La vigna di Adolfo Bellu (Nigolosu 1915)

image_pdfimage_print

La vigna

(Santa Lucia di Nigolosu tra il 1915 e il 1950, prima di Copenaghen).

Adolfo Bellu, A ritroso nel tempo (ricordi), Varese 1976 (ma Fossataro Cagliari 2° edizione).  

In questa era di « boom » turistico non mancheranno, tra i villeggianti e gli escursionisti che tutti gli anni invadono la Sardegna, quelli che conoscono la zona di colline, ricca di vigneti, che si trova nella parte occidentale del- l’isola, tra Tresnuraghes e Bosa, ma ai tempi della mia infanzia la sua bellezza era nota soltanto agli isolani.

Mentre la campagna dell’altipiano, in gran parte rocciosa e ferrigna, prevalentemente adibita al pascolo del bestiame brado, il terreno delle colline che degradano da Tresnuraghes a Bosa è meno ingrato. Certo pietra ce n’è molta anche qui, ma può essere estratta con i lavori di scasso e poi utilizzata per costruire i muri divisori delle proprietà o, dove il pendio è scosceso, per sostenere le terrazze delle vigne; la residua viene ammassata a guisa di piccole piramidi. La dura, tenace fatica dell’uomo rigenera così la terra, rendendola atta alla piantagione delle viti, in bassi filari, e tutto intorno, lungo il muro di cinta, dei fichi, dei peschi, dei melograni.

In mezzo alle vigne, o sulla sommità se sono in pendìo, si trovano le case per la villeggiatura del proprietario, quasi tutte senza piani superiori e senza pretese architettoniche, con il tetto di rozze tegole rosse e le facciate bianche o tenuemente colorate, sulle quali risaltano le finestre e le porte verniciate a tinte vivaci. Quando, a primavera avanzata, il verde delle foglie delle viti e degli alberi è più intenso, o quando in autunno cambia in toni rossastri, gialli e marrone, ne deriva una armonia di colori che avrebbe fatto gola ad un pittore impressionista.

Ogni tanto, tra la confluenza a valle di due colline, si apre la distesa di un lontano tratto di mare intensamente azzurro, sul quale spicca il candido minuscolo rettangolo della vela di una barca, che si vede filare spinta dalla brezza. Dappertutto una gran pace e un assoluto silenzio, che solo di quando in quando viene rotto da una voce umana di richiamo o dal prolungato raglio di un asino.

La nostra famiglia si recava tutti gli anni a villeggiare in una delle vigne di quella zona, che apparteneva alla mia nonna materna; io, mio fratello, i miei cugini, mia madre, mia zia e mia nonna costituivano il nucleo fisso, al quale, di tanto in tanto, si aggregava lo zio Pietrino, che in città faceva il negoziante, e mio padre.

La casa padronale, già un po’ vecchia, era quanto di  più semplice e di più disadorno si potesse immaginare; il solo piano terra, i soffitti di legno, pitturati alla meglio, il tetto di tegole rosse, le facciate tinte in rosa, le finestre e la porta verniciate in un bel verde oscuro. Vi era posto per dieci letti; due stanzoni, con due alcove ciascuno, davano all’ambiente un’aria di casa spagnola. La stanza da pranzo era arredata con pochi mobili: un modesto tavolo rettangolare, le sedie col fondo di paglia, una rustica credenza a vetri e due seggioloni di vimini. Sulla parete di fondo spiccavano due grandi ritratti a colori; riproduzioni di fotografie ufficiali di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena; il re di profilo, come nei francobolli, con i baffi a punta all’insù, la regina in tutto lo splendore della sua bellezza bruna di slava del sud; entrambi ancora giovanissimi.

Dal piazzale della casa si contemplava uno dei più incantevoli panorami della zona. Il pendìo sul quale si distendeva la nostra vigna scendeva ripido fino al fondo della vallata, per poi risalire più dolcemente fino alla sommità della collina dirimpetto, anch’essa coltivata a vigne. A destra del piazzale la campagna continuava più o meno in piano fino a un arco di colline che chiudeva l’orizzonte e sulle cui sommità si profilavano i gruppi di case dei paesi vicini. A sinistra, invece, degradava a sbalzi fino al mare lontano, di cui si vedeva un’ampia insenatura, con la spiaggia e la torre di Bosa Marina. Il tratto di mare, di un azzurro smagliante, appariva solcato dalle barche dei pescatori o da qualche veliero diretto all’imboccatura del fiume, dov’era il porticciolo.

Ogni quindici giorni — ed era per noi piccoli uno spettacolo straordinario — si vedeva il vapore postale, una vecchia piccola nave che faceva il periplo dell’isola. Si distinguevano lo scafo arrugginito, il càssero, il camino, gli alberi, e le ancore che calavano in mare per ormeggiare al largo. Scaricata la merce ripartiva. I fischi cupi della sirena di bordo, ripetuti dall’eco, giungevano fino a noi; lentamente la nave si allontanava, mentre dal camino usciva un denso, nerissimo pennacchio di fumo, che si protendeva per un lungo tratto di mare.

A fianco della casa padronale, divisa da un breve spiazzo, era la casa colonica, che conteneva i tini, il torchio, gli attrezzi agricoli, e in un angolo un lettino, dove dormiva il mezzadro per sorvegliare il podere fino alla vendemmia. Quando non vi era pericolo per il raccolto viveva con la famiglia a Magomadas, uno dei paesetti delle colline circostanti. Si chiamava Balloe Trogu; la sua tenuta di lavoro era una rozza camicia di cotone senza il colletto, il corpetto con un vecchio orologio a catena, i pantaloni di fustagno scolorito, e sul capo un piccolo berretto tondo, basso e nero, una specie di papalina. Il suo viso abbronzato e rugoso, con due baffoni grigi spioventi, esprimeva bontà; era particolarmente amato da noi piccoli, perché pazientemente soddisfaceva le nostre richieste di cavallucci o di pifferi di canna. Terminati i lavori della vigna si sedeva su di un panchetto davanti alla casa colonica, accendeva la sua vecchia pipa e fumando lentamente confezionava per la vendemmia le ceste di canna e di giunco.

Nelle notti di estate, quando il meraviglioso cielo di Sardegna è tutto trapunto di miriadi di stelle lucenti, si avvicinava a noi, che dopo cena ci trattenevamo sul piazzale a prendere il fresco, e la sua conversazione pacata, intercalata dagli sbuffi di fumo della pipa, sugli astri o sui banditi, mi ritorna alla mente, come uno dei più soavi ricordi della mia infanzia.

La nostra villeggiatura aveva il suo momento culminante nella vendemmia; lo zio Pietrino, che amministrava la proprietà di mia nonna, ne soprintendeva l’esecuzione. Venivano reclutate nei paesi vicini le donne che dovevano tagliare l’uva e portarla alla casa colonica. Era un lavoro molto gravoso, perché dovevano portare sulla testa la cesta ricolma dal fondo dello scosceso pendìo; le più giovani lo affrontavano cantando e scherzando. In un paese vicino veniva reclutato anche il pigiatore dell’uva, che da anni era lo stesso; un tipo allegro, con una bella barba nera e due occhi lucenti e vivaci. Quando arrivava alla casa colonica gli veniva portata una tinozza piena d’acqua e un grosso sapone per lavarsi i piedi, operazione che veniva particolarmente sorvegliata dallo zio Pietrino. Ne uscivano dei piedi candidi, immacolati, con i quali l’uomo, dopo essersi ben rimboccate le mutande, saliva lestamente la scaletta appoggiata al tino, che conteneva già la prima uva portata dalle raccoglitrici. Cominciava quindi la pigiatura, muovendo vigorosamente i piedi, con la cadenza e la perizia di molti anni di mestiere; quando era stanco si fermava per dire qualche battuta salace alle raccoglitrici, seguita da sonore risate.

Terminata la vendemmia il mosto veniva lasciato fermentare nei tini; se ne sentiva a distanza il gorgoglìo e l’odore acuto. Poi bisognava farlo trasportare a Bosa, dove veniva versato nelle botti della cantina, per farne il vino. Non esistendo una strada carrozzabile dalla zona delle vigne a Bosa, il trasporto veniva fatto a cavallo. Nel periodo della vendemmia, uomini che disponevano di un cavallo, per lo più carrettieri, facevano il mestiere, e penso che lo facciano anche oggi, di trasportatori del mosto.

La mattina presto sentivo dal letto il tintinnìo delle sonagliere dei cavalli che arrivavano. Sfidando il rimprovero di mia madre, che voleva che prima mi lavassi e facessi colazione, mi vestivo e uscivo sul piazzale. Dal cancello della vigna, spalancato dal mezzadro, entravano i cavalli, che avevano sulla groppa il trasportatore e due barili vuoti, uno ad ogni fianco. dli uomini balzavano a terra, legavano i cavalli agli anelli della casa colonica, toglievano i barili e li portavano dentro per riempirli di mosto. Dopo averli riempiti li riportavano fuori e, uno alla volta, con uno sforzo straordinario di gambe e di braccia, li sollevavano da terra, li appoggiavano al basto e li assicuravano con stretti giri di corda, mentre il cavallo scalpitava e nitriva. Terminato il carico ripartivano; questa volta gli uomini seguivano a piedi i cavalli, che erano sovraccarichi; il cammino era in discesa fino a Bosa e quindi più lieve la marcia. Dal cancello li vedevo allontanarsi, mentre si affievoliva il tintinnìo delle sonagliere.

La vigna, senza i turgidi grappoli del1’uva, era spoglie e desolata. Le giornate diventavano più corte e la vallata echeggiava degli spari dei cacciatori. Quando questi erano vicini si sentiva talvolta un fruscìo seguìto da un rumoroso frullare di ali; erano gli stormi di pernici che si alzavano in volo. Gli uccelli colpiti piombavano a terra; si udiva l’abbaiare dei cani che accorrevano per afferrare la preda.

Venivano le prime                    piogge,            che              ci costringevano                        a rimanere dentro casa e a passare il tempo giocando a scopa o alla tombola. Le foglie ingiallivano, i frutti terminavano, le notti diventavano più fresche. Non vi era più scopo — così dicevano i grandi — di rimanere nella vigna. Si imballavano le masserizie e gli indumenti da riportare in città e il giorno fissato per il ritorno tutta la famiglia si recava alla stazioncina di Nigolosu per prendere il treno per Bosa.

L’attesa era lunga perché i miei si preoccupavano di fare ogni cosa con molto anticipo. finalmente da una curva della strada ferrata sbucava la piccola vaporiera, sbuffando e fischiando. Il capotreno — della cui figura mi ricordo i baffi neri a punta, il corno di ottone per i segnali e i gambali di cuoio nero lucido — ci contava mentre salivamo in vettura, per poi, durante la corsa, staccare i biglietti. Toglieva dal taschino l’orologio dei ferroviari, gli dava un’occhiata, e dopo aver energicamente invitato i ritardatari a salire, suonava il segnale della partenza. La vaporiera rispondeva con un fischio acuto che rintronava per tutta la vallata, e il trenino lentamente ripartiva, lasciando sul marciapiede della stazioncina il mezzadro, che ci salutava togliendosi il berretto.

Io mi trattenevo sul terrazzino della vettura e, alla svolta della ferrovia dopo la piccola galleria, guardavo in su. Vedevo la casa della nostra vigna, con tutte le imposte ermeticamente chiuse; sotto i fìlari delle viti spoglie.

L’ultima volta che rifeci quel viaggio, ma in senso inverso, per andare molto lontano e senza ritorno, guardai come sempre quel luogo così caro alla mia infanzia, ormai remota.

La vigna era verde e la casa eguale, ma chiusa; le persone che tutti gli anni mi ci portavano erano scomparse da un pezzo, una per volta. Ma per un attimo mi sembrò di vedere, affacendate sul piazzale, le piccole figure, vestite di nero, della nonna, di mia madre e della zia, e in mezzo a un filare di viti curvo al lavoro, quella del vecchio mezzadro. E pensai di saltare dal predellino del treno che si affannava lentamente per la salita, più lentamente di un passo umano, e correre, correre a perdifiato per i campi fino alla casa della vigna, e bussare alle imposte chiuse. Ahimè non si sarebbero aperte, perché le figure che avevo visto dal treno non erano che ombre, vaghe ombre del mio irrevocabile passato!