Il rapporto tra i due
È molto probabile che Pais e Bellieni si siano ben conosciuti ed abbiano avuto rapporti personali, anche se appartenevano peraltro a mondi professionali diversi; magari a Sassari in Sardegna, oppure a Napoli, più probabilmente a Roma.
Ettore Pais era stato affiliato alla Massoneria a Napoli dal 9 luglio 1900, nella Loggia “Losanna”[1], egli si schierò dichiaratamente col Fascismo ma solo qualche anno dopo il delitto Matteotti fino alla morte: è noto lo scontro iniziale con Mussolini nel Regio Senato il 3 febbraio 1925[2], proprio a proposito di quelle società segrete che sarebbero state prestro sottoposte ad una commissione di inchiesta sulle infiltrazioni massoniche nella Camera dei Deputati, avviata dal Regime a partire dal mese di settembre dello stesso anno[3].
Camillo Bellieni, perseguitato dal Fascismo, si laureò a Sassari e poi a Roma e soggiornò per decenni a Napoli, ma non risulta iscrtto alla Massoneria napoletana. Del resto la permantenza a Napoli del Pais precede di alcuni decenni quelle del Bellieni, che pure studiò all’Università di Roma La Sapienza. I lavori di Pais erano ben conosciuti in tempo reale negli ambienti intellettuali sardi e contribuirono a modellare il quadro entro il quale Bellieni elaborò la propria visione politico-culturale, che segue di pochi anni (forse addirittura di pochi mesi) l’edizione del volume su Sardegna e Corsica romane del Pais. Il rapporto tra i due si può interpretare come un dialogo indiretto, quasi un confronto ideale tra due modi di intendere la relazione tra Sardegna e Roma; Bellieni esprime rispetto per lo storico suo maestro, ma anche volontà di andare oltre la sua impostazione, recuperando elementi della storia sarda che la storiografia positivista giudicava marginali o secondari.
Entrambi, tuttavia, riconoscevano nella storia romana un elemento imprescindibile dell’identità sarda:
- per Pais, Roma rappresentava l’ingresso della Sardegna nella storia universale, l’inizio di una continuità istituzionale che l’Italia moderna portava avanti;
- per Bellieni, invece, la romanità costituiva uno strato della storia sarda, importante ma non decisivo, da integrare in un racconto più ampio e complesso.
Sotto questo aspetto, il loro rapporto con la romanità rifletteva due modi diversi di concepire la relazione tra periferia e centro: Pais, uomo delle istituzioni accademiche nazionali e internazionali, tendeva a leggere la storia in termini unitari; Bellieni, leader di un movimento politico radicato nell’identità regionale, insisteva sulle differenze e sulle continuità locali.
Il rapporto tra Camillo Bellieni, Ettore Pais e la storia romana è di fatto un crocevia culturale e intellettuale che attraversa la Sardegna a inizio Novecento. Pais rappresenta la voce della storiografia accademica, fondata sul metodo critico e sull’idea della romanità come fattore unificante, tanto da sostenere il colonialismo e il nuovo imperialismo. Bellieni incarna la spinta verso il riconoscimento della specificità sarda e della necessità di costruire una narrazione storica autonoma. Nella loro diversità, i due restituiscono un quadro complesso: la Sardegna come terra in cui la romanità non è soltanto un capitolo del passato, ma un tema attorno al quale si gioca, ancora oggi, la definizione dell’identità e del rapporto con l’Italia. In questo senso, le loro voci – pur distanti – continuano a dialogare.
Pubblicando La Sardegna e i Sardi nella civiltà del mondo antico il Bellieni doveva costantemente fare i conti con la recente Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano di Ettore Pais, pubblicata appena cinque anni prima, carica di erudizione e di informazioni di prima mano: il modello era troppo ingombrante per poter essere ignorato o messo da parte.
I rapporti personali tra i due non sono chiarisimi: Bellieni aveva conosciuto il Pais forse a Sassari, dove il 3 marzo 1916 si era laureato in Giurisprudenza con una tesi sulla correnti idealistiche della moderna filosofia del diritto in Italia, con un trasferimentonto temporaneo a Napoli nel 1915[4] oppre più probabilmente a Napoli forse già dal 1913 alla vigilia della Grande Guerra ventenne (dove Pais aveva diretto il Museo archeologico dal 1901).
Bellieni conobbe Pais più probabilmente a Roma, dove aveva preso la seconda laurea, quella in Filosofia nel 1920. A Napoli Bellieni aveva vissuto per 7 anni e ci sarebbe tornato nel 1924 per conseguire il diploma in paleografia e archivistica; per qualche tempo egli fu nominato segretario dell’Università dopo l’avvento di Mussolini al potere; qui Bellieni sarebbe morto nel 1975, dopo un soggiorno di quasi trent’anni.
Annunciando la pubblicazione della terza edizione della Storia di Roma sulla rivista “Il Nuraghe” nel 1927, il Bellieni definiva Ettore Pais «un maestro di probità scientifica», «l’Uomo la cui vita è un costante esempio di metodico lavoro, condotto con senso di responsabilità e con uno scrupolo che sembrarono ad altri qualche volta eccessivi», « avvinto alla nostra isola da saldi legami di sangue e d’affetti». L’anno successivo, ad Ettore Pais ed a Gaetano De Sanctis egli si richiamava esplicitamente nell’introduzione dell’opera, «maestri venerati», ai quali ammetteva di dovere una riconoscenza profonda. Bellieni, ormai esule a Bologna, a Gorizia, a Fiume, a Catania ed infine a Roma, non sapeva che Pais – prima ostilissimo a Mussolini a causa del delitto Matteotti – sarebbe presto progressivamente scivolato verso il Fascismo e il militarismo coloniale.
Minime osservazioni
Dall’intervento di Ettore Pais: << I convitti sono stati per vari secoli affidati ai sacerdoti, e questi spesso ben attesero al loro compito. E anche ora, se qualcuno vuole avere una educazione un po’ accurata, persino tra coloro che appartengono a quelle società segrete che fanno tanta paura al Presidente del Consiglio …..>>.
A.A. Mola, Storia della Massoneria Italiana dall’Unità alla Repubblica, Milano 1977; A. Mastino, P. Ruggeri, Ettore Pais senatore del Regno d’Italia (1922-39), in Studi in onore di M. Pittau, Stampacolor, Sassari 1994, p. 154.
F. Obinu, I laureati dell’Università di Sassari, 1866-1945, Carocci 2902, p. 186 nr. 1495.

