Grazia Deledda ispiratrice ultima della saggistica di Camillo Bellieni

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Gli ultimi studi su Camillo Bellieni hanno avviato in questi mesi una ripensamento sulla straordinaria figura del fondatore del Partito Sardo d’Azione e  dimostrato che la saggistica di Bellieni dipende per tanti versi negli stessi anni dal linguaggio letterario di Grazia Deledda: come è noto la rivista “Il nuraghe” pubblicò il volume “La Sardegna e i Sardi nella civiltà del mondo antico” a partire dal 1924 (l’edizione completa iniziò a circolare solo quattro anni dopo), mentre l’opera relativa all’alto medioevo restò sostanzialmente inedita fino al 1975; il 10 dicembre 1927 Grazia Deledda otteneva il Nobel per la letteratura. Possiamo segnalare i molti punti di contatto tra le pagine di Camillo Bellieni sulla Sardegna (scritte a Napoli) e la rappresentazione che Grazia Deledda dà dell’isola lontana nelle sue opere. Anche se si muovono su piani diversi Bellieni e Deledda, descrivono la stessa realtà profonda, vista da due prospettive complementari. Bellieni parla spesso della Sardegna come di una terra sospesa tra tradizione arcaica e modernità, ferma e insieme in trasformazione. Questa visione coincide perfettamente con la Deledda, che racconta una Sardegna primitiva, pastorale, mitica, in conflitto con una Sardegna cristiana, morale, europea. In entrambi c’è l’idea dell’isola come realtà antica e latina, insieme selvaggia e civilizzata: Bellieni descrive il sardo come un uomo forte, solitario, legato alla terra, segnato da un destino severo. Deledda (soprattutto in Canne al vento, La madre, Elias Portolu, Cenere)  costruisce personaggi con gli stessi tratti: fatalismo, durezza, senso del dovere, dolore interiore, dignità silenziosa; dunque sopravvive nella Sardegna un’etica arcaica che regola ancora i comportamenti: onore, fedeltà, ospitalità, vendetta, pudore, temi che ruotano intorno a colpa, peccato, espiazione, destino, elementi che Bellieni vede come profondamente radicati nell’identità dell’isola primordiale, indomabile, guerriera. I due condividono negli stessi anni la visione di una Sardegna arcaica e moderna, lo stesso uomo sardo tragico ma dignitoso, la stessa moralità antica, la stessa natura come destino, la stessa idea dell’isola come microcosmo universale. Ripensando da lontano a Thiesi, il paese della sua infanzia Bellieni, ritrova <<l’antico vico romano: la strada principale con le bianche domos allineate, i carri dalle ruote piene giungenti per maledette viottole dai saltos, carichi di grano. Ancora ode il sordo cigolio della macina romana, messa in moto dalla paziente fatica dell’asinello, ed assiste allo svolgersi del rito domestico presso il focolare, nella panificazione, nella tessitura, per opera delle serve e delle clienti, sotto la guida della solenne padrona. Nel sommesso chiacchiericcio delle donne affaccendate egli raccoglie frammenti di frasi latine, che attestano il tenace spirito di conservazione isolano. Invano dunque per questo paese sono passati tanti anni di fatiche, di sogni e di sacrifizi. La Sardegna nel suo tragico isolamento, lontana dalla storia, conserva ancora i suoi abbigliamenti romani. Ma se un canto, modulato su poche note, insistente e nostalgico come una melopea d’origine desertica, rompa l’alto silenzio che incombe sul modesto gruppo di case disperso nella campagna bruciata, il pellegrino della fantasia ritroverà ancora intatta l’anima barbarica dell’antico popolo africano, che si effonde nel seguire le vicende di una intima melodia e conserva come retaggio prezioso ma esterno, l’arabescato monile della sua parlata latina».

Sono pagine letterarie più che opera storica: un altro esempio può essere la scena deleddiana dei carbonai, i nuovi devastatori, che avanzano in fondo al bosco, quando <<s’odono ininterrotti colpi di scure, ripetuti dall’eco, e pare che tutta la foresta ne tremi>>  mentre vengono abbattute <<le piante millenarie, e i carnefici di giorno in giorno si avvicinano al cuore della foresta. L’immagine (Colpi di scure, 1905) ricorda il «nido di vespe», che i Cartaginesi non ritengono opportuno stuzzicare; ma in età romana nei boschi risuonano «le urla degli assalitori avanzanti in catena, come per una immensa battuta di caccia»; verso questo popolo di «aborigeni», che continuano disperatamente «ad insorgere per affermare la loro sfrenata aspirazione alla libertà», Bellieni esprime la sua simpatia, sostenendo che il racconto di quegli avvenimenti «manifesta una viva commozione nell’animo di ogni Sardo».

Attilio Mastino