- Othoca
Per lungo tempo la città di Othoca, localizzata presso Santa Giusta, è stata ritenuta la palaiápolis di Neapolis: se Neapolis era la “città nuova”, la “città vecchia” doveva essere Othoca, ove sia lecito pensare che quest’ultimo nome si sovrapponga ad Utica od Ithyca in Africa alla foce del Bagradas, posto che il toponimo originario (prima della fondazione di Neapolis) non è conosciuto, se veramente il significato è quello di “città vecchia”[1]; la forma greca con lo iota iniziale (Itùke) sottintende un costrutto fenicio ‘y, “isola”[2]. La questione non è chiusa benché la prudente proposta di Ettore Pais di individuare la palaiápolis di Neapolis in Othoca abbia avuto notevole fortuna sino ai nostri giorni[3]. In realtà sia l’etimo di Utica[4], sia la stessa ascrizione di Utica allo strato linguistico fenicio, considerata anche l’esistenza di numerosi toponimi libici in Ut-[5] e, in particolare, la città della Mauritana Ouìtaka[6], non hanno trovato un accordo generale tra gli studiosi. Del resto la forna del poleonimo Othoca oscilla tra Othaìa di Tolomeo[7], Uttea della Tabula Peutingeriana[8] e Othoca dell’Itinerarium Antonini [9], della Cosmographia del Ravennate[10], e della Geographica di Guidone [11]; del resto vari studiosi hanno rifiutato l’etimo semitico di Othoca, ascrivendo il poleonimo al sostrato mediterraneo[12].
In origine Othoca fu uno stanziamento indigeno, caratterizzato dalla presenza organizzata di un gruppo fenicio, cui si riportano materiali individuati sull’altura della basilica di Santa Giusta e risalenti fino alla seconda metà dell’VIII secolo a.C. La città fenicia venne costituita intorno all’ultimo quarto del VII secolo a.C. Essa occupava un tozzo promontorio, costituito da depositi ciottolosi alluvionali, esteso per 1.125 m in senso nord-sud e 875 m lungo l’asse est-ovest, ma la superficie dell’abitato non doveva essere superiore a circa 7,5 ha. Tale promontorio risultava in antico delimitato a nord e a sud da due profonde insenature della laguna di Santa Giusta rispettivamente ridotte dai depositi di argilla e limi all’area di Sa Terrixedda e alla zona acquitrinosa di Su Meriagu e Terra Manna[13]. Othoca era, nell’epoca antica, un centro costiero, come deduciamo dalla descrizione della costa occidentale della Sardegna di Tolomeo (3, 3, 2), con la menzione di Otha‹k›a polis. Conseguentemente dobbiamo interpretare la laguna di Santa Giusta in guisa di un profondo golfo interno posto in comunicazione con le foci del fiume Tirso, attraverso il canale di Pesaria[14]. La città fenicia e poi punica aveva occupato il settore settentrionale del promontorio per l’abitato, incentrato sull’acropoli della basilica di Santa Giusta e il settore meridionale, presso la chiesa di Santa Severa, per la necropoli.
Othoca, al pari degli altri centri urbani punici della Sardegna, si diede ai Romani senza combattere, all’atto dell’occupazione dell’isola nel 238/237 a.C. Le scelte insediative della città preromana sono ripetute dall’insediamento romano[15]: in particolare si verifica il continuo riuso di tombe a camera costruita. Tale dato si è potuto constatare con la tomba a camera posta a sud della chiesa di Santa Severa. La tomba – scavata da Giovanni Tore e Raimondo Zucca – si compone di un brevissimo dromos delimitato da due ante e di un vano rettangolare di 2,4 × 1,76 m, coperto a doppio spiovente. Sui lati lunghi della camera si aprono due nicchie quadrangolari. La tomba presenta all’interno una decorazione pittorica poco conservata. Tra gli oggetti di corredo, riferibili a numerose deposizioni, si segnalano le ceramiche puniche e attiche, gli specchi e gli strigili in bronzo, una collana in vaghi d’oro, decorati a granulazione. L’ultima deposizione deve assegnarsi, in base a un piatto a vernice nera e a un unguentario (unguent bottle) in vetro fuso su nucleo di fango, al I secolo a.C.
La città, ridotta al rango di civitas stipendiaria, dovette mantenere, probabilmente, un attivo movimento filopunico che si concretizzò all’atto della grande rivolta antiromana del 216/215 a.C. in un appoggio all’azione militare sardo-punica guidata da Hampsicora e Annone e conclusasi nelle due battaglie di Cornus e del Campidano centrale che videro la vittoria dell’esercito romano al comando di Tito Manlio Torquato: episodi che conosciamo attraverso il XL libro di Tito Livio.
Ignoriamo qualsiasi evoluzione dello stato giuridico di Othoca, in assenza di documenti epigrafici, se si escludono i miliari stradali e poche iscrizioni, soprattutto funerarie, come l’epitaffio di
Nigella lib(erta) piissima, ricordata da Q(uintus) Plautius Q(uinti) P(ublii) Ti(berii) l(ibertus) Elenchus (CIL X 7902)[16]; ma vd. anche 7900, 7904, 7911-7913. In età imperiale la città si dovette sviluppare, presumibilmente, in rapporto al suo carattere di nodo di traffici; infatti, secondo l’Itinerarium Antonini, a Othoca facevano capo le due principali strade della Sardegna: la litoranea occidentale (via a Tibulas Sulcis) e la strada centrale, da Turris Libisonis a Carales, che inizialmente passava però per le Aquae Ypsitanae-Uselis, ben lontano dalla costa, prima oltretutto che si realizzassero le varianti per abbreviare il percorso.
L’urbanistica della città romana è scarsamente nota: a parte la necropoli, localizzata nella stessa area di quella fenicio-punica, gli scavi del 1990 nel sagrato della cattedrale hanno documentato intonaci dipinti in rosso e nero e tessere bianche e nere di mosaici. Il riutilizzo di colonne, basi e capitelli nella cattedrale di Santa Giusta fa ipotizzare per Othoca l’esistenza di edifici romani con prospetti caratterizzati da colonne o da portici. In dettaglio si hanno due capitelli ionici (rispettivamente degli inizi del I secolo a.C. e della metà del II secolo d.C.), quattro capitelli corinzi, ascritti al II secolo (due esempi) e alla prima metà del IV secolo d.C. (due esempi), e tre capitelli compositi, della prima metà del II secolo d.C. e della metà del III.
Il cristianesimo dovette penetrare precocemente in Othoca, in relazione alla sua natura di centro di traffici, secondo la prassi comune dell’evangelizzazione. L’attestazione di un martire di età dioclezianea, Luxurius, a Forum Traiani rende probabile la coesistenza di una comunità cristiana a Othoca, attraversata dalla strada che conduceva a Forum Traiani.
Othoca possiede, tuttavia, una tradizione agiografica relativa alle sante Giusta, Giustina ed Enedina; tale tradizione è, purtroppo, assai tardiva, rimontando al Medioevo. La passione di Giusta, Giustina ed Enedina altro non è che una leggenda, costruita in base alla vicenda di Cipriano di Antiochia, un romanzo agiografico redatto in età antica, essendo documentato ai tempi dell’imperatrice Eudossia, alla metà del V secolo[17]. Quanto alla storicità delle sante, deve lasciarsi impregiudicata sia l’ipotesi di martiri sarde, sia l’altra, formulata già da Francesco Lanzoni, di martiri africane le cui reliquie sarebbero state recate in Sardegna dai vescovi africani esiliati nell’isola dal re vandalo Trasamondo, fra il 507 e il 523.
Il territorio di Othocasembra corrispondere alla curatoria del Campidano di Simaxis, disponendosi a mezzogiorno del fiume Tirso e a occidente del piede del Monte Arci. Tra i praedia del territorio di Othoca si segnalano i praedia Aristiana, di un Aristius non meglio noto, da cui derivò in età bizantina l’insediamento di Aristianis, l’odierna Oristano[18]. Naturalmente era ricompreso anche l’attuale territorio di Nurachi[19].
[1] Pais, Storia della Sardegna, cit., p. 367; R. Zucca, Oristano. radici storiche, in AA.VV., Oristano. La storia, le immagini, Oristano 1994, pp. 13-20; Id., Oristano, Dizionario storico-geografico dei Comuni della Sardegna, III, Sassari 2008.
[2] W. Huss in Der Neue Pauly, vol. XIII A, Duisburg 2002, col. 1067, s.v. Utica.
[3] G. Tore, Othoca, in G. Nenci, G. Vallet (a cura di), Biblioteca topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche, vol. XIII, Pisa-Roma 1994, p. 123.
[4] A. Garcìa y Bellido, Fenicios y Carthagineses en Occidente, Madrid 1942, p. 29; P. Cintas, Manuel d’archéologie punique, vol. I, Paris 1970, pp. 59, nota 210 e 294.
[5] J. Desanges, Thugga dans les sources littéraires, in M. Khanoussi, L. Maurin (éds.), Dougga (Thugga), cit., p. 23; M. H. Fantar, Carthage. Approche d’une civilisation, vol. I, Tunis 1998, p. 68; Id., À propos de deux toponymes en Byzacène, in AA.VV., Du Byzacium au Sahel. Itinéraire historique d’une région tunisienne, Sousse 1999, p. 102.
[6] Ptol. 5, 2, 32. La città è confrontata da Pais, La Sardegna prima del dominio, cit., p. 88, nota 1, con Othoca e Utica.
[7] Ptol. 3, 3, 2. Nei codici sono attestate anche le forme Osaia ed Ousaiópolis.
[8] Tab. Peut. segm. II C. La corrispondenza tra l’Othaìa tolemaica e Uttea rende plausibile l’identificazione dei due centri (G. Nieddu, R. Zucca, Othoca. Una città sulla laguna, S’Alvure, Oristano 1992, p. 113 nota 10; R. Zucca, La città di Othoca dai Fenici ai Romani, AA. VV., Santa Giusta. Radici, Santa Giusta 2001, pp. 29-31). Si osservi, tuttavia, che Uttea della Tabula potrebbe costituire un’erronea lettura di Utica, con ti che danno la tt e c che è trascritta e (suggerimento di Lidio Gasperini raccolto da Raimondo Zucca). L’identità onomastica di questa Utica della Sardinia nella Tabula con l’Utica africana potrebbe essere una rideterminazione analogica, motivata dal maggiore prestigio dell’Utica […] Catonis morte nobilis (Plin, nat. 5, 24), del poleonimo sardo Othoca.
[9] Itin. Ant. 82, 84 Wess.
[10] Rav. 5, 26.
[11] Guido 64.
[12] A. Trombetti, Saggio di antica onomastica mediterranea, «Studi etruschi», XIV, 1940 p. 198 (con riferimento a una radice *t-g); M. Pittau, La Neapolis della Sardegna: emporio punico oppure greco?, in L’Africa Romana, VII. Atti del VII Convegno di studio, Atti del VII convegno di studio, Sassari 15-17 dicembre 1989, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1990, pp. 562-3; Id., I nomi di paesi, città, regioni, monti, fiumi della Sardegna: significato e origine, Ettore Gasperini Editore, Cagliari 1997, p. 150.
[13] G. Tore, R. Zucca, Testimonia Antiqua Uticensia (ricerche a Santa Giusta – Oristano), Archivio Storico Sardo, XXXIV (1981) [1983], pp 1-35.
[14] Sul porto di Othoca cfr. F. Fanari, Ritrovamenti archeologici nello stagno di Santa Giusta, QSACAOR, 5, 1988, pp. 97 ss.
[15] Sulla topografia antica cfr. R. Zucca, Il centro fenicio-punico di Othoca, “Riv. St. Fen.”, IX, 1981, pp. 98 ss.; Tore, Zucca, Testimonia antiqua Uticensia cit., pp. 11 ss.; G. Nieddu, R. Zucca, Othoca. Una città sulla laguna, Oristano 1991; R. Zucca, Storia e archeologia dell’Arci-Grighine nell’Antichità, s.l. 1997, pp. 17 ss. P. Bernardini, P. G. Spanu , R. Zucca, Santa Giusta-Othoca. Ricerche di archeologia urbana 2013. FOLD&R, vol. 312, 2013, pp. 1-8.
[16] G. Nieddu, R. Zucca, Othoca, una città sulla laguna, Oristano 1991, pp. 190-191.
[17] Sul culto delle Sante Giusta, Giustina e Enedina cfr. però M. Dadea, La riscoperta delle reliquie di vari martiri trovate nella cripta di santa Restituta nel XVII secolo, in AA. VV., Cagliari: itinerari urbani tra archeologia e arte, Cagliari 1999, pp. 50 s.
[18] R. Zucca, Evo antico e alto Medioevo. Introduzione storiografica, AA. VV., Oristano e il suo territorio. 1. Dalla preistoria all’altomedioevo, a cura di P. G. Spanu e R. Zucca, Roma 2011, pp. 11-22.
[19] R. Zucca, Ad Nuragas in età romana e altomedievale, in AA.VV.. Nurachi. Storia di una ecclesia, Oristano 1985, pp. 27-31.

