Gli italiani in Tunisia a fine Ottocento

image_pdfimage_print

La tavola rotonda svoltasi ieri nell’Aula Baffi della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Cagliari (dal titolo Mediterraneo e Sardegna, viaggio fra nazioni e identità) è stata un momento di grande intensità culturale e civile. Dedicata alla memoria del professor Bruno Manca (studioso che ha posto le basi per gli studi africani all’Università di Cagliari), l’iniziativa ha affrontato un tema di straordinaria importanza, capace di tenere insieme storia, identità, migrazioni e memoria collettiva.

Ho ascoltato con attenzione gli interventi a partire da quello di Nadia (docente tunisina), che ha proposto un’analisi molto efficace della composizione delle nazionalità presenti in Tunisia nel secolo scorso. Il quadro che ne emergeva era quello di una società complessa e stratificata: maltesi, francesi (circa 55.000), italiani (circa 85.000, anche se alcune stime parlano di 150.000 o addirittura 200.000) e una popolazione autoctona di circa due milioni di persone.

Particolarmente incisiva è stata l’analisi delle fotografie prodotte in epoca coloniale. I francesi venivano rappresentati puliti, eleganti e ben vestiti; gli italiani con le maniche delle camicie rimboccate (a indicarne la natura di lavoratori); gli autoctoni spesso seduti, raffigurati come privi di voglia di lavorare. Un immaginario costruito dal colonizzatore, funzionale a una precisa gerarchizzazione sociale e culturale.

Nadia si è poi soffermata sull’analisi della stampa dell’epoca, in particolare sul giornale Il Minatore (una pubblicazione di breve durata ma dal forte taglio sindacale e rivendicativo). I temi affrontati erano quelli centrali per la vita dei lavoratori: l’orario di lavoro, i salari quasi sempre insufficienti, il cottimo e le battaglie contro il caro vita.

Subito dopo è intervenuto Veneziani (siciliano e docente in un’università tunisina), che ha spostato l’attenzione sulla categoria dei muratori, provenienti in gran parte dalla Sicilia. Erano organizzati in un sindacato che contava circa 900 iscritti e pubblicavano un giornale, Il Muratore (dal chiaro orientamento anarco-sindacalista). Anche in questo caso le rivendicazioni erano prevalentemente sindacali, ma il fermento si estendeva a tutti gli aspetti della vita della classe lavoratrice.

Quando i cantieri si spostavano fuori dalla città (verso Béja o a sud in direzione di Sousse), i datori di lavoro organizzavano vitto e alloggio. Tuttavia, una volta detratti questi costi, restava poco più della metà della retribuzione per mantenere la famiglia. Del giornale Il Muratore sono usciti circa 130 numeri; quelli analizzati finora sono solo una quindicina. Resta quindi ancora molto da studiare e ricostruire, frammenti di storia che dovrebbero confluire in un più ampio contenitore di storia del Mediterraneo.

Dal dibattito è emerso un dato significativo e inquietante: la maggior parte dei tunisini oggi non conosce questa storia. Non viene studiata nei percorsi scolastici, esattamente come accade da noi. Ci ignoriamo vicendevolmente, pur avendo condiviso per decenni storie di povertà, lavoro, migrazione e solidarietà.

Questi interventi hanno restituito profondità storica a fenomeni che oggi vengono spesso letti in modo superficiale. In qualche modo ci è stata raccontata una verità semplice e insieme scomoda: prima eravamo noi a emigrare, oggi sono altri a farlo verso di noi. Una consapevolezza che nasce solo dallo studio della storia.

Personalmente ho iniziato ad avvicinarmi a questi temi negli anni Ottanta, dopo aver sostenuto l’esame di Storia moderna con il professor Girolamo Sotgiu. Il suo modo di narrare mi colpì profondamente e, anche grazie alla mia frequentazione del sindacato fin da ragazzo, iniziai a leggere i suoi libri. Da lì compresi l’importanza della nascita del movimento operaio e socialista nel Sulcis e delle sue diramazioni nel Nord Africa (in particolare in Algeria e Tunisia).

Capire il peso che le miniere hanno avuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento è fondamentale per inquadrarne la portata storica e sociale nell’area del Sulcis. Qui l’attività mineraria non ha solo modificato l’economia locale, ma ha inciso profondamente sulla struttura sociale, trasformando una popolazione di pastori e contadini in una classe operaia dotata di coscienza (sebbene ipersfruttata), capace di organizzarsi e di rivendicare diritti e dignità.

Il quadro generale della Sardegna di quegli anni è invece quello restituito da Maurice Le Lannou nel suo libro Pastori e contadini di Sardegna (una società prevalentemente agro-pastorale, segnata da equilibri antichi e da una modernizzazione lenta). È proprio per questo che l’esperienza del Sulcis minerario rappresenta una cesura netta e circoscritta.

Accanto alle miniere va ricordato immediatamente il ruolo dei battellieri di Carloforte, senza i quali l’intero sistema produttivo non avrebbe potuto funzionare. Erano loro a trasportare le materie prime dai siti minerari fino al porto, per poi spedirle verso il Nord Europa. Un mondo del lavoro che si intrecciava con quello minerario e che contribuì alla formazione di una coscienza operaia diffusa, sostenuta anche dal nascente movimento socialista. In quel periodo il peso delle miniere era rilevante persino all’interno di Confindustria, e con esse il peso politico ed economico della Sardegna.

Il collegamento con il Nord Africa e lo sviluppo dell’attività mineraria anche su quelle sponde crearono un mercato del lavoro quasi unico. Quando aumentavano le paghe al Sud, cresceva la migrazione degli operai, che portavano con sé non solo competenze professionali, ma anche una coscienza sociale già maturata.

Dentro questo quadro si colloca l’incontro con Ferruccio Sardo (siciliano da cinque generazioni in Tunisia). Discutendo con lui del tema dell’identità, io tendevo a considerarlo tunisino secondo lo ius soli, mentre lui rivendicava con forza lo ius sanguinis (“sono italiano di sangue”). Mi parlò del peso che gli italiani ebbero nella Tunisia di allora e del processo di francesizzazione forzata avviato con il protettorato francese.

Ferruccio raccontò anche un aneddoto significativo: le gallerie delle miniere in Tunisia erano state scavate dai minatori sardi e avevano quindi dimensioni ridotte. In un certo periodo i proprietari delle miniere (spesso le stesse società attive nel Sulcis) pensarono di sostituire i sardi con minatori polacchi. L’idea fu abbandonata perché le gallerie erano costruite e dimensionate per i sardi, e furono costretti a richiamarli.

Mi parlò inoltre della bonifica dell’Avenue Habib Bourguiba (originariamente paludosa e resa vivibile grazie all’intervento di una contessa siciliana). Il protettorato era formalmente francese, ma l’economia, in larga parte, era in mano agli italiani, come testimoniano ancora oggi i grandi palazzi dell’epoca. Raccontò anche storie meno note, come quella dei bambini e delle donne rapiti dalle nostre terre e cresciuti nella residenza del bey, tra cui il nonno di Beji Caid Essebsi (rapito in Sardegna).

Negli anni delle mie frequentazioni tunisine mi recavo spesso all’Istituto Italiano di Cultura (in zona Avenue Mohamed V), dove consultai numerose pubblicazioni sul ruolo delle comunità italiane in Tunisia: minatori sardi, muratori siciliani, tipografi provenienti dal Nord Italia. Una comunità viva e articolata, capace di produrre giornali, idee e una vera coscienza collettiva.

Ricordo anche un incontro casuale lungo Mohamed V con un anziano tunisino che mi raccontò di un passato in cui, sul lato destro scendendo dall’avenue de Bourguiba, si susseguivano serre fiorite. Con la cacciata degli italiani, quelle serre furono abbandonate; al posto dei fiori rimasero i resti delle strutture, mal custodite e progressivamente degradate. Un’immagine potente che rappresenta simbolicamente l’effetto immediato dell’espulsione degli italiani da località come Mateur, Ghardimao, Biserta e molte altre.

Molti di coloro che lasciarono Mateur arrivarono in Sardegna (a Olia Speciosa, nel territorio di Castiadas, o a Capoterra), diventando assegnatari dei terreni dell’allora ETFAS.

Guardando alla situazione attuale emerge una distanza paradossale. Nonostante la vicinanza geografica, manca una vera comunicabilità tra i nostri mondi. Tra Nora e Cap Serrat ci sono appena 90 miglia marine eppure non esiste un collegamento diretto. Ai tempi delle miniere c’era il vaporetto; oggi bisogna passare dalla Sicilia, che è più lontana della Tunisia stessa.

Oggi l’unico strumento strutturato di cooperazione internazionale di cui disponiamo è la legge regionale n. 19 del 1997. Eppure la Regione non investe risorse nei paesi di vicinato, preferendo iniziative episodiche e prive di una visione complessiva.

In questo contesto la tavola rotonda si è rivelata non solo utile, ma necessaria. Ha riaperto riflessioni, ricostruito legami, restituito dignità e profondità a una storia che ci appartiene e che continua a parlarci. È stata anche l’occasione per riconoscere il valore di un lavoro di lungo periodo, come quello portato avanti da Gianni Marilotti, che per anni si è occupato del Mediterraneo e in particolare del Nord Africa, contribuendo a mantenere vivo uno sguardo capace di leggere questo spazio non come frontiera, ma come luogo di relazioni, scambi e storie intrecciate.

Dentro questa prospettiva si colloca anche un ringraziamento ideale a tutti gli amici di questa chat che si occupano, o si sono occupati nel tempo, dei problemi del Mediterraneo, sia a titolo individuale sia attraverso le proprie organizzazioni. A tutti loro va l’invito a tenere duro, a fare rete, a continuare a guardare in prospettiva. Le storie di povertà, lavoro, migrazione e solidarietà che abbiamo richiamato ci ricordano che nulla nasce dal nulla e che solo la continuità dell’impegno può trasformare la memoria in progetto e il passato in futuro.

Antonello Pranteddu, Mediterranea

Nella foto : Il poeta Giovanni Nurchi a Tunisi nel 1899.