La storia di Olbia in età romana: una breve sintesi

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  • Olbia – Fausiana – Civita (Terranova Pausania, Olbia), municipium

A seguito delle grandi scoperte relative alla Gallura nuragica[1], all’insediamento villanoviano di Tavolara[2], alla fase fenicia[3], poi greca di Olbia[4], ancora punica[5], il quadro che possiamo presentare oggi è totalmente nuovo rispetto al convegno del 1994 Da Olbìa ad Olbia, 2500 anni di una città mediterranea, I, Olbia in età antica, i cui atti sono stati pubblicati da Chiarella a Sassari nel 1996[6]: un’ottima base di partenza, che ha certamente contribuito a concentrare l’interesse degli studiosi su questo territorio che ormai conosciamo meglio nella sua interculturalità[7]; a quest’opera rinviamo per la discussione sulle fonti letterarie e sulle numerose iscrizioni latine, oltre un centinaio.

L’età romana rappresenta il momento più ricco di documentazione per la storia di Olbia[8]: negli ultimi vent’anni gli studiosi, guidati da Rubens d’Oriano, hanno avviato una revisione delle fonti letterarie, epigrafiche, numismatiche ed archeologiche, che consentono ora una ulteriore sintesi, con numerosi elementi di novità rispetto alle posizioni di Piero Tamponi[9] e di Dionigi Panedda[10] che pure costituiscono la fondamentale premessa delle nostre conoscenze attuali.

Il quadro delle stratificazioni e interazioni culturali a partire dalle origini mitiche della città è ora incredibilmente più ricco, ribaltando quello che era stato per decenni un argumentum ex silentio, l’assenza di documentazione, che aveva come conseguenza la negazione di un interesse reale del mondo greco per l’isola Ichnussa. Eppure tutto il quadro storico portava a pensare che la presenza dei Focei nella Corsica orientale ed alla foce del Rodano nel corso del VI secolo a.C. doveva presupporre una precedente rotta lungo la costa orientale della Sardegna, dove va immaginata almeno una serie di approdi per la navigazione di cabotaggio attraverso il Tirreno, il regno pericoloso di Forco abitato dai cetacei[11]. Essa può rientrare nell’intuizione di Michel Gras di rotte legate all’emporía dove il soggetto era la corrente di traffico, i centri urbani che vi partecipavano piuttosto che i vettori (che ne divenivano i protagonisti intermediari), uno spazio libero (<<Il Mediterraneo arcaico è spazio di ogni tipo di mobilità>>)[12] in cui partecipavano, parafrasando un noto lavoro di M. Giangiulio, “avventurieri, mercanti, coloni, mercenari”[13]: forse il quadro può essere meglio compreso se consideriamo le due sponde del Tirreno come parti attive di queste correnti all’interno delle quali si inserisce, nei decenni a cavallo della metà del VI secolo a.C., la componente focea e la stessa battaglia per il controllo di Alalia combattuta nel Mare Sardonio se viene localizzata al largo delle coste galluresi e comunque a Sud dello stretto di Taphros (Bocche di Bonifacio)[14]. E d’altra parte una conferma a questa ipotesi viene anche dalla kotyle corinzia inscritta di Théollos datata al 600 a.C. che rappresenta un testimone prezioso del commercio arcaico[15].

A quasi due secoli dalla battaglia la stessa fondazione coloniale di Olbia ad opera dei Cartaginesi nella seconda metà del IV secolo a.C. può forse essere considerata ora come la risposta di Cartagine di fronte al tentativo di colonizzazione romana in Corsica raccontatoci da Teofrasto (5, 8,2)[16] ed alla fondazione lungo la costa orientale della Sardegna della colonia di Feronia, che si potrebbe collegare ai disordini guidati da Tito Manlio Capitolino all’indomani dell’incendio gallico del 390 a.C.[17]; le stesse clausole del secondo trattato tra Roma e Cartagine del 348 a.C. sembrano voler rispondere all’esigenza strategica di Cartagine di tenere sotto controllo la Sardegna settentrionale, troppo lontana dalla madrepatria ed esposta prima all’azione della colonizzazione greca e poi alla pressione romano-etrusca, anche se l’isola poteva essere considerata dalla città nordafricana come territorio metropolitano.

Si può partire dalla tradizione dell’oichistés Iolao e della fondazione di Olbia attribuita da Pausania ai Tespiesi figli di Eracle, arrivati in Sardegna dalla Grecia (10, 17,5). La Biblioteca storica di Diodoro Siculo (4, 30) ci ha conservato una dettagliata narrazione del mito di Iolao in Sardegna, il figlio di Ificle, quindi nipote e compagno inseparabile di Eracle, evidentemente l’eroe eponimo degli Iolei, confusi con la popolazione indigena, attestata in età storica, degli Iliensi. Il re di Tespie, una città della Beozia, Tespio, figlio dell’ateniese Eretteo, desiderando avere come genero Eracle, lo fece giacere con ognuna delle sue cinquanta figlie. Da Eracle e dalle figlie di Tespio nacquero dunque i cinquanta Tespiadi. È passato in sordina il fatto che in realtà a parere dei mitografi una delle ragazze (forse la più giovane) rimase vergine, mentre un’altra (la più grande di età), Prokris, generò dal dio due gemelli, Antileon e Hippeus. Giunto Eracle all’estremo della sua vita, fu richiesto dall’oracolo di Apollo di inviare in Sardegna una colonia costituita dai Tespiadi. A guida della colonia fu preposto da Eracle il nipote Iolao, figlio di suo fratellastro Ificle. Dei cinquanta Tespiadi arrivati all’età virile, solo quarantuno partirono per la Sardegna, sulle navi costruite, secondo Silio Italico (XII, 363-364), da Eracle[18]. Sette restarono infatti a Tespie, due si fermarono a Tebe (tre secondo lo Pseudo Apollodoro). Tutti gli altri, insieme a Iolao ed ai Greci che vollero aggregarsi, fecero rotta verso la Sardegna. Dopo aver vinto in battaglia gli indigeni, Iolao divise in sorte tra i componenti della colonia la regione più fertile dell’isola, in particolare la zona pianeggiante, denominata “Iolaeion”, che venne coltivata e piantata ad alberi fruttiferi. Iolao fondò famose città; fece edificare grandi e sontuose palestre e templi; istituì i tribunali e dispose tutto ciò <<che è atto al vivere felice>> o <<per una vita felice degli uomini>>. In questo racconto mitico possiamo forse ritrovare una traccia delle navigazioni più antiche del I millennio a.C. nelle quali furono protagonisti euboici, beoti e ateniesi, in una fase in cui la “conquista dell’Occidente” era vista come impresa comune del mondo ellenico e levantino. Fu Iolao e non Aristeo, come pure risultava da una tradizione nota a Sallustio e a Pausania, a far venire Dedalo dalla Sicilia: l’artista cretese costruì numerose e grandi opere, che da lui si chiamarono daidalee, ancora conservate al tempo di Diodoro[19].

La tradizione mitica è ormai molto nota: in questa sede ci interessa ricordare che i Tespiadi, dopo essere stati a lungo signori della Sardegna, ne furono cacciati e quindi si diressero alla volta dell’Italia, dove si stabilirono definitivamente nella regione intorno a Cuma. Una leggenda, questa, evidentemente studiata per connettere i Tespiadi con Dedalo, passato a Cuma secondo una versione del mito. Pausania conserva un racconto più sintetico del mito rispetto a Diodoro, che però contiene alcune precise indicazioni geografiche: egli osserva che quello guidato da Iolao fu un gruppo di coloni misto, composto insieme di giovani provenienti da Tespie e da Atene. I Tespiesi fondarono Olbia; gli Ateniesi, autonomamente, Ogryle, forse Gurulis vetus (Padria), un nome dall’etimo abbastanza incerto già per Pausania (10, 17, 5), che lo collegava con la denominazione del demo attico Agraulé[20] o col nome di uno dei comandanti della flotta di Iolao[21]. Ancora ai tempi in cui scriveva Pausania, esistevano dei luoghi in Sardegna denominati “campi Iolei”, mentre Iolao era egli stesso oggetto di culto da parte dei Sardi. Collegati al mito di Iolao sarebbero gli “alia graeca oppida” (oltre Olbia) ricordati da Solino e le “nobili città” di Diodoro; Stefano di Bisanzio (Ethnikà, 556,19),ricorda espressamente le due città di Eraclea e di Tespie, d’incerta localizzazione in Sardegna, presumibilmente connesse alla saga dei Tespiadi. In un altro passo Pausania afferma che, secondo gli stessi Tebani, Iolao sarebbe morto in Sardegna insieme ai Tespiadi ed agli Ateniesi che vi aveva condotto, sebbene anche a Tebe si mostrasse il sepolcro dell’eroe, dove per Aristotele si scambiavano il giuramento di fedeltà reciproca i soldati del battaglione sacro, uniti da un rapporto di amore invincibile ed indissolubile. Solino conferma la notizia, precisando che gli Iolei eressero un tempio sul suo sepolcro (sepulchro eius templum addiderunt”), perché aveva liberato l’isola da tanti mali, imitando le virtù di Eracle. Aristotele citava un eroe sardo che guariva dalle visioni coloro che dormivano nel suo tempio (“fanum”)[22].

Desideriamo richiamare un aspetto poco noto anche tra gli studiosi: una versione del mito che non ci è conservata, ma che ci ha lasciato precise tracce nella narrazione di Diodoro e di Pausania, sembra poter riguardare la fondazione della colonia greca di Olbia, alla quale parteciparono i Tespiesi compagni di Iolao: tra essi sembra di poter inserire accanto a Iolao i due gemelli fondatori, Hippeus ed Antileon figli di Eracle e di Prokris[23]. Il ruolo dei due gemelli nella mitica colonizzazione della Sardegna è significativo, già per i due nomi dei protagonisti, che sono rari e fortemente caratterizzati: Antileon ricorda nel nome la vicenda della caccia al leone sul Monte Citerone, quando Eracle dopo due mesi circa riuscì ad uccidere il leone di cui indossò poi la pelle, che compare anche sul bronzetto di Posada collegato a un’importazione mercenariale italica di IV secolo a.C., oltre che sulla celebre testa di statua in terracotta ritrovata due decenni fa nel mare dell’isola Bocca presso Olbia. Il nome è raro ed è documentato in Eubea e nella Grecia continentale, oltre che a Rodi. Hippeus sembra invece evocare l’allevamento e la corsa dei cavalli, oppure l’introduzione della specie equina nell’isola, richiamando l’epiteto di Poseidone[24]; è attestato solo nelle isole settentrionali dell’Egeo. Hippeus potrebbe essere ricollegato all’eminenza del personaggio, al suo status all’interno della società e permette di ricollegarlo anche agli ippobotai, i nobili di Calcide ed Eretria che fondarono Pitecusa. Se il mito raccontava che i due gemelli guidarono, accanto a Iolao, la spedizione dei Tespiadi in occidente verso la Sardegna, appare immediato un parallelo con i Dioscuri, figli di Tindareo (o di Zeus) e di Leda, Castore e Polluce, che parteciparono alla spedizione degli Argonauti in Oriente, proteggendone la navigazione: Castore ippòdamos era un domatore di cavalli, Polluce era valente nel pugilato, pux agathos.

L’interesse per i mirabilia sardi è tipico della storiografia siceliota, come ha ben messo in evidenza Emilio Galvagno[25], che ha sottolineato il richiamo al mito di Dedalo, che si localizza a Camico alla corte di Kokalos. Il quadro mitografico appare condizionato come è noto da una molteplicità di fattori, che testimoniano l’interesse del mondo greco, in particolare degli Ioni nel corso del VI secolo a.C., verso la Sardegna. In passato sono state ben rilevate anche le componenti euboiche del mito, ma in questa sede occorre sottolineare un aspetto specifico, quello siceliota, collegato all’arrivo di Dedalo dalla Sicilia, alla fondazione di Olbia, al ritorno di Iolao in Sicilia: temi che tendono a giustificare miticamente dapprima la supremazia commerciale di Corinto nel Tirreno per tutto il VII secolo a.C., e poi la potenza marittima che per tutto il V ed il IV secolo a.C. esercitò Siracusa. Una politica che poteva essere rafforzata richiamando immaginari precedenti mitici: in questa direzione portano alcuni nesonimi dell’arcipelago di La Maddalena e la fondazione storica del Portus Syracusanus nella Corsica meridionale: al di là dello stretto di Taphros (le Bocche di Bonifacio). Potrebbe aver avuto la stessa origine siracusana il porto Longone in Sardegna (Santa Teresa di Gallura), tra l’isola di Eracle (l’Asinara) e l’isola di Ermes (Tavolara). Anche se non vi fossero stati apporti etnici, le leggende potrebbero in ogni caso alludere almeno a rapporti commerciali tra Sicilia e Sardegna da parte dei Greci, svolti attraverso le isole dell’Arcipelago della Maddalena e il porto arcaico di Olbia, vista come uno scalo di genti massaliote e più tardi sicule[26]. L’ancoraggio finale di un gruppo di Tespiesi a Cuma è ugualmente una traccia delle vie da percorrere a ritroso per arrivare alle origini del mito.

Forse pretendiamo troppo dal mito, che pure è saldamente ancorato dall’antica presenza del tempio di Melqart e poi di Eracle – deus patrius della città – sul colle di San Paolo[27]: ma il quadro storico consente di affermare che prima che i Cartaginesi si decidessero nella seconda metà del IV secolo a.C. a rifondare la colonia di Olbia, in connessione con il secondo trattato tra Roma e Cartagine, la Sardegna settentrionale doveva essere pienamente inserita nell’orizzonte degli interessi degli Ioni e dei Greci in Occidente, sia pure in “competizione” con i Fenici e con gli Etruschi. Noi giudichiamo la collocazione dell’isola forse ponendo un filtro a posteriori, ovvero pensando al periodo successivo, quando la presenza cartaginese si consolida e diventa esclusiva ed escludente: soprattutto per quel che concerne la Sardegna settentrionale, quella che non aveva visto il fenomeno della strutturazione coloniale fenicia, la situazione doveva e poteva essere diversa. Ichnoussa-Sandaliotis era stata certamente un’area la cui definitiva posizione non era acquisita in modo stabile, aperta alle correnti commerciali e, di conseguenza, alle più diverse influenze culturali ad opera degli Etruschi, dei Greci, dei Sicelioti oltre che dei Fenici, dei Cartaginesi. Senza contare poi che i rapporti commerciali dovettero essere costanti e prolungati nel tempo.

Oggi ipotizziamo una crisi demografica al momento dell’insediamento fenicio (metà dell’VIII secolo), ma che concorre alla nascita di un centro multietnico attraverso l’inurbamento dei Balari e dei Corsi delle campagne ben prima che i Cartaginesi consolidassero la loro presenza. Sono ormai evidenti le connessioni mediterranee del primo insediamento sorto ad opera del Fenici, l’irruzione della presenza greca già trenta anni prima della fondazione di Massalìa (630 a.C.), il carattere di deduzione coloniale di Olbia, vera e propria città di fondazione cartaginese forse con l’apporto di genti libiche (330 a.C.), i mutamenti introdotti dalla conquista romana dopo il 238 a.C. nella struttura sociale, economica, culturale ed urbanistica della città punica, il carattere multiculturale del possibile municipio romano, l’arrivo dei Vandali alla vigilia del sacco di Roma del 455, che rappresenta il momento finale della città antica[28]: Olbia è veramente un modello esemplare, un originale caso di studio sulle dinamiche di stratificazione culturale, un luogo in cui Museo, Soprintendenza, Università, Comune, società civile concorrono a ricostruire la straordinaria ricchezza di un passato lontano, che è stato un passato di scontri e di conflitti ma anche di convergenze e di apporti culturali pacifici.

L’aspetto più significativo della colonia cartaginese che differenzia Olbia da altri centri punici è quello della precoce affermazione di importazioni dall’area etrusco-laziale, forse a causa della presenza di mercatores italici, in apparente contrasto con l’inserimento dell’isola all’interno della “zona proibita” interdetta al commercio romano a partire dal 348 a.C. Le ceramiche di tradizione indigena documentate nella città punica testimoniano una forte commistione etnica ed afferiscono ad elementi sardi inurbati integrati nella compagine etnico-culturale nord-africana. La modellatura a mano della ceramica sembra documentare il persistere di forti tradizioni nuragiche, nel nuovo contesto socio-culturale della fondazione punica, con prosecuzione di tradizioni e specifiche abitudini alimentari. Attraverso questa lettura dei documenti archeologici si può accertare il fenomeno della contaminazione culturale e del passaggio di elementi formali dall’una e dall’altra delle due contigue tradizioni vascolari. Non mancano dati analoghi dagli scavi di Doro Levi nelle necropoli di San Simplicio-Abbanoa e Juanne Canu, che furono oggetto cinquanta anni fa della innovativa tesi di laurea di Maria Antonietta Mongiu[29]. Oggi abbiamo molte testimonianze dell’intensificarsi dei rapporti di Olbia con l’Italia centrale all’indomani dell’occupazione romana[30]. che segna l’esplosione dell’abitato e lo sviluppo del territorio con la nascita di fattorie tardo-repubblicane come a S’Imbalconadu[31]: nascono nuovi modelli produttivi e artigianali che coesistono e interagiscono con un substrato culturale punico ancora vitale, mentre si assiste ad un deciso impegno delle autorità romane per una sedentarizzazione delle popolazioni locali, i Balari del Logudoro[32] ed i Corsi della Gallura. Olbia diventa il principale porto della Sardegna come testimonia già la presenza di Quinto Cicerone legato di Pompeo per la raccolta di frumento tra il dicembre 57 e il giugno 56 a.C., come testimoniano le lettere del fratello Marco, che citano Olbia tre volte[33]; la città era stata collegata sotto questo profilo con le antiche colonie fenicio-puniche della costa occidentale dell’isola attraverso un’arteria stradale che diventa la spina dorsale dei traffici interni, continuamente restaurata e sistemata soprattutto nel III e IV secolo d.C. Attraverso la documentazione epigrafica è possibile studiare una nutrita componente di immigrati (dall’area umbra ma anche dalla Gallia e dall’oriente, oltre che da Cipro) e il suo interagire con la popolazione locale di origine paleosarda: tra tutte emerge con freschezza la figura della liberta di Nerone Claudia Atte, con le produzioni delle sue fabbriche, con il suo mondo affettivo e religioso legato alla protezione della dea dei plebei Cerere, che aveva salvato dalla congiura di Pisone l’imperatore Nerone[34]: il ritratto di Olbia del giovane Domizio prima dell’adozione è il prototipo dei ritratti imperiali, trasportato ad Olbia con tutta probabilità per la villa di Claudia Atte[35]. In epoca imperiale l’estensione delle proprietà senatorie (in particolare quelle dei Domitii) e del latifondo imperiale indirizzò il milieu sociale verso lo sviluppo di un’estesa componente schiavile e libertina proveniente dalle aree orientali, documentata dall’onomastica delle iscrizioni delle necropoli olbiensi. I culti per Eracle, per Cerere e per Demetra segnano il territorio; più tardi, attorno al culto martiriale di Simplicio, i ricchi esponenti dell’aristocrazia cristiana promuovono la condizione sociale di schiavi e peregrini. Continuano intanto le importazioni africane, come testimonia la ceramica sigillata africana D recentemente studiata da Giovanna Pietra per il periodo tra il IV ed il VI secolo d.C.[36]

Il porto, con la sua organizzazione di navicularii[37], costituì per secoli la porta d’ingresso alla Sardegna almeno fino all’attacco dei Vandali ed all’affondamento delle navi (due sono pertinenti ad età neroniano-vespasianea e ben quattordici al V secolo d.C.) che i recenti scavi hanno consentito di riportare alla luce: la lunga e faticosa indagine svolta è stata il momento in cui la grande storia ha fatto irruzione nella città di oggi, arrivando a trovare consonanze, conferme e integrazioni rispetto alla più minuta documentazione archeologica[38]. La dominazione vandala scardina la struttura economica e lede l’identità stessa di Olbia romana avviando quella crisi del territorio che è accompagnata dal riemergere di tradizioni ancestrali e di riti pagani nell’area gallurese: la città (Fausiana) non si risolleva e Gregorio Magno descriverà una landa pagana ai margini della provincia bizantina[39]. Non mancano testimonianze di attacchi islamici a Olbia nel VII secolo.[40]

Le ultime novità hanno riguardato in particolare l’urbanistica, grazie alla serie di scavi d’urgenza e agli interventi programmati[41]: il foro[42], l’acquedotto[43], le terme[44], i santuari urbani con le loro stratificazioni[45], il colle di San Simplicio[46], e poi le ville decorate[47], le necropoli di San Simplicio, Juanne Canu, Acciaradolzu, Isciamariana, Via Napoli, Su Cuguttu, Via Magellano[48]; e poi la statuaria[49], i preziosi[50]. Si è già detto della villa romana repubblicana (II secolo a.C.) di S’Imbalconadu[51], della viabilità[52], della ceramica di importazione[53], la ceramica di produzione locale, i manufatti lapidei[54], l’area portuale rimasta come pietrificata dall’affondamento dei battelli in rada, i relitti (vd. supra). E poi i resti animali, legati al’alimentazione e alla macellazione[55]. Infine l’agro, che andava da Santa Teresa di Gallura ad Arzachena, da Luogosanto a Bortigiadas, da Telti a Tempio Pausania, fino a Monti, Berchidda, Calangianus[56].

Gli studiosi concordano sulla condizione di municipio di cittadini romani per Olbia per molte ragioni, compresa la presenza di un funzionario imperiale addetto al calendarium Olbiae (ILSard. I 314), un registro di credito per i prestiti concessi ad interesse; ma segnaliamo la presenza di imperatori o donne della famiglia imperiale (Claudia Atte con Nerone) e di dediche effettuate dal governatore provinciale ancora sotto Costantino, come se il porto fosse il punto di sbarco del preside della Sardegna, il clarissimo Tito Settimio Gianuario nell’ambito di un conventus giudiziario (CIL X 7974; vd. anche ad es. ILSard. I 310); infine per la presenza ad Olbia di tituli honorarii (EDCS-71000300). Se Olbia era un municipio (magari riconosciuto dopo il viaggio in Sardegna da Giulio Cesare), si pone il problema dell’ampiezza del suo territorio, con riferimento al percorso delle principali strade romane, dirette verso l’interno e lungo la costa. Alcuni dati sono ormai ampiamente acquisiti: il territorio direttamente controllato non si allontanava molto dalla costa, se arrivava sulla variante per Carales fino alla rupe naturale con l’iscrizione dei Balari posta dal praef(ectus) Sardiniae nell’alveo del rio Scorraboes tra Monti e Berchidda. Il terminus rappresentava il confine tra la città romana verso oriente ed il territorio dei Balari (comunità indigena forse adtributa al territorium municipale) verso occidente (AE 1992, 896). Verso Sud il territorio doveva essere molto più ampio, come forse testimonia l’antica diocesi di Civita e una parte del Giudicato medioevale.

In totale i principali repertori attribuiscono ad Olbia 109 iscrizioni[57], cui vanno aggiunte quelle greche (un naukléros cipriota), le false, l’instrumentum[58]: bolli su lateres urbani, tegulae, anfore, vetri, gemme, bolli su terra sigillata italica, tardo-italica e sud-gallica[59], lucerne[60], matrici fittili[61], piombo, legno. Emerge un rapporto diretto con la casa imperiale[62].

Ci limiteremo in questa sede a commentare tre scoperte: il planetario metallico, simbolo di una conoscenza evoluta dell’astronomia[63]; la matrice per il pane col trionfo di due (o tre) imperatori[64] e la ormai celebre defixio di Olbia[65].

Il planetario metallico è stato rinvenuto nell’area del mercato civico ed ora è confrontato con l’enigmatico Calcolatore di Antikythera e col planetario di Archimede (III secolo a.C.): il che testimonia un inatteso elevato livello di conoscenze scientifiche.

In occasione del XVIII Convegno internazionale de L’Africa Romana è stata presentata a Olbia una matrice per il pane trovata ad Olbia ricchissima di immagini, che difficilmente può rappresentare il trionfo di Vespasiano e Tito del 71 d.C. dopo la distruzione di Gerusalemme: Domiziano comparirebbe a cavallo. Come già osservato dalla Gualandi, la scena in realtà sembra vada riferita ad epoca tetrarchica oppure in età severiana [66]: ciò non toglie nulla all’importanza del documento davvero unico nel suo genere.

Resta da dire della defixio di Olbia, proveniente dalla località Giuncalzu e attualmente al Laboratorio di Li Punti per la ricomposizione degli otto frammenti opistografi in piombo (EDCS-48900623-9; EDR 154236)[67]. La scrittura è stata effettuata con uno stilo metallico nel V secolo d.C. Secondo Gabriella Bevilacqua <<l’individuazione dei termini hos homines fa dedurre che la defixio fosse indirizzata a due o più individui, i cui nomi dovevano essere espressi nel testo, probabilmente all’inizio, forse preceduti da quelli dei demoni infernali, come è nella consuetudine, e concordati da verbi esecratori come defamantur del fr. 1., de sacrifico del fr. 2>>. Il testo è stato emendato da Del Monaco in ma[l]os omines.Seguiva l’allocuzione agli dei inferi, come dimostrerebbe la presenza del termine da]emones sul frammento 6, nome concordato con forme verbali che potrebbero individuarsi in alcuni gruppi sillabici, -ate, –uite dei frr. 1a e 6 b, attribuibili a una seconda persona plurale di verbi all’imperativo, cui riferire forse anchedamnia[te?] (fr. 1 a) e [—pr]oteg[ite?] oppure [—]o teg[ite?] (fr. 5 a). Questi verbi erano seguiti presumibilmente dalla formula di impedimento ad agire (neque…neque [possint?] + infinito: fr. 1 b) e, se è accettabile l’ipotesi di lettura di un verbo all’infinito nel fr. 3 b, dormi[re], questo poteva esservi connesso. Si può supporre che a questi da]emones venissero affidati, data (fr. 2 b, l. 2), i nomi di questi uomini, elencati ipoteticamente all’inizio. Per quanto riguarda la correlazione neque…neque (fr. 1 b), è possibile che, come nelle laminette britanniche, seguisse la formula della “consegna” (dedo, fr. 3 a) dei nomi agli dei inferi. I confronti principali per la Bevilacqua sono le defixiones da Cuma e soprattutto da Hadrumetum. <<Dai pochi elementi emersi è difficile riconoscere la categoria cui la defixio possa ascriversi, ma forse proprio la presenza dell’espressione (h)os (h)omines ci può suggerire un movente accusatorio nei confronti di ladri, di calunniatori, o altro, avvalorato, se è corretta la lettura del frammento 4 a, dall’espressione iura ligo, che ci rimanda a una formula di giuramento e che può accordarsi con una richiesta di giustizia>>. Di recente Del Monaco ha avvicinato tra loro molti frammenti ed esclusa l’espressione iura ligo (o ius aligo), nel senso di ‘lego i giuramenti’, ‘lego i patti’; preferisce intendere [pr]oteg[ite] iura e ligo aqua[s]. Infine: no<c>tem dormi[re]; neque malos (h)omines e [f]amula, con riferimento alla condizione servile di un personaggio; omni scabie..

Con questo documento enigmatico, chiudiamo il quadro di una città, Olbia, che conferma – se ne avessimo bisogno – il contatto tra culture diverse, con l’emergere occasionale di una identità profonda fondata su una antica tradizione di pratiche magiche e su singolari convergenze, in rapporto col culto delle acque e col culto dei morti. Il che apre davvero un orizzonte quanto mai ricco e sorprendente.


[1] Un primo approccio: AA.VV., La Gallura. Una regione diversa in Sardegna. Cultura e civiltà del popolo gallurese, a cura di S. Brandanu, San Teodoro 2001.

[2] F. di Gennaro, S. Amicone, R. D’Oriano, P. Mancini, L’insediamento villanoviano dell’isola di Tavolara, presso le coste della Gallura, The Journal of Fasti On Line, Roma 2023.

[3] Iniziando da R. D’Oriano, Prime evidenze su Olbia arcaica, Da Olbìa ad Olbia cit., pp. 37-48.

[4] R. D’Oriano, Indigeni, Fenici e Greci a Olbia, in Incontri tra culture nel mondo mediterraneo antico, Atti del XVII congresso internazionale di Archeologia Classica (Roma, 22-26 settembre 2008), XVII International Congress of Classical Archaeology, Roma 22-26 sept. 2008, in Bollettino di Archeologia online, I (2010), www.beniculturali.it/bao, pp. 10-25; Id., Elementi di urbanistica di Olbia fenicia, greca e punica, in S. Helas, D. Marzoli (eds.), Phönizisches und punisches Städtewesen, Akten der internationalen Tagung in Rom (Rom, vom 21. bis 23 Februar 2007). Iberia Archaeologica, 13. Philipp Von Zabern, Mainz am Rhein, pp. 369-387; una sintesi: R. D’Oriano, Olbia 630–510 a.C.: l’unico insediamento greco della Sardegna, in Comparing Greek Colonies, Mobility and Settlement Consolidation from Southern Italy to the Black Sea (8th – 6th Century BC). Proceedings of the International Conference (Rome, 7.–9.11.2018), Edited by C. Colombi, V. Parisi, O. Dally, M. A. Guggisberg and G. Piras, De Gruyter, Berlino 2022, pp. 378-393; B. D’Agostino, D. Ridgway, Apoikia; i più antichi insediamenti greci in Occidente; funzioni e modi dell`organizzazione politica e sociale. Scritti in onore di Giorgio Buchner (Annali di Archeologia e Storia Antica, n.s., 1, 1994). Napoli 1995, pp. 127-131.

 [5] G. Pisanu, “Olbia punica e il mondo tirrenico”, in Bollettino di Archeologia on line. Volume speciale, XVII International Congress of Classical Archaeology “Meeting between Cultures in the Ancient Mediteranean” (Roma, 2008), 2010, pp. 26-35, https://bollettinodiarcheologiaonline.beniculturali.it/ wp-content/uploads/2019/01/4_Pisanu_paper.pdf; R. D’Oriano, Olbia: ascendenze puniche nell’impianto urbanistico romano, in L’Africa Romana, VII, Sassari 1990, pp. 487-496; A. Campus, F. Manconi, Olbia. Un’area sacra sotto Corso Umberto n. 138: gli elementi punici, i resti faunistici, in L’Africa Romana, VII, Sassari 1990, pp. 497-502. Vd. R. Zucca, Olbia antiqua, in Da Olbìa a Olbia, I, cit., pp. 251-279; F. Vattioni, Un’iscrizione neopunica da Olbia, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 815-816.

[6] Per un quadro complessivo: Da Olbìa ad Olbia, 2500 anni di una città mediterranea, Atti del Convegno maggio 1994, I, Olbia in età antica, a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1996, pp. 49-87; riediz. Edes, Sassari 2004; ora soprattutto G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8). Vd. anche G. Pietra, “I Romani a Olbia: dalla conquista della città punica all’arrivo dei Vandali”, in Bollettino di Archeologia on line. Volume speciale, XVII International Congress of Classical Archaeology “Meeting between Cultures in the Ancient Mediteranean” (Roma, 2008), 2010, pp. 47-62, https://bollettinodiarcheologiaonline.beniculturali.it/ wp-content/uploads/2019/01/8_Pietra_paper.pdf; G. Pietra, Olbia, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 84-87.

[7] P. Ruggeri, “Olbia romana. Una città multiculturale”, in Bollettino di Archeologia on line. Volume speciale, XVII International Congress of Classical Archaeology “Meeting between Cultures in the Ancient Mediteranean” (Roma, 2008), 2010, pp. 66-77, <https://bollettinodiarcheologiaonline. beniculturali.it/wp-content/uploads/2019/01/7_ Ruggeri_paper.pdf>.

[8] A. Mastino, Olbia in età antica, in Da Olbìa ad Olbia, 2500 anni di una città mediterranea, Atti del Convegno maggio 1994, I, Olbia in età antica, a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Chiarella, Sassari 1996, pp. 49-87.

[9] P. Tamponi, Silloge epigrafica Olbiense, Sassari 1895, ristampa critica a cura di P. Ruggeri, Milano 1999.

[10] D. Panedda, Olbia nel periodo punico e romano, Roma 1953 (ristampa anastatica, Sassari, Carlo Delfino editore, 1987); Id., L’agro di Olbia nel periodo preistorico, punico e romano, Roma 1954 (ristampa anastatica, Sassari, Carlo Delfino editore, 1987); Id., Olbia e il suo volto, Sassari, Carlo Delfino editore, 1989.

[11] Le leggende marinare greche sono documentate in età classica (A. Mastino, Eracle nel Giardino delle Esperidi e le Ninfe della Sardegna nell’Occidente Mediterraneo mitico, “Archivio Storico Sardo”, LV, 2020, Cagliari, Deputazione di Storia Patria, pp. 9-90), ma arrivano all’età dei Vandali (Id., L’amore coniugale nella Sardinia vandala: le roselline di Sitifis e l’erba sardonia simbolo poetico dell’unione tra Ioannes e Vitula. Nota sui rapporti artistici tra il regno vandalo africano e la più grande delle sue province transmarine, in Deputazione di Storia Patria per la Sardegna, Studi in memoria di Renata Serra, a cura di L. D’Arienzo, I, Cagliari 2023, pp. 163-178).

[12] M. Gras, Il Mediterraneo in età arcaica. Fondazione Paestum, Paestum 1997, p. 153.

[13] M. Giangiulio, Avventurieri, mercanti, coloni, mercenari, Mobilità umana e circolazione di risorse nel Mediterraneo arcaico, Torino 1996.

[14] P. Bernardini, P. G. Spanu, R. Zucca (a cura di), μάχη, La battaglia del Mare Sardonio, Studi e ricerche, Cagliari-Oristano 2000; L. Antonelli, Dalla scoperta dell’Occidente alla battaglia del mare Sardonio, “Esperia”, XXIII, 2008, pp. 41-57.

[15] Per l’epigrafe greca: R. D’Oriano e G. Marginesu, Un graffito greco arcaico da Olbia, in F. Cenerini e P. Ruggeri (a cura di), Epigrafia romana in Sardegna. Atti del I Convegno di Studio di Sant’Antioco (14-15 luglio 2007). Carocci, Roma 2008, pp. 197-208.

[16] S. Amigues, Une incursion des Romains en Corse d’après Théophraste, H. P. V, 8, 2, «Revue des Études Anciennes», 92, 1990, pp. 79-83; R. Zucca, La Corsica romana, S’Alvure, Oristano 1996, pp. 69 ss.

[17] R. D’Oriano, Contributo al problema di Feronia polis in “Nuovo Bullettino Archeologico Sardo”, II, 1985, 1989, pp. 229-247; P. Ruggeri, Titus Manlius Torquatus, privatus cum imperio, in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigrafia, Edes, Sassari 1999, pp. 115-129.

[18] A, Akerraz, A. Siraj, R. Zucca, Il Mediterraneo di Herakles, pp. 11-16; Iid., Herakles alle porte della sera, pp. 18-27; Sardus Herculis filius, pp. 44-47; R. Zucca, Hercules Sardus, pp. 57-61, in AA. VV., L’isola di Herakles, Guida alla mostra. Oristano 2 febbraio-15 settembre 2004, Oristano 2004.

[19] Daedaleia. Le torri nuragiche oltre l’età del Bronzo, a cura di E. Trudu, G. Paglietti, M. Muresu, Atti del Convegno di studi (Cagliari, Cittadella dei Musei, 19-21 aprile 2012), 2016 (Layers. Archeologia Territorio Contesti, 1).

[20] Nessun collegamento col rinvenimento di ceramica attica ad Olbia: F. Corrias, Produzioni attiche e occidentali da Olbia. La ceramica a vernice nera, “Erentzias”, II, 2012-14, a cura di M.R. Manunza, L. Usai, Felici Editore, Pisa 2018, pp. 157-174.

[21] A. Mastino, I miti classici e l’isola felice, in Logos perì tes Sardous, Le fonti classiche e la Sardegna, a cura di Raimondo Zucca, Carocci, Roma, pp. 11-26.

[22] Ibid.

[23] A. Mastino, Nota su Olbia arcaica: i gemelli dimenticati, in Ministero peri Beni e le attività culturali, Bollettino di archeologia online, volume speciale, XVII, www.beniculturali.it/bao, 2010, pp. 1-7; I. Oggiano, R. D’Oriano, Iolao ecista di Olbia: le evidenze archeologiche tra VIII e VI secolo a.C., in P. Bernardini. R. Zucca (a cura di) Il Mediterraneo di Herakles, Atti del convegno di studi, Carocci, Roma 2005, pp. 169-199.

[24] Su Poseidone, l’amico Silvano Tagliagambe mi ha suggerito la lettura della riedizione in lingua italiana del libro di P.A. Florenskij, Primi passi della filosofia, Lezioni sull’origine della filosofia occidentale, traduzione dal russo di A. Dezi, 2020, pp. 210 ss. (<<il cavallo simbolizza una massa schiumante di acqua che si solleva dall’abisso, ossia dal ponto, per volontà di Poseidone>>, p. 220); vd. ora S. Tagliagambe, Il Mediterraneo dentro. La Sardegna tra e memoria e avvenire, Sesto San Giovanni, Mimesis(eterotopie 2024, pp. 25 ss.

[25] E. Galvagno, La Sardegna vista dalla Sicilia: Diodoro Siculo, in I miti classici e l’isola felice, in Logos peri tes Sardous, Le fonti classiche e la Sardegna, a cura di Raimondo Zucca, Carocci, Roma, pp. 27-38.

[26] Per le “Isole dei conigli”, R. Zucca, Βαλιαρίδεϛ Τυρρενικαῖ νήσοι, “Miscellanea greca e romana. Studi pubblicati dall’Istituto Italiano per la Storia Antica”, XXI, 1997, 65, pp. 355-365.

[27] R. D’Oriano, “Un santuario di Melqart-Ercole ad Olbia”, in L’Africa romana, vol. 2, a cura di A. Mastino, P. Ruggeri, Atti del X convegno di studi (Oristano, 11-13 dicembre 1992), Sassari, Archivio Fotografico Sardo, 1994, pp. 937-948; vd. M.L. Gualandi, “Un Eracle-Melqart dalle acque del golfo di Olbia”, in Da Olbìa ad Olbia. 2500 anni di storia di una città mediterranea, a cura di A. Mastino, P. Ruggeri, Atti del convegno internazionale di studi (Olbia, 12-14 maggio 1994), Sassari, Chiarella, 1996, pp. 187-205; G. Pietra, “Tra Melqart e Ercole: interventi edilizi tardo repubblicani nel santuario dell’acropoli di Olbia”, in Antenor, VI, 2007, pp. 7-19; R. D’Oriano, G. Pietra, “Mehercle! Culto e immagini di Ercole a Olbia”, in Sardinia, Corsica et Baleares antiquae, I, 2003, pp. 136-145; G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8), pp. 56 ss.

[28] G. Pietra, “I Vandali in Sardegna: nuove acquisizioni dai relitti del porto di Olbia”, in L’Africa romana. Mobilità delle persone e dei popoli, dinamiche migratorie, emigrazioni ed immigrazioni nelle province occidentali dell’Impero romano, vol. 2, a cura di A. Akerraz, P. Ruggeri, A. Siraj, C. Vismara, Atti del XVI convegno di studio (Rabat, 15-19 dicembre 2004), Roma, Carocci, 2006, pp. 1307-1320.

[29] Ora molte più informazioni in G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8), pp. 120 ss. e 157 ss. Su Doro Levi, vd. T. Abis, L’archeologo, la spia e l’ambasciatore. La fuga di Doro Levi negli Stati Uniti , “Quaderni di storia”, 94, 2021, pp. 141-188. A Doro Levi la Regione Sardegna dedicò a Cagliari un convegno venti anni fa, con la partecipazione di Fausto Zevi.

[30] J. Debergh, Autour des combats des années 259 et 258 en Corse et en Sardaigne, Studia Phoenicia-X. Punic Wars (Orientalia Lovaniensia analecta-33), Leuven 1989, pp. 37 ss.; J. Debergh, Olbia conquistata dai Romani nel 259 a.C. ? in Da Olbìa a Olbia. 2500 anni di storia di una città mediterranea, I, a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1996 pp. 235-250.

[31] A. Sanciu, Insediamenti rustici d’età tardo-repubblicana nell’agro di Olbia, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 777-799; Id., Una fattoria d’era romana nell’agro di Olbia, Sassari, Boomerang Edizioni, 1997.

[32] L. Gasperini, “Il macigno dei Balari ai piedi del Monte Limbara (Sardegna Nord- Orientale)”, in Rupes loquentes. Atti del Convegno internazionale di studio sulle iscrizioni rupestri di età romana in Italia (Roma-Bomarzo, 13-15 ottobre 1989), a cura di L. Gasperini, Roma, L’Erma di Bretschneider, 1992, pp. 579-589 (Istituto italiano per la storia antica, 53).

[33] CIC. Q.fr. 2, 3,7 (post illam Ulbiensem epistulam); 2, 7 (6)1 (Ulbia); vd. anche 2, 4,7 (Olbia ?).

[34] P. Ruggeri, I ludi ceriales del 65 d.C. e la congiura contro Nerone: CIL XI 1414 = ILSard 309 (Pisa),in XVIII Miscellanea greca e romana dell’Istituto Italiano per la Storia Antica, Roma 1994, pp. 167 ss.; A. Mastino, P. Ruggeri, Claudia Augusti liberta Acte, la liberta amata da Nerone ad Olbia, “Latomus. Revue d’Études Latines”, LIV,3, 1995, pp. 513-544.

[35] G. Pietra, “Le forme del potere imperiale a Olbia da Nerone ai Flavi”, in L’Africa romana. Trasformazione dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, vol. 2, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Atti del XIX convegno di studio (Sassari- Alghero, 16-19 dicembre 2010), Roma, Carocci, 2012, pp. 1931-1941.

[36] G. Pietra, “La ceramica sigillata africana D in Sardegna: dinamiche storiche ed economiche tra tardo antico e alto Medioevo. Il quadro regionale e il caso di Olbia”, in L’Africa romana. Le ricchezze dell’Africa. Risorse, produzioni, scambi, vol. 3, a cura di J. González, P. Ruggeri, C. Vismara, R. Zucca, Atti del XVII convegno di studio (Sevilla, 14-17 dicembre 2006), Roma, Carocci, 2008, pp. 1758-1782; per i precedenti: V. Cabras, Importazioni e consumo di sigillata africana C a Olbia, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 1959-1984. Vd. anche A. Sanciu, Bolli su terra sigillata italica da Olbia, in “L’Africa Romana, IX”, Atti del IX convegno di studio, Nuoro 13 -15 dicembre 1991, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1992, pp. 673-685.

[37] Per i navicularii di Olbia ad Ostia, vd. M.A. Pisanu, Olbia dal V al X secolo, Appendice, in AA. VV., Da Olbìa a Olbia, I, cit., pp. 500-503.

[38] Sul porto di Olbia cfr. D. Gandolfi, Primi risultati tipologici e cronologici di un saggio stratigrafico nel porto di Olbia (Archeologia subacquea, 3), Bollettino d’Arte, Suppl. al n. 37-38, 1986, pp. 115 ss.; F. Pallarés, Relazione preliminare sulle ricerche effettuate nel porto di Olbia. Campagna di scavo 1977-1981 (Archeologia subacquea, 3), cit., pp. 107 ss.; Eadem, Campagna di scavo nel porto di Olbia, “Forma Maris Antiqui”, 11-12, 1975-1981, pp. 250 ss.; R. D’Oriano, “Relitti di storia: lo scavo del porto di Olbia”, in L’Africa romana, in Lo spazio marittimo del Mediterraneo occidentale: geografia storica ed economica, vol. XIV, 2, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XIV convegno di studio (Sassari, 7-10 dicembre 2000), Roma, Carocci, 2002, pp. 1249-1262; R. D’Oriano, “Euploia. Su due luoghi di culto del porto di Olbia”, in Sardinia, Corsica et Baleares antiquae, II, 2004, pp. 109-118; P. Cavaliere, Anfore puniche dell’isola Bocca, in Da Olbìa a Olbia, cit., I, pp. 177-185; G. Pietra, Il porto di Olbia e la Sardegna nord-orientale in età romana, in Porti antichi e retroterra produttivi Strutture, rotte, merci a cura di Marinella Pasquinucci e Antonino Facella (Instrumenta 6), Pisa 2023, pp. 199 -206; R. D’Oriano, G. Pietra, E. Riccardi, “Nuovi dati sull’attività portuale di Olbia tra VI e XI sec. d.C.”, in Forme e caratteri della presenza bizantina nel Mediterraneo occidentale: la Sardegna (secoli VI-XI), a cura di P. Corrias, Atti del Convegno (Oristano, 22-23marzo 2003), Cagliari, Condaghes, 2012, pp. 129-162; V. Gavini, E. Riccardi, “Elementi di carpenteria navale dai relitti del porto di Olbia”, in L’Africa romana. I luoghi e le forme dei mestieri e della produzione nelle province africane, vol. XVII, 3, a cura di M. Milanese, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XVIII convegno di studio (Olbia, 11-14 dicembre 2008), Roma, Carrocci, 2010, pp. 1885-1896. Sulle navi interrite, vd. anche sempre su L’Africa Romana, XIV: E. Riccardi, I relitti del porto di Olbia, pp. 1263 ss.; G. Pisanu, Materiale di fase punica dallo scavo del porto di Olbia, pp. 1275 ss.; A. Sanciu, Lucerne con bolli di fabbrica dal porto di Olbia, pp. 1281 ss.

[39] R. D’Oriano, G. Pietra, “Olbia dal collasso della città romana al Giudicato di Gallura: punti fermi e problemi aperti”, in Settecento- Millecento. Storia, Archeologia e Arte nei secoli bui del Mediterraneo. Dalle fonti scritte, archeologiche ed artistiche alla ricostruzione della vicenda storica. La Sardegna laboratorio di esperienze culturali, 1.1, a cura di R. Martorelli, Atti del Convegno (Cagliari, 17-19 ottobre 2012), Cagliari, Scuola Sarda Editrice, 2013, pp. 365-386; G. Pietra, “Olbia tra paganesimo e cristianesimo”, in Isole e terraferma nel primo cristianesimo identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, a cura di R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu, Atti XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Cagliari-Sant’Antioco, 23-27 settembre 2014), Cagliari, PTFS University Press, 2015, pp. 815-820.

[40] W. E. Kaegi, Gightis and Olbia in the Pseudo-Methodius Apocalypse and their significance, «Byzantinische Forschungen», 26, 2000, pp. 161 ss., sulla base di una rilettura di Die Apokalypse des Pseudo-Methodius. Die Ältesten griechischen und Lateinischen Übersetzungen, a cura di W.J. Aerts e G. A.A. Kortekaas, CSCO 569 (subsidia 97), Lovanii 1998, pp. 94 s., 98 ss.

[41] G. Pietra, “Considerazioni sull’urbanistica di Olbia romana”, in Ricerca e confronti. Giornate di studio di archeologia e storia dell’arte (Cagliari, 7-9 marzo 2006), a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, A. Pasolini, Cagliari, Eedizioni AV, 2007, pp. 249-260.

[42] G. Pietra, “Il foro di Olbia”, in L’Africa romana. I luoghi e le forme dei mestieri e della produzione nelle province africane, vol. XVIII, 3, a cura di M. Milanese, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XVIII convegno di studi (Olbia, 11-14 dicembre 2008), Roma, Carocci, 2010, pp. 1843-1863; Ead., G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8), pp. 69 ss.

[43] A. Sanciu, “Scavi all’acquedotto romano di Olbia”, in Sardinia, Corsica et Baleares antiquae, I, 2003, pp. 147-152; G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8), pp. 86 ss.

[44] G. Pietra, “Un nuovo impianto termale a Olbia”, in Sardinia, Corsica et Baleares antiquae, 3, 2005, pp. 75-79.

[45] R. D’Oriano, G. Pietra, “Stratificazione dei culti urbani di Olbia fenicia, greca, punica e romana”, in MEIXIS. Dinamiche di stratificazione culturale nella periferia greca e romana, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, C. Pilo, Atti del convegno internazionale di studi “Il sacro e il profano” (Cagliari, Cittadella dei musei, 5-7 maggio 2011), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2012, pp. 173-188 (Archaeologica, 169); G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8), pp. 56 ss.

[46] R. D’Oriano, G. Pietra, G. Pisanu, “Olbia. San Simplicio – Urban Center. Tempio e necropoli”, in Erentzias, II (2012-14), 2018, pp. 383-387.

[47] R. Colombi, “Intonaci dipinti da un quartiere abitativo nel centro urbano di Olbia”, in Sistemi decorativi della pittura antica: funzione e contesto, a cura di F. Donati, I. Benetti, Atti del II Colloquio Nazionale AIRPA (Pisa, 14-15 giugno 2018), Roma, Quasar edizioni, 2020, pp. 159-164.

[48] G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8), pp. 109 ss.

[49] S. Angiolillo, Due nuovi ritratti imperiali a Olbia, L’Africa romana XVIII: i luoghi e le forme dei mestieri: atti del 18. Convegno di studio, 11-14 dicembre 2008, Olbia, Italia. Roma 2010, Carocci editore, pp. 1825-1842; S. Angiolillo, R. D’Oriano, “Disiecta membra di una statua bronzea da Olbia”, in Epì oinopa ponton. Studi sul Mediterraneo antico in ricordo di Giovanni Tore, a cura di C. Del Vais, Oristano, S’Alvure, 2012, pp. 669-680.

[50] S. Angiolillo, “Alla ricerca del tesoro perduto. A proposito di un corredo di preziosi rinvenuto ad Olbia”, in Sardinia antiqua. Studi in onore di Piero Meloni in occasione del suo settantesimo compleanno, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1992, pp. 403-414.

[51] A. Sanciu, Insediamenti rustici d’età tardo-repubblicana nell’agro di Olbia, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 777 ss.; Id., Una fattoria d’età romana nell’agro di Olbia, Sassari 1997.

[52] R. D’Oriano, Nuovi dati sulla viabilità nell’agro di Olbia, in L’Africa Romana, XII, Olbia 1996, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Sassari 1998, pp. 801-810; N. Canu, S. Giuliani, La viabilità extraurbana nel territorio di Olbia. Per un sistema unitario nello studio della viabilità della Sardegna romana, in L’Africa romana. I luoghi e le forme dei mestieri e della produzione nelle province africane, vol. XVIII, 3, a cura di M. Milanese, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XVIII convegno di studio (Olbia, 11-14 dicembre 2008), Roma, Carocci, 2010, pp. 1875-1883.

[53] G. Bevilacqua, R. D’Oriano, Exotica come segni del potere: un thymiaterion cnidio da Olbia, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 1943-1958; G. Pietra, “La ceramica sigillata africana D in Sardegna: dinamiche storiche ed economiche tra tardo antico e alto Medioevo. Il quadro regionale e il caso di Olbia”, in L’Africa romana. Le ricchezze dell’Africa. Risorse, produzioni, scambi, vol. VII, 3, a cura di J. González, P. Ruggeri, C. Vismara, R. Zucca, Atti del XVII convegno di studio (Sevilla, 14-17 dicembre 2006), Roma, Carocci, 2008, pp. 1758-1782; V. Cabras, Importazioni e consumo di sigillata africana C a Olbia, L’Africa Romana, XIX.cit., pp. 1959-1984.

[54] S. Mameli, Un rilievo figurato da Villa Tamponi a Olbia, in L’Africa romana XVIII, cit., pp. 1815-1824.

[55] F. Manconi, “Olbia. Un’area sacra sotto Corso Umberto n. 138: i resti faunistici”, in L’Africa romana, vol. VII, 1, a cura di A. Mattone, Atti del VII Convegno di studio (Sassari, 15-17 dicembre 1989), Sassari, Edizioni Gallizzi, 1990, pp. 503-510: Ead., “Olbia. Su Cuguttu 1992: i reperti faunistici”, in Da Olbìa ad Olbia, cit., pp. 447-464; Ead., “I resti animali”, in A. Sanciu, Una fattoria romana nell’agro di Olbia, Sassari, Boomerang Edizioni, 1997, pp. 213-221; B. Wilkens, “Un saggio di scavo sull’acropoli di Olbia: la fauna”, in Da Olbìa ad Olbia, cit., pp. 353-355.

[56] G. Pietra, Olbia romana, Sassari, Carlo Delfino editore, 2013 (Scavi e ricerche, 8), pp. 177 ss., anche in relazione al volume sull’agro di Olbia di Dionigi Panedda (L’agro di Olbia nel periodo preistorico, punico e romano, Roma 1953, riediz. Carlo Delfino Editore Sassari 1987).

[57] Vd. Mastino, Olbia in età antica cit., pp. 78-87, numeri 1-91. L. Gasperini, Olbiensia epigraphica, in Da Olbìa ad Olbia, cit., I, pp. 305 ss.

[58] G. Pietra, Nuovi bolli epigrafici da Olbia, L’Africa Romana, XIV, 3, pp. 1771-1786.

[59] A. Sanciu, Scavi nel porto di Olbia: marchi di fabbrica su terra sigillata italica, tardo-italica e sud-gallica, “Erentzias”, II, 2012-14, a cura di M.R. Manunza, L. Usai, Felici Editore, Pisa 2018, pp. 175-182.

[60] A. Sanciu, Marchi di fabbrica su lucerne a becco tondo e cuoriforme del porto di Olbia, in Erentzias, I, a cura di L. Usai, Delfino editore, Sassari 2011, pp. 183-218.

[61] A. Sanciu, “Le matrici fittili”, in Contributi su Olbia punica, Sassari, Chiarella, 1991, pp. 39-50. Vd. P. Basoli, Le figure fittili di Olbia. Notizia preliminare, in “L’Africa Romana, VII”, Atti del VII Convegno di studio, Sassari, 15-17 dicembre 1989, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1990, pp. 669-672.

[62] P. Ruggeri, Olbia e la casa imperiale, in Da Olbìa a Olbia, I, cit., pp. 281 ss.; Angiolillo, Due nuovi ritratti imperiali a Olbia cit., pp. 1825-1842; G. Pietra, “Le forme del potere imperiale a Olbia da Nerone ai Flavi”, in L’Africa romana. Trasformazione dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, vol. XIX, 2, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Atti del XIX convegno di studio (Sassari- Alghero, 16-19 dicembre 2010), Roma, Carocci, 2012, pp. 1931-1941.

[63] R. D’Oriano, G. Pastore, Un frammento del Planetario di Archimede da Olbia, in L’Africa romana XVIII: i luoghi e le forme dei mestieri: atti del 18. Convegno di studio, 11-14 dicembre 2008, Olbia, Italia. Roma 2010, Carocci editore, pp. 1777-1814.

[64] M.L. Gualandi, Due imperatori per un trionfo. La matrice di Olbia: un hapax “fuori contesto”, in L’Africa romana  XVIII, cit., pp. 1915-1934; M.L. Gualandi, A. Pinelli, Un trionfo per due. La matrice di Olbia: un unicum iconografico ‘fuori contesto’, in M.M. Donato, M. Ferretti, «Conosco un ottimo storico dell’arte…» Per Enrico Castelnuovo. Scritti di allievi e amici pisani, Pisa, Edizioni della Normale, 2012, pp. 11-20.

[65] G. Bevilacqua, “… (h)os (h)omines …: una nuova tabella defixionis da Olbia”, in L’Africa romana. I luoghi e le forme dei mestieri e della produzione nelle province africane, vol. 3, a cura di M. Milanese, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XVIII convegno di studio (Olbia, 11-14 dicembre 2008), Roma, Carocci, 2010, pp. 1935-1961; L. Del Monaco, Defixio tardo-antica da Olbia (Sardegna), in Come Aurora, Lieve, Preziosa. Ergastai e Philai a Gabriella Bevilacqua, Giornata di studio Roma 6 giugno 2012, a cura di Paolo Lombardi, Opuscula Epigraphica del Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Sapienza, Università di Roma, 17-2017, 131-141.

[66] A. Mastino, La “Pax Flavia” dopo il “Bellum Iudaicum”: una “evocatio” ? in Historica e philologica, Studi in onore di Raimondo Turtas a cura di M. G. Sanna, AM&D Edizioni, Cagliari 2012 (Collana Agorà), pp. 25-47.

[67] A. La Fragola, A. Mastino, T. Pinna, Defixiones, maledizioni e pratiche magiche nella Sardinia e nella Corsica tardoantiche, in Enemistad y odio en el mundo antiguo, Francisco Marco Simón, Francisco Pina Polo, José Remesal Rodríguez (eds.), Collecció Instrumenta, 74, Zaragoza 2021, pp. 183-240.