Caralis-Carales-Karales capitale, municipium.
Quando Cesare, alla testa di una grande flotta militare che aveva trionfato sui Pompeiani d’Africa, visitò Carales trattenendosi dodici giorni (15-27 giugno 46 a.C.)[1] la città era ancora – a distanza di un secolo dalla distruzione di Cartagine – sostanzialmente punica, comunque amministrata da due sufeti[2], con pochissimi cittadini romani, risiedenti probabilmente in un’area fortificata da palizzate in legno: qui esisteva il tribunale giudiziario nel quale era installato il pretore o il proconsole che aveva amministrato la provincia. Il grammatico gallico Consentius, vissuto nel V secolo (Ars grammatica, V, 348-349), ha conservato una notazione relativa a Carales durante l’età romana repubblicana: Ait Cinus «munitus vicus Caralis». Secondo vari autori in questo Cinus dovrebbe riconoscersi il poeta (Publius Terentius Varro) ‹Ata›cinus, autore di una Chorographia intorno alla metà del I secolo a.C. Non è tuttavia da escludere l’emendamento di Cinus in Cin‹ci›us (Alimentus), probabilmente, a giudizio di Ettore Pais, l’annalista romano fatto prigioniero da Annibale, autore di un’opera sulla prima guerra punica, piuttosto che il grammatico e giurista forse del II secolo a.C. Questa prima fonte letteraria su Carales romana è di eccezionale interesse poiché riflette, con probabilità, la modalità giuridica della costituzione di un insediamento romano a Carales, all’indomani della conquista della Sardinia nel 238-237 a.C. da parte di Tiberio Sempronio Gracco. Infatti il vicus Caralis trova il suo perfetto confronto nel vicus di Italica, la prima vera fondazione urbana di Roma nell’Hispania, appena conquistata[3].

Non è forse casuale che la fonte repubblicana utilizzata da Consentius usasse la forma singolare Caralis, mentre la più antica attestazione della forma plurale Carales si ha nell’autore del Bellum Africum, composto tra il 47-46 a.C.: non possiamo, infatti, escludere che la forma pluralia tantum di Karales-Carales sia nata nel momento in cui le due entità urbanistiche distinte della KRLY punica e del vicus Caralis romano, si fusero nella Carales costituita dopo l’abbandono, nel corso del II secolo a.C., del centro urbano punico, ubicato lungo la costa orientale della laguna di Santa Gilla, in origine una profonda insenatura priva del tombolo della Scaffa[4].
Caralis dovette accogliere sin dal 227 a.C., anno della costituzione della provincia Sardinia et Corsica, la sede del praetor, il governatore provinciale, divenendo caput provinciae. Non convincono infatti i tentativi di considerare Nora come primitiva sede del pretore provinciale. Le fonti storiche relative a Caralis durante il periodo repubblicano ci rappresentano la città strettamente legata in un vincolo di fedeltà a Roma, e sede di forze legionarie. Potremmo pensare ai prodigi infausti riguardanti soldati di stanza in Sardegna nel 217 a.C.: scudi che sudarono sangue nelle ultime settimane del 218 a.C. alla vigilia delle battaglie del Ticino e della Trebbia e un bastone che improvvisamente prese fuoco anticipando l’esito della vittoria di Annibale sul Trasimeno (Valerio Massimo I, 6,5 e Livio 22, 1, 8), in una città fortificata costiera; episodi terrificanti che potrebbero essersi svolti proprio nel munitus vicus Caralis[5].
A confermare la nostra ipotesi stanno gli avvenimenti sardi del 216-215 a.C. che videro Caralis come base fondamentale degli eserciti romani, nel momento in cui, subito dopo la vittoria cartaginese di Canne (2 agosto 216 a.C.) si accese intorno all’urbs di Cornus, nella Sardegna centro occidentale, una rivolta antiromana, fomentata da Cartagine. Nella tarda primavera del 215 a.C. il propretore Aulo Cornelio Mamulla, dopo due anni di permanenza in Sardegna, rientrato a Roma, aveva annunziato la rivolta ormai in atto, mentre era stato inviato in Sardegna, il nuovo pretore, Quinto Mucio Scevola. Secondo Tito Livio questi, appena giunto nell’isola, crediamo a Caralis, era stato colpito da un morbo, verosimilmente la malaria, che lo rendeva inabile allo svolgimento delle necessarie imprese militari con un esercito che, appena sufficiente a presidiare una provincia pacata, non poteva sostenere la guerra in procinto di scoppiare. Il Senato romano deliberò allora l’arruolamento di una legione affidandone il comando a Tito Manlio Torquato, che vent’anni prima aveva riportato un trionfo sui Sardi. Torquato giunse nel giugno del 215 a.C. a Caralis, dove accolse dal pretore Mucio Scevola la legione di stanza in Sardegna ed un contingente di alleati latini. In testa a un esercito di circa 22000 fanti e 1200 cavalieri Tito Manlio Torquato marciò da Caralis verso Cornus, dove in battaglia sconfisse facilmente i rivoltosi.
Riportato l’esercito a Caralis, Torquato poteva considerare terminata la campagna sarda se, nel frattempo, un formidabile contingente punico non fosse sbarcato presso Cornus in tempo per riaccendere le speranze dei Sardi. I Sardi e Punici si diedero a marciare verso Caralis devastando gli agri dei popoli sardi alleati dei Romani, nel Campidano caralitano. Manlio Torquato, volendo evitare che i ribelli cingessero d’assedio Caralis, si riportò col suo esercito verso i nemici, intercettandoli in un settore della pianura non molto a Nord di Caralis, pensiamo poco prima del confine cittadino alle Aquae Neapolitanae. La nuova, durissima, battaglia si concluse con una chiara vittoria romana e la fuga dei superstiti sardi e punici sino alla roccaforte di Cornus (Livio 23, 41, 1). Manlio Torquato, dopo aver inseguito i nemici ed espugnata la città di Cornus, riportò l’esercito a Caralis, e reimbarcata la legione che gli era stata affidata per la guerra sarda, insieme ai prigionieri e al bottino, salpò alla volta di Roma[6].

Nel 210 a.C. il cartaginese Amilcare a capo di una flotta, dopo aver impegnato il governatore della Sardegna nel settore nord-orientale, presso Olbia, con una rapida manovra sbarcò nel territorio di Caralis, evidentemente sguarnito, riportando un ricco bottino a Cartagine (Livio 27, 6, 13). Nel 202 il console Tiberio Claudio Nerone, a capo di un convoglio navale che doveva recare gli indispensabili rifornimenti a Publio Cornelio Scipione, in vista dello scontro finale con Annibale a Naraggara, dovette riparare nel porto di Caralis per poter provvedere nei navalia, i cantieri navali cittadini, alle riparazioni delle navi squassate da una terribile tempesta lungo le coste della Sardegna (Livio 30, 39,1)[7].
Caralis dunque sin dalle prime fasi del dominio romano ci appare come la più importante città dell’isola, dotata di un porto e di navalia, tant’è che Floro (I, 22. 35) alludendo al controverso ruolo di Caralis nelle vicende militari del 177 a.C. la definisce urbs urbium. Con grande verosimiglianza dobbiamo credere che tali strutture siano connesse sin dai tempi della seconda guerra punica (218-201 a.C.) alla nuova fondazione romana di Caralis, che disponeva di un porto, distinto da quello di Santa Gilla di KRLY, localizzato nell’attuale darsena, in corrispondenza con l’area compresa tra la Piazza del Carmine e via XX Settembre, sede della nuova struttura urbana.

L’esplorazione archeologica di Cagliari ha dovuto fare i conti con l’urbanizzazione Ottocentesca, i danni della seconda guerra mondiale, l’aggressività dell’espansione edilizia che ha minacciato costantemente il patrimonio, meglio conosciuto nel 700 e nell’800, soprattutto da Giovanni Spano[8]: Antonio Taramelli ha descritto monumenti di un centro urbano ben diverso dall’attuale, tanto che per Giovanna Pietra si può parlare oggi di una “città invisibile”[9]; se si arriva agli anni 50-60, un ruolo significativo fu quello di Gennaro Pesce, appena rientrato dalla Tripolitania sotto amministrazione britannica[10]. Ma ovviamente, come si vedrà, gli studi sul municipio romano si sono moltiplicati negli ultimi due decenni[11].
L’area della Caralis repubblicana, sgombra di preesistenze, si presenta leggermente in pendenza lungo l’asse NordEst-SudOvest, normale alla linea di costa interessata dalle infrastrutture portuali. In questo ambito fu strutturata la Caralis romana, che si configura come una tipica città terrazzata repubblicana, con un assetto viario regolare, dovuta ad una programmazione urbanistica che vide compartecipi gruppi di Italici, in particolare negotiatores e publicani.
A questi ceti di immigrati si deve l’importazione a partire dal 200 a.C. di ingentissimi quantitativi di anfore vinarie (soprattutto del tipo Dressel 1) e di vasellame fine da mensa di produzione campana (campana A) e successivamente etrusca (campana B), rinvenuti in tutti gli scavi dell’area delineata e, soprattutto, in una discarica nella cripta di Santa Restituta[12]. Il ruolo di fulcro religioso del centro repubblicano fu assolto dal teatro-tempio di via Malta, forse consacrato a Venere e Adone[13]. Il complesso religioso era cinto da un peribolo rettangolare supposto di m 120 x 43, al centro del quale si elevava un tempio tetrastilo su podio, orientato NordEst-SudOvest, preceduto da una cavea di tipo teatrale, articolata su undici file di gradini. Il tempio, conservato solo nel suo basamento, era edificato in blocchi di calcare locale, con colonne ugualmente calcaree su basi attiche in lavagna nera. I complessi di teatro-tempio, di ascendenza ellenistica, conoscono una larga diffusione a Roma (teatro presso il tempio di Apollo del 179 a.C.; teatro di Pompeo), nel Latium (tempio di Giunone Gabina a Gabii, tempio di Ercole Vincitore a Tivoli)e in area medio-italica (tempio a tre divinità di Pietrabbondante).
L’ipotetica dedica a Venere e ad Adone del tempio caralitano si basa principalmente sulla sua identificazione con il tempio tetrastilo di Ven(us) del rovescio della moneta di Carales dei due sufeti Aristo e Mutumbal Ricoce (filius)[14]. D’altro canto il rinvenimento nell’area templare di un gran quantitativo di corallo grezzo è stato messo in rapporto da Simonetta Angiolillo con il culto di Adone[15]. Da questo santuario potrebbero provenire i più antichi donari documentati a Caralis: la base votata dalla moglie di Lucio Aurelio Oreste, forse il governatore della provincia Sardinia et Corsica tra il 126 e il 122 a.C. (CIL X 7579) e la dedica posta da un personaggio presumibilmente identificabile con il pretore Marco Cispio figlio di Lucio, che poté reggere la Sardegna con il rango di propretore dopo il 55 a.C. (CIL I 2 2975; ELSard. B165; vd. anche EDCS-70500150). A questa comunità italica potremmo connettere la fullonica di via XX Settembre per la lavorazione dei tessuti, con mosaico del I secolo a.C. recante il nome del proprietario: Marco Plozio Rufo, figlio di Silisone, un caralitano, di origine punica, che assunse il nome romano forse tramite adozione da parte di un italico (laziale o campano) Marco Plozio (ILSard. I 58). Nella stessa area si sono rinvenuti i frammenti di un monumento funerario a fregio dorico di un personaggio di origine etrusca, Gaio Apsena Pollione, da pensarsi derivati da una necropoli ad oriente della Caralis romana (AE 1986, 271)[16]. Altre attività economiche sono ben documentate in città, in particolare sull’artigianato per le produzioni fittili locali[17].
Appare comunque evidente che continuò ad esser praticato il culto punico siculo di Venere Ericina, radicato sul Capo di Sant’Elia a Carales, in ambito marittimo e totalmente extraurbano.[18]
In ogni caso è ben possibile che a Caralis sussistesse una comunità organizzata di romani e di italici, provvisti a titolo personale del diritto di cittadinanza, mentre, dopo l’abbandono progressivo dell’antica KRLY punica, vasti gruppi di caralitani di origine punica, organizzati amministrativamente secondo il modello punico, convivevano nella stessa struttura urbana accanto alla comunità romano-italica, riuscendo talora a guadagnare l’ambìto rango di civis Romanus. La fortuna di Caralis maturò ai primi di aprile del 49 a.C.: non appena fu nota la disposizione di Cesare concernente l’assegnazione della provincia frumentaria della Sardegna e Corsica al proprio legato Quinto Valerio Orca, i Caralitani, con una sorta di rivolta cittadina, costrinsero il governatore pompeiano Marco Aurelio Cotta a lasciare l’isola (Orosio, 6, 15,7). L’ultimo ridotto dei pompeiani in Sardegna fu la città di Sulci, che comunque possedeva nel suo territorio le ricche miniere di ferro e di galena argentifera che fornirono un aiuto alle armate pompeiane in Africa. Dopo la vittoria di Thapsus nel 46 a.C. Cesare con la flotta e parte dell’esercito passò a Caralis e si trattenne nell’isola per dodici giorni, tra il 15 e il 27 giugno: nell’occasione premiò Caralis perla sua condotta nella guerra contro Pompeo forse con l’attribuzione del rango di civitas libera, piuttosto che con lo statuto municipale, in linea con le concessioni della libertas alle città africane di Ruspina, Cercina, Thenae e altre[19]. Con tale ipotesi, infatti, potrebbe giustificarsi l’esistenza del sufetato a Caralis ancora nell’età del secondo triumvirato, a meno di non ipotizzare un improbabile municipio sufetale, documentato solo a Lepcis Magna[20].
L’epiteto Iulium del municipium, attestato dal gentilizio di due liberti municipali che, dopo la manomissione, ricevettero il nomen del municipio dove avevano lavorato (CIL X 7682 e 7844) ci porta a credere che la costituzione municipale fu ottenuta, comunque, da Ottaviano, in età triumvirale. È da escludere una successiva promozione a colonia sulla base di AE 1985, 487, in realtà proveniente da Porto Torres: uno dei due frammenti di epigrafe che ricorda un patronus col[oniae] è conservatoa Cagliari in una collezione privata[21]. Nel 40 a.C. la Sardegna, tenuta dal governatore di Ottaviano, Marco Lurio, fu attaccata vittoriosamente da Menodoro, legato di Sesto Pompeo, che vinse in battaglia lo stesso Lurio, costretto alla fuga. Gli scampati allo scontro, seguaci della linea politica di Ottaviano, erede adottivo e morale di Cesare, trovarono rifugio entro la cinta muraria di Caralis. Menodoro allora strinse d’assedio la città e riuscì in breve tempo ad occuparla, tenendola saldamente sino al 38 a.C., allorquando, tradìta la causa di Sesto Pompeo, cedette la Sardegna e la Corsica ad Ottaviano (Appiano, civ., 5, 337, 80)[22]. Fu dunque il figlio di Cesare a provvedere all’attuazione del programma amministrativo e urbanistico di Caralis. La comunità punica di KRLY, che era sopravvissuta nella Caralis tardo repubblicana con le sue istituzioni politiche e religiose, emise probabilmente in questo periodo la citata moneta con la rappresentazione del tempio caralitano di Venere nell’anno dei sufeti Aristo e Mutumbal, figlio di Ricoce.
Una volta costituito il municipium tutti i Caralitani, sia di origine italica, sia di origine punica, divennero, ove non in possesso a titolo personale della civitas, cittadini romani iscritti alla tribù Quirina[23]. I supremi magistrati furono i quattorviri, dei quali due giusdicenti (IIIIviri iure dicundo) e due addetti all’annona e ai lavori pubblici (IIIIviri aedilicia potestate). Le operazioni di censimento erano effettuate dai IIIIviri iure dicundo, che ricevevano allora la qualifica di quinquennales. Tra tutti i quinquennali emerge la figura del cavaliere[L(ucius)? I]u[l(ius)], L(uci) f(ilius), Quir(ina), Rufus, procuratore di Plotina e di Adriano ad ripam tra la morte di Traiano nel 117 e il 138 d.C. (CIL X 7587)[24]; ebbero l’onore della quinquennbalità anche [-] C̣alpurnius, [- f]ịl(ius), Quir(ina), Pauliṇ[us] Ḥonoratiạ[nus], [p]raef(ectus) fab[rum —], da riferire anch’esso alla prima metà del II secolo d.C. (AE 2004, 671)[25] e il sacerdote provinciale Q(uintus) Gabinius, A(uli) f(ilius), Quîr(ina), Receptus (CIL X 7599), nello stesso periodo.
Tra i IIIIviri iure dicundo (non quinquennales) compaiono almeno Q(uintus) G̣ạ[bini]uṣ [A(uli) f(ilius) Q]uir(ina) [Ca]ṛal[itanus] (AE 1982, 424); il sacerdote [Se]x̣(tus) Iuḷ[ius Sex(ti) f(ilius) Qui]ṛ(ina) [Fe]lix del II secolo d.C., con incarico iterato (CIL X 7600 = AE 1992, 870); il IIIIvir anonimo di Sant’Eulalia (CIL X 7605)
Tra i IIIIviri aedilicia potestate: C(aius) Quinctius C(ai) f(ilius) Quir(ina), F[—]tus, nel I secolo d.C. (CIL X 7603); il sacerdote [Se]x̣(tus) Iuḷ[ius Sex(ti) f(ilius) Qui]ṛ(ina) [Fe]lix del II secolo d.C. che poi proseguì la carriera ricoprendo per due volte il quattuorvirato giurisdiscente (CIL X 7600 = AE 1992, 870). Era forse un IIIIvir anche Q(uintus) Ca+[—]nius M(arci) f(ilius) Quir(ina). [—]us [—]ganus Gabinius forse IIIIvir [—] ormai nel III secolo (AE 1982, 425).
Meno chiara la definizione di princeps civitatis attribuita ad un cavaliere romano Lucio Giulio Castricio (CIL X 7808)[26].
Durante il principato augusteo Caralis conobbe una notevole monumentalizzazione, che vide partecipi sia il potere provinciale, che proprio nel municipio aveva la sede, sia le autorità cittadine, sia gli evergeti. La benevolenza imperiale verso la capitale provinciale è chiaramente documentata dalla frequente presenza di gentilizi imperiali del I secolo, Iulii, Claudii, Flavii e non solo, esito di promozioni e inclusione nel municipio di nuove famiglie[27]. Ma le componenti etniche di Carales appaiono le più varie[28]: i Rutilii[29], i Sutorii[30], tanti altri[31].
La città ereditava l’organizzazione urbanistica terrazzata di matrice repubblicana, di cui rispettava anche il reticolo viario. Le insulae cittadine, desumibili dai resti di strade lastricate che li delimitavano, sembrano essere di piano rettangolare di metri 70 x 35 (2 x 1 actus). La sistemazione monumentale del municipio non si esaurì naturalmente nel periodo augusteo, ma continuò dinamicamente per tutto l’impero. Rilevante fu l’intervento di tarda età flavia, curato dal praef(ectus) provinci[ae] Sardin(iae) Sex(tus) Laecanius Labeo, in onore di Domiziano, e consistente nella sistemazione del lastricato e fognature per lo smaltimento delle acque delle plateae e degli itinera c[ampi] di Carales con p(ecunia) p(ublica) e privata (ILSard. I 50)[32]. Il forum di Caralis sorgeva, probabilmente, presso l’attuale Piazza del Carmine, dominato in fase tardo repubblicana, dalla terrazza del teatro-tempio di via Malta, estendendosi per una superficie pari a due isolati. Il templum Veneris dovette cadere in desuetudine al momento della costituzione municipale e le sue fortune dovettero essere ereditate dal Capitolium e dal templum Urbis Romae et Augustorum, come venne obliterato da nuove strutture un tempio su podio tardo repubblicano, localizzato sulla terrazza inferiore a quella del tempio di via Malta, presso il Viale Trieste, di fronte alla Chiesa del Carmine; nelle vicinanze sempre in Viale Trieste, sono le testimonianze del culto di Dioniso[33].
L’ubicazione del Capitolium parrebbe assicurata dal titolo della chiesa di San Nicola in Capusolio (in Capitolio ?), presso via Sassari, allo sbocco con piazza del Carmine, riportato in documenti medievali. Meno precisa è una fonte agiografica (Passio e Legenda S. Saturnini) che definisce il capitolium «portui maris Caralitanae civitatis vicinum» (prossimo al porto marittimo [distinto dal porto ormai lagunare di Santa Gilla?] della città caralitana), in connessione alla prescrizione di Vitruvio (de arch. 1, 7,1) circa la collocazione del forum delle città marittime in prossimità del porto[34]. Al Capitolium, secondo la tradizione agiografica di Saturnino, immetteva una sacra via, in quanto dipartentesi da un templum Solis, prossimo ai confini della città. La via sarebbe denominata anche di Apollo, forse perché transitava presso un templum Apollinis, noto della passio S. Ephysii, mentre la passio S. Saturnini conosce solo un lacus qui appellatur Apollinis. Un vicus Martis et Aesculapii, attestato da un’iscrizione (CIL X 7604), ci documenta un quartiere (o una via) in cui insistevano edicole o templi delle due divinità.
Il complesso dei dati topografici caralitani dei testi agiografici, ancorché tardivi, parrebbe non trascurabile, in quanto utilizzato dagli agiografi per specificare topograficamente una narrazione, per altro intessuta di luoghi comuni delle leggende agiografiche[35].
Il tempio di Roma e degli Augusti, di cui conosciamo alcuni sacerdoti, era in realtà il massimo centro del culto imperiale della provincia Sardinia, con il suo calendario di ricorrenze che variavano nei secoli. La sua localizzazione presso il forum è possibile ancorché indimostrata. Ignoriamo se il tempio per il culto imperiale fosse unico per i sacerdoti municipali e per quelli provinciali.
Un’area porticata con capitelli ionici con collare decorato da motivi vegetali e copertura con antefisse a palmetta in marmo, riportabili all’età antonina, si estendeva tra via Sassari e via G.M.Angioy, a Sud del capitolium, benché non sia possibile una attribuzione del complesso ad una specifica struttura[36].
Il forum di Caralis era, come di regola,adorno di statue e di dediche agli imperatori, ai prefetti del pretorio, ai governatori provinciali, ai magistrati cittadini, ai patroni ed ai personaggi comunque meritevoli. Pare probabile che nel forum figurassero le dediche a Caracalla nella sua seconda potestà tribunicia dunque sicuramente accanto al padre (CIL X 7560), ai governatori Marco Cosconio Frontone (CIL X 7583-84) e Quinto Gabinio Barbaro (CIL X 7585), al pr[oco(n)sul)] [—] Ti(beri) f(ilius) Quir(ina) I[—] (ILSard. I 52), al [pr]aef(ectus) cohor(tis) Maur(orum) et [A]frorum e quattuorviro municipale [S]ex. Iul[ius – f. Qui]r. Felix (CIL X 7600), ad una matrona Bennia [—]ca, congiunta ad un personaggio di rango senatorio (ILSard. I 55). Probabilmente nello stesso forum fu innalzata la statua del potente prefetto del pretorio Plauziano, abbattuta intempestivamente dal governatore della Sardinia Recio Costante (Dione Cassio, 16, 2, 4).
Attorno al forum gravitavano gli edifici caratteristici del municipium come la curia, sede dei decuriones (AE 2002,626 b), l’aerarium con il tesoro cittadino, il carcer (CIL X 7513), la basilica con il tribunal (per il quale deve pensarsi anche all’utilizzazione da parte dei governatori provinciali oltre che dai IVviri del municipio), il mercato (macellum). Quest’ultimo dovette essere costruito, probabilmente, da un L(ucius) [A]lfitenus L(uci) f(ilius) Quir(ina tribu) [—] commemorato da una iscrizione per [macellum et po]ndera (CIL X 7598).Le «passioni» medioevali dei martiri Efisio e Lussorio testimoniano anche il tribunal, annesso evidentemente alla basilica, dove i quattuorviri iure dicundo svolgevano la loro attività giurisdizionale e doveil governatore emanava le sentenze capitali. Infine nelle stesse «passioni» si ha il riferimento al carcer, il carcere, non lontano dal tribunale, cui si riferisce l’iscrizione di un comandante dei sorveglianti, il caralitano Valerius Iulianus, m(agister) clavic(u)larius (CIL X 7513). Insieme alle costruzioni pubbliche del municipium, da ricercarsi in prossimità del forum, si avevano gli edifici connessi alla presenza del governatore della provincia.
Un’iscrizione e la passione di Sant’Efisio documentano la sede di rappresentanza del governatore, il praetorium, da cui si svolgeva la strada sacra verso il tempio di Apollo. Presso il praetorium era il tabularium, l’archivio provinciale e l’archivio cittadino, provvisto della copia degli atti pubblici, delle piante delle assegnazioni di terreno e di ogni altra documentazione ufficiale, di cui conosciamo un titolare, il tabul(arius) prov(inciae) Sard(iniae) (Marcus Aurelius) Lucretius Aug(ustorum duorum) [li]b(ertus) (CIL X 7584). Nelle ultime ricerche alla Tomba dei Pesci di Tuvixeddu è emerso un Urbanus, sicuramente liberto del municipio, forse responsabile del catasto cittadino, il tabularium[37]. Altri liberti municipali erano incaricati di missioni religiose al margine del territorio del municipio: è il caso di Gaio Giulio Felicione, liberto del municipio (CIL X 7844, Sanluri).
Non lungi dal forum sono documentati vari edifici termali, dei quali il maggiore, presumibilmente di età antonina, è localizzato tra la via Roma e il Viale Trieste, a circa 150 metri a Nord-Ovest dalla piazza pubblica. Un secondo edificio termale occupava un’insula, tra via Sassari e via G.M. Angioy, risultando attigua al foro. Un terzo è riconosciuto nell’area compresa tra la chiesa di Sant’Agostino e la Banca d’Italia. Nell’area a Nord dell’abitato, presso Via Nazario Sauro, è documentato dagli scavi un ulteriore edificio termale, del IV secolo d.C. Ignoriamo quali di queste terme fossero le thermae Rufianae (ILSard. I 158)[38] restaurate sotto il governatore Marco Domizio Terzo, nel 209 d.C. negli ultimi anni di Settimio Severo[39]. Le terme erano approvvigionate dal grande acquedotto caralitano, eretto in età antonina, che recava l’acqua dalle fonti di Villamassargia a Carales[40].
Non conosciamo finora un teatro a Carales, da supporsi in prossimità del forum mentre è noto l’anfiteatro, del tipo scavato nella roccia calcarea, dislocato nel suburbio nord-orientale, lungo la valle di Palabanda. La sua preminenza tra gli altri anfiteatri sardi non è solamente giustificata dal rango di capitale provinciale che Carales esercitò[41], ma anche dal conseguente esercizio del flaminato provinciale a Carales. Il flamen provinciale era infatti obbligato a dare uno spettacolo, un munus durante l’anno di gestione del sacerdozio e talora offriva alla città sia un munus sia ludi. Le iscrizioni segnalano che Carales era la sede del concilio provinciale e ospitava nel senato cittadino, all’interno dell’ordo decurionum, i flamini addetti al culto imperiale usciti di carica, che assumevano il titolo di flamen provinciae Sardiniae per un anno e poi entravano nel collegio dei sacerdotales provinciae Sardiniae (CIL X 7599, Carales; 7518, Sulci; 7917, Cornus; 7940, Bosa): conosciamo i vantaggi di questo status, che vediamo documentato in Africa ben oltre l’età di Teodosio[42]. Anche i sacerdoti provinciali, scelti dalle rappresentanze dei municipi e delle colonie, svolgevano i ludi ed i munera offerti a proprie spese nell’anfiteatro di Carales. A Carales ha svolto le sue funzioni Q(uintus) Gabinius A(uli) f(ilius) Quir(ina) Receptus, IIIIviro iur(e) dic(undo) quinq(uennali), 〈flamen?〉 perpetuus, flamen Divor(um) Aug(ustorum) ex consensu provinc(iae), p̣onṭị̂f̣(ex) ṣa[cror(um)] (CIL X 7599)[43]. Doppiamo citare anche un suo parente, Quinto Gabinio, figlio di Aulo, iscritto alla tribù Quirina, Caralitanus, IVviro giurisdiscente del municipio e fl(amen) [—] (AE 1982, 424). A spese del senato cittadino viene onorata Iulia Vateria, figlia dell’ex flamine, il flaminicus Vaterius, a Carales nel I secolo a.C. (CIL X 7602). Si può aggiungere Titia Flavia Blandina, flaminica perpetua, onorata dal vicus Martis et Aesculap[i] a Carales, per decreto del senato del municipio (CIL X 7604).
L’anfiteatro di Carales misura m 92,80 x 79,20, con l’arena di m 46,20 x m 31. L’ingresso all’anfiteatro dovette essere sul lato Sud-Ovest, in un settore in cui gli scavi del tardo XX secolo hanno messo in luce le sostruzioni in cementizio dei piloni della porta principale. L’arena è interessata da tre fossae, una centrale rettangolare e due laterali di minori dimensioni, destinate ai macchinari e agli ascensori delle gabbie degli animali. La delimitazione dell’arena è costituita da un podio, alto m 2,80, ricavato nella roccia. La cavea è suddivisa in tre maeniana, scompartiti in cunei da scalette. Le gradinate sono scavate nella roccia in gran parte ma pure completate in opera cementizia con paramenti in opera quadrata, nei settori in cui la roccia è mancante. L’anfiteatro di Carales può essere confrontato per la sua formula mista (in gran parte scavato nella roccia ed in parte costruito) agli anfiteatri di Sutrium nella regio VII, di Siracusa (Sicilia), di Lepcis Magna e di Sabratha (Tripolitania), di Saintes (Aquitania), di Segobriga e di Tarraco (Hispania Tarraconensis), di Merida (Lusitania) e finalmente di Italica (Betica). Jean Claude Golvin ha proposto una datazione dell’anfiteatro caralitano in età tardo-flavia, cronologia che parrebbe confermata da un saggio stratigrafico compiuto nell’anno 2000[44].
Probabilmente non lungi dall’anfiteatro fu realizzato, nell’ultimo trentennio del I secolo a.C. sotto Domiziano, il campus per le esercitazioni militari, con le ambulationes ad opera del governatore Quinto Cecilio Metello Cretico (ILSard. I 50)[45].
In numerose aree di Cagliari sono state individuate abitazioni e tabernae. Il complesso edilizio più significativo è l’insula di Via Tigellio dove si evidenziano tre domus ad atrio tetrastilo[46]; altre domus sono state individuate in Campo Viale[47], in Via Caprera[48], in Via Manno[49], nel Bastione Santa Caterina[50], nel Corso Vittorio Emanuele[51], nella parte alta di Viale Trento[52], in Via Sassari e Largo Carlo Felice[53], nelle scalette di Santa Teresa[54], in Vico III Lanusei[55], Via Iglesias[56]; più in generale nei quartieri centrali di Marina[57], Stampace verso l’agro[58], Villanova[59]. Un discorso a parte merita Santa Gilla[60]. Molto importanti sono i risultati ottenuti nell’individuazione delle cavità sotterranee, tematica portata avanti in collaborazione con geologi e qualificatissime associazioni locali[61] e negli studi sulla provenienza dei materiali lapidei[62].
Il cuore economico di Carales era rappresentato dal porto, ubicato presso l’odierna darsena, ancorché la linea di costa sia avanzata rispetto all’antichità. Gli horrea per l’immagazzinamento dei prodotti provinciali, in particolare il frumento vennero restaurati sotto Elagabalo (ILSard. I 51), ma essi dovettero essere presenti sin dall’età repubblicana. Nel Foro delle Corporazioni di Ostia, di età severiana, era presente la statio dei navicularii e dei negotiantes Karalitani (CIL XIV 4549, 21-22).
Al porto ci richiamano i culti alessandrini ampiamente diffusi a Carales benché ci manchi, anche in questo caso, l’individuazione topografica del santuario. Tuttavia il rinvenimento di sfingi a Castello e a Stampace, di un’epigrafe dedicatoria su un pschent (la corona dell’Alto e del Basso Egitto) a Stampace, di una statua di sacerdotessa isiaca in via Malta e di un sacerdote con canopo dal complesso di Sant’Eulalia (Marina) consente di ipotizzare per Carales una pluralità di luoghi di culto di divinità egiziane, in particolare di Iside[63].
L’area funeraria principale era dislocata lungo la via d’accesso a Carales ed era quella – davvero spettacolare – di Tuvixeddu, già dall’Ottocento spesso minacciata dalla speculazione edilizia[64], preceduta dalla “Grotta delle vipere”[65]: la tomba a naiskos di Atilia Pomptilla (un templum), del marito Cassio Filippo, e dei loro liberti, adorna di un imponente ciclo di carmi greci e latini, scolpiti nella roccia che eternano l’amore coniugale di Atilia, che offrì agli dei la propria vita per la salvezza del marito[66]. Seguivano gli altri sepolcri monumentali collocati lungo la strada a Karalibus Turrem (attuale Viale Sant’Avendrace), sia costruiti, sia scavati nel banco di calcare, come il sepolcro di Tito Vinio Berillo e degli altri Vinii italici[67]. Ai lati della via più in alto sul colle, l’ipogeo dei Rubellii italici[68]. Ad ovest Santa Gilla[69], poi la necropoli sud-orientale[70], quella scavata nella pietra forte di Bonaria[71]. La necropoli orientale si estendeva a partire dal viale Regina Margherita, dove va localizzato il sepolcreto dei classiari, i soldati della flotta Misenense.
Da quest’area (Tuvixeddu e Bonaria) proviene un gran numero di iscrizioni funerarie di età imperiale pubblicate nel CIL X ed ora completamente riviste da Piergiorgio Floris[72], in parte conservate presso il Museo Nazionale di Cagliari; ad esempio i cippi a cupa, così caratteristici della Carales alto imperiale, sono scolpiti nella solida roccia calcarea di Tuvixeddu e di Bonaria; proprio presso la necropoli di Tuvixeddu credo possa essere localizzata una delle officine epigrafiche che operavano al servizio della necropoli di età imperiale per la produzione delle cupae e di altri monumenti funerari. Si rende necessaria comunque, a questo proposito, una verifica litologica[73].
La continuità insediativa e dell’ornatus civitatis si mantiene anche nei tempi della tarda antichità, benché sarà la comunità cristiana di Carales, attorno al suo episcopus noto sin dal 314 nel concilio di Arelate, a costituire il fulcro dello sviluppo della città. I poli principali della civitas christiana saranno l’insula episcopalis, forse localizzabile nel quartiere della Marina, presso il Santo Sepolcro, che ha rivelato un monumentale battistero con vasca circolare, e la basilica martiriale di Saturninus, presso cui Fulgenzio vescovo di Ruspe erigerà un monasterium[74]. Nella fuggevole visione poetica di Claudiano nel De bello Gildonico, la Carales del tardo IV secolo d.C. appare estesa lungo la costa e dotata di due porti, il primo evidentemente nella laguna di Santa Gilla, l’altro presso l’attuale darsena: urbs Libyam contra Tyrio fundata potenti / tenditur in longum Caralis, tenuemque per undas / obvia dimittit fracturum flamina collem. / Efficitur portus medium mare, tutaque ventis / omnibus ingenti mansuescunt stagna recessu (de bello Gildonico I, 520 ss.): <<La città di Carales fondata dai potenti Fenici dirimpetto alla costa africana, si sviluppa notevolmente nel senso della lunghezza, e si insinua nel mare con un piccolo promontorio [Sant’Elia] che interrompe l’impeto dei venti ad esso opposti. In tal maniera si costituisce, nel mezzo, un’ampia rientranza e, al riparo da ogni vento, restano calme le acque>> (traduzione di Mario Perra).
Il territorium di Carales comprende il medio e basso Campidano fino a Sanluri, come desumiamo dalla dedica al dio Viduus posta a Sanluri dal liberto del municipio Caralitano, Gaio Giulio Felicione; a breve distanza le Aquae Neapolitane (Santa Maria de is Aquas, Sardara) marcano il passaggio al territorio di Neapolis[75]. Gli ultimi studi hanno approfondito in dettaglio singoli comuni[76].
[1] P. Ruggeri, Nel segno della dea Astarte-Venere Ericina. Cesare tra Sicilia, Africa e Sardegna, lungo l’antica rotta punica dei cultores Veneris Ericinae, in In Africa e a Roma, Scritti mediterranei, Aounia edizioni, Raleigh (Carolina del Nord) 2023, pp. 15- 58.
[2] C. Tronchetti, Cagliari fenicia e punica, Chiarella, Sassari, 1990.
[3] G. Pietra, “Dalla laguna al mare. Osservazioni su Cagliari tra Cartagine e Roma”, in Know the sea to live the sea – Conoscere il mare per vivere il mare, a cura di R. Martorelli, Atti del Convegno (Cagliari-Cittadella dei Musei, Aula Coroneo, 7-9 marzo 2019), Perugia, Morlacchi, 2019, pp. 71-81. Vd. anche P.F. Serreli, “La topografia della Karales punica tra terra e mare alla luce delle recenti acquisizioni”, in Know the sea to live the sea cit., pp. 27-39; M.A. Ibba, “Nota sulle testimonianze archeologiche, epigrafiche e agiografiche delle aree di culto di Karalì punica e Carales romana”, in Aristeo, 1, 2004, pp. 113-145.
[4] Già S.M. Puglisi, “Cagliari. Costruzioni romane con elementi punici nell’antica Karalis”, in Notizie degli Scavi di Antichità, 1943, pp. 155-165.
[5] A. Mastino, T. Pinna, Negromanzia, divinazione, malefici nel passaggio tra paganesimo e cristianesimo in Sardegna: gli strani amici del preside Flavio Massimino, in Epigrafia romana in Sardegna. Atti del I Convegno di studio, Sant’Antioco, 14-15 luglio 2007 (Incontri insulari, I), a cura di F. Cenerini e P. Ruggeri, Carocci Roma 2008, p. 32 n. 82.
[6] Per tutto si rimanda al capitolo sul Bellum Sardum (VI).
[7] I. Sanna, “Approdi e traffici transmarini nella Cagliari punica: i dati della ricerca archeologica subacquea”, in Know the sea to live the sea cit., pp. 13-67; L. Soro, I. Sanna, “Merci e approdi nella marina di Cagliari: il quadro archeologico subacqueo”, in Archeologia urbana a Cagliari. Scavi nella chiesa di Sant’Eulalia alla Marina. 17.1 Il quartiere dalle origini ai giorni nostri: status quaestionis all’inizio della ricerca, a cura di R. Martorelli, D. Mureddu, Perugia, Morlacchi Editore U.P., 2020, pp. 177-194.
[8] Vd. A. Mastino, Il “Bullettino Archeologico Sardo” e le “Scoperte”: Giovanni Spano ed Ettore Pais, in Bullettino Archeologico Sardo – Scoperte Archeologiche, 1855-1884, ristampa commentata a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, edizioni Archivio Fotografico Sardo, Nuoro 2000, pp. 13-40.
[9] G. Pietra, “Le città invisibili. La Karalis di Antonio Taramelli 150 anni dopo”, in Antonio Taramelli e l’archeologia della Sardegna, a cura di M. Casagrande, M. Picciau, G. Salis, Atti delle Giornate di Studio (Abbasanta, 17-18 maggio 2019), Cagliari, 2020, pp. 85-96.
[10] G. Pietra, “L’archeologia urbana negli anni ’50 e ’60 del Novecento: i casi di Cagliari e Sant’Antioco”, in Gennaro Pesce in Sardegna: vent’anni di ricerche e scavi archeologici fra Nuragici, Punici e Romani, Atti del convegno (Ravenna, 10-11 dicembre 2019), A.C. Fariselli, C. Del Vais cur., “Byrsa”, 37-38, 2020, pp. 209-244.
[11] Per le fonti letterarie su Carales cfr. R. Zucca, Cagliari, in «Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche», IV, Pisa-Roma 1985, pp. 231 s.; una sintesi è in A. Mastino, Carales, in Der Neue Pauly, Enzyklopädie der Antike, II, Stuttgart 1997, cc. 982 ss.; Id., Cagliari (Carales), in Ciudades antiguas del Mediterráneo, edit. M. Mayer e I. Rodà, Lunwerg, Barcelona 1998, pp. 74-75. Vd. anche R. Zucca, Cagliari. L’antichità, in Luoghi e tradizioni d’Italia, Sardegna, Roma 1999, pp. 21 ss.; G. Pietra, Carales, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 51-55. Vd. inoltre C. Tronchetti, “Cagliari”, in E. Anati, I Sardi. La Sardegna dal Paleolitico all’età romana, Milano, Jaca Book, 1984, pp. 43-45.
[12] Vd. ora: I. Sanna, L. Soro, C. Nervi, “Le anfore della Sardegna Meridionale con residui organici (Cagliari e Nora)”, in Roman Amphora Contents. Reflecting on Maritime Trade in food stuffs in Antiquity, a cura di M. Bonifay, B. Casasola, A. Pecci, International Interactive Conference (RACIIC) (Cadiz, 4-7 October 2015), in corso di stampa (non vidi).
[13] P. Mingazzini, “Cagliari. Resti di santuario punico e di altri ruderi a monte di Piazza del Carmine”, in Notizie degli Scavi di Antichità, 1949, pp. 213-274; S. Angiolillo, “Il teatro-tempio di Via Malta a Cagliari: una proposta di lettura”, in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia, XXIV (n.s. X), 1, 1986-87, pp. 55-81; M.A. Ibba, “Il santuario di via Malta a Cagliari: alcune riflessioni”, in Meixis. Dinamiche di stratificazione culturale nella periferia greca e romana, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, C. Pilo, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2012, pp. 205-215.
[14] La moneta è ampiamente illustrata in M. Grant, From imperium to auctoritas, a historical study of aes Coinage in the roman Empire, 49 B.C.-A. D. 14, Cambridge 1969, pp. 149 55; vedi anche L. Forteleoni, Le emissioni della Sardegna punica, Sassari 1961, pp. 67 s. nr. 100; M. Sollai, Le monete della Sardegna romana, Sassari. 1989, pp. 51 55; E. Piras, Le monete della Sardegna dal IV secolo a.C. al 1842, Sassari 1996, pp. 47 e 66.
[15] Sul valore del corallo della Sardegna, collegato al mito di Medusa e al culto di Afrodite, vd. A. Mastino, Eracle nel Giardino delle Esperidi e le Ninfe della Sardegna nell’Occidente Mediterraneo mitico, “Archivio Storico Sardo”, LV, 2020, Cagliari, Deputazione di Storia Patria, pp. 9-90.
[16] S. Angiolillo, “A proposito di un monumento con fregio dorico rinvenuto a Cagliari. La Sardegna e i suoi rapporti con il mondo italico in epoca tardo-repubblicana”, in Studi in onore di G. Lilliu per il suo settantesimo compleanno, a cura di G. Sotgiu, Cagliari, 1985, pp. 99-116.
[17] A. Forci, “Due matrici fittili puniche da Cagliari”, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica per le province di Cagliari e Oristano, 15 (1998), 1999, pp. 175-180; A.F. Ghiotto, M.A. Ibba, G. Manca di Mores, “Le terrecotte figurate di Nora, Cagliari e Antas: un contributo per lo studio archeologico e archeometrico sulla coroplastica sarda”, in Nora Antiqua, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, R. Carboni, E. Cruccas, Atti del Convegno di Studi (Cagliari, Cittadella dei Musei, 3-4 aprile 2014), Perugia, Morlacchi, 2016, pp. 223-230.
[18] S. Angiolillo, R. Sirigu, Astarte/Venere Ericina a Cagliari. Status quaestionis e notizia preliminare della campagna di scavo 2008 sul Capo Sant’Elia, “Studi Sardi”, XXXIV, 2009, pp. 179-206. M.A. Ibba, A. Stiglitz, F. Nieddu, F. Costa, F. Collu, A.L. Sanna, M.G. Arru, “Indagini archeologiche sul Capo Sant’Elia a Cagliari”, in Quaderni. Rivista di Archeologia, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna, 28, 2017, pp. 353-386; A.L. Sanna, R. Sirigu, Scavi archeologici a Capo Sant’Elia (Cagliari): bilancio delle prime campagne (2008-10), L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2937-2944.
[19] S. Aounallah, Les statuts juridiques des communautés de l’Africa sous la République (146-27 a. C.), in Aounallah, S., Mastino A. (edd.), L’epigrafia del nord Africa: novità, riletture, nuove sintesi, Faenza 2020, pp. 34-52.
[20] Il confronto con Plinio il Vecchio (NH V, 24: Utica civium Romanorum) permette di supporre che anche Carales fosse un municipium civium Romanorum (cfr. inoltre J. Gascou, Municipia civium Romanorum, “Latomus”, 30, 1971, pp. 133 ss.; sugli aspetti istituzionali: F. Porrà, Karales: analisi del processo di promozione a città romana, “Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari”, n.s. XXV (vol. LXII), 2007, pp. 47-51.
[21] Per una provenienza meno certa: F. Porrà, Le terme Rufiane: una possibile identificazione nella Cagliari romana, in Cultus splendore, Studi in onore di Giovanna Sotgiu, a cura di A.M. Corda, Senorbì 2003, pp. 782 s. (a proposito delle terme Rufianae, che andrebbero collegate al quattorviro Rufus, procuratore ad ripam di Adriano).
[22] M. Bonello Lai, Sulla data della concessione della municipalità a Sulci, in Sardinia antiqua, Studi in onore di Piero Meloni, Cagliari 1992, pp. 369 n. 61 ha proposto la promozione di Carales nel 38 a.C.
[23] Vd. però P. Floris, A. Ibba, R. Zucca, “Notulae su alcune tribù in Sardegna” nel volume Le tribù romane. Atti della XVIe Rencontre sur l’Epigraphie du monde romain (Bari 8-10 ottobre 2009), a cura di Marina Silvestrini (Scavi e ricerche, 19), Bari, Edipuglia, 2010, pp. 81-83.
[24] A. Magioncalda, “Rufus, proc(urator) Caes(aris) Hadriani ad ripam, in D. Pupillo (ed.), Le proprietà imperiali nell’Italia romana: economia, produzione, amministrazione (Quaderni degli Annali dell’Università di Firenze, Sezione Storia 6), Firenze, Le Lettere 2007, pp. 205-219.
[25] R. Zucca, La base di statua di [.] Calpurnius [. f]il. Quir. Paulin[us] Honoratia[nus] IIIIvir di Karales, Epigraphica, 66, 2004, pp. 360- 364.
[26] G. Mennella, Il sarcofago caralitano del princeps civitatis L. Iulius Castricius (CIL X 7807), in L’Africa Romana, VI, Sassari 1989, pp. 755-760.
[27] P. Floris, La presenza di Iulii e Claudii nell’epigrafia di Karales, in F. Cenerini, P. Ruggeri edd., con la collaborazione di A. Gavini, “Epigrafia romana in Sardegna”. Atti del I Convegno di studio, Sant’Antioco, 14-15 luglio 2007 (= Incontri insulari, 1), Carocci, Roma 2008, pp. 173-195; Id., La presenza dei Flavii nell’epigrafia di Karales, “Studi Sardi”, XXXIV, 2009, pp. 251-269; Id., La presenza degli Antonii nell’epigrafia di Karales, in R. Martorelli ed., “Itinerando” senza confini dalla preistoria ad oggi. Studi in ricordo di Roberto Coroneo. 1.1. Morlacchi, Perugia 2015, pp. 147-162.
[28] Per le gentes di Carales, vd. P. Ruggeri, Nota minima sulle componenti etniche del municipio di Karales alla luce dell’analisi onomastica, in L’Africa Romana, VIII, Sassari 1991, pp. 899-910.
[29] A. Mastino, “La gens Rutilia in Sardegna”, in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, N.S. I, 1976-77, pp. 41-56.
[30] P. Floris, I Sutorii. Una famiglia di Karales. “Aristeo”. Università degli Studi di Cagliari. Quaderni del Dipartimento di Scienze Archeologiche e Storico-artistiche, anno I, n. 1, Cagliari 2004, pp. 147-159.
[31] P. Floris, “La memoria dei defunti”, in Storia della Sardegna antica, a cura di A. Mastino, Nuoro, Il Maestrale, 2005, pp. 437-447.
[32] M. Buora, S. Magnani (a cura di), I sistemi di smaltimento delle acque nel mondo antico, Trieste, Editreg, 2018,
[33] M.A. Mongiu, Archeologia urbana a Cagliari: l’area di viale Trieste 105, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica per le Provincie di Cagliari e Oristano, 4,2 (1987), pp. 51-78.
[34] S. Bullo, Le indicazioni di Vitruvio sulla localizzazione dei templi urbani (de Arch. 1, 7,1): il caso africano, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 515-558.
[35] Sulla topografia di Carales il testo fondamentale di riferimento è A.M. Colavitti, Cagliari: forma e urbanistica, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2003 (Città antiche in Italia, 6): Ead., Ipotesi sulla struttura urbanistica di Carales romana, in L’Africa Romana, X, Sassari 1994, pp. 1021-1034. Vd. anche R. Zucca, Cagliari. L’antichità, in AA.VV., Luoghi e tradizioni d’ Italia. Sardegna (a cura di L. Borrelli Vlad, V. Emiliani, P. Sommella), Roma 1999, pp. 21-36; G. Pietra, “Urbs urbium Karalis. Cagliari la ‘località di Piazza del Carmine’ in età romana”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 30, 2019, pp. 143-194. Vd. già D. Scano, “Forma Karalis”, in Archivio Storico Sardo, 14, 1922, pp. 3-172; M.A. Mongiu, Note per un’integrazione-revisione della ‘Forma Karalis’, in Santa Igia capitale giudicale, Contributi all’incontro di studio “Storia, ambiente fisico e insediamenti umani nel territorio di S. Gilla” (Cagliari, 3-5 novembre 1983), Pisa, ETS, 1986 pp. 127-154; Ead., Cagliari e la sua conurbazione tra tardo antico e altomedioevo, in Il suburbio delle città in Sardegna: persistenze e trasformazioni (Mediterraneo tardo antico e medievale. Studi e ricerche, 7), Taranto 1989, pp. 89-124.
[36] D. Salvi, “L’area archeologica di via Angioy a Cagliari ed i suoi elementi architettonici”, in Nuovo Bullettino Archeologico Sardo, 4, 1987-92, pp. 131-158.
[37] Cortesia di G. Pietra e P. Floris (per Epigraphica 2024).
[38] F. Porrà, “Le terme rufiane”: una possibile identificazione nella Cagliari romana, in Cultus splendore. Studi in onore di Giovanna Sotgiu, a cura di A.M. Corda, Senorbì, Nuove grafiche Puddu Editore, 2003, pp. 777-783; A.M. Corda, A. Ibba, Atti “EDR e la Sardinia: stato dell’arte, varia lectio, casi particolari”, nel volume Colonie e municipi nell’era digitale. Documentazione epigrafica per la conoscenza delle città antiche, Atti del Convegno di studi (Macerata, 10-12 dicembre 2015),a cura di Simona Antolini, Silvia Maria Marengo, Gianfranco Paci, Tivoli, Tored, 2017, pp. 697-698.
[39] F. Cenerini, M. Domitius Tertius, procuratore e prefetto della provincia Sardegna: alcune considerazioni, in Epigrafia 2006, Atti della XIVe Rencontre sur l’épigraphie in onore di Silvio Panciera con altri contributi di colleghi, allievi e collaboratori, Roma, pp. 821-830.
[40] M.E. Piredda L’approvvigionamento idrico di Cagliari in età punica e romana, “Studi Sardi”, 23, 1973-1974, (1975), parte prima: Archeologia e storia dell’Arte, pp. 149-180; D. Salvi, “Decimo in età romana: le necropoli e l’acquedotto romano da Cabudacquas a Carales”, in Per una riscoperta della storia locale: la comunità di Decimomannu nella storia, a cura di C. Decampus, B. Manca, G. Serreli, Decimomannu, 2009, pp. 79-86.
[41] Sul quadro storico-urbanistico delle origini del caput provinciae cfr. R. Haensch, Capita provinciarum. Statthaltersitze und Provinzialverwaltung in der römischen Kaiserzeit, Main am Rhein 1997, pp. 154 ss; A. V. Greco, Consonanze urbanistiche di età repubblicana nel Mediterraneo occidentale: i casi di Tarraco e Karales, “Pyrenae”, 33-34, 2002-03, pp. 233 ss.
[42] A. Mastino, La superflua turbadei sacerdotales paganae superstitionis espulsi da Cartagine il I novembre 415: la fine del culto imperiale in Africa, i concilia delle province e della diocesi e le sopravvivenze del flaminato, in Topographia Christiana Universi Mundi, Studi in onore di Philippe Pergola (Studi di antichità cristiana pubblicati a cura del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, a cura di G. Castiglia, C. Dell’Osso, Città del Vaticano 2023, pp. 481-500.
[43] D. Fishwick, The Imperial Cult in the Latin West. Studies in the Ruler Cult of the Western Provinces of the Roman Empire, III, 1. Leiden 2002, p. 133.
[44] E. Trudu, L’anfiteatro di Cagliari, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 180-187; M. Dadea, L’anfiteatro romano di Cagliari, Sassari, Carlo Delfino editore, 2006; vd. anche P. Pala, “L’amphithéâtre de Cagliari”, in Spectacula. Gladiateurs et amphithéâtres, Actes du Colloque (Toulouse-Lattes les, 26, 27, 28 et 29 mai 1987), Lattes, Editions Imago, 1990, pp. 55-61; Ead., “Documenti inediti di Doro Levi sull’anfiteatro di Cagliari”, in Omaggio a Doro Levi, Ozieri, Il Torchietto, 1994, pp. 131-166 (Quaderni della Soprintendenza ai Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro, 19); Ead., L’anfiteatro romano di Cagliari, Nuoro, Insula, 2002; M. Bonello Lai, “L’indagine demografica e gli edifici di spettacolo in Sardegna: l’anfiteatro di Cagliari ed il teatro di Nora”, in L’Africa romana, vol. 2, a cura di A. Mastino, Atti del IV convegno di studio (Sassari, 12-14 dicembre 1986), Sassari 1987, pp. 615-632. Si può comunque sempre partire da D. Levi, “Archaeological Notes. The Amphitheatre in Cagliari”, in American Journal of Archeology, XLVI, 1942, pp. 1-9.
[45] H. Devijver – F. Van Wonterghem, Der campus der römischen Städte in Italia und im Westen, “ZPE“, 54,1984, pp. 195-206; Iid., The campus in the urban organisation of Africa and Sardinia: two examples, Carthage and Carales, in L’Africa Romana, X, Sassari 1994, pp. 1035-1060.
[46] S. Angiolillo, A. Comella, R. Madeddu, M.G. Marras, D. Mureddu, G. Pianu, M. Pinna, E. Scafidi, G. Stefani, “Cagliari. ‘Villa di Tigellio’. Campagna di scavo 1980”, in Studi Sardi, 26, 1981, pp. 113-238; S. Angiolillo, A. Agus, P. Bernardini, A. Civello, A. Comella, D. Ferrara, M.G. Messina, D. Mureddu, G. Pianu, C. Saletti, G. Stefani (a cura di), Cagliari. Villa di Tigellio. I materiali dei vecchi scavi, Cagliari, Università di Cagliari, 1982, pp. 21-179 (Estratto da Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, vol. III (XL), 1980-81); D. Salvi, “La Villa di Tigellio”, in Passeggiando per Cagliari con un archeologo, 1993, pp. 5-10 (Quaderni didattici della Soprintendenza Archeologica per le province di Cagliari e Oristano, 5); AA. VV., La Villa di Tigellio. Mostra degli scavi (Cagliari, Cittadella dei Musei, 24 ottobre- 14 novembre 1981), Stef, Cagliari 1981; M. Mallocci, “Un soffitto affrescato dalla Villa di Tigellio (Cagliari): proposta di ricostruzione”, in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, n.s. XX (vol. LVII), parte I-2002, 2003, pp. 109-136; M.A. Ibba, “I Beni archeologici della valle di Palabanda. La cosiddetta Villa di Tigellio”, in Guida dell’Orto Botanico di Cagliari, a cura di C. Pontecorvo, Cagliari, Coedisar, 2009, pp. 175-177; M.A. Ibba, Abitazioni signorili a Carales, la villa di Tigellio, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 138-139.
[47] G. Pesce, Case romane a ‘Campo Viale’ in Cagliari, «SS», 19, 1964-65, pp. 329 ss.
[48] D. D’Orlando, F. Doria, L. Soro (a cura di), Archeologia urbana a Cagliari. Scavi in via Caprera 8 (2014-15), 2019 (Quaderni di Layers, 2).
[49] G. Pietra, I. Garbi, “Cagliari. Rinvenimenti in Via Manno 16-14”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 27, 2016, pp. 537-538; A.L. Sanna, “Cagliari. Rinvenimenti in via Manno 33 e 44”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 27, 2016, pp. 543-544.
[50] S. Cisci, “Cagliari. Indagini archeologiche presso il bastione di Santa Caterina”, in Quaderni della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e Oristano, 23, 2012, pp. 155-182; S. Cisci, M. Tatti, “Cagliari. Indagini archeologiche presso il bastione di Santa Caterina. Campagna 2012-2013. Notizia preliminare”, in Quaderni della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e Oristano, 24, 2013, pp. 1-24.
[51] G. Pietra, E. Trudu, “Cagliari. Corso Vittorio Emanuele II”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 27, 2016, pp. 541-542.
[52] D. Salvi, S. Dore, I. Garbi, M. Sarigu, M. Mattana, R. Sanna, “Cagliari, Teatro Massimo: indagini di scavo”, in Quaderni della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e Oristano, 26, 2015, pp. 345-384.
[53] E. Trudu, “Cagliari. Via Sassari, Corso Vittorio Emanuele II, Largo Carlo Felice”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 27, 2016, pp. 549-554.
[54] A.L. Sanna, “Cagliari. Scalette Santa Teresa”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari- Notiziario, 28, 2017.
[55] R. Martorelli, D. Mureddu (a cura di), Archeologia urbana a Cagliari Scavi in vico III Lanusei (1996-1997), Cagliari, Scuola Sarda Editrice, 2006.
[56] P.F. Serreli, “Cagliari. Via Iglesias”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 27, 2016, p. 545.
[57] M.A. Mongiu, “Il quartiere tra mito, archeologia e progetto urbano”, in Cagliari, Quartieri storici. Marina, a cura di T.K. Kirova, A. Pintus, F. Masala, Cagliari, Silvana, 1989, pp. 13-22.
[58] Ead., “Stampace: un quartiere tra polis e chora”, in Cagliari, Quartieri storici. Stampace, a cura di T.K. Kirova, F. Masala, M. Pintus, Cagliari, Silvana, 1995, pp. 13-22.
[59] D. Mureddu, “Le presenze archeologiche”, in Cagliari. Quartieri storici. Villanova, a cura di T.K. Kirova, F. Masala, M. Pintus, Cagliari, Silvana, 1991, pp. 15-22.
[60] E. Usai, R. Zucca, “Testimonianze archeologiche nell’area di S. Gilla dal periodo punico all’epoca altomedievale (Contributo alla ricostruzione della topografia di Carales)”, in Santa Igia capitale giudicale, Contributi all’incontro di studio “Storia, ambiente fisico e insediamenti umani nel territorio di S. Gilla” (Cagliari, 3-5 novembre 1983), Pisa, ETS, 1986, pp. 155-177; D. Salvi, “Cagliari: Santa Gilla, la laguna e l’argilla”, in ArcheoArte. Rivista elettronica di Archeologia e Arte, 3, 2014, pp. 213-235. Vd. anche P.F. Serreli, E. Trudu, “Cagliari, Via San Simone”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 27, 2016, pp. 247-248; C. Tronchetti, I. Chessa, L. Cappai, “Lo scavo di via Brenta a Cagliari. I livelli fenicio-punici e romani”, in Quaderni della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e Oristano, 9, supplemento, S.A. Ca Or, STEF Cagliari, 1993.
[61] D. Salvi, “Gli aspetti topografici attraverso l’archeologia”, in Cavità artificiali nel sottosuolo di Cagliari, Cagliari, 1997, pp. 16-31, 48-49 (Anthéo, monografie, 6).
[62] D. Salvi, P. Matta, C. Marini, S. Naitza, S. Tocco, “Osservazioni sulle antiche cave romane di Cagliari”, in Le risorse lapidee dall’antichità ad oggi in area mediterranea, a cura di V. Badino, G. Baldassarre, Atti del Convegno (Canosa di Puglia-BA, 25-27 settembre 2006), Torino, GEAM, 2006, pp. 101-104; F. Bordicchia, C. Marini, S. Naitza, D. Salvi, S. Tocco, “Two ancient roman quarries in Cagliari (Italy): survey, mapping and evaluation of the state of conservation”, in Cave storiche e risorse lapidee, a cura di L. Marino, Firenze, Alinea, 2007, pp. 34-38 (Restauro Archeologico, 13).
[63] R. Martorelli, D. Mureddu (a cura di), Cagliari, le radici di Marina: dallo scavo archeologico di S. Eulalia un progetto di ricerca formazione e valorizzazione, Cagliari, Scuola Sarda Editrice, 2002: Eaed., “Scavi sotto la chiesa di S. Eulalia a Cagliari. Notizie preliminari”, in Archeologia Medievale, 29, 2002, pp. 283-340; R. Martorelli, D. Mureddu (a cura di), Archeologia urbana a Cagliari. Scavi nella chiesa di Sant’Eulalia alla Marina. 17.1 Il quartiere dalle origini ai giorni nostri: status quaestionis all’inizio della ricerca, Morlacchi, Perugia 2020. .
[64] P. Bartoloni, “La necropoli di Tuvixeddu: tipologia e cronologia della ceramica”, in Rivista di Studi Fenici, vol. 28, 2000, pp. 79-122; D. Salvi, “Una tomba con pesci, spighe ed altri fregi nella necropoli cagliaritana di Tuvixeddu”, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano, 13, 1996, pp. 211-218; Ead., Tuvixeddu. Tomba su tomba. Sepolture dal V secolo a.C. al I secolo d.C. in un nuovo settore della necropoli punico-romana, Dolianova, Soprintendenza Archeologica per le province di Cagliari e Oristano, 1998; Ead., “Tomba su tomba: indagini di scavo condotte a Tuvixeddu nel 1997. Relazione preliminare”, in Rivista di Studi Fenici, 28, 1, 2000, pp. 57-78; Ead., D. Salvi, “Tuvixeddu, vicende di una necropoli”, in Tuvixeddu, la necropoli occidentale di Karales, a cura dell’Associazione culturale F. Nissardi, Atti della Tavola rotonda internazionale “La necropoli antica di Karales nell’ambito mediterraneo” (Cagliari, 30 nov.-1 dic. 1996), Edizioni Della Torre, Cagliari 2000, pp. 139-202; Ead., “Tipologie funerarie nei nuovi settori della necropoli di Tuvixeddu”, in Architettura, arte e artigianato nel Mediterraneo dalla Preistoria all’Alto Medioevo, Tavola Rotonda Internazionale in memoria di Giovanni Tore (Cagliari, 17-19 dicembre 1999), a cura dell’Associazione culturale “Filippo Nissardi”, Oristano, S’Alvure, 2001, pp. 245-261; G. Pietra, “Jamais la mort n’apparu aussi muette? La tomba con pesci, spighe ed altri fregi nella necropoli di Cagliari romana a Tuvixeddu”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 31, 2020, pp. 131-188.
[65] R. Zucca, Il complesso epigrafico rupestre della “Grotta delle vipere”, in Rupes loquentes. Atti del Convegno internazionale di studio sulle iscrizioni rupestri di età romana in Italia, Roma-Bomarzo 13-15 ottobre 1989, Don Bosco, Roma 1992, pp.503-540; M. Dadea, Ancora a proposito della “grotta della Vipera”, «Quaderni di Epigrafia»,2, 1995, pp. 45 ss.
[66] P. Grandinetti, “Gli epigrammi della Grotta delle Vipere a Cagliari: confronti per l’assimilazione al mito”, in L’Africa romana. Lo spazio marittimo del Mediterraneo occidentale: geografia storica ed economica, vol. 3, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XIV convegno di studio (Sassari, 7-10 dicembre 2000), Roma, Carocci, 2002, pp. 1757-1769; C. Parodo, L’ipogeo di Atilia Pomptilla, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 334-335.
[67] A. Mastino, “Le iscrizioni rupestri del templum alla securitas di Tito Vinio Berillo a Cagliari”, in Rupes loquentes. Atti del Convegno internazionale di studio sulle iscrizioni rupestri di età romana in Italia (Roma-Bomarzo, 13-15 ottobre 1989), a cura di L. Gasperini, Roma, L’Erma di Bretschneider, 1992, pp. 541-578 (Istituto italiano per la storia antica, 53).
[68] A. Mastino, ibid.,pp. 541-578.
[69] D. Salvi, “Ad ovest di Tuvixeddu: la necropoli di Santa Gilla”, in Quaderni della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e Oristano, 23, 2012, pp. 134-203.
[70] D. Salvi, “La necropoli orientale di Cagliari. Due scavi inediti del 1952”, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica per le province di Cagliari e Oristano, (15/1998), 1999, pp. 235-258; D. Mureddu, R. Zucca, Epitafi inediti della necropoli sud orientale di Karales (Sardinia), “Epigraphica”, 65, 2003, pp. 117-145. Vd. ora D. Salvi, Tombe di età romana presso piazza Repubblica, “Quaderni, Rivista di archeologia”, Soprintendenza archeologica Cagliari, 31, 2020, pp. 229-240.
[71] S. Cisci, P. Floris, Sepolture cristiane e pagane tra III e IV secolo: il caso della necropoli sul colle di Bonaria a Cagliari. In R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu, Isole e terraferma nel primo cristianesimo. Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, Atti dell’XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Cagliari-Sant’Antioco, 23-27 settembre 2014) vol. I. Cagliari 2015: PFTS University Press, pp. 125-134.
[72] P. Floris, Le iscrizioni funerarie pagane di Karales, Cagliari, Edizioni AV, 2005.
[73] P. Floris, Riflessioni sulle cupae di Karales, in Cupae. Riletture e novità, a cura di G. Baratta, Faenza, F.lli Lega, 2018, pp. 157-180 (Epigrafia e Antichità, 41). Diversa la grande cupa in trachitedi piazza Gramsci, in giacitura secondaria: P. Floris, S. Mele, P.F. Serreli, “Cagliari: una nuova cupa da piazza Gramsci”, in Cupae, riletture e novità, a cura di G. Baratta, Faenza, 2018, pp. 157-180 (Epigrafia e Antichità, 41).
[74] D. Salvi, “Cagliari, complesso cimiteriale di San Saturnino. Dati sparsi dello scavo condotto negli anni 1949-1951. Confronto fra la documentazione fotografica di allora e lo stato attuale”, in Quaderni friulani di archeologia, Atti del convegno “Archeologia e documentazione fotografica e d’archivio, dal dagherrotipo all’avvento della fotografia digitale” (Aquileia, 28-29 aprile 2016), a cura di M. Buora, M. Magnini, XXVI, 1 (2016), 2017, pp. 227-245.
[75] P. Ruggeri, Un arcaico culto funerario in Sardegna: la dedica al dio Viduus al margine del territorio del municipio di Karales, in Antiquitas, Studi in onore di Salvatore Alessandrì, a cura di M. Lombardo e C. Marangio, Galatina 2011, pp. 293-303.
[76] Solo ad es. Settimo San Pietro: M.A. Ibba, A. Stiglitz, M. Vargiu, Paesaggi rurali dell’hinterland di Cagliari: il territorio di Settimo San Pietro, L’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 2343-2353.

