa tre chilometri da Cala d’Ostia (EE VIII 739), 5b del 282-283 dalla stessa località (EE VIII 740): viam qae ducti a Nore Diti[ae]; 6b del 352-361 (EE VIII 741) dalla stessa località: b(iam) qu(a)e d(ucit) a Nora Quiza(m). Il più tardo è il miliario 7b, da Nuraxeddus presso Cala d’Ostia (ILSard. I 370) datato tra il 387 e il 388 durante il regno di Magno Massimo e Flavio Vittore.
[10] La forma Quiza è documentata nel citato miliario EE VIII 741 del 337-361 d.C. L’analisi del passaggio da Bithia a Quiza è stata compiuta da G. Paulis, Sopravvivenze della lingua punica in Sardegna, in L’Africa romana, VII, Sassari 1990, pp. 629 ss.
[11] Sulla topografia urbana: G. Pesce, Chia (Cagliari). Scavi nel territorio, “Not. Sc.”, 1968, pp. 309 ss.; P. Bartoloni, La necropoli di Bitia, I, Roma 1996.
[12] E. Minoja, C. Bassoli, V. Chergia, F. Nieddu, Una città sul mare. Ricerche archeologiche a Bithia, L’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 1903-1912.

