Municipium Sulcitanorum [1]
Negli ultimi anni, grazie a Piero Bartoloni, a Michele Guirguis e alla loro scuola[2], sono stati portati avanti sostanziali progressi della ricerca sulla fase di trapasso e di trasformazione dall’età fenicia a quella cartaginese nel Sulcis-Iglesiente, che impongono una lettura più articolata e duttile dell’avvio della presenza punica nell’isola, che supera progressivamente i tradizionali concetti di interventismo e invasione militare[3]. Mentre si sono imposti, in via generale, i concetti di fluidità e di permeabilità come caratteristica antropologica e culturale degli stabilimenti fenici almeno a partire dal VII secolo a.C. e il dato della circolazione di materiali e “merci” di origine cartaginese tra il Mediterraneo e l’Atlantico[4], gli studi sulla ceramica, soprattutto nel distretto sulcitano, sottolineano il fenomeno di forte continuità piuttosto che di rottura tra le rispettive tradizioni artigianali fenicia e punica e indeboliscono il presunto orizzonte traumatico e violento di passaggio alla dominazione punica in Sardegna[5].
Oggi queste posizioni trovano un importantissimo riscontro archeologico nella documentazione emersa dalle recenti ricerche in area sulcitana e, in particolare, nel sito di Monte Sirai, dove hanno lavorato studiosi del calibro di Sabatino Moscati e M’hamed Fantar, e della sua necropoli, nella quale si sono individuati i sepolcri di personaggi di etnia cartaginese a partire dal secondo quarto del VI secolo a.C. [6]; molti di essi mostrano di appartenere a ceti socialmente elevati. Alla presenza di elementi di spicco della aristocrazia cartaginese nell’isola in momenti ben precedenti le fasi della conquista militare, nota dalla tradizione storica e dalle fonti testuali, si accompagna il quadro di un V secolo a.C. in Sardegna che non può più leggersi in modo univoco come momento di crisi e di trauma successivo all’invasione militare: la situazione di Tharros, ma anche le acquisizioni di Paniloriga[7], centro fiorente in questa fase cronologica, o le aggiornate riletture di alcuni complessi funerari della stessa Sulky[8] restituiscono quadri di maggiore complessità.
Emerge da questi studi una nuova percezione dell’interrelazione tra città e territorio rurale nella Sardegna tardopunica ed ellenistica che vuole fare a meno, in primo luogo, di una tradizionale visione imperialistica e che viceversa scopre l’assenza sul territorio di strutture coloniali impegnate nello sfruttamento sistematico delle risorse, una articolata variabilità insediativa rurale che procede in continuità in età punica e punico-ellenistica senza nessuna cesura significativa legata all’intervento cartaginese.
Sembrerebbe che, per descrivere il fenomeno con le parole di uno studioso, Andrea Roppa, <<nel corso della fase punica le comunità indigene parteciparono attivamente nel più ampio mondo punico alla definizione di nuovi rapporti e alla rinegoziazione di nuovi assetti sociali e culturali …>>[9]; un approccio, come è evidente, che porta in sé un altissimo potenziale di novità nella percezione dei fenomeni storici, artigianali ed economici che coinvolgono la Sardegna alle soglie del primo e medio ellenismo e che conduce a ridimensionare in modo cospicuo anche il concetto di resistenzialità tradizionalmente applicato alle fasi del passaggio al dominio romano in ambito sia urbano che rurale.
In quest’ottica di rinnovamento, che coinvolge pienamente anche il passaggio all’età romana, si inserisce la rilettura delle fasi storiche e archeologiche del santuario di Sid Sardus Pater ad Antas, da molti ritenuto il luogo celebrativo della c.d. “pacificazione” punica tra il V e il IV sec.a.C.: opera fortemente voluta da Mario Torelli e poi conclusa da Raimondo Zucca[10].
Per una sintesi sulla romanizzazione del territorio possiamo ricordare come Carlo Tronchetti partiva dalla situazione geografica e ambientale e forniva una prima definizione delle risorse, prime tra tutte quelle minerarie, sfruttate parzialmente già in età protostorica e fenicio-punica e destinate anche all’esportazione grazie alla presenza di una rete di insediamenti costieri con porti e punti di approdo, scali che proseguono la loro attività in età romana. È soprattutto sulla costa meridionale del Sulcis che si concentrano i grandi porti, Nora, Bithia, Tegula e Sulci, ma anche Capo Malfatano (con i moli individuati dall’archeologia subacquea)[11], Capo Isidoro, Porto Zafferano, Porto Pino e Porto Botte: Tronchetti calcolava un approdo ogni 10 km., con una penetrazione culturale ramificata verso l’interno già in epoca punica, che prosegue senza grandi rivoluzioni dopo la conquista romana[12]. È percepibile infatti una vera e propria “continuità culturale”, negli insediamenti, nella produzione di cultura materiale, nei culti, nelle attività economiche, in alcuni aspetti della vita pubblica: le comunità puniche continuarono ad usare la loro lingua come a Sulci ed a Bithia, continuarono a mantenere le antiche tecniche artigianali ed edilizie, continuarono a restare fedeli alla religione tradizionale testimoniata nei tofet di Monte Sirai e di Sulci, nelle necropoli di S. Antioco oppure nei santuari di Esculapio a Nora, di Sid ad Antas, di Demetra a Terreseo, continuarono anche a governarsi con magistrati propri, i sufeti, ancora nel II secolo d. C., a 400 anni di distanza dalla conquista romana ed a 300 anni dalla distruzione di Cartagine. Sono i prodotti della cultura materiale che marcano con evidenza questo fenomeno e insieme però illustrano la lenta penetrazione dei mercatores italici, con la loro religiosità testimoniata dal santuario a rampe e terrazze di Sulci, con la loro ceramica, la così detta fine da mensa, con il vino etrusco e campano trasportato nelle caratteristiche anfore: tutti prodotti che trovarono in Sardegna un mercato ma anche botteghe artigianali in grado di modificare lentamente i propri prodotti per avviare imitazioni locali, che gli archeologi stentano a distinguere dagli originali d’importazione. Per tutte queste ragioni, i dati riferibili con certezza al periodo repubblicano al momento appaiono insufficienti: si pensi alle monete repubblicane di Gonnesa e di Capo D’ Acqua sul Flumentepido, oppure alla ceramica a vernice nera di Seruci, alla necropoli di Ollastra Fragheri a Narcao, al capitello di Piolanas a Carbonia, alle fasi romane di Medau Piredda e Tanì, ai reperti della collezione Pispisa. Gli ultimi studi hanno riguardato Su Landiri Durci a Carbonia[13]. A causa di questa debolezza sostanziale della documentazione, preziosi appaiono i dati forniti da Monte Sirai: qui è ormai accertato uno sviluppo edilizio ancora di tradizione punica all’indomani della conquista romana, ma è anche sicura un’interruzione ben prima dell’età di Augusto[14].
Solo a partire dall’età imperiale si assiste alla completa romanizzazione del territorio con un incremento consistente degli insediamenti e con uno sviluppo edilizio che ormai è fondato su nuove
tecniche apprese dalla penisola; esplode anche il fenomeno delle importazioni di sigillata italica e poi africana e di lucerne e soprattutto delle produzioni locali di qualità. Tronchetti segnalava nell’ambito
delle produzioni locali del III secolo una classe ceramica, la c.d. ceramica fiammata dal colore rosato chiaro, che a Sulci trova una particolare concentrazione, tanto che si potrebbe ipotizzare l’esistenza di un’unica officina produttrice. Ma è la concezione stessa dei modi di produzione che va profondamente modificandosi, come è dimostrato dalla frequente localizzazione di ville destinate alla funzione primaria di controllo delle attività produttive, come a S. Pantaleo, a Corongiu sulla via a Karalibus Sulcos, a Bacu Abis di Carbonia con pavimenti in signinum ancora di tradizione punica e a San Pietro di Tului presso Giba, dove sono venuti alla luce ampi ambienti termali e strutture che fanno pensare ad una netta separazione concettuale tra gli ambienti produttivi e il settore della villa destinato all’otium del dominus, ambienti posti presso una strada e un corso d’ acqua, e cioè in una posizione favorevole alla commercializzazione della produzione. Le ville ed i villaggi contigui come a Capo d’ Acqua, Frassoi, Sa Cresiedda, in territorio di Carbonia oppure Su Perdeu e S. Benedetto a Gonnesa, Ollastra a Narcao, Santadi, Masainas, riportano certamente al sistema produttivo del latifondo, in alcuni casi di proprietà imperiale, come nel caso delle terre di proprietà personale di Claudio alla periferia di Sulci, dove erano impiegati schiavi e liberti imperiali che conosciamo da due iscrizioni che precedono e seguono la nomina del principe (CIL X 7536 e AE 1971, 129). Tronchetti escludeva che tali ville facessero riferimento ad un latifondo cerealicolo proprio per le caratteristiche del territorio e pensava a preferenza ad un tipo di latifondo misto, dove, a fianco di attività agricole erano compresenti strutture di tipo pastorale e lo sfruttamento dei boschi per la raccolta del bestiame. Tronchetti forniva un quadro dei ritrovamenti monetali e una carta degli insediamenti, che per alcuni riguardi è connessa con la localizzazione delle risorse minerarie, come a Sa Ghillotta e ad Erbexi di Gonnesa o presso il Riu Matoppa di Masua oppure a San Giovanni di Gonnesa. Ciò pone ovviamente il problema della proprietà delle miniere, che appare fin dalla prima età imperiale nelle mani del principe, se ci è conservata una serie di lingotti di piombo già con il nome di Augusto e poi di Adriano[15]: si pensi al lingotto di S. Nicolò di Buggerru del peso di 102 libbre con la scritta Caesaris Augusti oppure allo scafo naufragato presso Pistis ad Arbus con il suo carico di oltre 40 masse plumbeae di età adrianea provenienti dalle fonderie di Metalla[16], analoghe a quella di Carcinadas nota da tempo. La successiva notizia della liberazione nell’anno 190 del cristiano Callisto damnatus ad metalla per decisione di un procuratore imperiale sollecitato dal presbitero Giacinto, con un lasciapassare rilasciato da Commodo (Hipp. haer IX, 12,4-11), conferma che per tutto il I ed il II secolo le miniere del Sulcis Iglesiente sono rimaste sotto il diretto controllo dei funzionari imperiali[17]: essi avevano a disposizione deportati cristiani ed ebrei[18]. Eppure la precoce documentazione relativa all’età di Augusto impone una riflessione più accurata sull’origine di tale organizzazione, che penserei in qualche modo già operante quando Ottaviano dispose la coniazione delle monete del Sardus Pater. Non va dunque escluso che, tra i provvedimenti di Cesare assunti per punire i Pompeiani di Sulci nell’anno 46 a.C., nonostante il silenzio del Bellum Africum, ci sia anche da includere la revoca delle concessioni a favore degli appaltatori privati che, a quanto pare, avevano fino allora gestito le miniere che ricadevano nel territorio della città capoluogo dell’isola del piombo, la Molibòdes nésos di Tolomeo[19]: miniere che erano state trasferite dal demanio cartaginese a quello romano nel 237 a.C. Si spiega allora la cura degli imperatori per la viabilità, che si appoggiava su tutta una rete di stazioni e di insediamenti minori, con la litoranea che da Nora raggiungeva Sulci toccando Bithia e Tegula; da Sulci la strada proseguiva verso Metalla-Antas e quindi verso Neapolis e l’Oristanese: decisamente più importante era però la via a Karalibus Sulcos che percorreva la vallata del Cixerri fino al Monte Sirai, interessata da restauri già nell’età di Traiano e di cui ci restano i miliari di Tanì al XVI miglio, di Sirai, di Corongiu e di Cabudacquas ed alcuni ponti come quello di Siliqua[20]. Tronchetti completa il quadro trattando il tema del rapporto citta-campagna e soffermandosi sui principali centri urbani, studiati nell’evoluzione attraverso il tempo dell’abitato e delle necropoli: le città dei morti appaiono attive dall’età repubblicana alla piena età imperiale, con una fioritura soprattutto nel I secolo d.C. Si segnalano i dati relativi alle importazioni ceramiche dall’area etrusca ben presto sostituite da produzioni locali, in concorrenza con produzioni iberiche e più tardi nord africane ed orientali, a riprova dell’apertura mediterranea della costa sud-occidentale della Sardegna. Il geografo Tolomeo elenca otto località lungo la costa sulcitana, partendo dal Crassum Promontorium, che Meloni sulla base di un complicato calcolo basato sulle differenti tradizioni dei codici di Tolomeo preferisce localizzare a Capo Altano e non a Capo Pecora, in relazione alla distanza con Neapolis. Popolum oppidum, che Tolomeo pone già sulla costa meridionale della Sardegna, andrebbe allora collocato a Matzaccara o meglio sul vicino promontorio di Punta Trettu, dove Barreca ha individuato resti di una costruzione di età tardopunica[21]. Qui Meloni continua ad ammettere con la Cecchini la possibilità che si sia trasferita la popolazione di Monte Sirai, dopo la distruzione nel corso delle guerre civili: ma la cronologia è oggi totalmente rimessa in discussione dagli archeologi. Solci oppidum, ovviamente Sant’ Antioco, e stato collocato nella seconda redazione della Geografia di Tolomeo molto più a Sud, così come Nora, forse per un ripensamento legato alla volontà di mantenere la distanza con Cartagine, la cui collocazione astronomica è fondamentalmente inesatta. Ciò avrebbe determinato un allungamento cartografico della Sardegna, per rispettare le distanze conosciute dagli Itinerari Marittimi con l’Africa a Sud, con la Corsica ed il Golfo Ligure a Nord: siamo ovviamente certi della conoscenza da parte di Tolomeo dell’effettiva distanza nautica di Sulci, di Nora e di Carales da Cartagine. Solci portus, molto ad oriente rispetto a Sulci, non andrebbe identificato con il porto attuale di S. Antioco, ma forse andrebbe collocato a Porto Botte in continuità con un precedente stanziamento portuale fenicio punico le cui origini risalgono almeno al VII secolo: a Monte Sarri, in località Guardia Cimitoria, Barreca aveva segnalato importanti resti di costruzioni romane[22]. Chersonesus di Tolomeo andrebbe identificato con Capo Teulada, la punta più meridionale della Sardegna, oggi poco accessibile per la presenza della base militare, anche se possediamo consistenti segnalazioni di necropoli ed insediamenti romani tra Capo Teulada e Porto Zafferano (Raimondo Zucca). Sono stati acquisiti nuovi dati sulla prosecuzione dell’insediamento punico di Tegula immaginato da Barreca a Zafferano, addirittura fin dal VII secolo d. C. Naturalmente al centro del territorio si colloca Sulci[23], civitas a sufeti[24] punita con una multa enorme imposta da un tribunale improvvisato allestito probabilmente nei 12 giorni di permanenza di Cesare a Carales[25], a meno che non si accolga l’ipotesi di un percorso costiero del viaggio di ritorno a Roma che avrebbe portato il “dittatore democratico” a Sulci, tra i Pompeiani da giudicare, nel 46 a.C. dopo la vittoria: un po’ come a Siviglia (Hispalis), dove il dittatore aveva affrontato direttamente i suoi avversari[26]. Assistiamo, ha scritto recentemente Antonio Ibba, ad <<un evidente e avanzato processo di assimilazione della cultura latina>>, anche se, come testimonia la bilingue, fino alla promozione, la città <<era ancora guidata da un consiglio dei ’RŠ (ISO Npu5 = CIL I2 2225 = X 7513)>>[27].
La civitas divenne poi municipio (latino ?) alla fine dell’età giulio claudia[28]: il che spiegherebbe la fortuna degli imperatori del I secolo e la significativa quantità dei loro ritratti[29].
Gli studi epigrafici sono stati significativamente sostenuti negli ultimi anni soprattutto dall’impegno di Francesca Cenerini[30]. Possediamo in totale oltre un centinaio di epigrafi: dal loro esame scaturisce oggi una realtà totalmente rinnovata, rivista complessivamente da Raimondo Zucca nello splendido catalogo dedicato alle Insulae Sardiniae et Corsicae.[31]
Dando uno sguardo d’insieme, abbiamo dediche effettuate dai Sulcitani a imperatori come Claudio nel 48 d.C., per la inaugurazione dell’[horol]ogium (CIL X 7515)[32], Adriano (ILSard. I, 1)[33], Diocleziano e Massimiano (ILSard. I 22)[34], forse anche in ILSard. I 15.
La presenza di governatori della Sardegna è documentata già dal proconsole Marco Asinio Tucuriano tra il 115 e il 117, che si occupò di lastricare la piazza all’epoca del ritorno della Sardegna all’amministrazione senatoria (CIL X 7516)[35], come il procuratore e prefetto equestre Marco Domizio Terzo dopo la elevazione di Geta ad Augusto (CIL X 7517 = AE 2008, 606; AE 1974, 353)[36], la costruzione di horrea da parte di [—T]usculan[us] (AE 1964, 100)[37]; di [macellum et pon]dera (ILSard. I 19)[38]. Un proconsole del I secolo potrebbe esser ricordato su una lamina in osso (ILSard. I 2)[39].
Molto interesse ha suscitato la targa dedicata per onorare un [cu]ratọṛ s̲p[l]e̲n[didissi]mae civitatis Neạ[poli]tanorum, onorato per i suoi meriti dall’assemblea popolare dei cittadini divisi in curie e dai Beronicenses ebrei, incolae residenti fuori del municipio: i benefici ottenuti dalla città e dai peregrini Beronicenses arrivati da Bengasi in Cirenaica potrebbero riguardare la rettifica dei confini tra Neapolis e Sulci, a proposito dell’attività mineraria (ILSard. I 4)[40].
Conosciamo il senato cittadino (anche in EDR 1700071 con una statua di Druso Minore), l’assemblea popolare, i magistrati del municipio, IVviri iure dicundo e IVviri aedilicia potestate. Nuove conoscenze sono state acquisite sul flaminato imperiale[41], come per Lucio Cornelio Marcello, iscritto alla tribù Quirina, onorato col padre Lauro, per due volte IVvir iure dicundo e flam(en) Aug(usti), pontifex sacrorum publicor(um) faciendorum, patrono del municipio, inserito nelle cinque decurie di cavalieri a Roma, promosso sacerdote provinciale del culto imperiale e divenuto sacerdotalis della prov(incia) Sard(inia) nella seconda metà del II secolo d.C. (CIL X 7518)[42]. Laurus sembra ricordato anche in EDR 183518, f̣[lam]en [perp(etuus) divi?] Aug(usti) e IVvir del municipio. All’ordine equestre apparteneva anche Tito Flavio Settimino della tribù Quiririna, IV vir iure dicundo, flamen Augustalis, pontifex sacrorum, onorato con l’onorificenza imperiale dell’equus publicus, patrono del municipio: la statua è stata posta nel foro per iniziativa del senato cittadino (CIL X 7519)[43]. Tra gli esponenti dell’aristocrazia locale emerge nell’età dei Severi il due volte IVvir iure dicundo C(aius) Caelius C(ai) f(ilius) Quir(ina) Magnus, flam(en) Augusto[rum], pontif(ex) s(acrorum) p(ublicorum) [f(aciendorum)], p[atronus] civitat(is), con il nome preceduto dal signum Sidoni, nel senso di “devoto di Sid” (ILSard. I 3 = AE 1982, 428)[44]. L’ultima scoperta riguarda la dedica di L(ucius) Valerius L(uci) f(ilius) Ouf(entina) Potitus, flamen Augustal(is) quinquennal(is), pontif(ex) Sulciṣ c̣urat(or) sacror(um) de sua pecunia fec(it) (AE 1996, 813)[45].
Estremo interesse hanno le informazioni relative ai culti punici ed ai culti orientali[46]. La bilingue (latino-punica) di Sulci ha il seguente testo in latino posto in età augustea : Himilconi Idnibalis f(ilio) Ḥị[milconis (nepoti)] quei hanc aedem ex s(entatus) c(onsulto) fac[iendam] coeravit Himilco f(ilius) statuam [posuit] (ISO Npu5 = CIL I2 2225 = X 7513)[47]. L’iscrizione fu segnalata per la prima volta a Theodor Mommsen nell’aprile 1881 dal suo giovane allievo Johannes Schmidt, che difese la scoperta dall’avidità di Filippo Vivanet : il giovane commentava poi con sarcasmo le reazioni provocate in Sardegna dai suoi successi: il ritrovamento della bilingue aveva suscitato molta invidia e il Vivanet certamente progettava di comunicare la scoperta al Ministero dell’Italia unita, a meno che il Mommsen non volesse realmente pubblicarla per primo, perché trovata nel corso di una ricerca finanziata dall’Akademie der Wissenschaften di Berlino Lo Schmidt spediva un calco su carta assorbente ed un fac-simile a secco, ma conservava per sé un esemplare di entrambi per ogni evenienza. Comunicava di aver già spedito da Sant’Antioco la trascrizione del testo latino della bilingue, mentre per i più antichi testi fenici il fac-simile sarebbe stato sufficiente per dare l’immagine più fedele. Spediva comunque un calco della lunga iscrizione fenicia che riteneva inedita. Seguivano i dettagli sulla scoperta della bilingue, che era stata rinvenuta nel cortile della casa Angius a Sant’Antioco, dove la base di marmo era posta capovolta – a fianco alla porta d’ingresso; per le misure il Mommsen avrebbe dovuto aspettare qualche giorno, ma intanto lo Schmidt precisava che le dimensioni, cospicue, portavano ad escludere un trasferimento da altro sito; di conseguenza l’aedes dominae deae citata nel testo latino doveva essere localizzata nelle vicinanze. L’iscrizione fenicia era murata nello spigolo di una casa non lontano dalla piazza principale di Sant’Antioco[48].
Conosciamo in dettaglio il momento dell’edificazione del tempio di Iside e Serapide, con le statue e l’arredo liturgico e la piazza antistante, per opera del liberto Marco Porcio Primigenio, magister dei Lares Augusti per conto di due magistrati del municipio, designati come IV viri aedilicia potestate: essi avevano messo a disposizione la loro summa honoraria (CIL X 7514 = AE 2004, 668)[49]: templ(um) Isis et Serap(is) cûm / signis et ornam(entis) et area / ob honor(em) MM. Porc(iorum) Felicis / et Impetrati f(ilii) I̅I̅I̅I̅v(irorum) a(edilicia) p(otestate) ḍẹ[s(ignatorum?)],/ M(arcus) Porc(ius) M(arci) l(ibertus) Primig̣[enius] / mag(ister) Lar(um) Aug(ustorum) ṛẹ[stituit?].
Conosciamo inoltre servi imperiali: Lucilia Caesarum n(ostrorum) ser(va) e Fructus Caesar(um) n(ostrorum) ser(vus) (AE 1974, 355); Axiochus, Ner(onis) Claudi ser(vus) reg(ionarius), con la sposa Primiginia contub(ernalis) et il figlio Axius f(ilius) (AE 2012, 742)[50], conservi ; i loro patroni, liberti.
La tribù elettorale dei Sulcitani cittadini romani era la Quirina (CIL X 7515, 7517, 7518 e 7519; ILSard. 3; AE 1974, 353 a); sono però attestate anche la Tromentina (AE 1988, 654), la Voltinia (CIL X 7524) e la rara Oufentina (AE 1996, 813)[51].
Un immigrato dal nord Africa sembra T(itus) Fulcinius Ingeniosus natione Sicositanus, da intendersi Icositanum (da Algeri) (AE 1988, 655). Tra i Sulcitani, conosciamo un C. Iulius Senecio tra i testimoni del diploma di Anela di Ursaris Tornalis f. Sardus, della legione I Adiutrice, ex marinaio di Miseno (CIL XVI 7891 = XVI 9).
Tra le funerarie: un sepolcro collettivo di Remmii e Pompeii (AE 1974, 354), quello degli Arruntii (AE 1975, 462), quello dei Cornelii concluso da un carmen (AE 1975, 461; CLESard. p. 60 nr. 1)[52], quello dei Valerii (AE 1997, 745), quello degli Antonii in esametri (ILSard. I 10 = CLE 1827). Viene ricordata l’edificazione della tomba (tumulum) per Polibia Saturnina, pianta dal marito (CIL X 7525); altri defunti sono ricordati dai genitori, dai figli, dai fratelli, dai liberti, dagli schiavi, talora coll’espresso ricordo dell’incinerazione del corpo o col rammarico : inmat[ura morte] raptus (CIL X 8320). Il nome degli schiavi compare anche sui timbri, i signacula[53].
Iscrizioni ebraiche: Beronicenses (ILSard. I 4), Beronice (ILSard. I 30), Bonus (ILSard. I 31 e 32), Iud[a] (AE 2009, 447), Peon Geta (AE 2003, 708, falsa), Iuda (CIJud 657 e JIWE 1, 169, anello). Numerose le iscrizioni cristiane.
Ancora moltissimo è però da fare per definire la topografia dell’abitatodel municipio romano di Sulci[54], con riferimento ad esempio alla viabilità urbana[55]; eppure oggi grazie agli scavi del Cronicario[56] e dell’anfiteatro abbiamo posto numerosi punti fermi: il tempio urbano[57], il porto, il ponte, l’abitato, il mausoleo.
Uno speciale approfondimento ha avuto la gioielleria[58]. Le necropoli puniche continuarono ad essere utilizzare anche in età romana e ben oltre[59]; abbiamo però l’impostazione dei mausolei che sembrano documentati dai leoni di Sulci (analoghi a quelli dei mausolei di Sabratha) e il mausoleo di Sa Presonedda, di grandissimo interesse storico per i possibili confronti ancora africani[60]. Molto studiati gli sviluppi vandali e bizantini[61].
[1] Una prima sintesi: R. Zucca, Municipium Sulcitanorum,in A. Mastino, Storia della Sardegna antica, Nuoro 2006, pp. 240-250.
[2] P. Bartoloni, I Fenici e i Cartaginesi in Sardegna, Sassari 2009.
[3] Vd. ora G. Pietra, Il Sulcis in età romana, inL’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 1913-1920.
[4] J. Ramon Torres, Les relations entre Carthage et l’extrême Occidentr phénicien à l’époque archaïque, in A.Ferjaoui, Carthage et les autochtones de son empire du temps de Zama, Hommage à M.H.Fantar, Tunis 2010, pp.173-196.
[5] M. Guirguis, Il repertorio ceramico fenicio della Sardegna: differenziazioni regionali e specificità evolutive, in L. Nigro (a cura di), Motya and the Phoenician Ceramic Repertoire between the Levant and the West 9th-6th century BC. Proceedings of the International Conference held in Rome, 26th February 2010, Roma 2010, pp.190-193; L. Campanella, Ceramica punica di età ellenistica da Monte Sirai, Roma, Consiglio Nazionale delle Ricerche, 1999 (Collezione Studi fenici, 39); Ead., “Nota su un tipo di forno fenicio e punico”, in Rivista di Studi Fenici, XXIX, 2, Roma, 2001, pp. 231-239.
[6] M. Guirguis, Necropoli fenicia e punica di Monte Sirai. Indagini archeologiche 2005-2007, Ortacesus 2010; M. Guirguis, R. Pla Orquín, Monte Sirai tra età punica e romana (IV-II secolo a.C.). Trasformazioni urbane e continuità culturale nella Sardegna di età ellenistica, in L’Africa Romana XX, cit., pp. 2307-2322.
[7] M. Botto, I. Oggiano, Le site phénico-punique de Paniloriga (Sardegna). Interpretation et contextualisation des résultats d’analyses organiques du contenu, in D. Frère, L. Huqot, Les Huiles parfumées en Méditerranée Occidentale et en Gaule VIII siècle av.-VIII siècle apr.J.C., Rennes 2012, pp.151-166; M.Botto, Alcune considerazioni sull’insediamento fenicio-punico di Paniloriga, “Rivista di Studi Fenici”, 40,2, 2012, pp. 267-304.
[8] P. Bernardini, Aspetti dell’artigianato funerario punico di Sulky. Nuove evidenze, in L’Africa Romana XVIII, Roma 2010, pp. 1257-1266.
[9] A. Roppa, Comunità urbane e rurali nella Sardegna punica di età ellenistica (Saguntum Extra 14). València: Universitat de València, 2013, p.135; A. Mastino, Presentazione del volume: Carbonia e il Sulcis. archeologia e territorio, Oristano 1995, Cagliari, 6 giugno 1996, in Quaderni Soprintendenza archeologica per le province di Cagliari e Oristano, 14, 1997, pp. 189-198.
[10] Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider, 2019 (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale).
[11] B. Sanna, E. Solinas, P.G. Spanu, R. Zucca, Porti e approdi della Sardinia alla luce delle recenti ricerche subacquee: un problema metodologico, in Atti del III Convegno di Archeologia Subacquea. Insulae Diomedae, vol. 24, Bari 2014, p. 275.
[12] C. Tronchetti, in Carbonia e il Sulcis. Archeologia del territorio, Oristano 1995, pp. 263-275.
[13] G. Farci, G. Salis, Un contributo allo studio del Sulcis punico-romano: l’intervento 2011-12 in località Su Landiri Durci (Carbonia), L’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 2295-2306.
[14] P. Bartoloni, L’impianto urbanistico di Monte Sirai nell’età repubblicana, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 817-830.
[15] R. Zucca “Le massae plumbeae di Adriano in Sardegna”, in L’Africa romana, vol. 2, a cura di A. Mastino, Atti dell’VIII Convegno di studio (Cagliari, 14-16 dicembre 1990), Cagliari, Edizioni Gallizzi, 1991, pp. 797-826. Vd. anche EDCS-48600070 e 79000010.
[16] D. Salvi, Lingotti, ancore e altri reperti di età romana nelle acque di Piscinas-Arbus (CA). In Hommage à Claude Domergue, 2. Pallas 50, pp. 75-88.
[17] M. Sanna Montanelli, “Είς μέταλλον Σαρδονίας. Metalla e il Sulcis Iglesiente prima della pax costantiniana”, in Isole e terraferma nel primo cristianesimo, Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, a cura di R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu, Atti XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Cagliari- Sant’Antioco, 23-27 settembre 2014), PFTS University Press, Cagliari 2015, pp. 915-920; M. Sanna Montanelli, “Praedia e metalla del Sardus Pater. Res Caesaris e culto imperiale nei territori del Sulcis Iglesiente”, in Il Tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2019, pp. 266-279 (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale). Vd. anche A. Mastino, “I decenni tra l’esilio in Sardegna di Callisto e quello di Ponziano: i rapporti tra cristiani e pagani e la ricostruzione del tempio nazionale del Sardus Pater presso i metalla imperiali”, in Atti della Pontificia Accademia romana di Archeologia (Serie III), Rendiconti, LXXXVIII, 2015-16, pp. 159-185.
[18] Sulla comunità giudaica, si rimanda a A. Taramelli, S. Antioco. Scavi e scoperte di antichità puniche e romane nell’area dell’antica Sulcis, «Not.Sc» 1908, p. 151, che pensava agli ebrei inviati da Tiberio nel 19 d.C.; già A. Mastino, Le relazioni fra Africa e Sardegna in età romana, “ASS”, 38, 1995, pp. 23, aveva osservato che i Beronicenses di ILSard. 4 sono da collegare alla città di Berenice in Cirenaica (moderna Bengasi), dalla quale potrebbero esser stati esiliati dall’imperatore Adriano. Vd. ora Id, La Cirenaica di Adriano: la deportatio in Sulcitanam insulam Sardiniae conterminam degli Ebrei di Berenice (Bengasi), “Libya antiqua”, n.s. 14, 2021, pp. 51-68.
[19] A. Unali, L’espressione del potere nella Sulci di età repubblicana: la cultura materiale, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2879-2888; Ead., Sulci in età repubblicana: la cultura materiale, L’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2014, pp. 2335-2342.
[20] S. Atzori, La strada romana “a Karalibus Sulcos”, Mogoro, PTM, 2006 (Viabilità storica della Sardegna, 1).
[21] ; P. Meloni, La costa sulcitana in Tolomeo (Geogr. III, 3,3), in Carbonia e il Sulcis. Archeologia e territorio, a cura di V. Santoni, S’Alvure, Oristano 1995, pp. 309-314.
[22] F. Barreca, “L’esplorazione lungo la costa sulcitana”, in Monte Sirai, 2. Rapporto preliminare della missione archeologica dell’Università di Roma e della Soprintendenza alle antichità di Cagliari, Roma, Centro di Studi semitici, Istituto di studi del Vicino Oriente, 1965, pp. 141-175.
[23] P. Bartoloni, F. Cenerini, S. Cisci, R. Martorelli, “Storia e archeologia di Sant’Antioco: dai nuraghi all’alto medioevo”, in Rendiconti, LXXXVIII, a.a. 2015-16, Roma, Tipografia Vaticana, 2016, pp. 243-331 (Atti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, serie III).
[24] M. Guirguis, A. Ibba, “Riflessioni sul sufetato tra Tiro, Cartagine e Roma. Nuovi documenti da Sulky (Sardegna) e Thugga (Tunisia)”, nel volume Le forme municipali in Italia e nelle province occidentali fra i secoli I a.C. e III d.C.: dalla tarda-repubblica all’età severiana. Atti della XXI Rencontre franco-italienne sur l’épigraphie du monde romain (Campobasso, 24-26 settembre 2015), a cura di Silvia Evangelisti e Cecilia Ricci (Insulae Diomedae, 28), Bari, Edipuglia, 2017, pp. 193-218.
[25] Multa sottovalutata da M.T. Sblendorio, La multa imposta a Sulci (Bell. Afr. 98,2), “Boll. Studi latini”, VII, pp. 39-41.
[26] P. Ruggeri, Nel segno della dea Astarte-Venere Ericina. Cesare tra Sicilia, Africa e Sardegna, lungo l’antica rotta punica dei cultores Veneris Ericinae, in In Africa e a Roma, Scritti mediterranei, Aounia edizioni, Raleigh (Carolina del Nord) 2023, pp. 15- 58.
[27] A. Ibba, Gli statuti municipali, in La Sardegna romana e altomedievale. Storia e materiali, a cura di S. Angiolillo, R. Martorelli, M. Giuman, A.M. Corda, D. Artizzu (Corpora delle antichità della Sardegna), Carlo Delfino editore, Sassari 2017, p. 185.
[28] M. Bonello Lai, “Sulla data di concessione della municipalità a Sulci”, in Sardinia antiqua. Studi in onore di Piero Meloni in occasione del suo settantesimo compleanno, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1992, pp. 385-396. Sui municipia latini, cfr. A. Chastagnol, A propos du droit latin provincial, “Iura”, 38, 1987, pp.. 7 ss.; P. Le Roux, Rome et le droit latin, “RHDFE”, 76, 1998, pp. 315 ss. Un confronto in Id., Municipe et droit latin en Hispania sous l’Empire, “RHDFE”, 64, 1986, pp. 325 ss
[29] S. Angiolillo, “Una galleria di ritratti giulio-claudi da Sulci”, in Studi Sardi, 24, 1975-77, pp. 157-170.
[30] F. Cenerini, L’epigrafia di frontiera: il caso di Sulci in età romana, in M.G. Angeli Bertinelli, A. Donati curatrici, Epigrafia di confine. Confine dell’epigrafia, Atti del Colloquio AIEGL Borghesi 2003, Faenza pp. 223-237; Ead. Le iscrizioni monumentali, in P. Bartoloni ed., Il Museo Archeologico Comunale “F. Barreca” di Sant’Antioco, Sassari 2007, pp. 117-119; Ead., Alcune riflessioni sull’epigrafia sulcitana, in F. Cenerini e P. Ruggeri, Epigrafia romana in Sardegna. Atti del I convegno di studio (Sant’Antioco, 14-1254 luglio 2007), Incontri insulari, 1, Roma 2008, pp. 219-232; Ead., Un nuovo servus regionarius da Sulci, in S. Demougin, J. Scheid edd, Colons et colonies dans le monde romain, Roma 2012, pp. 337-346; Ead., Le iscrizioni latine della collezione Biggio, “Sardinia, Corsica et Baleares antiquae”, 12, 2014, pp. 61-63; Ead., “Sulci (Sant’Antioco)”, in La Sardegna romana e altomedievale. Storia e materiali, a cura di S. Angiolillo, R. Martorelli, M. Giuman, A.M. Corda, D. Artizzu, Sassari, Carlo Delfino editore, 2017, pp. 215-224 (Corpora delle antichità della Sardegna). In precedenza ad es.: G. Sotgiu, Iscrizioni di S. Antioco (Sulci). Collezione Giacomina, «AFLFMCA», 36, 1973, pp. 97-126; Ead., Nuovo carmen epigraphicum del Museo di Sant’Antioco (Sulci),«Epigraphica», 37, 1975, pp. 124-141; Ead., Un devoto di Sid nella sulci romana imperiale ?, «Epigraphica», 44, 1982, pp. 17-28; Eadem, Iscrizioni latine di Sant’Antioco (Sulci), in Carbonia e il Sulcis. Archeologia e territorio, a cura di V. Santoni, Oristano 1995, pp. 277 ss.
[31] Id., Insulae Sardiniae et Corsicae. Le isole minori della Sardegna e della Corsica, Roma 2003, pp. 203-274
[32] R. Zucca, Il decoro urbano delle civitates Sardiniae et Corsicae: il contributo delle fonti letterarie ed epigrafiche, in L’Africa Romana. Atti del X convegno di studio (Sassari 11 – 13 dicembre 1992), a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1994, pp. 886 nr. 64.
[33] Ibid., p. 887 nr. 71.
[34] Ibid., p. 888 nr. 77.
[35] Ibid., p. 887 nr. 70.
[36] F. Cenerini, M. Domitius Tertius, procuratore e prefetto della provincia Sardegna: alcune considerazioni, in Epigrafia 2006, Atti della XIVe Rencontre sur l’épigraphie in onore di Silvio Panciera con altri contributi di colleghi, allievi e collaboratori, Roma, pp. 821-830. Zucca, Il decoro urbano cit., p. 887 nr. 72-73.
[37] Zucca, Il decoro urbano cit., p. 887 nr. 69.
[38] Ibidem, p. 887 nr. 68.
[39] F. Cenerini, Un avorio iscritto da Sulci, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2189-2194.
[40] A. Mastino, La Cirenaica di Adriano: la deportatio in Sulcitanam insulam Sardiniae conterminam degli Ebrei di Berenice (Bengasi), “Libya antiqua”, n.s. 14, 2021, pp. 51-68.
[41] F. Pili, Un flamen Augustalis a Sulci in un’inedita iscrizione latina, Cagliari 1996; in precedenza, Id., Un «flamen Augustalis» a Sulci in un’inedita iscrizione latina, “Theologica & Historica. Annali della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna”, IV, 1995, pp. 413 ss. Sul sacerdozio imperiale di Sulci cfr. D. Fishwick, The Imperial cult in latin West. Studies in the Ruler Cult of the Western Provinces of the Roman Empire. III: Provincial Cult. Part 1: Institution and Evolution, Leiden-Boston-Köln 2002, pp. 134 s.; D. Fishwick, The Imperial cult in latin West, cit., part 2: The Provincial Priesthood, Leiden-Boston-Köln 2002, pp. 212, 214, nr. 3.
[42] Zucca, Il decoro urbano cit., p. 887 nr. 74.
[43] Ibidem, p. 886 nr. 66.
[44] Ibidem, p. 887 nr. 75.
[45] F. Pili, Un flamen augustalis a Sulci cit., pp. 3-23.
[46] A. Gavini, Archeologia dei culti isiaci nella Sardegna romana: alcune considerazioni a proposito di Sulci, in Summer School di Archeologia fenicio-punica. Atti 2012, a cura di M. Guirguis, A. Unali, Quaderni di Archeologia Sulcitana, 5, Carbonia 2014, pp. 70-72
[47] Zucca, Il decoro urbano cit., pp. 886, nr. 62.
[48] A. Mastino, Il viaggio di Theodor Mommsen e dei suoi collaboratori in Sardegna per il Corpus Inscriptionum Latinarum, in Theodor Mommsen e l’Italia, Atti dei Convegni Lincei, 207, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 2004, pp. 227-344, con la collaborazione di Rosanna Mara e di Elena Pittau, pp. 301 s.; A. Campus, Punico – Postpunico. Per una Archeologia dopo Cartagine, Tivoli 2012, pp. 180-183; M.J. Estarán Tolosa, Epigrafía bilingüe del Occidente romano: el latín y las lenguas locales en las inscripcio-nes bilingües y mixtas, Zaragoza, 2016, pp. 504-508 nr. P16.
[49] Zucca, Il decoro urbano cit., pp. 886 s. nr. 67; A. Gavini, Isiaca Sardiniae, La diffusione dei culti isiaci in Sardegna, in Bibliotheca Isiaca, III, sous la direction de L. Bricault et R. Veymiers, Bordeaux 2014, pp, pp. 30-31.
[50] Cenerini, Un nuovo servus regionarius da Sulci, cit., pp. 337-346.
[51] P. Floris, A. Ibba, R. Zucca, “Provincia Sardinia et Corsica”, nel volume Le tribù romane. Atti della XVIe Rencontre sur l’Epigraphie du monde romain (Bari 8-10 ottobre 2009), a cura di Marina Silvestrini (Scavi e ricerche, 19), Bari, Edipuglia, 2010, pp. 313-318; P. Floris, A. Ibba, R. Zucca, “Notulae su alcune tribù in Sardegna” nel volume Le tribù romane. Atti della XVIe Rencontre sur l’Epigraphie du monde romain (Bari 8-10 ottobre 2009), a cura di Marina Silvestrini (Scavi e ricerche, 19), Bari, Edipuglia, 2010, pp. 84-85.
[52] Zucca, Insulae Sardiniae et Corsicae, p. 254, nr. 29.
[53] M.B. Cocco, A. Mastino, Servi, liberti, colliberti, ancillae nella Sardegna romana: nota su possibili continuità, eredità e trasformazioni, Studi in onore di Guido Clemente, Firenze 2018, in The Past as Present. Essays on Roman History in Honour of Guido Clemente edited by Giovanni Alberto Cecconi, Rita Lizzi Testa, Arnaldo Marcone (Studi e testi tardoantichi, Profane and Christian Culture in Late Antiquity, 17), Brepols Turnhout, Belgio 2019, pp. 363 s. n. 29.
[54] Taramelli, S. Antioco, cit., pp. 145 ss.; C. Tronchetti, S. Antioco, Sassari, Carlo Delfino, 1989 (Sardegna archeologica. Guide e Itinerari, 12); Id., I rapporti di Sulci (Sant’Antioco) con le province romane del Nord Africa, in “L’Africa Romana, 3”, Atti del III convegno di studio, Sassari 13-15 dicembre 1985, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1986, pp. 333-338; Id., “Per la topografia di Sulci romana”, in Materiali per una topografia urbana. Status quaestionis e nuove acquisizioni, a cura di P.G. Spanu, S’Alvure, Oristano 1995, pp. 103-116; Id., Sulci, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 72-75; F. Marconi, “Ricostruzione topografica della città di Sulci tra la tarda repubblica e la prima età imperiale”, in Quaderni della Soprintendenza archeologica per le provincie di Cagliari e Oristano, 22-1, 2005-06, pp. 173-230.
[55] L.L. Mallica, Nuovi dati dalla strada urbana di Sulci, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 1993-2010.
[56] B. Wilkens, I resti animali in alcune anfore dall’area del cronicario di Sant’Antioco, in “Rivista di Studi Fenici”, XXIII, 2005, pp. 55-62.
[57] E. Pompianu, Un tempio urbano a Sulci, L’Africa Romana, XIX, cit., pp. 2173-2188.
[58] L. Campanella, Matrici puniche per gioielli da Sulci: funzionalità e iconografia, in L’Africa Romana XVII, Le ricchezze dell’Africa. Risorse, produzioni, scambi, a cura di J. González, P. Ruggeri, C. Vismara, R. Zucca, Siviglia 2006, Roma 2008, pp. 1581-1594.
[59] M. Guirguis, A. Unali, Ipogei sulcitani tra età punica e romana: la Tomba Steri 1, L’Africa Romana, XIX, cit., pp. 2011-2030; S. Muscuso, E. Pompianu, Ipogei sulcitani tra età punica e romana: la Tomba Steri 2, in L’Africa Romana, XIX, cit., pp. 2031-2060; S. Muscuso, Le urne cinerarie di età ellenistica dalla necropoli Sulcitana, inL’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di P. Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 2323-2334. Vd. anche C. Tronchetti, “La necropoli romana di Sulci. Scavi 1978. Relazione preliminare”, in Quaderni della Soprintendenza per le province di Cagliari e Oristano, 1990, pp. 173-192; G. Tore, “Su due stele da Sulci: considerazioni sulla produzione artigianale di tradizione punica in Sardegna”, in Circolazioni culturali nel Mediterraneo antico. Sesta Giornata Camito-Semitica e Indoeuropea. I Convegno Internazionale di Linguistica dell’area mediterranea, a cura di P. Filigheddu, Cagliari, 1994, pp. 241-253.
[60] F. Arca, “Sa Presonedda a Sulci: un confronto con i mausolei turriformi nordafricani e romani”, in Quaderni della Soprintendenza archeologica per le province di Cagliari e Oristano, 24, 2013, pp. 239-260.
[61] S. Cisci, R. Martorelli, “Sulci in età tardoantica e bizantina”, in Rendiconti, LXXXVIII, a.a. 2015-16, Roma, Tipografia Vaticana, 2016, pp. 277-331 (Atti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, serie III). Vd. anche L. Porru – R. Serra – R. Coroneo, Sant’Antioco. Le catacombe, la chiesa martyrium, i frammenti scultorei, Cagliari 1989; P. Bartoloni, Sulcis (Itinerari, 3), Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1991.