Il mito e l’archeologia Nazione Sarda: Sardus Pater-Sid-Babai e Sardò dalla Lidia collegata agli Etruschi

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  1. Sardus Pater dio della nazione e le due Sardò

La versione maschile del mito, il Sardus Pater figlio dell’africano Maceride e fratello di Afer, presenta caratteristiche tali da farne un vero e proprio dio della nazione sarda, inserito con Ercole nel pantheon ufficiale, se Ottaviano lo menziona sulle monete che commemoravano il nonno Marco Azio Balbo e se l’imperatore Caracalla verso il 214 d.C. accettò che venisse associato al culto imperiale, che disponeva di un’articolata struttura cittadina (Metalla in territorio di Sulci) e provinciale. Attraverso il restauro severiano dell’antico tempio di Antas (comune di Fluminimaggiore)[1] – che oggi conosciamo molto meglio – abbiamo una testimonianza della vitalità delle antiche tradizioni pagane; il culto salutifero del grande dio eponimo della Sardegna, il Sardus Pater, in realtà è unainterpretatio romana del dio fenicio di Sidone (Sid figlio di Melqart)[2], ma anche dell’eroe greco Iolao padre, compagno di Eracle[3]e probabilmente anche dell’arcaico dio isolanoBabi. In età storica Sardus era effettivamente venerato in Sardegna con l’attributo di Pater, in quanto era considerato il primo ad aver guidato per mare una schiera di colonizzatori giunti dall’Africa e per aver dato il nome all’isola. Il tema è stato affrontato da me in varie occasioni[4], ma è stato oggetto di una quantità di studi che hanno messo in evidenza da un lato le radici preistoriche del culto[5] e dall’altro il ruolo di Ottaviano Augusto e di Caracalla.[6] Sono stati studiati i bronzi votivi[7], la fase repubblicana e le decorazione architettonica fittile[8], i gioielli, alcuni inscritti[9], addirittura le statue di culto[10], le monete[11]. Uguale venerazione era riservata al Sardus Pater fin da età ellenistica nel santuario federale di Delfi in Grecia[12]. Passiamo invece alla versione femminile, completamente distinta e ben più antica: altri filoni del mito rimandano a Sardò, figlia di Stenelo re di Micene, dunque sorella di Euristeo re-padrone di Eracle, con un richiamo all’età micenea e all’assedio dei Sardi a Creta al tempo dell’automa Talos (Hyg. Fab., 275)[13]. Omonima era la Sardò, misteriosa sposa del dio Tirreno, se stiamo ad uno Scolio al Timeo di Platone (25, b, p. 287 Greene), che ricorda come il nome “l’isola dalle vene d’argento” sia stato attribuito a “Sardò”, con l’arrivo di Tirreno, eponimo degli Etruschi (il nome è già in Herod., Hist., V, 106, 124)[14]. Gli studiosi non concordano sulla effettiva priorità del nomeArgyrophleps: in apparenza sembra che i Greci non conoscessero il nome dell’isola in età nuragica: i marinai greci chiamarono l’isola prima Sardò[15] e poi, in un secondo tempo, comunque forse fin dal IX-VIII secolo a.C. Ichnoussa.[16] Tuttavia, Argyrophleps è un appellativo che, come Ichnoussa, “a forma di impronta”, sottintende “Isola” (la Sardegna), dunque ricca di miniere d’argento. Per i Greci non sono mai esistiti abitanti della Sardegna al di fuori dei Sardòi (aggettivoSardonìoi), nomi piuttosto simili al termine Shrdn usato dai Fenici nel sec. IX (stele di Nora)[17]. Non c’è da meravigliarsi se, stando a Pausania (X, 17,1-2), il nome fu assegnato all’isola dal dio Sàrdos già al tempo in cui gli uomini abitavano in capanne e caverne e non conoscevano le città. I Greci, che ignoravano il nome dato all’isola dai primitivi Indigeni, ben sapevano quello dato da Sàrdos, benché la chiamassero poeticamente o strategicamente Ichnoussa o Sandaliotis o Argyrophleps nesos, così come Callimaco e Tucidide usavano per la Sicilia anche il termine Trinakria[18]. È palese che Sardò è la personificazione dell’Isola, come lo è parimenti Medusa;solo in relazione a questo nesonimo sono identificati gli abitanti, i Sardi[19].

Passiamo alla versione femminile, completamente distinta e ben più antica: altri filoni del mito rimandano a Sardò, figlia di Stenelore di Micene, dunque sorella di Euristeore-padrone di Eracle, con un richiamo all’età micenea e all’assedio dei Sardi a Creta al tempo dell’automa Talos.  Omonima era la Sardò, misteriosa sposa del dio Tirreno, se stiamo ad uno Scolio al Timeodi Platone che ricorda come il nome “l’isola dalle vene d’argento” sia stato attribuito a “Sardò”, con l’arrivo di Tirreno, eponimo degli Etruschi (il nome è già in Erodoto). Gli studiosi non concordano sulla effettiva priorità del nomeArgyrophleps: in apparenza sembra che i Greci non conoscessero il nome dell’isola in età nuragica: i marinai greci chiamarono l’isola prima Sardòe poi, in un secondo tempo, comunque forse fin dal IX-VIII secolo a.C. Ichnoussa.  Tuttavia, Argyrophlepsè un appellativo che, come Ichnoussa, “a forma di impronta”, sottintende “Isola” (la Sardegna), dunque ricca di miniere d’argento. Per i Greci non sono mai esistiti abitanti della Sardegna al di fuori dei Sardòi(aggettivoSardonìoi), nomi piuttosto simili al termine Shrdnusato dai Fenici nel sec. IX (stele di Nora).

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Una differente versione ci fa conoscere Sardò, Sorella di Kurnos re dei Liguri, amante di Faethone, figlio di Sthenelos, sempre collegata a Sardeis capitale della Lidia (età: primo ferro – orientalizzante).


[1] G. Garbati, “Il Tempio di Antas”, in Il tempo dei Fenici. Incontri in Sardegna dall’VIII al III secolo a.C., a cura di C. Del Vais, M. Guirguis, A. Stiglitz, Nuoro, Ilisso, 2019, pp. 296-301; G. Manca di Mores, “Il paesaggio come identità del potere: la valle di Antas e la decorazione architettonica fittile del tempio. Osservazioni preliminari”, in Africa romana. Trasformazione dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, vol. 2, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Atti del XIX convegno di studio (Sassari, 16-19 dicembre 2010), Roma, Carocci, 2012, pp. 1727-1738; G. Manca di Mores, “Iconografie tra mondo punico e romano nell’altorilievo fittile del tempio del Sardus Pater ad Antas”, in Dal Mediterraneo all’Atlantico: uomini, merci, idee tra Oriente e Occidente, Atti dell’VIII Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici (Carbonia-Sant’Antioco, 21-26 ottobre 2013), a cura di M. Guirguis, vol. II, Pisa-Roma, Fabrizio Serra editore, 2018, pp. 293-297 (Folia Phoenicia, 2); G. Manca di Mores, Antas, il tempio del Sardus Pater, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 364-367; G. Rocco, “Il tempio romano”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2019, pp. 163-184. (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale). Vd. anche R. Zucca, Il tempio di Antas, Sassari, Carlo Delfino editore, 1989 (Sardegna Archeologica. Guide e Itinerari, 11); Id., Il tempio di Antas, in A. Moravetti (a cura di), La Sardegna. I Tesori dell’archeologia, 3, Sassari 2011, pp. 161-184; Id. (a cura di), Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2019 (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale). Vd. anche E. Acquaro, F. Barreca, S. M. Cecchini, D. Fantar, M. Fantar, M.G. Guzzo Amadasi, S. Moscati, Ricerche puniche ad Antas. Rapporto preliminare della Missione archeologica dell’Università di Roma e della Soprintendenza alle Antichità di Cagliari, Roma, 1969 (Studi Semitici, 30); P. Bernardini, A. Ibba, Atti “Il santuario di Antas fra Cartagine e Roma”, nel volume “Sacrum nexum”: alianzas entre el poder político y la religión en el mundo romano, a cura di Javier Cabrero Piquero e Luca Montecchio (Thema Mundi, 7), Madrid-Salamanca, Signifer Libros, 2015, pp. 75-138; P. Bernardini, L.I. Manfredi, G. Garbini, “Il Santuario di Antas a Fluminimaggiore: nuovi dati”, in Phoinikes Bshrdn. I Fenici in Sardegna. Nuove acquisizioni, a cura di P. Bernardini, R. D’Oriano, P.G. Spanu, Oristano, S’Alvure, 1997, pp. 105-113.

[2] C. Grottanelli, “Melqart e Sid fra Egitto, Libia e Sardegna”, in Rivista di Studi Fenici, I, 2, 1973, pp. 153-164.

[3] M.A. Minutola, “Originali greci dal tempio di Antas”, in Dialoghi di Archeologia, 9-10, 1977, pp. 399-438.

[4] A. Mastino, “I decenni tra l’esilio in Sardegna di Callisto e quello di Ponziano: i rapporti tra cristiani e pagani e la ricostruzione del tempio nazionale del Sardus Pater presso i metalla imperiali”, in Atti della Pontificia Accademia romana di Archeologia (Serie III), Rendiconti, LXXXVIII, 2015-16, pp. 159-185; Id., “L’iscrizione latina del restauro del tempio del Sardus Pater ad Antas e la problematica istituzionale”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, sud Sardegna), a cura di Raimondo Zucca, Accademia Nazionale dei Lincei, Monumenti Antichi, Serie miscellanea, volume XXIV (79 della Serie Generale), Roma 2019, pp. 199-240

[5] P. Bernardini, “La necropoli nuragica”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2019, pp. 7-34 (Accademia Nazionale dei Lincei, Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale): G. Ugas, G. Lucia, “Primi scavi nel sepolcreto nuragico di Antas”, in La Sardegna nel Mediterraneo tra il II ed il I millennio a.C., Atti del II Convegno di studi (Selargius-Cagliari, 27-30 novembre 1986), Cagliari, CIS, 1987, pp. 255-277.

[6] P. Bernardini, Il culto del Sardus Pater ad Antas e i culti a divinità salutari e soteriologiche, in Insulae Christi, Il Cristianesimo primitivo in Sardegna, Corsica e Baleari, a cura di P.G. Spanu, Oristano 2002, pp. 17-25; G. Manca di Mores, “Il Sardus Pater ad Antas e la tarda repubblica romana”, in Africa romana. Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni, a cura di P.Ruggeri, Atti del XX Convegno internazionale di studio (Alghero- Porto Conte Ricerche, 26-29 settembre 2013), Roma, Carocci editore, 2015, pp. 1933-1941.

[7] S. Angiolillo, “Bronzi votivi di età romana provenienti da Antas”, in Carbonia e il Sulcis. Archeologia e territorio, a cura di V. Santoni, Oristano, S’Alvure, 1995, pp. 329-341: Ead., “Gli ex voto in bronzo”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider, 2019, pp. 241-265 (Accademia Nazionale dei Lincei, Monumenti Antichi, Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale).

[8] G. Manca di Mores, “Il Sardus Pater e la decorazione architettonica fittile”, in MEIXIS. Dinamiche di stratificazione culturale nella periferia greca e romana, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, C. Pilo, Atti del convegno internazionale di studi “Il sacro e il profano” (Cagliari, Cittadella dei Musei, 5-7 maggio 2011), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2012, pp. 189-203 (Archaeologica, 169): Ead., “Le terrecotte architettoniche e la fase repubblicana”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2019, pp. 89-149 (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale).

[9] P.B. Serra, Su un anello d’argento da Antas-Fluminimaggiore e su un sigillo in bronzo da Scano Montiferro, L’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 1943-1960.

[10] M. Torelli, “Un frammento delle statue di culto”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas, a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2019, pp. 151-162 (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale).

[11] A. . Ibba, “Per parole e per immagini: la propaganda fra Cesare e Augusto in Africa e Sardinia (iscrizioni, monete, monumenti), in Tra la Tarda repubblica e l’Età augustea: economia, politica e religione nell’epigrafia latina di Hispaniae, Galliae, Africa, Grecia, Quasar, c.s.

[12] M. Torelli, “La statua del Sardus Pater a Delfi”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider, 2019, pp. 281-288 (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale).

[13] Ugas, L’alba dei nuraghi, cit., pp. 19-21.

[14] Didu, I Greci e la Sardegna, il mito e la storia, cit., p. 35.

[15] Per tutti: S. Ribichini, Il riso sardonico, storia di un proverbio antico, Sassari 2003.

[16] R. Zucca, I Greci e la Sardegna in età arcaica nel contesto mediterraneo, in AA.VV., Etruria e Sardegna centro-settentrionale tra l’età del Bronzo Finale e l’Arcaismo, Atti del XXI Convegno di Studi Etruschi e Italici, Pisa-

Roma 2002, pp. 111-121; Ugas, L’alba dei nuraghi, cit., p. 47 n. 33; 2016, pp. 398-400.

[17] Per le proposte di identificazione dei Sardi anche col popolo degli Shardana o Sherdanw, noto in Egitto, Biblo (šrdn), Ugarit e Caria fin dalla prima metà del XV secolo a.C., sono note le posizioni di Ugas, Shardana e Sardegna, cit.

[18] Basti ricordare che Omero mette nella mente di Ulisse già nell’Odissea (XX, 301-302) il “riso Sardonico” (θύμος σαρδώνιος), nello stesso tempo in cui i Fenici, come detto chiamavano l’isola Shrdn.

[19] Essa rivelerebbe la presenza di suoi abitanti nella Grecia micenea al tempo di Euristeo e suggellerebbe la relazione tra la Sardegna e la Tyrrenia (la Toscana, l’Etruria), al tempo dell’eroe lidio Tirreno ideato da Erodoto (I, 94) (Ugas, Shardana e Sardegna, cit., pp. 675-678.), stando al citato Scolio al Timeo Platonico; in remoti tempi secondo Strabone (V, 2, 7).