Giove: Iupiter – Iupiter Optimus Maximus nella Sardegna romana

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La presenza di Giove-Iupiter in Sardegna rimonta al periodo successivo all’occupazione romana. Da Bidonì nel Barigadu in vetta al Monti Onnarìu, sulla riva sinistra del Tirso, proviene un importante documento epigrafico che riporta una dedica a Giove. Qui dovette sorgere un tempio intitolato al dio capitolino di cui ad oggi rimangono visibili solo le fondazioni, come testimonia un altare collocato nell’area antistante il luogo di culto, secondo la comune disposizione dei templi romani. L’altare di forma parallelepida utilizzato dal sacerdote per i sacrifici reca due iscrizioni incise sui lati brevi il cui testo conferma la dedica del luogo di culto a Giove: dei Iovis da intendersi come (ara) dei Iovis. Si è ipotizzato che la costruzione di questo luogo di culto sulla sommità del Monti Onnarìu e dunque in una posizione di confine tra i territori barbaricini e l’area romanizzata, avesse una funzione di controllo e di affermazione del potere politico romano, forse a seguito di una vittoria e di un trionfo (AE 1998, 673). Questa ipotesi appare maggiormente fondata rispetto a quella che, sulla base del confronto del graffito su frammento di ceramica con la scritta Iovi proveniente dal santuario talaiotico di Son Oms (Palma di Maiorca), ha portato a pensare che i Romani nelle Baleari e in Sardegna avessero reinterpretato il culto di una divinità tauromorfa identificandola con Giove. Più specificamente alle operazioni militari della fine del II secolo a.C. andrebbe riferita la dedica sul monte di Santa Sofia di Laconi nella Barbaria: il testo riguarderebbe la spedizione del propretore Tito Albucio, il quale celebrò in Sardinia forse nel 106 a.C. un vero e proprio trionfo sui Sardi (Cicerone, de prov. cons. 7, 15; in Pisonem 92).

Il Giove istituzionale, quello capitolino, doveva essere oggetto di culto all’interno delle comunità municipalizzate della Sardegna romana e degli insediamenti sparsi sul territorio, organizzati secondo lo schema dei pagi e dei vici. Grazie ad una dedica a Giove Ottimo Massimo da parte dei Pagani Uneritani del pagus di Uneri, che proviene da Las Plassas in Marmilla, a ridosso della Giara di Gesturi -territorio che in antico faceva parte della pertica della Colonia Iulia Augusta Uselis (attuale Usellus)- abbiamo conoscenza di questa forma organizzativa del territorio in età imperiale (AE 2002, 628). I pagi e i vici istituiti probabilmente dall’epoca di Augusto erano ancora attivi, in quanto articolazioni del territorio, nel IV secolo d. C., durante il dominato dell’imperatore Giuliano. In questo quadro ben si inserisce la costruzione e la dedica di un tempio a Giove Capitolino, espressione dell’adesione dei pagani Uneritani, forse non tutti cittadini romani ma incolae peregrini a differenza dei magistrati cittadini, ai modelli culturali, religiosi e amministrativi romano-imperiali: Templu[m] / I(ovis) O(ptimi) [M(aximi)] / pagani Uneritan[i imp(ensam)] / suam faciundu[m cura]/(ve)runt [—] idem[que] / dedica(ve)runt [—]. Analoga funzione istituzionale doveva avere il Giove Ottimo Massimo della triade capitolina nella dedica che proviene da Martis in Anglona (località Sa Balza). Tale funzione si affiancava all’espressione del lealismo in ambito militare all’epoca di Massimino il Trace, lo stereotipo di imperatore-soldato destinato ad un impero effimero nel III secolo d. C. (235-238). Una dedica da Martis infatti pone in primo piano la triade capitolina composta da Giove Ottimo Massimo, Giunone Regina e Minerva, affiancati dalla Speranza (Spes) e dalla Salute (Salus); la dedica a queste due ultime divinità rappresentava il completamento dei voti e degli auspici di vittoria e protezione per gli imperatori Massimino il Trace e suo figlio Cesare, impegnati fra il 236-237 d. C., nella campagna contro Sarmati e Daci (ELSard. p. 646 B 161). Nella dedica viene enfatizzato come motivo ricorrente quello della salvezza, dell’incolumità e del ritorno senza pericoli e vittorioso per gli imperatori, motivi che riguardano anche la loro domus divina. La Speranza e la Salute divinità funzionali, legate all’utilitas e realizzatrici delle res optandae, perdono la funzione civica che avevano assunto in tarda epoca repubblicana per divenire protettrici degli imperatori e della loro famiglia.

Parallelamente alla devozione per Giove-Iupiter nell’isolasi può considerare anche quella per Iupiter Dolichenus, il dio militare della Commagene, il cui culto si diffuse a Roma e nelle province tra il principio del II e la seconda metà del III secolo d. C. Questo culto viene generalmente inserito tra quelli orientali, sebbene nell’ambito di un’analisi delle testimonianze riguardanti Giove nell’isola sembra maggiormente congruo considerare questo attributo di Giove affiancandolo a tutte le altre testimonianze. Nella capitale dell’impero vi erano tre importanti luoghi di culto a lui dedicati (Dolocena), quelli dell’Aventino, del Celio in prossimità delle due caserme degli equites singulares Augusti, dell’Esquilino legato alla caserma della cohors II vigilum. Il profilo militare assunto dal dio in epoca imperiale come appare spesso dalla sua iconografia con corazza e mantello da imperator, non sottraggono elementi alla sua originaria rappresentazione di dio dell’Anatolia, connotata dall’ascia bipenne e fascio di folgori nelle mani, in piedi su di un toro in marcia, con indosso sul capo un berretto frigio. Tale profilo militare non impediva altresì che a lui si rivolgesse un pubblico composito, costituito anche da civili di diversa estrazione sociale. In Sardegna una dedica proveniente da Porto Torres ma trasportata ad Ossi, dove venne rinvenuta (CIL X, 7949), apre una breccia per approfondire la conoscenza su quello che potremmo definire il Giove orientale “romanizzato” che convisse parallelamente allo Iupiter Optimus Maximus, senza scalfirne la supremazia e la popolarità. La dedica sarda, frammentaria per quanto riguarda i nomi dei dedicanti, a Iupiter Sanctus Dolichenus con il voto per la vittoria di Caracalla e Geta e la sua provenienza da Turris Libisonis in realtà rientra nel quadro della diffusione dei culti orientali presso la città portuale del Nord Sardegna. Sin dalle origini la colonia di Turrismanteneva collegamenti marittimi e attività commerciali e di scambio lungo la costa tirrenica della penisola, da Ostia sino alla Campania, aree che si fecero tramite nell’isola della diffusione dei culti che venivano dall’Oriente. Per quanto concerne il Giove Dolicheno si registrò un’intensificazione in epoca severiana; gli imperatori Severi della prima fase, Settimio Severo, Caracalla, il fratello minore Geta e la madre Giulia Domna (193-217), erano particolarmente legati alle divinità di area orientale correlate all’esercito; nel caso del Giove Dolicheno vi era in più l’origine siriana, da Doliche (oggi Aintāb), in quanto l’imperatrice era originaria di Emesa proprio in Siria e figlia di un sacerdote di Baal. Ad un ambito cultuale sembra doversi ascrivere il signaculum, proveniente dal territorio di Tharros forse utilizzato per marchiare il cibo sacro, il cui testo certifica che gli oggetti marchiati da questo contrassegno saranno dedicati a Giove: dic(atus) sum Iov(i) (ELSard, p. 105, B 103).

Bibliografia minima

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[1]A. Mastino, Rustica plebs, id est pagi in provincia Sardinia: il santuario rurale dei Pagani Uneritani in Marmilla”, in Poikilma. Studi in onore di M.R. Cataudella in occasione del 60° compleanno, (a cura di S.M. Bianchetti, Firenze, 2001, pp. 781-814 (con un’appendice di G.i Lilliu su L’archeologia di Las Plassas, pp. 808-814).

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