La povera economia della Sardegna romana

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La povera economia della Sardegna romana.

La monocoltura cerealicola è apparsa finora come l’elemento fondamentale che finì per caratterizzare e determinare il «sottosviluppo» economico della Sardegna in età romana, aggravato dall’imposizione di uno stipendium, un tributo che Cicerone considerava quasi victoriae praemium ac poena belli, una specie di ricompensa per la vittoria romana e di punizione per la guerra fatta dai Sardi e dai Siciliani contro i Romani (in Verrem, 2, 3, 12): la specializzazione nella produzione quasi esclusiva di frumento per la panificazione[1] è apparsa come la principale eredità del periodo punico, se è vero che i Cartaginesi avevano proibito, con la minaccia della pena di morte, la piantagione di alberi da frutto nell’isola, allo scopo di garantire il grano per gli eserciti punici; tale specializzazione in realtà non vi fu e non sempre risponde alla realtà un abbandono delle altre produzioni: oggi sappiamo che <<le numerose fattorie e villaggi scoperti e ancora da esplorare nelle campagne sarde, rappresentano non solo attività economiche ma altrettanto informano sulla vita sociale delle comunità che qui vivevano>>[2]. Cambia dunque la riflessione storica sulla competitività ed i commerci[3], sulle caratteristiche dello sfruttamento coloniale[4] e sulla subordinazione economica e politica con un aumento delle diseguaglianze sociali in età romana[5].

Tale orientamento continuò in età romana: l’isola garantiva i rifornimenti alla capitale ed agli eserciti dislocati in Africa ed in Oriente, ai quali veniva destinata la decima sarda pagata in frumento (valutata attorno al milione di moggi, cioè a circa 9 milioni di litri), anche se carestie ed altre calamità naturali in qualche occasione resero la produzione del tutto insufficiente, anche a causa degli arcaici mezzi utilizzati per la lavorazione del terreno e la produzione[6]. Già in età repubblicana si calcola una produzione complessiva di oltre 10 milioni di moggi di grano, pari ad 87 milioni di litri: il grano sardo era considerato di buona qualità, con un peso consistente, di 20 libbre e mezzo per moggio, pari a 6,7 kg.[7] Per Cicerone la Sardegna andava considerata uno dei tria frumerntaria subsidia Rei Publicae assieme alla Sicilia e all’Africa (De imperio Cn. Pompei, 34)[8].

 È sicuro che durante la repubblica l’agricoltura sarda doveva essere ben poco sviluppata, se in alcune occasioni non riusciva a garantire neppure l’autosufficienza alimentare. L’estensione dei campi abbandonati alla fine del I secolo a.C. raggiungeva in Sardegna secondo Varrone (1, 16,2) una dimensione notevole in alcune località (forse vicine ad Uselis oppure ad Olbia), anche a causa del brigantaggio. Strabone (5, 2, 7) sostiene che le razzie dei popoli montani (gli Iolei-Diaghesbei) costituivano, assieme con la malaria, un grave inconveniente che riduceva i vantaggi dei suoli adatti alla coltivazione del grano.

La situazione dové comunque col tempo modificarsi, soprattutto grazie all’attività dei colonizzatori romano-italici ed in conseguenza dell’ampliamento della conquista, che impose nuovi modelli insediativi ed obbedì a nuove strategie di popolamento: fu allora promossa su vasta scala la piantagione di alberi da frutto; si diffuse l’olivicoltura[9], la viticoltura[10], la produzione di agrumi; lo scrittore Palladio attesta forse nel V secolo la coltivazione di cedri nell’isola ed in particolare nel territorio di Neapolis[11], dove dovevano essere conosciute le tecniche per la stagionatura del legno di pino e dove si costruivano case con mattoni (lateres) di paglia e fango, gli attuali “ladiris” del Campidano[12].

 Il retroterra di Turris – la Romania – cioè il territorio abitato dai Romani, da proletari e da militari congedati, ben distinto dalla Barbaria occupata dai Sardi scarsamente romanizzati, conosceva un insediamento sparso abbastanza eccezionale nell’isola; in particolare la pertica di Turris era stata suddivisa fin dalla fine del I secolo a.C. in diverse centinaia di piccole parcelle, assegnate in proprietà ai coloni immigrati: purtroppo è mancata fino ad oggi un’accurata indagine digitale finalizzata a chiarire le dimensioni dei singoli lotti e soprattutto l’orientamento in rapporto ai punti cardinali dei decumani e dei cardines. Numerose fattorie ed agglomerati rustici sorsero accanto alle abbandonate costruzioni megalitiche preistoriche e protostoriche che segnavano profondamente il paesaggio (i nuraghi, le tombe dei giganti, i pozzi sacri attribuiti dalla tradizione al mitico Dedalo): alcuni impianti produttivi (frantoi per la lavorazione delle olive, torchi, pigiatoi e vasche per il vino)[13] sono ora identificati ad esempio presso il nuraghe di Lu Luzzani in comune di Sassari; la produzione vinicola dall’età preistorica è del resto ben documentata come a Sa Osa di Cabras[14]; un vero e proprio laboratorio enologico è stato impiantato in età romana nell’area del nuraghe Arrubiu di Orroli: abbiamo mille testimonianze del “riuso dei nuraghi” o meglio della “riappropriazione” in termini nuovi dei monumenti dell’età del bronzo, della loro rifunzionalizzazione[15].

Soprattutto grazie all’attività degli immigrati (abbiamo citato a puro titolo di esempio al § 6 i Falesce quei in Sardinia sunt arrivati dall’Etruria meridionale, i Buduntini dell’Apulia; i Siculenses, il negotians Gallicanus di Carales, i coloni di Turris Libisonis, di Tharros e di Uselis, i soldati, in particolare i legionari, i marinai della flotta, ecc.), durante l’età imperiale l’economia sarda appare più florida, in seguito allo sviluppo del colonato ed allo sfruttamento intensivo delle campagne: l’Expositio totius mundi definisce ormai la Sardinia ditissima fructibus et iumentis et est valde splendidissima[16]. Si andò affermando un’aristocrazia terriera molto ristretta e gelosa dei propri privilegi. L’economia schiavistica (con gravi conflitti sociali) fu favorita da alcuni fattori: le caratteristiche del suolo e del clima, l’assenza di piogge abbondanti, la stagionalità legata all’infierire della malaria, che scoraggiava le immigrazioni soprattutto estive, l’ampiezza delle terre incolte, la presenza di terreni silvestri e palustri, le enormi dimensioni assunte dal latifondo, lo sviluppo delle proprietà imperiali gestite da appaltatori[17]: i provvedimenti presi nel 334 d.C. da Costantino sulla ricostituzione delle famiglie di schiavi[18] hanno fatto supporre l’esistenza nell’isola di gravi conflitti sociali e comunque di profondi malumori. Costantino, con l’intento di ridurre l’estensione delle terre incolte e ridare sicurezza alle campagne, decise il trasferimento delle terre di proprietà imperiale dalla conduzione diretta ad una gestione in enfiteusi; ma i vantaggi ottenuti non dovettero essere eccezionali. D’altra parte per la Sardegna la mitica fertilità dell’isola d’occidente esaltata dalle fonti[19] è in realtà alquanto da ridimensionare, dal momento che i coloni e la plebe ruralecitata in una costituzione di Giuliano[20] vivevano in una condizione spesso peggiore di quella degli stessi schiavi ed erano obbligati a svolgere una serie di prestazioni obbligatorie[21].

La colonizzazione romano-italica causò in alcuni casi la parcellizzazione delle risorse e l’espropriazione dei terreni occupati dagli indigeni, spesso chiusi in nuovi confini ed impediti nelle tradizionali attività pastorali, che anche in ragione della natura dei suoli imponevano un minimo di nomadismo. Fu per questi motivi che nell’isola si sviluppò un’attività artigianale molto limitata e comunque non competitiva[22], forse non sufficientemente motivata da un punto di vista economico e comunque debole e priva di una tradizione qualitativa riconosciuta ed apprezzata sul mercato. È espressamente menzionata l’attività tessile erede di tradizioni puniche legate alla lavorazione della porpora[23] e la produzione del lino sardonico (che meno probabilmente proviene da Fasi nella Colchide, oggi Poti in Georgia)[24]; in particolare il grammatico Polluce parla nel II secolo d.C. di un lino speciale adatto per l’abbigliamento, un sardonikòs chitón, e per tessere reti per la caccia o per la pesca che può essere acquistato in Sardegna perché Sardonikòs significa dalla Sardegna e non della Colchide (Polluce, 5, 26); più volte abbiamo notizia della fornitura militare di toghe e di tuniche originariamente di uso civile (Livio, 30, 3, 1; Plutarco, Gaio Gracco, 2, 2).

L’abbigliamento più tipico della Sardegna era però la caratteristica mastruca,la veste fatta di pelli di capra, mostruosa se per Isidoro (20, 23, 5) «coloro che la indossano assumono le sembianze di un animale»: d’estate era indossata con il pelo verso l’esterno, d’inverno al contrario, disprezzata da Cicerone[25]. A parte i tessuti spesso colorati con la «tintura sardiniaca» ed il bisso conosciuto come la lana marina, ricavata da un mollusco, la pinna nobilis, sicuramente prodotta nell’isola ancora all’inizio dell’età medievale, per la sottoveste, conduri de rocca: la stessa lana marina, il prezioso bisso, che papa Leone IV chiedeva gli venisse inviato dalla Sardegna nell’851 a qualsiasi prezzo. Altre attività artigianali documentate archeologicamente sono quelle per la produzione ceramica[26], del vetro[27], del metallo; conosciamo l’attività di alcune zecche locali per la produzione di monete[28]. In epoca tardoantica lo sviluppo di scuole artigianali è più evidente[29].

Le fonti letterarie ci forniscono molti dettagli sul paesaggio della Sardegna, in particolare sulla vegetazione (i pini, i cedri, le querce) e sulla fauna, ricca di grandi greggi di pecore e capre e di mandrie di buoi[30]: i mufloni innanzi tutto (mousmónes-ophìones-sirulugi), che sono un po’ il simbolo di una biodiversità avvertita in modo consapevole già nel mondo antico: essi erano somiglianti ai cervi solo per il loro pelame, ma di stazza più ridotta[31]; ma non mancavano neppure i cervi[32]; e poi la gromphaena-fenicottero simile alla gru e gli altri uccelli misteriosi[33], le selezionate razze di cavalli e di animali da soma, muli e giumenti[34], gli insetti velenosi che diventano più violenti e aggressivi sotto la calura del sole come la solìfuga, i tonni golosi di ‘ghiande marine’ prodotte nei mari sardi, i cetacei o gli arieti di mare, forse del genere orca gladiator. Le informazioni che ci sono rimaste contribuiscono a definire l’ambiente naturale della Sardegna antica ed il paesaggio modificato dall’uomo, con le sue bellezze selvagge ed i suoi problemi, tra cui in primo piano il clima malsano che provocava la malaria, quella pestilentia che colpiva soprattutto gli immigrati, militari e civili[35].

La scarsa urbanizzazione della Sardegna (l’urbanesimo introdotto dai Fenici ebbe uno sviluppo limitato ad alcune aree costiere) e la caratteristica degli insediamenti favorivano lo sviluppo di un’economia latifondistica, basata sulla monocoltura cerealicola, che richiedeva l’impiego di numerosa mano d’opera servile. Il protezionismo italico limitava enormemente la produzione di olio e di vino nell’isola[36], per quanto sia documentata da Palladio la piantagione di alberi da frutto. L’attività pastorale alimentava invece le produzioni casearie di qualità[37].

 Per il basso impero si è parlato di «deromanizzazione», cioè di imbarbarimento progressivo, un fenomeno accelerato dalla crescita del latifondo, dal fiscalismo, dalla rovina dell’ordine dei curiali (le vecchie aristocrazie cittadine) e dalla sistematica spoliazione delle risorse: a Turris Libisonis nelle fasi tarde è ipotizzato l’arrivo in città di elementi indigeni, che hanno introdotto antiche forme di economia e di produzione nella colonia di cittadini romani; con la decolonizzazione, con il calo delle iniziative esterne e degli investimenti, la Sardegna dimostrò come la romanizzazione era stata in certi casi un fatto superficiale, che poteva regredire rapidamente, proprio per la mancanza di un processo autonomo di maturazione; alcune città conobbero un processo di ruralizzazione ed un improvviso restringimento del perimetro urbano e si svuotarono lentamente, trasformandosi in piccoli accampamenti fortificati; nelle campagne è noto il caso dei Barbaricini che, secondo un’affermazione di Papa Gregorio Magno (a. 593), vivevano «come insensati animali» ed adoravano idoli costruiti in pietra od in legno[38]; in alcuni casi si può parlare di fenomeni di «difesa culturale» e di una naturale regressione delle popolazioni indigene ai livelli più antichi. Tutto ciò può essere articolato sul piano geografico e sul piano diacronico, con le opportune puntualizzazioni e precisazioni, distinguendo le classi inferiori e le classi sociali più elevate, gli abitanti delle città, la popolazione rurale delle ville e le tribù autoctone semi-nomadi.

Le iscrizioni possono informare sulla vita media delle persone commemorate nei testi, non su quella di intere popolazioni. La speranza di vita alla nascita doveva essere decisamente inferiore a 35 anni, ma l’elevata mortalità doveva essere compensata da altrettanto elevati livelli di natalità. Comunque chi superava i 10 anni, soprattutto se uomo (per le donne c’era il problema delle gravidanze), aveva ottime possibilità di vivere oltre i 37 anni, anche se doveva registrarsi  una gravissima mortalità infantile; ciò almeno se si accettano i dati biometrici presentati dalle iscrizioni, che riflettono specifiche tradizioni culturali locali[39]. In alcune aree però emerge la presenza di centenari o comunque una significativa longevità di alcuni sardi vissuti in età romana[40]: si possono citare i casi di [T]arcisius o Narcisius, figlio di Tarinci ad Ula Tirso morto nel II secolo d.C. a 115 anni[41]; oppure Monioritini ad Ula Tirso (probabilmente una donna), 106 anni[42]. A Fordongianus conosciamo una Belsa figlia di Caritus che morì a 101 anni[43].  Esistevano poi molti nonagenari ed ottuagenari.


[1] T. Cossu, “Il pane in Sardegna dalla preistoria all’età romana”, in Pani. Tradizione e prospettive della panificazione in Sardegna, Nuoro, Ilisso, 2005, pp. 52-59.

[2] Vd. però un radicale aggiornamento in P. Van Dommelen, C. Gómez Bellard, Le attività agricole, in Il tempo dei Fenici, incontri in Sardegna dall’VIII al III secolo a.C., a cura di C. Del Vais, M. Guirguis, A. Stiglitz, Nuoro 2019, pp. 108-113. Vd. già C. Vismara, “La “romanisation” des campagnes sardes: un bilan des recherches récentes”, in Changing Landscapes. The impact of Roman towns in the Western Mediterranean, a cura di C. Corsi, F. Vermeulen, Proceedings of the International Colloquium (Castelo de Vide-Marvão 15th-17th May 2008), Bologna, Ante Quem, 2010, pp. 47-68.

[3] G. Ugas, R. Zucca, Il commercio arcaico in Sardegna, Cagliari 1984.

[4] Per le caratteristiche dello sfruttamento coloniale romano giudicato forse troppo severamente, vedi V.A. Sirago, Aspetti coloniali dell’occupazione romana in Sardegna, in Sardinia antiqua.Studi in onore di Piero Meloni in occasione del suo settantesimo compleanno, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1992, pp. 239 ss.

[5] Per la produzione di grano nella Sardegna punica, vedi R.J. Rowland jr., Sardinia provincia frumentaria, in Le ravitaillement en blé de Rome et des centres urbains des débuts de la République jusqu’au Haut-Empire, Actes du colloque international de Naples 1991 (Coll. CJB,11-Coll. EFR, 196), Napoli-Roma 1994, pp. 255-260; A. Piga, M.A. Porcu, Flora e fauna della Sardegna antica, «L’Africa Romana», VII, Sassari 1990, pp. 572-4; L. I. Manfredi, La coltura dei cereali in età punica in Sardegna e Nord Africa, in «Quaderni della Soprintendenza archeologica per le Province di Cagliari e Oristano», X, 1993, pp. 191-218; C. Lilliu, Cereali e macine della Sardegna antica. Guida all’esposizione. Museo Civico Genna Maria-Villanovaforru, Cagliari 1999; T. Cossu, Il pane in Sardegna dalla preistoria all’età romana, in AA.VV., Pani. Tradizioni e prospettive della panificazione in Sardegna, Nuoro 2005, pp. 52-59; .L.I. Manfredi, Il grano e l’orzo fra Nord-Africa e Sardegna, «NBAS», 5, 1993-95 (2002), pp. 219-275; vedi anche G. Marasco, L’Africa, la Sardegna e gli approvvigionamenti di grano nella tarda repubblica, in L’Africa Romana, IX, Sassari 1992, pp. 651-660. Per l’età imperiale, vedi A.M. Colavitti, Per una storia dell’economia della Sardegna romana: grano e organizzazione del territorio. Spunti per una ricerca, in L’Africa Romana XI, Sassari 1996, pp. 643-652.

[6] B. Fois, Attrezzi da lavoro e macchine semplici nelle campagne sarde fra tardo antico e altomedioevo, in “L’Africa Romana”, 8, Atti dell’VIII convegno di studio, Cagliari 14-16 dicembre 1988, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1991, pp. 713-718.

[7] E. Cruccas, L’oro dei campi, Grano e panificazione, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 199-201. Vd. già A. Meloni, La Sardegna romana, Chiarella, Sassari 1990, pp. 107 ss.

[8] V.A. Sirago, Storia agraria romana, I, Fase acensionale, Liguori, Napoli 1995, p. 187-200.

[9] A. Mastino, “La produzione e il commercio dell’olio nella Sardegna antica”, in Olio sacro e profano: tradizioni olearie in Sardegna e Corsica, a cura di M. Atzori, A. Vodret, Sassari, 1995, pp. 60-76. Vd. E. García Vargas, R. Rui de Almeida, H. González Cesteros, “Los tipos anfóricos del Guadalquivir en el marco de los envases hispanos del siglo I a.C. Un universo heterogéneo entre la imitación y la estandarización”, in SPAL Revista de Prehistoria y Arqueología, 20, 2011, Sevilla 2011, pp. 185-283.

[10] A. Vodret, Sardinia Insula vini, Sassari, 1993; P. Ruggeri, “La Viticoltura nella Sardegna antica”, in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigrafia, Sassari, 1999, pp. 131-149; R. Zucca, Le anfore vinarie tra l’arcaismo e l’ellenismo, p. 20; I triclinia, p. 33; Tharros e il vino, pp. 34-5 in Aa. Vv., Thyrsos. Il vino e la vite nella Sardegna antica, Oristano 1999: P. Bernardini, “Bere vino in Sardegna: il vino dei Fenici, il vino dei Greci”, in Il greco, il barbaro e la ceramica attica: immaginario del diverso, processi di scambio e autorappresentazione degli indigeni, a cura di R. Panvini, F. Giudice, Roma, 2003, pp. 191-202; M. Sanges, La vite e il vino in Sardegna dalla preistoria alla fine del mondo antico, Nuoro, 2010; D. D’Orlando, Fare il vino nella Sardegna romana: artigianato e trasmissione dei saperi da alcuni contesti produttivi dell’isola, in Ancient and modern knowledges. Transmission of models and techniques in the artistic and handicraft products in Sardinia through the centuries, a cura di R. Martorelli, Saggi di archeologia e Antichistica, 1, Unicapress/ricerca, Cagliari 2022, pp. 265-288. Per l’epoca fenicia: M. Botto, “La produzione del vino in Sardegna tra Sardi e Fenici: lo stato della ricerca”, in Rivista di Storia dell’Agricoltura, 56, 1-2 (2016), pp. 79-96.

[11] R. Zucca, Palladio e il territorio neapolitano in Sardegna, Quaderni Bolotanesi, 16, 1990, pp. 279-290; Id., Palladio ed il territorio neapolitano, AA. VV., Scavo didattico delle terme romane di Terra ‘e Fucca, Oristano 1990, pp. 30-40.

[12] R. Zucca, I laterizi della Sardegna in età fenicio-punica e romana, Atti del Convegno «La ceramica artistica d’uso e da costruzione nell’Oristanese dal Neolitico ai nostri giorni», Oristano 1995, pp.169-175.

[13] M. Sanges, La vite e il vino in Sardegna dalla preistoria alla fine del mondo antico, Nuoro, 2010; C. Loi, Pressoi litici in Sardegna tra preistoria e tarda antichità, Roma, Scienze e Lettere, 2017 (Fecit te, 9).

[14] A. Usai, N. Garnier, L’insediamento nuragico di Sa Osa (Cabras – OR). Nuovi dati su materiali organici e analisi chimiche, in Manger, boire, se parfumer pour l’eternité, D. Frère, B. Del Mastro, P. Munzi et al. (cur.), Napoli 2021, pp.293-301.

[15] M. Sanges, “Il nuraghe Arrubiu di Orroli (Nu)”, in Dieci anni di attività nel territorio della Provincia di Nuoro, Nuoro, Cooperativa Grafica Nuorese, 1985, pp. 64-67. Per il c.d. “riuso dei nuraghi” in età romana e vandala, vedi ad esempio il caso di Genoni: F. Campus, F. Guido, V. Leonelli, F. Lo Schiavo, M.G. Puddu, La “rotonda” di Corona Arrubia (Genoni, Nuoro). Un nuovo tipo di tempio nuragico, “Bollettino di archeologia”, 43-44-45, 1997 [2003], pp. 1 ss.; vedi anche il caso del nuraghe di Li Luzzani in comune di Sassari, D. Lissia, ibid., pp. 135 s.; per il laboratorio enologico del nuraghe Arrubiu di Orroli, vedi M. Sanges, F. Lo Schiavo, Orroli (Nuoro), Nuraghe Arrubiu. Gli interventi di scavo dal 1992 al 1997, ibid., pp. 279 ss. Per Sorso: P. Longu, “Materiali di età romana dal nuraghe “La Varrosa” a Sorso (SS)”, in “Archivio Storico Sardo”, 50, 2015, pp. 55-140. Vd. anche: M.A. Fadda, Nurdole, Un tempio nuragico in Barbagia. Punto d’incontro nel Mediterraneo, “RSt.Fen.”, 19, 1991, pp. 107-119; G. Maisola, Paesaggi del Montiferru meridionale e del Campidano di Milis. Continuità e trasformazioni tra I e VII secolo, L’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 2021-2040; M. Madau, Presenze puniche e romano-repubblicane in Planargia (scavi di Tres Bias, Tinnura- NU), in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 961-972; Id., Cultura punica fra città e campagna nella provincia di Sassari, in “L’Africa Romana, VII”, Atti del VII Convegno di studio, Sassari, 15-17 dicembre 1989, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1990, pp. 513-518; C. Lilliu, “Un culto di età punico-romana nel Genna Maria di Villanovaforru”, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica per le province di Cagliari e Oristano, 5, 1989, pp. 109-127; V. Santoni, P.B. Serra, F. Guido, Il nuraghe Cobulas di Milis-Oristano: preesistenze e riuso, in “L’Africa Romana”, 8, Atti dell’VIII convegno di studio, Cagliari 14-16 dicembre 1988, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1991, pp. 941-989; P. Bartoloni, Aspetti protostorici di epoca tardopunica e romana nel Nord Africa ed in Sardegna, in “L’Africa Romana, 5”, Atti del V convegno di studio, Sassari 11-13 dicembre 1987, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1988, pp. 345-349; F. Delussu, A. Ibba, Un frammento ceramico con iscrizione LEON[—] dall’insediamento romano di Nuraghe Mannu (Dorgali, Nuoro)”, nel volume L’Africa romana, I luoghi e le forme dei mestieri e delle produzioni nelle province africane. Atti del XVIII convegno di studio (Olbia, 11-14 dicembre 2008), a cura di Marco Milanese, Paola Ruggeri, Cinzia Vismara, Roma, Carocci, 2010, pp. 2139-2154; E. Usai, V. Marras, Santu Miali di Pompu (Oristano): il riuso del complesso nuragico, L’Africa Romana XVI, Mobilità delle persone e dei popoli, dinamiche migratorie, emigrazioni ed immigrazioni nelle province occidentali dell’Impero romano, Rabat 2004, a cura di A. Akerraz, P. Ruggeri, A. Siraj, C. Vismara, Carocci Roma 2006, pp. 2495-2512; A. Usai, A.L. Sanna, “Momenti di occupazione e ristrutturazione nel nuraghe Orgono di Ghilarza (OR)”, in Daedaleia. Le torri nuragiche oltre l’età del Bronzo, a cura di E. Trudu, G. Paglietti, M. Muresu, Atti del Convegno di studi (Cagliari, Cittadella dei Musei, 19-21 aprile 2012), 2016, pp. 107-127 (Layers. Archeologia Territorio Contesti, 1). Vd. infine A. Moravetti (a cura di), Il nuraghe Santu Antine nel Logudoro-Meilogu, Sassari, Carlo Delfino editore, 1988. Vd. ora G. Marras, D. D’Orlando, Il complesso merdionale dell’area archeologica del nuraghe San Pieetro di Torpè nel contesto dei siti rurali romani e tardoantichi della Sardegna, Facta. A Journal of Late roman medieval and post-medieval material culture studies, ed,. Milanese, XVIII, 2024, Pisa-Roma 2024, pp. 95-131 (Sant’Efis di Orune, Nuraghe Marfudi di Barumini, villaggio di epoca romana di Baracci Superiore a Nurri, Villaggio di epca romana di Cote Lucetta di Esterzili).

[16] Sulla mitica eudaimonìa della Sardegna antica, vedi M. Giacchero, Sardinia ditissima et valde splendidissima, «Sandalion», V, 1982, pp. 223-232.

[17] A. Mastino, R. Zucca, Le proprietà imperiali della Sardinia, AA. VV., Le proprietà imperiali nell’Italia romana. Economia, produzione, amministrazione, Atti del Convegno, Ferrara-Voghiera 3-4 giugno 2005, a cura di D. Pupillo, Firenze 2007, pp. 93-124.

[18] Codex Theod. II, 25,1.

[19] L. Santi Amantini, Alcuni attributi della Sardegna nella tradizione letteraria da Erodoto a Procopio, in L’Africa Romana, VIII, Sassari 1991, pp. 639 ss.

[20] Cod. Theod. VIII, 5, 16 (datato al 25 novembre 363, dunque dopo la morte di Giuliano).

[21] G. Giliberti, Servus quasi colonus: Forme non tradizionali di organizzazione del lavoro nella società romana, Jovene, Napoli 1981.

[22] C. Del Vais (a cura di), Architettura arte e artigianato nel Mediterraneo dalla Preistoria all’Alto Medioevo. Atti della Tavola Rotonda Internazionale in memoria di Giovanni Tore (Cagliari, 17-19 dicembre 1999), a cura dell’Associazione Culturale “Filippo Nissardi”, Oristano 2001; B.M. Giannattasio, Le attività artigianali, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 232-239. Naturalmente il tema si può articolare in sede locale: L. Grasso, Tradizione artigiana italica e imitazioni locali. Alcune osservazioni sulla ceramica da cucina dall’area C di Nora (Cagliari), L’Africa romana XVIII: i luoghi e le forme dei mestieri: atti del 18. Convegno di studio, 11-14 dicembre 2008, Olbia, Italia. Roma 2010, Carocci editore, pp. 1479-1488. Vd. anche L. Pani Ermini, R. Zucca, L’età paleocristiana e altomedievale. La produzione artigianale e l’epigrafia, in AA.VV., Il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, Cinisello Balsamo 1989, pp.261-283.

[23] O. Longo (a cura di), La porpora. Realtà e immaginario di un colore simbolico, Atti del convegno di studio (Venezia, 24-25 ottobre 1996), Venezia, Istituto Veneto di Scienze, 1998.

[24] Herod., 2, 105.

[25] F. Cenerini, Il ruolo delle donne nel Poenulus di Plauto, in Cartagine, il Mediterraneo centro-occidentale e la Sardegna. Società, economia e cultura materiale tra Fenici e autoctoni. Studi in onore di Piero Bartoloni, a cura di M. Guirguis, S. Muscuso, R. Pla Orquín, Sassari, 2020, pp. 15-24.

[26] Per l’artigianato in Sardegna, vedi ad esempio F. Manconi, A. Pandolfi, Sassari, località Badde Rebuddu. Scavo di un impianto per la produzione fittile, in L’Africa Romana, XI, Sassari 1996, pp. 873-896.

[27] D. Salvi, “Bicchieri, calici e coppe nella necropoli di Pill’e Matta (CA)”, in Il vetro in Italia meridionale e insulare, a cura di C. Piccioli, F. Sogliani, Atti del Secondo Convegno Multidisciplinare, Napoli, AIES Beni Culturali, 2003, pp. 117-126; M.C. Satta, “Sassari, regione Abealzu. Complesso archeologico di Iscalaccas: vetri bollati da una necropoli ad incinerazione”, in Il vetro in Italia meridionale e insulare, a cura di C. Piccioli, F. Sogliani, Atti del Secondo Convegno Multidisciplinare, Settime Giornate Nazionali di Studio, Comitato Nazionale AIHV (Napoli, 5-6-7 dicembre 2001), Napoli, A.I.E.S. Beni culturali-Crysos s.r.l-Interservice s.a.s., 2003, pp. 65-98. Per il IV secolo: A.M. Nieddu, “Il problema della cristianizzazione delle aree interne della Sardegna: i vetri incisi recentemente rinvenuti a S. Efisio di Orune”, in Martiri, santi, patroni: per una archeologia della devozione, a cura di A. Coscarella, P. De Santis, Atti del X Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Università della Calabria, 15-18 settembre 2010), Arcavacata di Rende, Università della Calabria, 2012, pp. 581-596.

[28] E. Birocchi, “La circolazione monetaria in Sardegna durante la dominazione romana”, in Studi Sardi, XII-XIII, 1955, pp. 519-574; G. Perantoni Satta, “Rinvenimenti in Sardegna di monete della Repubblica Romana”, in Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica, 7-8, 1962, pp. 91-152; Id., “Rinvenimenti in Sardegna di monete dell’Impero romano e dell’Impero romano d’occidente”, in Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica, 1, 1954, pp. 66-111; L. Forteleoni, “Riconiazioni romane di monete puniche in Sardegna”, in Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica, 18-19, 1971, pp. 113-118; I. Didu, “La cronologia della moneta di M. Azio Balbo”, Atti Centro Studi Documentazione Italia Romana, VI, 1974-1975, pp. 107-120; M. Sollai, Le monete della Sardegna romana, Sassari. 1989; E. Piras, Le monete sardo puniche, Torino 1993; C. Cidu, Un tesoretto romano in Barbagia. Soroeni-Lodine: il rinvenimento di oltre settecento monete da Adriano a Teodosio, L’Africa Romana XVI, Mobilità delle persone e dei popoli, dinamiche migratorie, emigrazioni ed immigrazioni nelle province occidentali dell’Impero romano, Rabat 2004, a cura di A. Akerraz, P. Ruggeri, A. Siraj, C. Vismara, Carocci Roma 2006, pp. 2457-2494; L.I. Manfredi, Dal minerale al metallo monetato nella Sardegna e nel Nord Africa punico, L’Africa Romana XVII, Le ricchezze dell’Africa. Risorse, produzioni, scambi, a cura di J. González, P. Ruggeri, C. Vismara, R. Zucca, Siviglia 2006, Roma 2008, pp. 1573-1580; D. D’Orlando, La monetazione, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 278-280; vd. ora A. Ibba, “Per parole e per immagini: la propaganda fra Cesare e Augusto in Africa e Sardinia (iscrizioni, monete, monumenti) in Tra la Tarda repubblica e l’Età augustea: economia, politica e religione nell’epigrafia latina di Hispaniae, Galliae, Africa, Grecia, Quasar, c.s.

[29] L. Pani Ermini, R. Zucca, L’età paleocristiana e altomedievale. La produzione artigianale e l’epigrafia, in AA.VV., Il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, Cinisello Balsamo 1989, pp.261-283.

[30] Per l’ambiente naturale e il paesaggio, vedi il bel lavoro di A. Piga, M.A. Porcu, Flora e fauna della Sardegna antica, in L’Africa Romana, VII, Sassari 1990, pp. 569-598.

[31] P. Ruggeri, Il viaggio di Lucilio in Sardegna: un itinerario tra realpolitik e sogno esotico (SAT. VI 21 e 22), “Sandalion”, 26-28, 2003-2005, pp. 105-125.

[32] G. Carenti, Lo sfruttamento del cervo sardo nel Sulcis. Controllo del territorio ed espressione di potere, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2945-2953.

[33] G. Carenti, “L’avifauna di Sulky (Sardegna, Italia): uccellagione e avicoltura nel Sulcis dal periodo fenicio all’età romana”, in Atti del VII convegno nazionale di Archeozoologia, Annali dell’Università degli Studi di Ferrara, a cura di U. Thun- Hohenstein, M. Gangemi, I. Fiore, J. De Grossi Mazzorin (Ferrara, 22-23 novembre 2012 e Rovigo, 24 novembre 2012), vol. 12, n. 1, 2016, pp. 201-210, <http://dx.doi.org/10.15160/1824-2707/1327>.

[34] Expositio totius mundi, p. 126; Flavio Vopisco 29,, 6, 4. Per la documentazione archeo-zoologica, F. Manconi, “Equidi in Sardegna tra il II sec. a.C. e il VII sec. d.C.”, Atti del 1° Convegno Nazionale di Archeozoologia (Rovigo, 5-7 marzo 1993), Rovigo, Ist. Editoriali e Poligrafici, 1995, pp. 319-325 (Padusa quaderni, 1).

[35] G. Pianu, N. Canu (a cura di), Studi sul paesaggio della Sardegna romana, Muros, Nuova Stampacolor, 2011.

[36] E. Cruccas, I doni di Aristeo. Produzione olearia e vinicola, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 194-198. Vd. anche J. Pérez Ballester, “La producción y el comercio del vino itálico en el Mediterráneo Occidental”, in Scombraria. La Historia oculta bajo el mar, catálogo de la exposición, a cura di M. Lechuga, Murcia, Región de Murcia, 2004, pp. 22-29; AA.VV., Il vino in Sardegna. 3000 anni di storia, cultura, tradizione e innovazione, Ilisso, Nuoro 2010; AA.VV., L’olio in Sardegna. Storia, tradizione e innovazione, Ilisso, Nuoro 2013.

[37] AA.VV., Fornaggio e pastoralismo in Sardegna, Storia, cultura, tradizione e innovazione, Ilisso, Nuoro 2015.

[38] GREG. M., Epist. IV, 27; R. Turtas, “Rapporti tra Africa e Sardegna nell’epistolario di Gregorio Magno (590- 604)”, in L’Africa romana, vol. 2, a cura di A. Mastino, Atti del IX convegno di studio (Nuoro, 13-15 dicembre 1991), Sassari, Gallizzi, 1992, p. 697 n. 14; Id., Storia della chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Roma, 1999, pp. 102 ss.

[39] B.W. Frier, “Demography”, in The Cambridge Ancient History. Vol. XI. The High Empire. AD 70-192, a cura di A.K. Bowman, P. Garnsey, D. Rathbone, Cambridge, Cambridge University Press, 2000, pp. 787-816.

[40] Per la bassa speranza di vita dei Sardi,R.J. Rowland, Mortality in Roman Sardinia, «SS», 22, 1971-72, pp. 359 ss. Vedi però ora P. Floris, M.P. Dore, G.M. Pes, “Does the longevity of the Sardinian population date back to Roman times? A comprehensive review of the available evidence”, in PLoS ONE, 16, 1, e0245006, 5 January 2021, <https://doi.org/10.1371/journal.pone.0245006>. Vedi ancora P. Floris, “Considerazioni su alcune questioni biometriche femminili della Sardegna romana”, in Sguardi contemporanei. Studi multidiscliplinari in onore di Francesco Atzeni, a cura di A. Floris, L. Lecis, I. Macchiarella, C. Tasca, Perugia, Morlacchi, 2019, pp. 151-163.

[41] R. Zucca, Ula Tirso. Un centro della Barbaria sarda, Dolianova 1999, p. 64; Cl. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia, Ortacesus 2016, pp. 161-162 n. ULA006.

[42] CIL X 7877, vd. Farre, ibid., pp. 157-158 n. ULA00.

[43] ILSard. I 196; Farre, ibidem, pp. 111-112, n. FOR013.