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La povera economia della Sardegna romana

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La povera economia della Sardegna romana.

La monocoltura cerealicola è apparsa finora come l’elemento fondamentale che finì per caratterizzare e determinare il «sottosviluppo» economico della Sardegna in età romana, aggravato dall’imposizione di uno stipendium, un tributo che Cicerone considerava quasi victoriae praemium ac poena belli, una specie di ricompensa per la vittoria romana e di punizione per la guerra fatta dai Sardi e dai Siciliani contro i Romani (in Verrem, 2, 3, 12): la specializzazione nella produzione quasi esclusiva di frumento per la panificazione[1] è apparsa come la principale eredità del periodo punico, se è vero che i Cartaginesi avevano proibito, con la minaccia della pena di morte, la piantagione di alberi da frutto nell’isola, allo scopo di garantire il grano per gli eserciti punici; tale specializzazione in realtà non vi fu e non sempre risponde alla realtà un abbandono delle altre produzioni: oggi sappiamo che <<le numerose fattorie e villaggi scoperti e ancora da esplorare nelle campagne sarde, rappresentano non solo attività economiche ma altrettanto informano sulla vita sociale delle comunità che qui vivevano>>[2]. Cambia dunque la riflessione storica sulla competitività ed i commerci[3], sulle caratteristiche dello sfruttamento coloniale[4] e sulla subordinazione economica e politica con un aumento delle diseguaglianze sociali in età romana[5].

Tale orientamento continuò in età romana: l’isola garantiva i rifornimenti alla capitale ed agli eserciti dislocati in Africa ed in Oriente, ai quali veniva destinata la decima sarda pagata in frumento (valutata attorno al milione di moggi, cioè a circa 9 milioni di litri), anche se carestie ed altre calamità naturali in qualche occasione resero la produzione del tutto insufficiente, anche a causa degli arcaici mezzi utilizzati per la lavorazione del terreno e la produzione[6]. Già in età repubblicana si calcola una produzione complessiva di oltre 10 milioni di moggi di grano, pari ad 87 milioni di litri: il grano sardo era considerato di buona qualità, con un peso consistente, di 20 libbre e mezzo per moggio, pari a 6,7 kg.[7] Per Cicerone la Sardegna andava considerata uno dei tria frumerntaria subsidia Rei Publicae assieme alla Sicilia e all’Africa (De imperio Cn. Pompei, 34)[8].

 È sicuro che durante la repubblica l’agricoltura sarda doveva essere ben poco sviluppata, se in alcune occasioni non riusciva a garantire neppure l’autosufficienza alimentare. L’estensione dei campi abbandonati alla fine del I secolo a.C. raggiungeva in Sardegna secondo Varrone (1, 16,2) una dimensione notevole in alcune località (forse vicine ad Uselis oppure ad Olbia), anche a causa del brigantaggio. Strabone (5, 2, 7) sostiene che le razzie dei popoli montani (gli Iolei-Diaghesbei) costituivano, assieme con la malaria, un grave inconveniente che riduceva i vantaggi dei suoli adatti alla coltivazione del grano.

La situazione dové comunque col tempo modificarsi, soprattutto grazie all’attività dei colonizzatori romano-italici ed in conseguenza dell’ampliamento della conquista, che impose nuovi modelli insediativi ed obbedì a nuove strategie di popolamento: fu allora promossa su vasta scala la piantagione di alberi da frutto; si diffuse l’olivicoltura[9], la viticoltura[10], la produzione di agrumi; lo scrittore Palladio attesta forse nel V secolo la coltivazione di cedri nell’isola ed in particolare nel territorio di Neapolis[11], dove dovevano essere conosciute le tecniche per la stagionatura del legno di pino e dove si costruivano case con mattoni (lateres) di paglia e fango, gli attuali “ladiris” del Campidano[12].

 Il retroterra di Turris – la Romania – cioè il territorio abitato dai Romani, da proletari e da militari congedati, ben distinto dalla Barbaria occupata dai Sardi scarsamente romanizzati, conosceva un insediamento sparso abbastanza eccezionale nell’isola; in particolare la pertica di Turris era stata suddivisa fin dalla fine del I secolo a.C. in diverse centinaia di piccole parcelle, assegnate in proprietà ai coloni immigrati: purtroppo è mancata fino ad oggi un’accurata indagine digitale finalizzata a chiarire le dimensioni dei singoli lotti e soprattutto l’orientamento in rapporto ai punti cardinali dei decumani e dei cardines. Numerose fattorie ed agglomerati rustici sorsero accanto alle abbandonate costruzioni megalitiche preistoriche e protostoriche che segnavano profondamente il paesaggio (i nuraghi, le tombe dei giganti, i pozzi sacri attribuiti dalla tradizione al mitico Dedalo): alcuni impianti produttivi (frantoi per la lavorazione delle olive, torchi, pigiatoi e vasche per il vino)[13] sono ora identificati ad esempio presso il nuraghe di Lu Luzzani in comune di Sassari; la produzione vinicola dall’età preistorica è del resto ben documentata come a Sa Osa di Cabras[14]; un vero e proprio laboratorio enologico è stato impiantato in età romana nell’area del nuraghe Arrubiu di Orroli: abbiamo mille testimonianze del “riuso dei nuraghi” o meglio della “riappropriazione” in termini nuovi dei monumenti dell’età del bronzo, della loro rifunzionalizzazione[15].

Soprattutto grazie all’attività degli immigrati (abbiamo citato a puro titolo di esempio al § 6 i Falesce quei in Sardinia sunt arrivati dall’Etruria meridionale, i Buduntini dell’Apulia; i Siculenses, il negotians Gallicanus di Carales, i coloni di Turris Libisonis, di Tharros e di Uselis, i soldati, in particolare i legionari, i marinai della flotta, ecc.), durante l’età imperiale l’economia sarda appare più florida, in seguito allo sviluppo del colonato ed allo sfruttamento intensivo delle campagne: l’Expositio totius mundi definisce ormai la Sardinia ditissima fructibus et iumentis et est valde splendidissima[16]. Si andò affermando un’aristocrazia terriera molto ristretta e gelosa dei propri privilegi. L’economia schiavistica (con gravi conflitti sociali) fu favorita da alcuni fattori: le caratteristiche del suolo e del clima, l’assenza di piogge abbondanti, la stagionalità legata all’infierire della malaria, che scoraggiava le immigrazioni soprattutto estive, l’ampiezza delle terre incolte, la presenza di terreni silvestri e palustri, le enormi dimensioni assunte dal latifondo, lo sviluppo delle proprietà imperiali gestite da appaltatori[17]: i provvedimenti presi nel 334 d.C. da Costantino sulla ricostituzione delle famiglie di schiavi[18] hanno fatto supporre l’esistenza nell’isola di gravi conflitti sociali e comunque di profondi malumori. Costantino, con l’intento di ridurre l’estensione delle terre incolte e ridare sicurezza alle campagne, decise il trasferimento delle terre di proprietà imperiale dalla conduzione diretta ad una gestione in enfiteusi; ma i vantaggi ottenuti non dovettero essere eccezionali. D’altra parte per la Sardegna la mitica fertilità dell’isola d’occidente esaltata dalle fonti[19] è in realtà alquanto da ridimensionare, dal momento che i coloni e la plebe ruralecitata in una costituzione di Giuliano[20] vivevano in una condizione spesso peggiore di quella degli stessi schiavi ed erano obbligati a svolgere una serie di prestazioni obbligatorie[21].

La colonizzazione romano-italica causò in alcuni casi la parcellizzazione delle risorse e l’espropriazione dei terreni occupati dagli indigeni, spesso chiusi in nuovi confini ed impediti nelle tradizionali attività pastorali, che anche in ragione della natura dei suoli imponevano un minimo di nomadismo. Fu per questi motivi che nell’isola si sviluppò un’attività artigianale molto limitata e comunque non competitiva[22], forse non sufficientemente motivata da un punto di vista economico e comunque debole e priva di una tradizione qualitativa riconosciuta ed apprezzata sul mercato. È espressamente menzionata l’attività tessile erede di tradizioni puniche legate alla lavorazione della porpora[23] e la produzione del lino sardonico (che meno probabilmente proviene da Fasi nella Colchide, oggi Poti in Georgia)[24]; in particolare il grammatico Polluce parla nel II secolo d.C. di un lino speciale adatto per l’abbigliamento, un sardonikòs chitón, e per tessere reti per la caccia o per la pesca che può essere acquistato in Sardegna perché Sardonikòs significa dalla Sardegna e non della Colchide (Polluce, 5, 26); più volte abbiamo notizia della fornitura militare di toghe e di tuniche originariamente di uso civile (Livio, 30, 3, 1; Plutarco, Gaio Gracco, 2, 2).

L’abbigliamento più tipico della Sardegna era però la caratteristica mastruca,la veste fatta di pelli di capra, mostruosa se per Isidoro (20, 23, 5) «coloro che la indossano assumono le sembianze di un animale»: d’estate era indossata con il pelo verso l’esterno, d’inverno al contrario, disprezzata da Cicerone[25]. A parte i tessuti spesso colorati con la «tintura sardiniaca» ed il bisso conosciuto come la lana marina, ricavata da un mollusco, la pinna nobilis, sicuramente prodotta nell’isola ancora all’inizio dell’età medievale, per la sottoveste, conduri de rocca: la stessa lana marina, il prezioso bisso, che papa Leone IV chiedeva gli venisse inviato dalla Sardegna nell’851 a qualsiasi prezzo. Altre attività artigianali documentate archeologicamente sono quelle per la produzione ceramica[26], del vetro[27], del metallo; conosciamo l’attività di alcune zecche locali per la produzione di monete[28]. In epoca tardoantica lo sviluppo di scuole artigianali è più evidente[29].

Le fonti letterarie ci forniscono molti dettagli sul paesaggio della Sardegna, in particolare sulla vegetazione (i pini, i cedri, le querce) e sulla fauna, ricca di grandi greggi di pecore e capre e di mandrie di buoi[30]: i mufloni innanzi tutto (mousmónes-ophìones-sirulugi), che sono un po’ il simbolo di una biodiversità avvertita in modo consapevole già nel mondo antico: essi erano somiglianti ai cervi solo per il loro pelame, ma di stazza più ridotta[31]; ma non mancavano neppure i cervi[32]; e poi la gromphaena-fenicottero simile alla gru e gli altri uccelli misteriosi[33], le selezionate razze di cavalli e di animali da soma, muli e giumenti[34], gli insetti velenosi che diventano più violenti e aggressivi sotto la calura del sole come la solìfuga, i tonni golosi di ‘ghiande marine’ prodotte nei mari sardi, i cetacei o gli arieti di mare, forse del genere orca gladiator. Le informazioni che ci sono rimaste contribuiscono a definire l’ambiente naturale della Sardegna antica ed il paesaggio modificato dall’uomo, con le sue bellezze selvagge ed i suoi problemi, tra cui in primo piano il clima malsano che provocava la malaria, quella pestilentia che colpiva soprattutto gli immigrati, militari e civili[35].

La scarsa urbanizzazione della Sardegna (l’urbanesimo introdotto dai Fenici ebbe uno sviluppo limitato ad alcune aree costiere) e la caratteristica degli insediamenti favorivano lo sviluppo di un’economia latifondistica, basata sulla monocoltura cerealicola, che richiedeva l’impiego di numerosa mano d’opera servile. Il protezionismo italico limitava enormemente la produzione di olio e di vino nell’isola[36], per quanto sia documentata da Palladio la piantagione di alberi da frutto. L’attività pastorale alimentava invece le produzioni casearie di qualità[37].

 Per il basso impero si è parlato di «deromanizzazione», cioè di imbarbarimento progressivo, un fenomeno accelerato dalla crescita del latifondo, dal fiscalismo, dalla rovina dell’ordine dei curiali (le vecchie aristocrazie cittadine) e dalla sistematica spoliazione delle risorse: a Turris Libisonis nelle fasi tarde è ipotizzato l’arrivo in città di elementi indigeni, che hanno introdotto antiche forme di economia e di produzione nella colonia di cittadini romani; con la decolonizzazione, con il calo delle iniziative esterne e degli investimenti, la Sardegna dimostrò come la romanizzazione era stata in certi casi un fatto superficiale, che poteva regredire rapidamente, proprio per la mancanza di un processo autonomo di maturazione; alcune città conobbero un processo di ruralizzazione ed un improvviso restringimento del perimetro urbano e si svuotarono lentamente, trasformandosi in piccoli accampamenti fortificati; nelle campagne è noto il caso dei Barbaricini che, secondo un’affermazione di Papa Gregorio Magno (a. 593), vivevano «come insensati animali» ed adoravano idoli costruiti in pietra od in legno[38]; in alcuni casi si può parlare di fenomeni di «difesa culturale» e di una naturale regressione delle popolazioni indigene ai livelli più antichi. Tutto ciò può essere articolato sul piano geografico e sul piano diacronico, con le opportune puntualizzazioni e precisazioni, distinguendo le classi inferiori e le classi sociali più elevate, gli abitanti delle città, la popolazione rurale delle ville e le tribù autoctone semi-nomadi.

Le iscrizioni possono informare sulla vita media delle persone commemorate nei testi, non su quella di intere popolazioni. La speranza di vita alla nascita doveva essere decisamente inferiore a 35 anni, ma l’elevata mortalità doveva essere compensata da altrettanto elevati livelli di natalità. Comunque chi superava i 10 anni, soprattutto se uomo (per le donne c’era il problema delle gravidanze), aveva ottime possibilità di vivere oltre i 37 anni, anche se doveva registrarsi  una gravissima mortalità infantile; ciò almeno se si accettano i dati biometrici presentati dalle iscrizioni, che riflettono specifiche tradizioni culturali locali[39]. In alcune aree però emerge la presenza di centenari o comunque una significativa longevità di alcuni sardi vissuti in età romana[40]: si possono citare i casi di [T]arcisius o Narcisius, figlio di Tarinci ad Ula Tirso morto nel II secolo d.C. a 115 anni[41]; oppure Monioritini ad Ula Tirso (probabilmente una donna), 106 anni[42]. A Fordongianus conosciamo una Belsa figlia di Caritus che morì a 101 anni[43].  Esistevano poi molti nonagenari ed ottuagenari.


[1] T. Cossu, “Il pane in Sardegna dalla preistoria all’età romana”, in Pani. Tradizione e prospettive della panificazione in Sardegna, Nuoro, Ilisso, 2005, pp. 52-59.

[2] Vd. però un radicale aggiornamento in P. Van Dommelen, C. Gómez Bellard, Le attività agricole, in Il tempo dei Fenici, incontri in Sardegna dall’VIII al III secolo a.C., a cura di C. Del Vais, M. Guirguis, A. Stiglitz, Nuoro 2019, pp. 108-113. Vd. già C. Vismara, “La “romanisation” des campagnes sardes: un bilan des recherches récentes”, in Changing Landscapes. The impact of Roman towns in the Western Mediterranean, a cura di C. Corsi, F. Vermeulen, Proceedings of the International Colloquium (Castelo de Vide-Marvão 15th-17th May 2008), Bologna, Ante Quem, 2010, pp. 47-68.

[3] G. Ugas, R. Zucca, Il commercio arcaico in Sardegna, Cagliari 1984.

[4] Per le caratteristiche dello sfruttamento coloniale romano giudicato forse troppo severamente, vedi V.A. Sirago, Aspetti coloniali dell’occupazione romana in Sardegna, in Sardinia antiqua.Studi in onore di Piero Meloni in occasione del suo settantesimo compleanno, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1992, pp. 239 ss.

[5] Per la produzione di grano nella Sardegna punica, vedi R.J. Rowland jr., Sardinia provincia frumentaria, in Le ravitaillement en blé de Rome et des centres urbains des débuts de la République jusqu’au Haut-Empire, Actes du colloque international de Naples 1991 (Coll. CJB,11-Coll. EFR, 196), Napoli-Roma 1994, pp. 255-260; A. Piga, M.A. Porcu, Flora e fauna della Sardegna antica, «L’Africa Romana», VII, Sassari 1990, pp. 572-4; L. I. Manfredi, La coltura dei cereali in età punica in Sardegna e Nord Africa, in «Quaderni della Soprintendenza archeologica per le Province di Cagliari e Oristano», X, 1993, pp. 191-218; C. Lilliu, Cereali e macine della Sardegna antica. Guida all’esposizione. Museo Civico Genna Maria-Villanovaforru, Cagliari 1999; T. Cossu, Il pane in Sardegna dalla preistoria all’età romana, in AA.VV., Pani. Tradizioni e prospettive della panificazione in Sardegna, Nuoro 2005, pp. 52-59; .L.I. Manfredi, Il grano e l’orzo fra Nord-Africa e Sardegna, «NBAS», 5, 1993-95 (2002), pp. 219-275; vedi anche G. Marasco, L’Africa, la Sardegna e gli approvvigionamenti di grano nella tarda repubblica, in L’Africa Romana, IX, Sassari 1992, pp. 651-660. Per l’età imperiale, vedi A.M. Colavitti, Per una storia dell’economia della Sardegna romana: grano e organizzazione del territorio. Spunti per una ricerca, in L’Africa Romana XI, Sassari 1996, pp. 643-652.

[6] B. Fois, Attrezzi da lavoro e macchine semplici nelle campagne sarde fra tardo antico e altomedioevo, in “L’Africa Romana”, 8, Atti dell’VIII convegno di studio, Cagliari 14-16 dicembre 1988, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1991, pp. 713-718.

[7] E. Cruccas, L’oro dei campi, Grano e panificazione, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 199-201. Vd. già A. Meloni, La Sardegna romana, Chiarella, Sassari 1990, pp. 107 ss.

[8] V.A. Sirago, Storia agraria romana, I, Fase acensionale, Liguori, Napoli 1995, p. 187-200.

[9] A. Mastino, “La produzione e il commercio dell’olio nella Sardegna antica”, in Olio sacro e profano: tradizioni olearie in Sardegna e Corsica, a cura di M. Atzori, A. Vodret, Sassari, 1995, pp. 60-76. Vd. E. García Vargas, R. Rui de Almeida, H. González Cesteros, “Los tipos anfóricos del Guadalquivir en el marco de los envases hispanos del siglo I a.C. Un universo heterogéneo entre la imitación y la estandarización”, in SPAL Revista de Prehistoria y Arqueología, 20, 2011, Sevilla 2011, pp. 185-283.

[10] A. Vodret, Sardinia Insula vini, Sassari, 1993; P. Ruggeri, “La Viticoltura nella Sardegna antica”, in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigrafia, Sassari, 1999, pp. 131-149; R. Zucca, Le anfore vinarie tra l’arcaismo e l’ellenismo, p. 20; I triclinia, p. 33; Tharros e il vino, pp. 34-5 in Aa. Vv., Thyrsos. Il vino e la vite nella Sardegna antica, Oristano 1999: P. Bernardini, “Bere vino in Sardegna: il vino dei Fenici, il vino dei Greci”, in Il greco, il barbaro e la ceramica attica: immaginario del diverso, processi di scambio e autorappresentazione degli indigeni, a cura di R. Panvini, F. Giudice, Roma, 2003, pp. 191-202; M. Sanges, La vite e il vino in Sardegna dalla preistoria alla fine del mondo antico, Nuoro, 2010; D. D’Orlando, Fare il vino nella Sardegna romana: artigianato e trasmissione dei saperi da alcuni contesti produttivi dell’isola, in Ancient and modern knowledges. Transmission of models and techniques in the artistic and handicraft products in Sardinia through the centuries, a cura di R. Martorelli, Saggi di archeologia e Antichistica, 1, Unicapress/ricerca, Cagliari 2022, pp. 265-288. Per l’epoca fenicia: M. Botto, “La produzione del vino in Sardegna tra Sardi e Fenici: lo stato della ricerca”, in Rivista di Storia dell’Agricoltura, 56, 1-2 (2016), pp. 79-96.

[11] R. Zucca, Palladio e il territorio neapolitano in Sardegna, Quaderni Bolotanesi, 16, 1990, pp. 279-290; Id., Palladio ed il territorio neapolitano, AA. VV., Scavo didattico delle terme romane di Terra ‘e Fucca, Oristano 1990, pp. 30-40.

[12] R. Zucca, I laterizi della Sardegna in età fenicio-punica e romana, Atti del Convegno «La ceramica artistica d’uso e da costruzione nell’Oristanese dal Neolitico ai nostri giorni», Oristano 1995, pp.169-175.

[13] M. Sanges, La vite e il vino in Sardegna dalla preistoria alla fine del mondo antico, Nuoro, 2010; C. Loi, Pressoi litici in Sardegna tra preistoria e tarda antichità, Roma, Scienze e Lettere, 2017 (Fecit te, 9).

[14] A. Usai, N. Garnier, L’insediamento nuragico di Sa Osa (Cabras – OR). Nuovi dati su materiali organici e analisi chimiche, in Manger, boire, se parfumer pour l’eternité, D. Frère, B. Del Mastro, P. Munzi et al. (cur.), Napoli 2021, pp.293-301.

[15] M. Sanges, “Il nuraghe Arrubiu di Orroli (Nu)”, in Dieci anni di attività nel territorio della Provincia di Nuoro, Nuoro, Cooperativa Grafica Nuorese, 1985, pp. 64-67. Per il c.d. “riuso dei nuraghi” in età romana e vandala, vedi ad esempio il caso di Genoni: F. Campus, F. Guido, V. Leonelli, F. Lo Schiavo, M.G. Puddu, La “rotonda” di Corona Arrubia (Genoni, Nuoro). Un nuovo tipo di tempio nuragico, “Bollettino di archeologia”, 43-44-45, 1997 [2003], pp. 1 ss.; vedi anche il caso del nuraghe di Li Luzzani in comune di Sassari, D. Lissia, ibid., pp. 135 s.; per il laboratorio enologico del nuraghe Arrubiu di Orroli, vedi M. Sanges, F. Lo Schiavo, Orroli (Nuoro), Nuraghe Arrubiu. Gli interventi di scavo dal 1992 al 1997, ibid., pp. 279 ss. Per Sorso: P. Longu, “Materiali di età romana dal nuraghe “La Varrosa” a Sorso (SS)”, in “Archivio Storico Sardo”, 50, 2015, pp. 55-140. Vd. anche: M.A. Fadda, Nurdole, Un tempio nuragico in Barbagia. Punto d’incontro nel Mediterraneo, “RSt.Fen.”, 19, 1991, pp. 107-119; G. Maisola, Paesaggi del Montiferru meridionale e del Campidano di Milis. Continuità e trasformazioni tra I e VII secolo, L’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 2021-2040; M. Madau, Presenze puniche e romano-repubblicane in Planargia (scavi di Tres Bias, Tinnura- NU), in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 961-972; Id., Cultura punica fra città e campagna nella provincia di Sassari, in “L’Africa Romana, VII”, Atti del VII Convegno di studio, Sassari, 15-17 dicembre 1989, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1990, pp. 513-518; C. Lilliu, “Un culto di età punico-romana nel Genna Maria di Villanovaforru”, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica per le province di Cagliari e Oristano, 5, 1989, pp. 109-127; V. Santoni, P.B. Serra, F. Guido, Il nuraghe Cobulas di Milis-Oristano: preesistenze e riuso, in “L’Africa Romana”, 8, Atti dell’VIII convegno di studio, Cagliari 14-16 dicembre 1988, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1991, pp. 941-989; P. Bartoloni, Aspetti protostorici di epoca tardopunica e romana nel Nord Africa ed in Sardegna, in “L’Africa Romana, 5”, Atti del V convegno di studio, Sassari 11-13 dicembre 1987, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1988, pp. 345-349; F. Delussu, A. Ibba, Un frammento ceramico con iscrizione LEON[—] dall’insediamento romano di Nuraghe Mannu (Dorgali, Nuoro)”, nel volume L’Africa romana, I luoghi e le forme dei mestieri e delle produzioni nelle province africane. Atti del XVIII convegno di studio (Olbia, 11-14 dicembre 2008), a cura di Marco Milanese, Paola Ruggeri, Cinzia Vismara, Roma, Carocci, 2010, pp. 2139-2154; E. Usai, V. Marras, Santu Miali di Pompu (Oristano): il riuso del complesso nuragico, L’Africa Romana XVI, Mobilità delle persone e dei popoli, dinamiche migratorie, emigrazioni ed immigrazioni nelle province occidentali dell’Impero romano, Rabat 2004, a cura di A. Akerraz, P. Ruggeri, A. Siraj, C. Vismara, Carocci Roma 2006, pp. 2495-2512; A. Usai, A.L. Sanna, “Momenti di occupazione e ristrutturazione nel nuraghe Orgono di Ghilarza (OR)”, in Daedaleia. Le torri nuragiche oltre l’età del Bronzo, a cura di E. Trudu, G. Paglietti, M. Muresu, Atti del Convegno di studi (Cagliari, Cittadella dei Musei, 19-21 aprile 2012), 2016, pp. 107-127 (Layers. Archeologia Territorio Contesti, 1). Vd. infine A. Moravetti (a cura di), Il nuraghe Santu Antine nel Logudoro-Meilogu, Sassari, Carlo Delfino editore, 1988. Vd. ora G. Marras, D. D’Orlando, Il complesso merdionale dell’area archeologica del nuraghe San Pieetro di Torpè nel contesto dei siti rurali romani e tardoantichi della Sardegna, Facta. A Journal of Late roman medieval and post-medieval material culture studies, ed,. Milanese, XVIII, 2024, Pisa-Roma 2024, pp. 95-131 (Sant’Efis di Orune, Nuraghe Marfudi di Barumini, villaggio di epoca romana di Baracci Superiore a Nurri, Villaggio di epca romana di Cote Lucetta di Esterzili).

[16] Sulla mitica eudaimonìa della Sardegna antica, vedi M. Giacchero, Sardinia ditissima et valde splendidissima, «Sandalion», V, 1982, pp. 223-232.

[17] A. Mastino, R. Zucca, Le proprietà imperiali della Sardinia, AA. VV., Le proprietà imperiali nell’Italia romana. Economia, produzione, amministrazione, Atti del Convegno, Ferrara-Voghiera 3-4 giugno 2005, a cura di D. Pupillo, Firenze 2007, pp. 93-124.

[18] Codex Theod. II, 25,1.

[19] L. Santi Amantini, Alcuni attributi della Sardegna nella tradizione letteraria da Erodoto a Procopio, in L’Africa Romana, VIII, Sassari 1991, pp. 639 ss.

[20] Cod. Theod. VIII, 5, 16 (datato al 25 novembre 363, dunque dopo la morte di Giuliano).

[21] G. Giliberti, Servus quasi colonus: Forme non tradizionali di organizzazione del lavoro nella società romana, Jovene, Napoli 1981.

[22] C. Del Vais (a cura di), Architettura arte e artigianato nel Mediterraneo dalla Preistoria all’Alto Medioevo. Atti della Tavola Rotonda Internazionale in memoria di Giovanni Tore (Cagliari, 17-19 dicembre 1999), a cura dell’Associazione Culturale “Filippo Nissardi”, Oristano 2001; B.M. Giannattasio, Le attività artigianali, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 232-239. Naturalmente il tema si può articolare in sede locale: L. Grasso, Tradizione artigiana italica e imitazioni locali. Alcune osservazioni sulla ceramica da cucina dall’area C di Nora (Cagliari), L’Africa romana XVIII: i luoghi e le forme dei mestieri: atti del 18. Convegno di studio, 11-14 dicembre 2008, Olbia, Italia. Roma 2010, Carocci editore, pp. 1479-1488. Vd. anche L. Pani Ermini, R. Zucca, L’età paleocristiana e altomedievale. La produzione artigianale e l’epigrafia, in AA.VV., Il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, Cinisello Balsamo 1989, pp.261-283.

[23] O. Longo (a cura di), La porpora. Realtà e immaginario di un colore simbolico, Atti del convegno di studio (Venezia, 24-25 ottobre 1996), Venezia, Istituto Veneto di Scienze, 1998.

[24] Herod., 2, 105.

[25] F. Cenerini, Il ruolo delle donne nel Poenulus di Plauto, in Cartagine, il Mediterraneo centro-occidentale e la Sardegna. Società, economia e cultura materiale tra Fenici e autoctoni. Studi in onore di Piero Bartoloni, a cura di M. Guirguis, S. Muscuso, R. Pla Orquín, Sassari, 2020, pp. 15-24.

[26] Per l’artigianato in Sardegna, vedi ad esempio F. Manconi, A. Pandolfi, Sassari, località Badde Rebuddu. Scavo di un impianto per la produzione fittile, in L’Africa Romana, XI, Sassari 1996, pp. 873-896.

[27] D. Salvi, “Bicchieri, calici e coppe nella necropoli di Pill’e Matta (CA)”, in Il vetro in Italia meridionale e insulare, a cura di C. Piccioli, F. Sogliani, Atti del Secondo Convegno Multidisciplinare, Napoli, AIES Beni Culturali, 2003, pp. 117-126; M.C. Satta, “Sassari, regione Abealzu. Complesso archeologico di Iscalaccas: vetri bollati da una necropoli ad incinerazione”, in Il vetro in Italia meridionale e insulare, a cura di C. Piccioli, F. Sogliani, Atti del Secondo Convegno Multidisciplinare, Settime Giornate Nazionali di Studio, Comitato Nazionale AIHV (Napoli, 5-6-7 dicembre 2001), Napoli, A.I.E.S. Beni culturali-Crysos s.r.l-Interservice s.a.s., 2003, pp. 65-98. Per il IV secolo: A.M. Nieddu, “Il problema della cristianizzazione delle aree interne della Sardegna: i vetri incisi recentemente rinvenuti a S. Efisio di Orune”, in Martiri, santi, patroni: per una archeologia della devozione, a cura di A. Coscarella, P. De Santis, Atti del X Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Università della Calabria, 15-18 settembre 2010), Arcavacata di Rende, Università della Calabria, 2012, pp. 581-596.

[28] E. Birocchi, “La circolazione monetaria in Sardegna durante la dominazione romana”, in Studi Sardi, XII-XIII, 1955, pp. 519-574; G. Perantoni Satta, “Rinvenimenti in Sardegna di monete della Repubblica Romana”, in Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica, 7-8, 1962, pp. 91-152; Id., “Rinvenimenti in Sardegna di monete dell’Impero romano e dell’Impero romano d’occidente”, in Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica, 1, 1954, pp. 66-111; L. Forteleoni, “Riconiazioni romane di monete puniche in Sardegna”, in Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica, 18-19, 1971, pp. 113-118; I. Didu, “La cronologia della moneta di M. Azio Balbo”, Atti Centro Studi Documentazione Italia Romana, VI, 1974-1975, pp. 107-120; M. Sollai, Le monete della Sardegna romana, Sassari. 1989; E. Piras, Le monete sardo puniche, Torino 1993; C. Cidu, Un tesoretto romano in Barbagia. Soroeni-Lodine: il rinvenimento di oltre settecento monete da Adriano a Teodosio, L’Africa Romana XVI, Mobilità delle persone e dei popoli, dinamiche migratorie, emigrazioni ed immigrazioni nelle province occidentali dell’Impero romano, Rabat 2004, a cura di A. Akerraz, P. Ruggeri, A. Siraj, C. Vismara, Carocci Roma 2006, pp. 2457-2494; L.I. Manfredi, Dal minerale al metallo monetato nella Sardegna e nel Nord Africa punico, L’Africa Romana XVII, Le ricchezze dell’Africa. Risorse, produzioni, scambi, a cura di J. González, P. Ruggeri, C. Vismara, R. Zucca, Siviglia 2006, Roma 2008, pp. 1573-1580; D. D’Orlando, La monetazione, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 278-280; vd. ora A. Ibba, “Per parole e per immagini: la propaganda fra Cesare e Augusto in Africa e Sardinia (iscrizioni, monete, monumenti) in Tra la Tarda repubblica e l’Età augustea: economia, politica e religione nell’epigrafia latina di Hispaniae, Galliae, Africa, Grecia, Quasar, c.s.

[29] L. Pani Ermini, R. Zucca, L’età paleocristiana e altomedievale. La produzione artigianale e l’epigrafia, in AA.VV., Il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, Cinisello Balsamo 1989, pp.261-283.

[30] Per l’ambiente naturale e il paesaggio, vedi il bel lavoro di A. Piga, M.A. Porcu, Flora e fauna della Sardegna antica, in L’Africa Romana, VII, Sassari 1990, pp. 569-598.

[31] P. Ruggeri, Il viaggio di Lucilio in Sardegna: un itinerario tra realpolitik e sogno esotico (SAT. VI 21 e 22), “Sandalion”, 26-28, 2003-2005, pp. 105-125.

[32] G. Carenti, Lo sfruttamento del cervo sardo nel Sulcis. Controllo del territorio ed espressione di potere, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2945-2953.

[33] G. Carenti, “L’avifauna di Sulky (Sardegna, Italia): uccellagione e avicoltura nel Sulcis dal periodo fenicio all’età romana”, in Atti del VII convegno nazionale di Archeozoologia, Annali dell’Università degli Studi di Ferrara, a cura di U. Thun- Hohenstein, M. Gangemi, I. Fiore, J. De Grossi Mazzorin (Ferrara, 22-23 novembre 2012 e Rovigo, 24 novembre 2012), vol. 12, n. 1, 2016, pp. 201-210, <http://dx.doi.org/10.15160/1824-2707/1327>.

[34] Expositio totius mundi, p. 126; Flavio Vopisco 29,, 6, 4. Per la documentazione archeo-zoologica, F. Manconi, “Equidi in Sardegna tra il II sec. a.C. e il VII sec. d.C.”, Atti del 1° Convegno Nazionale di Archeozoologia (Rovigo, 5-7 marzo 1993), Rovigo, Ist. Editoriali e Poligrafici, 1995, pp. 319-325 (Padusa quaderni, 1).

[35] G. Pianu, N. Canu (a cura di), Studi sul paesaggio della Sardegna romana, Muros, Nuova Stampacolor, 2011.

[36] E. Cruccas, I doni di Aristeo. Produzione olearia e vinicola, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 194-198. Vd. anche J. Pérez Ballester, “La producción y el comercio del vino itálico en el Mediterráneo Occidental”, in Scombraria. La Historia oculta bajo el mar, catálogo de la exposición, a cura di M. Lechuga, Murcia, Región de Murcia, 2004, pp. 22-29; AA.VV., Il vino in Sardegna. 3000 anni di storia, cultura, tradizione e innovazione, Ilisso, Nuoro 2010; AA.VV., L’olio in Sardegna. Storia, tradizione e innovazione, Ilisso, Nuoro 2013.

[37] AA.VV., Fornaggio e pastoralismo in Sardegna, Storia, cultura, tradizione e innovazione, Ilisso, Nuoro 2015.

[38] GREG. M., Epist. IV, 27; R. Turtas, “Rapporti tra Africa e Sardegna nell’epistolario di Gregorio Magno (590- 604)”, in L’Africa romana, vol. 2, a cura di A. Mastino, Atti del IX convegno di studio (Nuoro, 13-15 dicembre 1991), Sassari, Gallizzi, 1992, p. 697 n. 14; Id., Storia della chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Roma, 1999, pp. 102 ss.

[39] B.W. Frier, “Demography”, in The Cambridge Ancient History. Vol. XI. The High Empire. AD 70-192, a cura di A.K. Bowman, P. Garnsey, D. Rathbone, Cambridge, Cambridge University Press, 2000, pp. 787-816.

[40] Per la bassa speranza di vita dei Sardi,R.J. Rowland, Mortality in Roman Sardinia, «SS», 22, 1971-72, pp. 359 ss. Vedi però ora P. Floris, M.P. Dore, G.M. Pes, “Does the longevity of the Sardinian population date back to Roman times? A comprehensive review of the available evidence”, in PLoS ONE, 16, 1, e0245006, 5 January 2021, <https://doi.org/10.1371/journal.pone.0245006>. Vedi ancora P. Floris, “Considerazioni su alcune questioni biometriche femminili della Sardegna romana”, in Sguardi contemporanei. Studi multidiscliplinari in onore di Francesco Atzeni, a cura di A. Floris, L. Lecis, I. Macchiarella, C. Tasca, Perugia, Morlacchi, 2019, pp. 151-163.

[41] R. Zucca, Ula Tirso. Un centro della Barbaria sarda, Dolianova 1999, p. 64; Cl. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia, Ortacesus 2016, pp. 161-162 n. ULA006.

[42] CIL X 7877, vd. Farre, ibid., pp. 157-158 n. ULA00.

[43] ILSard. I 196; Farre, ibidem, pp. 111-112, n. FOR013.

A proposito di genocidio: la resistenza dei Sardi di fronte ai Romani

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La “resistenza” dei Sardi contro i Romani.

Per quanto Tito Livio (23, 40, 1) sostenga che i Sardi potevano essere vinti con facilità (Sardi facile vinci adsueti), la storia della Sardegna romana è inizialmente una storia di ribellioni, di attacchi improvvisi, di rivolte, presentate dalle fonti romane come episodi di violenza e di brigantaggio causati dai mastrucati latrunculi usciti dai loro rifugi sotterranei: ma la «resistenza» degli indigeni alla romanizzazione nelle zone interne della Sardegna si manifestò da un punto di vista culturale prima ancora che da un punto di vista militare, soprattutto in età repubblicana. Sono molte le sopravvivenze della cultura sardo-punica ancora in età imperiale, a contatto con gli immigrati italici. Già nei primi decenni dell’età imperiale furono dislocati in piena Barbaria, la terra occupata dai Barbari, alcuni accampamenti militari, in qualche caso eredi di precedenti postazioni cartaginesi[1]: Luguidonis c(astra), presso Nostra Signora di Castro ad Oschiri, più tardi chiamati Castra Felicia; Sorabile, presso Sorovile di Fonni piuttosto che presso Soroeni di Lodine; Forum Augusti, presso l’attuale Austis; Valentia presso Nuragus; Biora presso Serri; Uselis, oggi Usellus; Custodia Rubriensis, presso Barisardo; in età tarda anche Nora praesidium, Eteri praesidium e l’accampamento fortificato di Tharros, con lo scopo di controllare in modo articolato le zone montuose della Barbaria sarda, senza però un definito sistema di difesa lineare, almeno in età imperiale (limes)[2]; si preferiva effettuare interventi mirati su singoli obiettivi, utilizzando in certe circostanze anche i cani addestrati alla caccia all’uomo (come già aveva fatto, nel 231 a.C., il console Marco Pomponio Mathone, vedi Zonara 8, 18), oppure si faceva ricorso a veri e propri stratagemmi, come quelli noti anche a Strabone, che forse visitò l’isola alla fine dell’età augustea, per il quale i Romani riuscivano a cogliere di sorpresa i Sardi, attaccandoli nei santuari dove venivano celebrate le feste tradizionali in occasione delle quali si consumavano i frutti delle razzie[3]: «avendo avuto modo di constatare una certa abitudine di questi barbari, che erano soliti celebrare un festino tutti riuniti insieme per parecchi giorni dopo aver raccolto il bottino, i comandanti romani piombano su di loro e così ne catturano un gran numero»; in questo modo evitavano di mantenere un esercito in permanenza in luoghi poco salubri[4]. Ci sono note le tecniche di guerriglia degli Ilienses, dei Balari e dei Corsi, popoli di pastori vestiti di pelli, a lungo impegnati contro l’occupazione romana, anche se assistiamo nel tempo ad una progressiva penetrazione culturale romana nella Sardegna interna.

 Secondo Tito Livio gli Ilienses, ora localizzati nel Marghine-Goceano, all’epoca di Augusto non erano stati ancora completamente pacificati; per Pausania (10, 17,9), che scriveva nel II secolo d.C., essi «si rifugiarono nei luoghi alti dell’isola, ed avendo occupato i monti di difficile accesso, fortificati da palizzate e da precipizi, hanno ancora oggi il nome di Iliesi, ma si assomigliano nella forma e nell’armatura, ed in tutte le maniere di vivere ai Libici». Diodoro Siculo (5, 15) rileva che «quel popolo (gli Iolei-Ilienses), trasportate le proprie sedi sui monti, abitò certi luoghi impervi e di accesso difficile, ove abituati a nutrirsi di latte e di carni, perché si occupano di pastorizia, non hanno bisogno di grano; e perché abitano in dimore sotterranee, scavandosi gallerie al posto di case, con facilità evitano i pericoli delle guerre. Perciò, quantunque i Cartaginesi ed i Romani spesso li abbiano inseguiti colle armi, non poterono mai ridurli all’obbedienza». E aggiunge: «quantunque i Cartaginesi al vertice della loro potenza si facessero padroni dell’isola, non poterono però ridurre in servitù gli antichi possessori, essendosi gli Iolei rifugiati sui monti ed ivi fattesi abitazioni sottoterra, mantenendo quantità di bestiame, si alimentarono di latte, di formaggio e di carne, cose che avevano in abbondanza. Così lasciando le pianure si sottrassero anche alle fatiche del coltivare la terra e seguitano ancora oggi a vivere sui monti, senza pensieri e senza fatiche, contenti dei cibi semplici. I Cartaginesi dunque, sebbene andassero con grosse forze spesse volte contro codesti Iolei per le difficoltà dei luoghi e per quegli inestricabili sotterranei dei medesimi, non poterono mai raggiungerli ed in tal modo quelli si preservarono liberi. Per la stessa ragione poi finalmente anche i Romani, potentissimi per il vasto impero che avevano, avendo loro fatto spessissimo la guerra, per nessuna forza militare che impiegassero, poterono mai giungere a soggiogarli».

 Infine Strabone (5, 2,7) osserva: «Sono quattro le tribù delle montagne, i Parati, i Sossinati, i Balari, gli Aconiti, i quali vivono nelle spelonche e se hanno qualche terra adatta alla semina non la seminano con cura; anzi, compiono razzie contro le terre degli agricoltori e non solo di quelli dell’isola, ma salpano anche contro quelli del continente, soprattutto i Pisani»: e Strabone forse pensava alla situazione della Sardegna negli ultimi anni di Augusto.

Le campagne militari promosse dai governatori romani provocarono però progressivamente una vera e propria «depressione demografica» all’interno della Sardegna: col tempo, gli interventi repressivi attuati con l’impiego delle legioni o, più tardi, di agguerriti reparti ausiliari e, sulle coste, con la flotta da guerra, per combattere la pirateria, ottennero una progressiva riduzione dell’insicurezza, a spese di alcune comunità interne; un fondamentale contributo fu però dato dalla realizzazione di un’ampia rete stradale, che rese accessibili anche le regioni più isolate della provincia.


[1] C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia. Ortacesus 2016; Id., , “Alcune considerazioni sulla Barbaria: definizione, percezione e dinamiche di romanizzazione nella Sardegna interna”, in Il processo di romanizzazione della provincia Sardinia et Corsica, a cura di S. De Vincenzo, C. Blasetti Fantauzzi, Atti del convegno internazionale di studi (Cuglieri (OR), 26-28 marzo 2015), Roma, Edizioni Quasar, 2016, pp. 89-105 (Analysis Archaeologica. An International Journal of Western Mediterranean Archaeology – Monograph Series N° 1).

[2] Per il c.d. limes sul Tirso, vedi M. Perra, Il Castrum di Medusa (Samugheo – OR) ed il limes romano e bizantino contro le Civitates Barbariae. Nota preliminare, «SS», 29, 1990-91, pp. 331 ss.; A. Stiglitz: Confini e frontiere nella Sardegna punica e romana: critica all’immaginario geografico, in L’Africa Romana, XV, Roma 2004, pp. 805-817; E. Trudu, Il limes. Romània e Barbària, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 44-45.

[3] Strabone, 5, 2, 7, vd. Pais, Storia, I, pp. 219 ss.

[4] Per il passo di Strabone, vedi P. Meloni, La seconda redazione della «Geografia» di Strabone e il capitolo riguardante la Sardegna (V, 2,7), «NBAS», 5, 1993-95 (2002), pp. 297 ss.

L’urbanizzazione della Sardegna: la nascita delle Colonie e dei Municipi dopo Ottaviano

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  1. Colonie e Municipi di cittadini romani da Ottaviano

Le decisioni di Cesare relative alle nuove colonie (Turris Libisonis e forse Tharros) dovettero essere attuate però durante i primi anni del secondo triumvirato con Ottaviano, quando nacque la prima città di fondazione, la colonia Iulia di Turris Libisonis che si attribuisce al legato Marco Lurio. In contemporanea fu forse costituito il municipium Iulium di Carales retto da quattuorviri che sostituirono i sufeti punici; fu lo stesso Ottaviano Augusto, che fondò qualche decennio dopo la colonia Iulia Augusta di Uselis, al di là del Monte Arci, tappa lungo la via centrale sarda, divisa in due tronconi che partivano rispettivamente uno dalla nuova colonia di Turris Libisonis e l’altro dal municipio di Carales incontrandosi alle Aquae Hypsitanae sul Tirso (Fordongianus), inizialmente un pagus poi un forum della pertica della nuova colonia, con una biforcazione verso Olbia più a Nord. E’ possibile la promozione a colonia anche di Tharros, dove doveva esser rimasto un piccolo nucleo di famiglie populares dopo la morte del console antisillano Lepido[1].

Il quadro augusteo è riassunto nella formula provinciae di Plinio il vecchio, scritta nei primi anni 60 d.C., ma utilizzando fonti più antiche, forse i Commentarii Geografici del genero di Augusto Marco Vipsanio Agrippa (morto nel 12 a.C.)[2]: il grande naturalista immaginava una piramide rovesciata con alla base tre populi celeberrimi, Ilienses, Balari, Corsi. Poi 18 oppida, pensiamo le civitates stipendiariae elencate con gli etnici dei loro abitanti, meno probabilmente municipi di diritto latino come pensava Ettore Pais: ci restano i nomi di sole quattro città di questo tipo, Sulci, Valentia forse fondata da M. Cecilio Metello verso il 115 a.C.[3], Neapolis, Bithia considerate abitate da peregrini; mancano le altre 14, forse a causa di una lacuna nella nostra tradizione manoscritta; seguivano due municipi di cittadini romani (Carales e Nora) e, al vertice della piramide, un’unica colonia, Turris Libisonis. Tra gli studiosi contemporanei, Leandro Polverini ha pensato che Plinio citasse anche una seconda colonia, Uselis, il che ci condurrebbe alla fine del principato augusteo per la fonte consultata negli archivi imperiali, non aggiornatissima, utilizzata da Plinio sulla Sardegna[4]. Se seguiamo questa interpretazione, la Sardegna arriverebbe ad un totale di 22 urbes (ma nell’elenco che ci è rimasto sono solo sette)[5], con pochi abitanti in possesso della cittadinanza romana fino ai Severi: è evidente che l’urbanizzazione dell’isola era davvero esigua se confrontata alla Sicilia o ad altre grandi isole mediterranee, con molte comunità rurali[6] e poche innovazioni rispetto all’età fenicia e punica[7]. La popolazione abitava soprattutto nelle campagne.

Le linee interpretative del tema erano già state definite nell’articolo di Ettore Pais sulla formula provinciae dell’isola in Plinio, stampato nel 1894 e poi rivisto nel 1908, per il volume sulle Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica, poi arricchito nel volume Storia della Sardegna e della Corsica durante il periodo romano del 1923 con una sezione relativa alla Corsica[8]: i temi generali sono quelli del rapporto tra colonie, municipi di diritto romano, municipi di diritto latino, civitates peregrine, in una relazione dialettica tra le antiche costituzioni puniche delle vecchie colonie fenicio-puniche governate da sufeti e le nuove istituzioni romane che si affermano progressivamente a partire dagli ultimi decenni della repubblica: il tema degli statuti delle singole città sarde sarà affrotato in dettaglio[9]. Sulla base di confronti africani, il Pais non riteneva che l’attestazione a Turris della divisione dei cittadini in 23 curie (anziché in tribù come nel municipio di Sulci)[10] potesse essere testimonianza dello ius Latii[11], mentre ammetteva che l’elenco di Plinio potesse comprendere (esclusi i municipi, la colonia di Turris e le popolazioni non urbanizzate) un gruppo di città latine; ci sarebbe poi la serie di vici, tra i quali Metalla (con il grande tempio di Antas, ancora non acquisito definitivamente al culto del Sardus Pater all’inizio dell’età triumvirale) e Populum nel Sulcis (che Pais intende Plumbeum, con riferimento alla Plumbaria insula, l’isola del Piombo oggi Sant’Antioco), Tilium, Nura, Tibula, nella Sardegna settentrionale, città menzionate anche da Tolomeo, ma che sostanzialmente non avrebbero lasciato traccia archeologica. In realtà l’unico vicus che conosciamo espressamente dalle fonti è il Susaleus vicus (in greco kóme), Susalea villa nel Cod. Lat. 4803 della Geographia di Tolomeo, collocato sul litorale orientale della Sardegna (a breve distanza da Carales), a sud della foce del Saeprus, l’attuale Flumendosa: forse Cala Pira, dove vengono localizzati i Siculenses; in alternativa Is Cuccureddus a Villasimius.

I preziosi quadri ricostruttivi forniti su questa base da Piero Meloni e Raimondo Zucca[12] hanno consentito di fare decisivi passi in avanti verso una ricostruzione degli aspetti giuridici, istituzionali, prosopografici delle città sarde, definendo spesso i limiti territoriali, conseguenza in qualche caso, come a Cornus e più di recente a Sulci, del ruolo svolto in occasione di guerre, ribellioni, semplici dissidi tra centri urbani contigui: tali confini geografici non sempre vengono superati in età medioevale e moderna, anzi di frequente riusciamo a ritrovare tracce di un’eredità ancora vitale.

La differenza tra colonie di fondazione (Turris Libisonis in età triumvirale, Uselis in età augustea), colonie onorarie (Cornus, Tharros, Neapolis), municipi di cittadini romani (Carales, Nora, Sulci, forse Olbia, Bosa, Forum Traiani) e le civitates stipendiariae andò affievolendosi nel tempo: con Caracalla i Sardi almeno in teoria divennero tutti cittadini romani, se si escludono gli schiavi che dovevano essere numerosissimi e diffusi soprattutto in ambito rurale e insediati prevalentemente sui grandi latifondi e sull’agro pubblico.

Sul piano archeologico possediamo ora il bel lavoro di Andrea Raffaele Ghiotto sull’architettura romana delle città della Sardegna, che spazia dalle tecniche edilizie alle opera defensive, templi sacri ai fora e alle piazze, dagli edifici per spettacoli ai macella e agli horrea, dagli impianti termali alle fontane, dagli acquedotti alle abitazioni, con un quadro sullo sviluppo monumentale delle città sarde, in particolare di Carales, Nora, Bithia, Sulci, Neapolis, Othoca, Tharros, Cornus, Bosa, Olbia, Turris Libisonis, Forum Traiani e i centri del Barbaricum, senza dimenticare il fenomeno dell’evergentismo, in un quadro però nel quale la cultura architettonica sarda mantiene una sua vitalità legata alla tradizione punica e alla ricezione di modelli italici[13].


[1] P. Ruggeri, Nel segno della dea Astarte-Venere Ericina. Cesare tra Sicilia, Africa e Sardegna, lungo l’antica rotta punica dei cultores Veneris Ericinae, in In Africa e a Roma, Scritti mediterranei, Aounia edizioni, Raleigh (Carolina del Nord) 2023, pp. 15- 58.

[2] Seguiamo da vicino R. Zucca, Gli oppida e i populi della Sardinia, in Mastino A., Storia della Sardegna antica, Nuoro 2005, pp. 205-331; per le città dell’Oristanese seguiamo A. Mastino, R. Zucca, Urbes et rura. Città e campagna nel territorio oristanese in età romana, in Oristano e il suo territorio, 1, Dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di Pier Giorgio Spanu e Raimondo Zucca, Carocci, Roma 2011, pp. 411-601. Ad una data tra il 38 e il 35 a.C. accenna ora S. Sisani, I nomi e le cose: oppidum, oppidum latinum, oppidum civium Romanorum nel lessico istituzionale della Naturalis Historia pliniana, in Agrupacione cívicas, intracívicas y no cívicas en la Hispania Citerior altomperial, a cura di Estíbaliz Ortiz-de-Urbina (Epigrafia e anrichità, 50), Carocci, Roma 2024,  p. 71; vedi anche Id., Sulle cosiddette formulae provinciarum contenuto e natura dei registri di comunità provinciali trasmessi dalla Naturalis Historia pliniana, in Le strutture locali dell’Occidente romano (L’Aquila, 4-6 maggio 2022), E. García Fernández, E. Melchor Gil, S. Sisani (edd.)(Diuturna Civitas 1), Roma 2023, pp. 195-196 (secondo l’a. stando alle lettera del testo pliniano, Nora non sarebbe un minicipèio di cittadini romani).

[3] Per Valentia P. Floris, “Nota sul centro romano di Valentia in Sardegna”, Epigraphica, 71, 2009, pp. 133-160.

[4] L. Polverini, “Una lettera di Borghesi a Niebhur (e l’iscrizione CIL X 7845)”, in Imperium Romanum. Studien zu Geschichte und Rezeption. Festschrift für Karl Christ zum 75° Geburstag, a c. di P. Kneissl, V. Losemann, Steiner, Stuttgart 1998, pp. 571-581.

[5] J. Bonetto, A. R. Ghiotto, Le città della Sardegna in età romana, in La Sardegna romana e altomedievale. Storia e materiali, a cura di S. Angiolillo, R. Martorelli, M. Giuman, A.M. Corda, D. Artizzu (Corpora delle antichità della Sardegna), Carlo Delfino editore, Sassari 2017, pp. 45-56.

[6] D. D’Orlando, Comunità rurali e territorio, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 100-101.

[7] S.L. Dyson, “The limited nature of Roman urbanism in Sardinia”, in E. Fentress, Romanisation and the city: creation, transfornations and failures, Portsmouth 2000, Journal of Roman Archaeology, pp. 189-196; G. Tore, A. Stiglitz, Urbanizzazione e territorio: considerazioni sulla colonizzazione fenicio-punica in Sardegna, 1. L’ubanizzazione e lo spazio urbano; 2. Lo spazio rurale: parametri geografici e indicatori territoriali, in L’Africa Romana X, in Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 779-808.

[8] Il tema dell’organizzazione municipale della Sardegna è stato ampiamente studiato a partire da E. Pais, “La formula provinciae della Sardegna nel I secolo dell’impero secondo Plinio”, in Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica, STEN, Torino 1908, pp. 579-627; Id., Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, Nardecchia, Roma 1923, (riedizione a cura di A. Mastino, Ilisso, Nuoro 1999), II, pp. 139-154; C. Bellieni, La Sardegna e i Sardi nella civiltà del mondo antico (collezione sarda de Il Nuraghe), Edizioni della Fondazione Il Nuraghe, I, Cagliari 1928; II, 1931, II, pp. 209-316. Vd. per tutti G.I. Luzzatto, ”In tema di organizzazione municipale della Sardegna”, in Studi in onore di G. Grosso, I, Giappichelli, Torino 1968, pp. 292-312; C. Tronchetti, “The Cities of Roman Sardinia, in Studies in Sardinian Archaeology”, I, a c. di M. S. Balmuth-R. J. Rowland jr., University Michigan Press, Ann Arbor 1984, pp. 237-283, pp. 237-283; L. Pani Ermini, Le città sarde tra antichità e medioevo: uno studio appena iniziato, «L’Africa Romana», V, Il Torchietto, Ozieri 1988, pp. 431-438; P. Meloni, La Sardegna romana, Chiarella, Sassari 19912, pp. 229-316; R. Zucca, Il decoro urbano delle civitates Sardiniae et Corsicae: il contributo delle fonti letterarie ed epigrafiche, in L’Africa Romana. Atti del X convegno di studio (Sassari 11 – 13 dicembre 1992), a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1994, pp. 857-936; Id., Gli oppida e i populi della Sardinia, in A. Mastino (cur.), Storia della Sardegna antica, Nuoro, Il Maestrale, 2005, pp. 205-332; P. Meloni, La Sardegna romana, prefazione di Raimondo Zucca, Ilisso editore, Nuoro 2012 (riedizione dell’opera: La Sardegna romana, Sassari, Chiarella, 1990), pp. 153-199; A. Mastino, R. Zucca, “Urbes et rura. Città e campagna nel territorio oristanese in età romana”, in Oristano e il suo territorio, 1, Dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di Pier Giorgio Spanu e Raimondo Zucca, Carocci, Roma 2011, pp. 411-601. Vd. ora C. Vismara, Ph. Pergola, D. Istria, R. Martorelli, Sardinien un Korsika in römischer Zeit, Zaberns Bildbände zur Archäologie, Sonderbande der Antiken Welt, Darmstadt 2011. Per le fonti archeologiche ha un’importanza metodologica fondamentale G. Azzena, “Osservazioni urbanistiche su alcuni centri portuali della Sardegna romana”, in L’Africa romana. Lo spazio marittimo del Mediterraneo occidentale: geografia storica ed economica, vol. 2, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XIV convegno di studio (Sassari, 7-10 dicembre 2000), Roma, Carocci, 2002, pp. 1099-1110; vd. anche C. Tronchetti, “The Cities of Roman Sardinia, in Studies in Sardinian Archaeology”, I, a c. di M. S. Balmuth-R. J. Rowland jr., University Michigan Press, Ann Arbor 1984, pp. 237-283; A.R. Ghiotto, L’architettura romana nelle città della Sardegna, Roma, Quasar, 2005 (Antenor. Quaderni, 4), sul quale: G. Bejor, Presentazione del volume L’architettura romana nelle città della Sardegna, di Andrea R. Ghiotto, in L’Africa Romana XVI, Mobilità delle persone e dei popoli, dinamiche migratorie, emigrazioni ed immigrazioni nelle province occidentali dell’Impero romano, Rabat 2004, a cura di A. Akerraz, P. Ruggeri, A. Siraj, C. Vismara, Carocci Roma 2006, pp. 103-106. Vd. infine A. Boninu, “La Sardegna in età romana”, in Il Museo Sanna in Sassari, a cura di F. Lo Schiavo, Cinisello Balsamo, A. Pizzi, 1986, pp. 129-156.

[9] Da ultimo: A. Ibba, Gli statuti municipali, in La Sardegna romana e altomedievale. Storia e materiali, a cura di S. Angiolillo, R. Martorelli, M. Giuman, A.M. Corda, D. Artizzu (Corpora delle antichità della Sardegna), Carlo Delfino editore, Sassari 2017, pp. 185-192. Vd. anche Pais, Storia della Sardegna e della Corsica cit., II, p. 68 n. 122, pp. 71 s. n. 136; Luzzatto, In tema di organizzazione municipale della Sardegna, cit., pp. 292-312; Id., Sul regime del suolo nelle province romane, in I diritti locali nelle province romane con particolare riguardo alle condizioni giuridiche del suolo, Roma 1974, p. 35; Meloni, La Sardegna romana, pp. 133 s. Per confronti con altre provinciae: J.M. Bertand, Territoire donné, territoire attribué: note sur la pratique de l’attribution dans le monde impérial de Rome, “CGG”, 2, 1991, pp. 125 ss.; M. Genovese, Condizioni delle civitates della Sicilia ed assetti amministrativo-contributivi delle altre province nella prospettazione ciceroniana delle Verrine, «Iura», 44, 1993, pp. 171 ss.; A. Pinzone, Provincia Sicilia. Ricerche di storia della Sicilia romana da Gaio Flaminio a Gregorio Magno, Catania 1999, pp. 59 ss.; Id., Civitates sine foedere immunes ac liberae: a proposito di Cic.I Verr. III 6, 13, «Mediterraneo antico. Economia-Società-Cultura», 2, II, 1999, pp. 463 ss. e in particolare p. 463, n. 1; P. Le Roux, Romains d’Espagne. Cités et politique dans les provinces. IIe siècle av. J.-C. – IIIe siècle ap. J.-C., Paris 1995, p. 50; J. M. Abascal, Derecho latino y municipalizacion en Levante y Cataluña, in Teoria y practica del ordenamiento municipal en Hispania (Anejos de Veleia, series Acta 3), Vitoria 1996, pp. 211 ss., 255 ss.; A. Orejas Saco del Valle, I. Sastre Prats, Fiscalité et organisation du territoire dans le Nord-Ouest de la Péninsule Ibérique, “DHA”, 25, 1999, pp. 159 ss. Sul problema delle civitates e delle urbes sociae cfr. Pais, Storia della Sardegna e della Corsica, cit., II, pp. 68 s.; G. Brizzi, Nascita di una provincia: Roma e la Sardegna, in Carcopino, Cartagine e altri scritti, Sassari 1989, pp. 81, 84; Meloni, La Sardegna romana, cit., pp. 133 s. Vd. anche L. Pani Ermini, Le città sarde tra antichità e medioevo: uno studio appena iniziato, «L’Africa Romana», V, Il Torchietto, Ozieri 1988, pp. 431-438.

[10] Per le curie di Turris Libisonis: Luzzatto,”In tema di organizzazione municipale della Sardegna”, cit., pp. 305-306 n. 53; A. Boninu M. Le Glay, A. Mastino, Turris Libisonis colonia Iulia, Gallizzi, Sassari Gallizzi, 1984, pp. 40-41. Per le tribù del municipio di Sulci, vd. A. Mastino, “Le relazioni tra Africa e Sardegna in età romana”, in Archivio Storico Sardo, XXXVIII, 1995, p. 23.

[11] Sullo ius Latii, Pais, Storia della Sardegna e della Corsica cit., II, p. 100 n. 201.

[12] I contributi fondamentali di Piero Meloni e Raimondo Zucca sono in R. Zucca, Il decoro urbano delle civitates Sardiniae et Corsicae: il contributo delle fonti letterarie ed epigrafiche, in L’Africa Romana. Atti del X convegno di studio (Sassari 11 – 13 dicembre 1992), a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1994, pp. 857-936; P. Meloni, La Sardegna romana, prefazione di Raimondo Zucca, Ilisso editore, Nuoro 2012 (riedizione dell’opera: La Sardegna romana, Sassari, Chiarella, 1990), pp. 153-199.

[13] A.R. Ghiotto, L’architettura romana nelle città della Sardegna, Roma, Quasar, 2005 (Antenor. Quaderni, 4).

Le città della Sardegna in età repubblicana fino a Cesare

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  1. Le città sarde fino a Cesare

Cicerone nella Pro Scauro sosteneva maliziosamente che la Sardinia era l’unica provincia nella quale non si trovavano alla metà del I secolo a.C. città amiche del popolo romano o libere ma solo civitates stipendiariae (19,44): quae est enim praeter Sardiniam provincia quae nullam habeat amica<m> populo Romano ac liberam civitatem ?[1] In realtà, entro la stessa provincia (in Corsica), si trovavano due colonie di cittadini romani dedotte cinquanta anni prima nell’età di Mario e di Silla, rispettivamente Mariana dopo la lex Apuleia Saturnina del 103 a.C. e Aleria Veneria vent’anni dopo[2]. Al momento lasceremmo da parte Feronia, fondata uno o due decenni dopo il sacco di Roma da parte dei Galli, sulla costa orientale della Sardegna presso Posada: i fondatori furono 500 seguaci di Tito Manlio Capitolino, fatto uccidere dal senato per questa sua tendenza populista tesa a liberare dai debiti gli schiavi rovinati dalla guerra[3].

L’esistenza in Sardegna di città alleate dei Romani (civitates sociae), sia pure sine foedere, è sicura fin dalla guerra annibalica, ad esempio per gli aiuti forniti “benigne” ad Aulo Cornelio Mamulla alla vigilia della battaglia di Canne (Liv. 23, 21,1; vd. 23, 41, 6)[4]; città difese da Tito Manlio Torquato dopo l’attacco di Hampsicora;  conosciamo del resto la generosità delle poleis della Sardegna amiche dei Romani, nell’episodio che vide il questore Gaio Gracco ottenere gratuitamente le vesti per i militari, pur di fronte all’esenzione decretata dal Senato (Plut., Gracco, 2, 2)[5].

È un fatto che nella grande Isola tirrenica nell’età di Cicerone non esistevano città di fondazione (colonie) o municipi di cittadini romani: tutte le antiche colonie fenicie e puniche erano ancora governate da sufeti secondo la tradizione punica, ormai ad oltre un secolo dalla distruzione di Cartagine[6]. Esse erano considerate dai Romani solo delle civitates stipendiariae, cioé città abitate da stranieri (peregrini), sottoposte al pagamento di uno stipendium in denaro, victoriae premium ac poena belli, premio per i vincitori, punizione per i sardo-punici sconfitti al momento dell’occupazione dell’isola (l’espressione è utilizzata nelle Verrine 2,3, 12 per la Sicilia); e ciò senza un vero e proprio foedus[7]. I testi citati vanno collegati con due altri passi della Pro Balbo nei quali è registrata la condizione di stipendiarii dei Sardi: Nam stipendiarios ex Africa, Sicilia, Sardinia, ceteris provinciis multos civitate donatos videmus. E ancora: Quodsi Afris, si Sardis, si Hispanis agris stipendioque multatis virtute adipisci licet civitatem. Al di là delle esagerazioni di un avvocato che difendeva un governatore disonesto, possiamo convenire che la Sardegna (non la provincia) intorno al 56-54 a.C. era ridotta ad ager publicus ed era priva di civitates che non fossero stipendiariae.

Le ultime rcerche hanno portato gli studiosi ad immaginare che Giulio Cesare, nella sua visita a Carales (dal 16-27 giugno 46 a.C.) e nel suo lungo soggiorno nei porti e nelle città costiere della Sardegna occidentale durato tutto il mese di luglio 46 a.C., prima del rientro a Roma, abbia potuto progettare un riordino territoriale dell’Isola, che a partire da questo momento sembra quadripartita tra la capitale Carales, la possibile colonia Iulia di Tharros, la colonia Iulia di Turris Libisonis e la città di Olbia, al margine della Barbaria, con propri confini che si appoggiavano su fiumi o monti[8].

Si pongono negli ultimi anni temi relativi agli aspetti istituzionali, ma anche urbanistici e sociali di grande interesse[9].


[1] Sulla Pro Scauro di Cicerone, A. Mastino, “Natione Sardus, Una mens, unus color, una vox, una natio”, in Archivio Storico Sardo, L, 2015, p. 147; vd. però A. Muroni, “Cittadinanza romana in Sardegna durante la Res publica: concessioni tra politica e diritto”, in Diritto @ Storia. Rivista internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizione romana, XIII, n. 12, 2014, pp. 1-62.

[2] R. Zucca, La Corsica romana (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – 29), S’Alvure, Oristano 1996.

[3] M. Torelli, “Colonizzazioni etrusche e latine di epoca arcaica: un esempio”, in Gli Etruschi e Roma. Incontro di studio in onore di Massimo Pallottino (Roma, 11-13 dicembre 1979), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 1981, pp. 71-82; P. Ruggeri, Titus Manlius Torquatus, privatus cum imperio,in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigrafia, Edes, Sassari 1999, pp. 115-129.

[4] A. Mastino, “Cornus e il Bellum Sardum di Hampsicora e Hostus, storia o mito? Processo a Tito Livio”, in Il processo di romanizzazione della provincia Sardinia et Corsica, a cura di S. De Vincenzo, C. Blasetti Fantauzzi, Atti del convegno internazionale di studi (Cuglieri (OR), 26- 28 marzo 2015), Roma, Edizioni Quasar, 2016, p. 29 (Analysis Archaeologica. An international Journal of Western Mediterranean Archaeology – Monograph Series N. 1).

[5] A. Mastino, Colonie, Municipi, Civitates stipendiariae della Sardinia, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 46-50.

[6] I sufeti della Sardegna punica e romana sono in R. Zucca, Sufetes Africae et Sardiniae e ricerche storiche e geografiche sul Mediterraneo Antico (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – n.s. 1), Carocci, Roma 2004.

[7] P. Meloni, La Sardegna romana. I centri abitati e l’organizzazione muniipale, in ANRW, II, 11, 1, 1988, pp. 491-551.

[8] In passato scettico sulla definizione di precisi confini per la Barbaria Sarda: A. Stiglitz, Confini e frontiere nella Sardegna punica e romana: critica all’immaginario geografico, in L’Africa Romana, XV, Roma 2004, pp. 805-817. Per le testimonianze archeologiche della Barbaria: M.A. Mele, Archeologia in Barbagia, Zenìa, Nuoro 2014.

[9] C. Vismara, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province del Nord Africa e nella Sardegna, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 45-52; A. Zara, Abitare nella Sardegna romana, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 118- 123.Le città sarde fino a Cesare

Cicerone nella Pro Scauro sosteneva maliziosamente che la Sardinia era l’unica provincia nella quale non si trovavano alla metà del I secolo a.C. città amiche del popolo romano o libere ma solo civitates stipendiariae (19,44): quae est enim praeter Sardiniam provincia quae nullam habeat amica<m> populo Romano ac liberam civitatem ?[1] In realtà, entro la stessa provincia (in Corsica), si trovavano due colonie di cittadini romani dedotte cinquanta anni prima nell’età di Mario e di Silla, rispettivamente Mariana dopo la lex Apuleia Saturnina del 103 a.C. e Aleria Veneria vent’anni dopo[2]. Al momento lasceremmo da parte Feronia, fondata uno o due decenni dopo il sacco di Roma da parte dei Galli, sulla costa orientale della Sardegna presso Posada: i fondatori furono 500 seguaci di Tito Manlio Capitolino, fatto uccidere dal senato per questa sua tendenza populista tesa a liberare dai debiti gli schiavi rovinati dalla guerra[3].

L’esistenza in Sardegna di città alleate dei Romani (civitates sociae), sia pure sine foedere, è sicura fin dalla guerra annibalica, ad esempio per gli aiuti forniti “benigne” ad Aulo Cornelio Mamulla alla vigilia della battaglia di Canne (Liv. 23, 21,1; vd. 23, 41, 6)[4]; città difese da Tito Manlio Torquato dopo l’attacco di Hampsicora;  conosciamo del resto la generosità delle poleis della Sardegna amiche dei Romani, nell’episodio che vide il questore Gaio Gracco ottenere gratuitamente le vesti per i militari, pur di fronte all’esenzione decretata dal Senato (Plut., Gracco, 2, 2)[5].

È un fatto che nella grande Isola tirrenica nell’età di Cicerone non esistevano città di fondazione (colonie) o municipi di cittadini romani: tutte le antiche colonie fenicie e puniche erano ancora governate da sufeti secondo la tradizione punica, ormai ad oltre un secolo dalla distruzione di Cartagine[6]. Esse erano considerate dai Romani solo delle civitates stipendiariae, cioé città abitate da stranieri (peregrini), sottoposte al pagamento di uno stipendium in denaro, victoriae premium ac poena belli, premio per i vincitori, punizione per i sardo-punici sconfitti al momento dell’occupazione dell’isola (l’espressione è utilizzata nelle Verrine 2,3, 12 per la Sicilia); e ciò senza un vero e proprio foedus[7]. I testi citati vanno collegati con due altri passi della Pro Balbo nei quali è registrata la condizione di stipendiarii dei Sardi: Nam stipendiarios ex Africa, Sicilia, Sardinia, ceteris provinciis multos civitate donatos videmus. E ancora: Quodsi Afris, si Sardis, si Hispanis agris stipendioque multatis virtute adipisci licet civitatem. Al di là delle esagerazioni di un avvocato che difendeva un governatore disonesto, possiamo convenire che la Sardegna (non la provincia) intorno al 56-54 a.C. era ridotta ad ager publicus ed era priva di civitates che non fossero stipendiariae.

Le ultime rcerche hanno portato gli studiosi ad immaginare che Giulio Cesare, nella sua visita a Carales (dal 16-27 giugno 46 a.C.) e nel suo lungo soggiorno nei porti e nelle città costiere della Sardegna occidentale durato tutto il mese di luglio 46 a.C., prima del rientro a Roma, abbia potuto progettare un riordino territoriale dell’Isola, che a partire da questo momento sembra quadripartita tra la capitale Carales, la possibile colonia Iulia di Tharros, la colonia Iulia di Turris Libisonis e la città di Olbia, al margine della Barbaria, con propri confini che si appoggiavano su fiumi o monti[8].

Si pongono negli ultimi anni temi relativi agli aspetti istituzionali, ma anche urbanistici e sociali di grande interesse[9].


[1] Sulla Pro Scauro di Cicerone, A. Mastino, “Natione Sardus, Una mens, unus color, una vox, una natio”, in Archivio Storico Sardo, L, 2015, p. 147; vd. però A. Muroni, “Cittadinanza romana in Sardegna durante la Res publica: concessioni tra politica e diritto”, in Diritto @ Storia. Rivista internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizione romana, XIII, n. 12, 2014, pp. 1-62.

[2] R. Zucca, La Corsica romana (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – 29), S’Alvure, Oristano 1996.

[3] M. Torelli, “Colonizzazioni etrusche e latine di epoca arcaica: un esempio”, in Gli Etruschi e Roma. Incontro di studio in onore di Massimo Pallottino (Roma, 11-13 dicembre 1979), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 1981, pp. 71-82; P. Ruggeri, Titus Manlius Torquatus, privatus cum imperio,in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigrafia, Edes, Sassari 1999, pp. 115-129.

[4] A. Mastino, “Cornus e il Bellum Sardum di Hampsicora e Hostus, storia o mito? Processo a Tito Livio”, in Il processo di romanizzazione della provincia Sardinia et Corsica, a cura di S. De Vincenzo, C. Blasetti Fantauzzi, Atti del convegno internazionale di studi (Cuglieri (OR), 26- 28 marzo 2015), Roma, Edizioni Quasar, 2016, p. 29 (Analysis Archaeologica. An international Journal of Western Mediterranean Archaeology – Monograph Series N. 1).

[5] A. Mastino, Colonie, Municipi, Civitates stipendiariae della Sardinia, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 46-50.

[6] I sufeti della Sardegna punica e romana sono in R. Zucca, Sufetes Africae et Sardiniae e ricerche storiche e geografiche sul Mediterraneo Antico (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – n.s. 1), Carocci, Roma 2004.

[7] P. Meloni, La Sardegna romana. I centri abitati e l’organizzazione muniipale, in ANRW, II, 11, 1, 1988, pp. 491-551.

[8] In passato scettico sulla definizione di precisi confini per la Barbaria Sarda: A. Stiglitz, Confini e frontiere nella Sardegna punica e romana: critica all’immaginario geografico, in L’Africa Romana, XV, Roma 2004, pp. 805-817. Per le testimonianze archeologiche della Barbaria: M.A. Mele, Archeologia in Barbagia, Zenìa, Nuoro 2014.

[9] C. Vismara, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province del Nord Africa e nella Sardegna, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 45-52; A. Zara, Abitare nella Sardegna romana, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 118- 123.

Costantino e la pace religiosa in Sardegna

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  1. Costantino

Notevole è poi il riconoscimento solo in Sardegna dell’usurpatore africano Lucio Domizio Alessandro, vicario della diocesi dell’Africa, proclamatosi imperatore contro Massenzio e sostenuto da Costantino; si discute sulla durata della rivolta, che taluni limitano al 310, altri estendono al periodo 308-311; proclamatosi imperatore contro Massenzio e sostenuto da Costantino e dai suoi uomini, tra i quali quel preside provinciale L. Papius Pacatianus, ricordato in un miliario di Carbonia[1], il riconoscimento in Sardegna (ed in Tripolitania, in Africa Proconsolare, in Byzacena e nelle due Numidie) è alquanto sorprendente[2]. Un ruolo decisivo dovette forse essere svolto dal governatore sardo Lucio Papio Pacatiano, poi premiato da Costantino, che lo avrebbe nominato a partire dal 332 prefetto del pretorio[3]. Sconfitto e ucciso in Africa (forse a Cirta) l’usurpatore Domizio Alessandro, la Sardegna tornò sotto il controllo di Massenzio; fu proprio Costantino, dopo la battaglia del Ponte Milvio del 28 ottobre 312, a recuperare la Sardegna[4]. Il cadavere di Massenzio venne decapitato e la testa spedita a Cartagine[5]. Cirta, completamente ricostruita, cambiò nome e divenne Constantina, dal momento che fu Costantino ad occuparsi del restauro della città, evidentemente molto danneggiata dalla guerra, così come Cartagine (cfr. Aurelio Vittore, De Caes., XL, 17-19)[6]. Per parte sua la Sardegna passò subito a Costantino e successivamente a Costantino II ed a Costante: non è il caso di entrare nel dettaglio dei problemi, ma la situazione religiosa si ribaltò con Costantino e Licinio nel 313 con l’editto di Milano.  Una situazione simile si sarebbe verificata successivamente con Magnenzio, l’uccisore di Costante, sconfitto da Costanzo II a Lugdunum[7]. Seguì il breve regno di Giuliano e la nomina di Valentiniano I a partire dal 364: il figlio Graziano sarebbe stato ucciso nel 383 dall’usurpatore Magno Massimo, riconosciuto sugli ultimi miliari della Sardegna e del Nord Africa. Gli ultimi cinque miliari della Sardegna risalgono agli anni 387–388 e al regno congiunto di Magno Massimo e Flavio Vittore (preside il perfettissimo Sallustius Exsuperius) e riguardano quasi tutte le strade isolane[8].

  • La pace religiosa

In modo un po’ arbitrario abbiamo deciso di chiudere questo libro con la “pace religiosa” voluta da Costantino, che poneva fine alle persecuzioni contro i cristiani: l’imperatore dava libertà di culto, ma non riusciva a spegnere le tradizioni pagane. Lo stesso Costantino Augusto, dopo la morte di Licinio, in realtà celebrava un trionfo ancora pagano nel 315, due anni dopo la sconfitta di Massenzio nel corso della battaglia del Ponte Milvio combattuta sotto la protezione del «segno celeste» di Cristo[9]: non sembra fondata l’ipotesi che al momento del suo ingresso a Roma Costantino abbia evitato accuratamente di ascendere al Campidoglio dirigendosi rapidamente al palazzo imperiale sul Palatino, egli celebrò dunque un trionfo che comportava anche una cerimonia di ringraziamento a Giove Ottimo Massimo, il dio pagano al quale da sempre il trionfatore romano con indosso il mantello di porpora tendeva idealmente ad identificarsi. Nella stessa occasione era d’uso deporre l’alloro nel grembo di Giove ed effettuare i tradizionali sacrifici cruenti[10]. Noi siamo invece certi che Costantino in occasione dei decennali, il 25 luglio 315 celebrò un trionfo germanico dopo una spedizione condotta con le stesse truppe vittoriose su Massenzio, come testimonia l’arco di Caesarea di Mauretania recentemente studiato: arco analogo a quello costruito a Roma nella vallata dell’Anfiteatro Flavio; Eusebio sottolinea come in tale circostanza non ebbero luogo veri sacrifici pagani ma ricorda che si svolsero comunque pubblici festeggiamenti (Eus., v.c., I, 48.). Possiamo ipotizzare che tali festeggiamenti abbiano riguardato le varie vittorie ottenute da Costantino nei due anni precedenti, a partire dalla sua profectio da Roma due anni prima. Pertanto pare probabile che il rilievo marmoreo di Cherchell facesse parte dell’arco africano che intendeva commemorare le spedizioni vittoriose di Costantino al Pons Mulvi e poi in Germania (CIL VIII 9356 = 20841 = AE 2001, 2138), forse con altre scene relative ad avvenimenti delle diverse campagne, raffigurando il processus che ebbe luogo al rientro con tutti i simboli della vittoria, tra cui l’alloro e le immagini degli episodi della guerra. Il rilievo è stato inteso come un importante documento della storia costantiniana (Museo di Algeri, copia al Museo della Civiltà Romana), con riferimento ad una expeditio in Germanos, conclusasi con un trionfo celebrato a Roma in occasione dei decennali[11]. Rimane ancora aperto il problema se a Treviri o a Roma fosse concepibile in questo periodo una cerimonia con marcate connotazioni trionfali di tipo tradizionale pagano. Un trionfo ordinario poteva avere luogo solo a Roma, magari per i festeggiamenti urbani legati ai decennalia. I contenuti della cerimonia in parte ci sfuggono: del resto l’uso del termine triumphus anche sull’arco fatto costruire dal senato pagano (arcus triumphis insignis)[12] e in contesti più tardi e dichiaratamente cristiani chiarisce come questo non debba indirizzare tout court verso il trionfo, cerimonia ben nota nel corso di tutta la lunga storia di Roma, ma come si possa riferire, più genericamente, a celebrazioni delle vittorie dell’imperatore, reditus o adventus seguiti ad imprese belliche piuttosto che trionfi veri e propri; restano ancora presenti, è ovvio, alcune caratteristiche direttamente legate alla simbologia del trionfo, tanto profondamente radicata nella cultura civica dei romani.

Con questi limiti, dobbiamo constatare che Costantino sposò le politiche della Chiesa di Roma[13], vietò i sacrifici cruenti di animali[14] e durante la campagna militare contro i Germani, immediatamente dopo l’editto di tolleranza e prima del trionfo, convocò nel 314 un primo concilio ad Arelate, per discutere la questione dei Donatisti in Africa. Partecipò il vescovo di Carales, ex provincia Sardinia, Quintasius, accompagnato dal presbitero Ammonius, elencato tra i vescovi africani, in una posizione d’onore: il nome di Quintasius è ricordato tra il primate della Mauretania (il vescovo di Caesarea Fortunatus)ed il vescovo di Cartagine Caecilianus[15] . Dunque il vescovo di Carales fu tra i primi dei cento vescovi occidentali impegnati a definire una professione di fede sulla natura dei rapporti tra Cristo e lo Spirito Santo[16]. Si tratta indubbiamente di un notevole riconoscimento dell’antichità e del prestigio della chiesa sarda, che non va sottovalutato.

Il nuovo orientamento del potere imperiale successivo all’Editto di Milano (che Teodosio avrebbe meglio definito) era destinato a cambiare profondamente l’impero: possiamo parlare di una “pace religiosa”, che copre un lungo periodo pur attraversato da dispute e scontri accesi[17]: il concilio di Nicea del 325 fu uno dei passaggi della politica imperiale che ancora venivano ricordati in Sardegna secoli dopo[18], con riferimento al numero dei padri conciliari invocati nelle maledizioni per i violatori delle tombe[19]. Il riflesso nell’isola è rappresentato dall’estendersi delle necropoli cristiane, dal riconoscimento di luoghi di devozione per il culto dei martiri, dalla presenza di devoti che iniziavano a frequentare i santuari[20].

Al di là di ogni esemplificazione, che ovviamente potrà apparire troppo schematica anche in rapporto con le nostre conoscenze sulle origini e sulla dignità della chiesa caralitana, il vero tornante della storia religiosa e sociale isolana fu dunque ancora una volta Costantino Magno, l’imperatore così caro alla chiesa sarda, il cui culto in sede locale si è sviluppato probabilmente ben prima dell’età bizantina[21]; per il periodo più tardo abbiamo nuove testimonianze, come quella in lingua greca ma in caratteri latini di Nuraminis, riferita dalla Pani Ermini all’età alto-giudicale[22].

Fu Costantino ad assicurare anche in Sardegna la libertà religiosa e ad adottare provvedimenti che potrebbero esser stati ispirati dalle autorità della chiesa locale, come ad esempio quello del 325, conservatoci parzialmente modificato nel Codex Theodosianus, relativo alla ricostituzione delle famiglie degli schiavi smembrate tra differenti latifondi imperiali[23]: gli studiosi prevalentemente ritengono che il principio di inscindibilità delle famiglie servili introdotto a partire da questo periodo ed il conseguente temperamento della condizioni di vita degli schiavi coinvolti nei processi di smembramento dei fondi patrimoniali ed enfiteuticari, possano essere ritenuti come il «frutto di uno spirito nuovo e veramente cristiano»[24]. Fu ancora Costantino ad avviare la controversa politica delle grandi donazioni, come quella alla basilica dei Santi Pietro e Marcellino, alla quale iniziavano forse ad essere versati i proventi derivanti dalle proprietà imperiali in Sardegna: insulam Sardiniam cum possessiones omnes ad eandem insulam pertinentes[25]. Il radicamento del cristianesimo in Sardegna è oggi meglio conosciuto ache grazie alla riedizione di materiali davvero antichi, come il sarcofago con il sacrificio di Isacco e il paralitico risanato da Olbia, datato alla fine del III secolo d.C.[26]

Se è vero che Camillo Bellieni leggeva l’economia romana in Sardegna come sostanzialmente schiavistica, una svolta profonda si sarebbe avuta con i provvedimenti di Costantino, tesi a ricostituire le famiglie di schiavi smembrate tra i domini, i possessori dei fondi concessi in enfiteusi, provenienti dal patrimonio imperiale in Sardegna. L’attenzione dell’imperatore poté essere mossa forse da un sentimento di carattere umanitario, magari influenzato dalla chiesa, ma più probabilmente piuttosto fu l’inevitabile risposta del potere imperiale ai gravi disordini di massa, che determinarono la fondata

preoccupazione che non venisse alimentata nell’isola l’anarchia rurale: <<Lo strazio dei più intimi affetti aveva portato questi uomini a gesti di violenza, erano scoppiate improvvise le passioni, forse si era sparso sangue, forse alcuni avevano preso la via dei boschi, e vivevano di violenza e di rapina per difendere la propria esistenza ed un’illegale libertà»[27].

Una statuina cosmocratica dal larario di una domus di Olbia raffigura Costantino loricato con cornucopia (attributo del Genius Augusti)e globo, elementi questi che vanno  «correlati con la frequenza della loro rappresentazione nella monetazione di Costantino»[28]; si tratta di una simbologia che fa riferimento al mito di un impero universale, un tema che caratterizza la propaganda imperiale nell’età di Costantino. Suggestiva, appare l’ipotesi formulata da Cesare Saletti di una «connessione con il latifondo imperiale [in Sardegna], che attirò con continuità l’attenzione di Costantino, come dimostra, tra l’altro, una sua costituzione del 334 [in realtà 325]  inviata al rationalis di quell’anno»[29].


[2] V. Aiello, Costantino, Lucio Domizio Alessandro e Cirta: un caso di rielaborazione storiografica, in L’Africa Romana, VI, Sassari 1989, pp. 179-196 e P. Ruggeri, Costantino conditor urbis: la distruzione di Cirta da parte di Massenzio e la nuova Constantina, in Africa ipsa parens illa Sardiniae, Sassari 1999, pp. 61-72. La scelta di Domizio Alessandro di controllare Sulci potrebbe esser dovuta secondo R. Andreotti, Problemi di epigrafia costantiniana, I, La presunta alleanza con l’usurpatore Lucio Domizio Alessandro, “Epigraphica”, 31, 1969, p. 165 alla presenza (indimostrata) di una stabile squadra militare nel porto di Sant’Antioco. Forse si potrà meglio ipotizzare che l’usurpatore africano fosse interessato ai metalli della regione, dei quali era cronicamente carente l’Africa.

[3] G. Sotgiu, Un miliario sardo di L. Domitius Alexander e l’ampiezza della sua rivolta, “Archivio Storico Sardo”, XXIX, 1964, pp. 151-158; A. Mastino, Le relazioni tra Africa e Sardegna in età romana, “Archivio Storico Sardo”, XXXVIII, 1995, p. 57.

[5] S. Iglesias, Pari studio missum eiusdem tyranni ad permulcendam Africam caput. The Contrast between the Body of the Emperor and the Usurper in the Constantinian Latin Panegyrics, L’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 1095-1102.

[6] Per la Sardegna, cfr. Meloni, L’Amministrazione, pp. 135 ss.; per le province africane, cfr. P. Romanelli, Storia delle province romane dell’Africa, Roma 1959, pp. 539 ss.

[7] ILSard. I 384, pr. Serri; vd. I. Didu, Magno Magnenzio, Problemi cronologici ed ampiezza della sua usurpazione. I dati epigrafici, in «Critica storica », XV (1977), pp. 11-56.

[8] Miliari di Nuracheddos, presso Cala d’Ostia a Pula, sulla litoranea da Nora a Bithia (ILSard. I 370), di Santa Marras, in comune di Fordongianus, sulla centrale sarda (a Karalibus Turrem) (ILSard. I, 191), di Errianoa, in comune di Berchidda (AE 1995, 701), di Telti, al km. 51 della SS 199 (AE 1995, 700) e di Sbrangatu Olbia (EE VIII 786), questi ultimi tre sulla a Karalibus Olbiam; vediP. Meloni, Un nuovo miliario di Magno Massimo rinvenuto in territorio di Berchidda 1986, in «Nuovo Bullettino Archeologico Sardo», I (1984), pp. 179,188 pp. 179-188.

[9] A. Mastino, A. Teatini, Ancora sul discusso “trionfo” di Costantino dopo la battaglia del Ponte Milvio. Nota a proposito di CIL VIII 9356 = 20941 (Caesarea), in Varia epigraphica. Atti del Colloquio Internazionale di Epigrafia, Bertinoro, 8-10 giugno 2000, a cura di G. Angeli Bertinelli ed A. Donati (Epigrafia e antichità, 17), Faenza 2001, pp. 273-327

[10] A. Fraschetti, Costantino e l’abbandono del Campidoglio, in A. Giardina (a cura di), Società romana e impero tardoantico, II, Roma-Bari 1986, pp. 59-98 e 412-438.

[11] Contra: A. Fraschetti, Costantino e l’abbandono del Campidoglio, in A. Giardina (a cura di), Società romana e impero tardoantico, II, Roma-Bari 1986, pp. 59-98 e 412-438.

[12] CIL, VI, 1139, cf. F. Grossi Gondi, L’arco di Costantino, Roma 1913 , p. 3 ss.

[13] M.U. Sperandio, “Costantino «vescovo universale»”, in Historia et ius. Rivista di storia giuridica dell’età medievale e moderna, 7, 2015, pp. 1-17.

[14] P.P. Onida, Il divieto dei sacrifici di animali nella legislazione di Costantino. Una interpretazione sistematica, in AA.VV., Poteri religiosi e istituzioni: il culto di San Costantino Imperatore tra Oriente e Occidente, a cura di F. Sini – P.P. Onida, Torino, G. Giappichelli-ISPROM, 2003, pp. 73-170.

[15] CONC. AreI. a. 314 CCH 148, p. 4, 1-7; p. 15, 70-71; p. 17,57-58; p. 19 e 20, 57-58; p. 22, 55-56. Per la collocazione del vescovo di Carales negli atti conciliari, vd. R. Turtas, Rapporti tra Africa e Sardegna nell’epistolario di Gregorio Magno (590-604), in L’Africa Romana, IX, 1991 [1992], p. 708 n.23. A. Mastino, La Sardegna cristiana in età tardo-antica, in La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Magno, Atti del Convegno nazionale Cagliari 10-13 ottobre 1996, a cura di A. Mastino, G. Sotgiu, N. Spaccapelo, Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, Studi e ricerche di cultura religiosa, Nuova Serie, I, Cagliari 1999, pp. 263-30

[17] J. Irmscher, Die Christianisierung Sardiniens, in “L’Africa Romana”, 6, Atti del VI convegno di studio, Sassari 16-18 dicembre 1988, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1989, pp. 547-552.

[18] A. Mastino, A. La Fragola, T. Pinna, Defixiones, maledizioni e pratiche magiche nella Sardinia e nella Corsica tardoantiche, in Enemistad y odio en el mundo antiguo, Francisco Marco Simón, Francisco Pina Polo, José Remesal Rodríguez (eds.), Collecció Instrumenta, 74, Zaragoza 2021, p. 223.

[19] ELSard. 648 s. B 175, cfr. L. Pani Ermini, M. Marinone, Museo Archeologico di Cagliari. Catalogo dei materiali paleocristiani e altomedievali, Roma 1981, p. 50 nr. 81; vd. soprattutto A. Ferrua, Un’iscrizione greca medioevale in Sardegna, “Epigraphica”, XVIII, 1956, 94 ss.; Id., Gli anatemi dei padri di Nicea, “La Civiltà Cattolica”, CVIII, 4, 1957, 383 ss.; vd. anche SEG 38, 1988, 295 nr. 982.

[20] V. Fiocchi Nicolai, L. Spera, “Sviluppi monumentali e insediativi dei santuari dei martiri in Sardegna”, in Isole e terraferma nel primo cristianesimo. Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, a cura di R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu, Atti XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Cagliari- Sant’Antioco, 23-27 settembre 2014), Cagliari, PFTS University Press, 2015, pp. 81-123.

[21] Vd. A. F. Spada, Santu Antine. Il culto di Costantino il grande da Bisanzio alla Sardegna, Nuoro 1989; P: P. Onida Il culto di San Costantino Imperatore in Sardegna: istituzioni giuridiche e tradizioni religiose”, in AA.Vv., San Costantino imperatore. Storia, culto e tradizione popolare in Sicilia, Atti del Convegno di studi San Costantino: tra storia e tradizione popolare, Capri Leone (ME), 26 luglio 2013, a cura di S. Brancati, Sant’Agata di Militello, Zuccarello, 2014, pp. 113-127.

[26] D. Cascianelli, “Nuove riflessioni iconografiche sul registro inferiore del sarcofago con il sacrificio di Isacco del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari”, in Isole e terraferma nel primo cristianesimo. Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, a cura di R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu, Atti XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Cagliari-Sant’Antioco, 23-27 settembre 2014), Cagliari, PFTS University Press, 2015, pp. 571-576.  Vd. già A. Teatini, Repertorio dei sarcofagi decorati della Sardegna romana, Roma, L’Erma di Bretschneider Editore, 2011,  pp. 267-271 nr. 59 (età tetrarchico-costantiniana).

[27] C. Bellieni, La Sardegna e i Sardi nella civiltà del mondo antico, Cagliari, il Nuraghe, I e II, (collezione sarda de Il Nuraghe), Edizioni della Fondazione Il Nuraghe, II, 1931, p. 47.

[28] E. Equini Schneider, Catalogo delle sculture romane del Museo Nazionale G.A. Sanna di Sassari e del Comune di Porto Torres, Sassari, Dessì, 1979 (Quaderni della Soprintendenza ai Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro, 7)., n. 18, pp. 31 sg., tav. 22 (che pensa ad un Genius provinciae o exercitus. più che ad un Genius Augusti).

[29] C. Saletti, “La scultura di età romana in Sardegna: ritratti e statue iconiche”, in Rivista di Archeologia, 13, 1989,  p. 83, vd. C.Theod.II,  25,1 (la data è in realtà il 325).

Sintesi sulle persecuzioni contro i cristiani in Sardegna

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  1. Le persecuzioni

Nel frattempo la tradizione vuole che la Sardegna si sia popolata di martiri coinvolti nella persecuzione di Diocleziano, come Saturnino ed Efisio a Caralis; Lussorio a Forum Traiani, Gavino, Proto e Gianuario a Turris Libisonis; Simplicio a Olbia; per non parlare di tradizioni precedenti come per Antioco a Sulci[1].  Il tema della storicità delle persecuzioni in Sardegna sarà affrontato nel volume di Antonio Piras in questa stessa collana: eppure non possiamo non accennare alle iscrizioni turritane che potrebbero conservare il ricordo dei martiri. È il caso di AE 1999, 811 = CLESard. 20, metrica (versus heroicus) con la parola martur[—], che difficilmente può esser intesa come un nome di persona[2]. La dolce puella Adeodata è stata a sanctis marturibus suscepta, sepolta presso le tombe dei santi martiri sul Mons Agellus di Turris (AE 2006, 527); per Matera  sepolta alla metà del IV secolo, morta a 70 anni, dunque testimone dell’età di Diocleziano: nell’epitafio in esametri dattilici poco accurati si precisa exitium nec timuit, espressione tradotta in modo forse troppo esplicito: <<non ha avuto paura della morte violenta>> (AE 2005, 689; CLESard. 18 bis); ancora più chiaramente Paolo Cugusi spiega,  exitium, scil. ‘martyrii’[3], perché superò ogni prova (confidando) in Cristo; a gloria di lei la luce risplenderà con un’aureola perenne; era stata destinata a diventare genitrice delle madri e degli indigenti. Allo stesso modo Secundus ad Olbia, CIL X 7995, inopum refugium,  peregrinorum fautor; a Tharros Karissimus di CIL X 7914, trochei, è  amicorum omnium prestator bonus, pauperum mandatis serviens[4]. Infine l’epitafio di Flavia Cyriaca con un ritmo giambico (AE 1994, 796 e CLESard. 19), nella rilettura che ne ha recentemente fatto Paolo Cugusi, l’espressione optabam in manibus tuis anans spiritus dare appare come di difficile interpretazione, ma anans forse può essere intesa “ad caelum tendens”.[5]

Sono solo alcuni dei casi che hanno attirato l’attenzione degli studiosi, soprattutto per la precocità delle testimonianze, alcune che rimandano all’età delle persecuzioni: non è il caso di tornare in questa sede sul valore delle passioni dei martiri sardi, recentemente studiate da Antonio Piras e dai suoi collaboratori[6].  Naturalmente ci muoviamo in un quadro molto inquinato dai falsi[7].

Se restiamo però a Diocleziano, vanno ricordate le quattro basi di statua poste a Turris Libisonis nel 305, anno di censo se vengono citati i duoviri quinquennali, forse in occasione delle celebrazioni dei 350 anni della colonia: le dediche furono effettuate dal senato cittadino ai tetrarchi persecutori, Diocleziano, Massimiano, Galerio e Costanzo Cloro; oggi rimane solo la base posta per Galerio Cesare (ILSard. I 241).  A fronte dell’esultanza e delle cerimonie volute dai decurioni e dall’aristocrazia cittadina, ci resta l’impressione di una comunità divisa, se veramente il vulgus e il  populus di Turris di AE 2005, 689  (la plebs cristiana)[8]  ancora piangevano per la uccisione di Gavinus, forse stringendosi attorno al proprio vescovo.


[1] P.G. Spanu, Martyria Sardiniae. I santuari dei martiri sardi, Oristano, S’Alvure, 2000 (Mediterraneo tardoantico e medievale. Scavi e Ricerche, 15). Si rimanda ad A. Mastino, La Sardegna cristiana in età tardo-antica, in La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Magno, Atti del Convegno nazionale Cagliari 10-13 ottobre 1996, a cura di A. Mastino, G. Sotgiu, N. Spaccapelo, Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, Studi e ricerche di cultura religiosa, Nuova Serie, I, Cagliari 1999, pp. 263-307 e ovviamente a R. Turtas, Storia della chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Roma, 1999.

[2] .M. Corda, Le iscrizioni cristiane della Sardegna anteriori al VII sec., Città del Vaticano, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 1999 (Studi di antichità cristiana, LV), p. 204, 233, TUR008; vd. ora i dubbi di P. Cugusi (adiuv. M.T. Sblendorio Cugusi), Carmina Latina Epigrahica IV, 1, Carmina in provinciis reperta, De Gruyter 2023, pp. 5 s. nr. 2310; che non esclude l’ipotesi prospettata da A. Mastino, “Una traccia della persecuzione dioclezianea in Sardegna? L’exitium di Matera e la susceptio a sanctis marturibus di Adeodata nella Turris Libisonis del IV secolo”, in Sandalion. Quaderni di cultura classica, cristiana e medievale, vol. 26-28 (2003-05), 2007, p. 167. Più negativa la posizione di V. Fiocchi Nicolai e D. Mazzoleni, in R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu (cur.), Isole e terraferma nel primo cristianesimo. Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, PFTS, Cagliari 2015, nella discussione alle pp. 529 s.

[3] Cugusi, Carmina Latina Epigrahica IV, 1 cit., pp. 13 s., nr. 2308.

[4] Ibid., p. 12 nr. 2307.

[5] Ibid., pp. 15 ss., nr. 2309.

[6] A. Piras (cur.), Passiones martyrum Sardiniae ad fidem codicum qui adhuc extant nec non adhibitis editionibus veteribus, editori M. Badas, G. Fois, C. Melis, A. Piras, L. Zorzi, Olms, Hildesheim, Zurigo, New York 2017. Vd. anche G. Zichi, K. Accardo, Passio sanctorum martyrum Gavini Proti et Ianuarii, Chiarella, Sassari 19895.

[7] D. Mureddu, D. Salvi, G. Stefani, Sancti innumerabiles, Scavi nella Cagliari del Seicento: testimonianze e verifiche, Oristano 1988, Per Gesico vd. ora AE 2017, 539 e L’isola dei santi. Il Vescovo Amatus di Gesico e i Martiri della Sardegna. La invenzione dei Santi Martiri tra Africa, Sardegna e Catalogna, a cura di P. Ruggeri e C. Carta, Sandhi Edizioni, Cagliari 2021.

[8] F. Grossi Gondi, Trattato di epigrafia cristiana latina e greca del mondo romano occidentale, Roma 1920 (rist. 1968), p. 127 e 307.

La Sardegna romana durante la tetrarchia

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  1. Diocleziano e la tetrarchia

Con Diocleziano e poi con Costantino il sistema dei governi provinciali fu radicalmente trasformato e subì forse un impoverimento, a causa del progressivo accentramento burocratico: il potere imperiale fu attribuito a due Augusti ed a due Cesari, secondo il sistema della Tetrarchia; furono allora costituite inizialmente due poi quattro prefetture del pretorio (Oriente con capitale Nicomedia, Balcani con capitale Sirmio, Italia con capitale Milano, Gallia con capitale Treviri)[1], con dodici poi tredici diocesi affidate a vicari dei prefetti del pretorio; le province furono divise, ridotte come territorio con oscillazioni di confini e con suddivisioni successive e collocate sotto la responsabilità di presidi equestri o di funzionari senatori; la penisola italiana rientrò nell’organizzazione provinciale. Al di là degli aspetti di dettaglio, la riforma dioclezianea segnò una svolta profondissima, creando una sorta di piramide ed una catena di comando al cui vertice erano gli imperatori ed i loro prefetti del pretorio. Le province diventarono uno snodo periferico del governo imperiale ma, aumentate di numero, persero quella configurazione “nazionale” storicamente radicata nelle tradizioni locali che le aveva caratterizzate fin dalla loro prima costituzione. Infine le città provinciali, collocate alla base della piramide, dovettero rinunciare ad ogni forma di autonomia e di autogoverno per diventare i terminali delle decisioni prese dall’alto, attuate dai magistrati municipali, depotenziati e spesso trasformati in funzionari della burocrazia imperiale[2]. Dopo il trionfo “doppio” di Diocleziano e Massimiano del 287 d.C. (carro trainato da elefanti) andrebbe collocata la straordinaria matrice per il pane rinvenuta nel corso dei recenti scavi nel porto di Olbia[3].

La presenza di alti ufficiali documentata ad esempio con il prefetto dei vigili Egnatuleius Anastasius dopo il 301 va forse in questa direzione (AE 2012, 643, Dorgali): c’è chi ha pensato che egli in età costantiniana <<ordinò la costruzione o il restauro di un avamposto dei vigiles all’interno della Barbaria, destinato evidentemente al controllo delle strutture produttive e dei porti connessi all’annona>>[4].

La Sardegna fu inserita allora nella diocesi italiciana e poi (con Costantino) nella prefettura del pretorio d’Italia, alle dipendenze del vicarius urbis Romae che risiedeva nella capitale. L’isola fu amministrata da un praeses, certamente diverso da quello che soprintendeva alla Corsica. Sul piano fiscale, l’isola con la Sicilia e con la Corsica, andò a costituire un unico distretto, affidato dal 325 ad un rationalis trium provinciarum, inizialmente per la gestione del patrimonio imperiale. Più tardi il rationalis acquisì una competenza più ampia, occupandosi anche delle imposte che andavano a beneficio dell’erario (sacrae largitiones), sostituendosi così all’exactor auri et argenti provinciarum III, attestato in epoca precedente, nell’anno dei decennali di Costantino.

 Nel corso dell’impero è possibile osservare le vicende dell’isola negli anni di crisi: in genere la Sardegna seguì le sorti delle vicine provincie africane, come durante la prima tetrarchia, quando, pur essendo garantita l’unità sostanziale dell’impero, fu affidata a Massimiano Augusto, che controllava anche le province africane, eppure Galerio Cesare e gli altri tre tetrarchi venivano onorati con statue a Turris Libisonis forse in occasione del 350° anno della colonia[5]; nel 305, con il ritiro dalla scena politica di Diocleziano e di Massimiano, la situazione si mantenne invariata e la Sardegna passò a Severo prima ed a Massenzio poi: quest’ultimo, omnibus insulis exaninatis, dissanguata anche l’Africa, si asserragliò a Roma, dove accumulò una quantità di viveri sufficiente per resistere per un tempo infinito. Così almeno si esprime un panegirista nell’età di Costantino[6]. Al momento del ritiro dei seniores Augusti Diocleziano e Massimiano, sembra che le diocesi dell’Africa e dell’Italia – dunque anche la Sardegna – restassero al Cesare Severo, ricordato nell’isola esclusivamente sul miliario di Code, Torralba posto da Valerio Domiziano per Costanzo Cloro e Galerio Augusti e i due Cesari Severo e Massimino Daia (AE 19798, 303 = 1984, 449); contrasta con questa ricostruzione il miliario di Fordongianus coi soli Costanzo Cloro e Galerio (ED154693)[7]. Come è noto, alla morte di Costanzo Cloro subentrò il figlio Costantino (Augusto, poi Cesare), contrastato però da Massimiano e dal figlio Massenzio, che riuscì a controllare l’isola. Antonio Ibba ha recentemente ricostruito il complicato passaggio istituzionale, partendo dai numerosi miliari stradali[8].


[1] F. Carlà-Uhink, Diocleziano, Il Mulino 2019, p. 107.

[2] AA.VV., Provincie romane, in “Enciclopedia dell’Arte antica, classica e orientale”, dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Secondo Supplemento, 1971-1994, IV, 1996, pp. 496 ss.; T. Bechert, Die Provinzen des Römischen Reichs: Einführung und Überblick, Mainz am Rhein 1999; T. Fischer, Die römischen Provinzen: eine Einführung in ihre Archäologie, Stuttgart 2001; Cl. Lepelley ed., Rome et l’intégration de l’empire, Paris 1998; G.I. Luzzatto, Organizzazione, economia, società, in Roma e le province, I (Istituto Nazionale di studi romani) (Storia di Roma, XVII), Bologna 1985; G.A. Mansuelli, Topografia, urbanizzazione, cultura, in Roma e le province, II (Istituto Nazionale di studi romani) (Storia di Roma, XVII), Bologna 1985; Th. Mommsen, Le province romane da Cesare a Diocleziano, Torino 19182; S. Rinaldi Tufi, Archeologia delle province romane, Roma 2000. G.C. Susini, Voci sulle Provincie romane, in “Enciclopedia dell’Arte antica, classica e orientale”, dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, I (1958)-VII (1966); C. Vismara, Il funzionamento dell’impero, in Le province dell’impero, I (Museo della civiltà romana), Roma 1989.

[3] M.L. Gualandi, Due imperatori per un trionfo. La matrice di Olbia: un hapax “fuori contesto” L’Africa romana XVIII: i luoghi e le forme dei mestieri: atti del 18. Convegno di studio, 11-14 dicembre 2008, Olbia, Italia. Roma 2010, Carocci editore, pp. 1915-1934; Ead., La matrice con scena di trionfo dal porto di Olbia, in Memorie dal sottosuolo. Scoperte archeologiche nella Sardegna centro-settentrionale, Catalogo della mostra, a cura di L. Usai, Scuola Sarda editrice, Quartucciu 2013, pp. 293-300; M.L. Gualandi, A. Pinelli, “Un trionfo per due. La matrice di Olbia: un unicum iconografico ‘fuori contesto’”, in M.M. Donato, M. Ferretti, «Conosco un ottimo storico dell’arte…» Per Enrico Castelnuovo. Scritti di allievi e amici pisani, Pisa, Edizioni della Normale, 2012, pp. 11-20. Vd. A. Mastino, La “Pax Flavia” dopo il “Bellum Iudaicum”: una “evocatio” ? in Historica e philologica, Studi in onore di Raimondo Turtas a cura di M. G. Sanna, AM&D Edizioni, Cagliari 2012 (Collana Agorà), pp. 25-47.

[4] Così C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia. Ortacesus 2016, p. 9; F. Delussu, A. Ibba, Egnatuleius Anastasius: un nuovo praefectus vigilum da Dorgali, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2195-2210.

[5] Che Galerio vada collocato <<tra persecuzione e palinodia>> ha sostenuto ora G. Rinaldi, Roma e i cristiani. Materiali e metodi per una rilettura, Vivarium, Novum, Napoli 2023, pp. 202 ss.

[6] Massenzio aveva spogliato l’Africa e le isole (quindi anche la Sardegna) per rifornire la capitale, cfr. ANON., Paneg. IX, 16, 1 ed. Galleittier (quippe omni Africa quam delere statuerat exhausta, omnibus insulis exinanitis, infiniti temporis annonam congesserat).

[7] R. Zucca, La viabilità romana in Sardegna, «Journal of Ancient topography», 9, 1999, pp. 230 nr. 7.

[8] A. Ibba, “La Sardegna fra Valerio Severo e Costantino: un riesame delle fonti letterarie ed epigrafiche”, nel volume “Contributi all’epigrafia d’età augustea. Actes de la XIIIe rencontre franco-italienne sur l’épigraphie du monde romain (Macerata, 9-11 settembre 2005)”, a cura di Gianfranco Paci (Ichnia, 8), Tivoli, Tored, 2007, pp. 401-441.

La Sardegna nell’anarchia militare

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La morte di Severo Alessandro aveva intanto avviato quella che chiamiamo “l’anarchia militare del III secolo”, con Massimino il Trace e i suoi successori. Nuove informazioni sulla famiglia di Valeriano (prigioniero dei Persiani nel 260) e di Salonino sono fornite ora in agro tibulate da una dedica F(ortunae) B(ictrici) rinvenuta a Castelsardo (Punta sa Mena) (AE 2004, 672) e da una iscrizione posta [pro sal(ute)] et redito (sic) et victoria di Valeriano proveniente da San Pietro di Simbranos a Bulzi (AE 2004, 673): quest’ultima ricordava altri personaggi della domus divina ed in particolare una Cornelia Gallonia Augusta, che risulta essere una fin qui ignota moglie di Valeriano, madre di Valeriano iuniore, matrigna di Gallieno (a sua volta figlio di Egnatia Mariniana). L’iscrizione menziona anche, forse nel 253, un Gaio Marcio Flavio, discendente di Gaio Gallonio Frontone, legatus Augusti provinciae Thraciae sotto Antonino Pio, a sua volta congiunto con il Tito Flavio Prisco Gallonio Frontone Marcio Turbone, figlio adottivo del celebre amico di Adriano, Quinto Marcio Turbone Frontone Publicio Severo. Tutti elementi che testimoniano il lealismo delle comunità dell’ager dei Tibulates verso la casa imperiale, negli anni del governo in Sardegna dei procuratori imperiali Marco Calpurnio Celiano e Publio Maridio Maridiano[1].

Un personaggio illustre che soggiornò in Sardegna è sicuramente Marco Claudio Quintillo, il fratello dell’imperatore Claudio il Gotico: egli governò la provincia nel 268 col titolo di procuratore imperiale, come ci testimonia il miliario di Silvaru in comune di Mores della via a Karalibus Olbiam (AE 1984,446); fu trasferito poi in praesidio Italico[2] e, alla morte di Claudio, fu egli stesso nominato imperatore per alcuni mesi, come ricorda anche una dedica di Ossi (ILSard. I 237). Siamo nel cuore dell’anarchia militare e il suo successore Aureliano avrebbe avviato la restitutio imperii, ponendo fine all’imperium Galliarum ed alla secessione di Palmira in oriente. Va escluso che Quintillo possa essere stato acclamato imperatore in Sardegna nel 270, appresa la morte del fratello; qualche mese dopo egli stesso sarebbe morto ad Aquileia[3].


[1] R. Zucca, Valeriano e la sua famiglia nell’epigrafia della Sardinia, AA. VV., Epigrafia di confine. Confine dell’epigrafia. Atti del colloquio AIEGL-Borghesi 2003, a cura di M. G. Angeli Bertinelli, A. Donati, (Epigrafia e Antichità, 21), Faenza 2005, pp. 347-370. Vd . anche CIL X 8028 (Telti) e EE VIII 763 e 770 (Olbia).

[2] HA, Aurel. 37, 5-6.

[3] A. Boninu, A.U. Stylow, Miliari nuovi e vecchi dalla Sardegna, “Epigraphica”, 44, 1982, pp. 37 ss. nr. 3. Su Quintillo e la Sardegna vedi A. Ibba, “L’estensione dell’impero di Quintillo e le cause della sua caduta (270 d.C.)”, in Rivista Storica dell’Antichità, 27, 1997, pp. 191-214.

Da Settimio Severo a Filippo l’Arabo: un nuovo saeculum in Sardegna ?

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  1. I Severi e il nuovo saeculum

Divenuto imperatore, Settimio Severo avrebbe punito il governatore della Sardegna Recio Costante, personaggio peraltro illustrissimo, responsabile di aver fatto infrangere alcune statue del consuocero del principe, il prefetto del pretorio Fulvio Plauziano, qualche mese prima della sua effettiva caduta in disgrazia e della conseguente damnatio memoriae; Dione Cassio (75, 16, 2-4) ricorda di esser stato fisicamente presente in tribunale quando  Settimio Severo aveva giurato che non avrebbe fatto alcun male a Plauziano, tanto da far dire all’avvocato che accusava Recio Costante che il cielo sarebbe potuto cadere sulla terra prima che Plauziano subisse qualche maltrattamento da parte sua. La vicenda dimostra che dovevano esser state erette a Carales e in Sardegna numerose basi dedicate a Plauziano e ai Severi, alcune delle quali sostenevano statue che subirono una prematura damnatio memoriae per opera dei governatori provinciali, direttamente o indirettamente ispirati da Severo, più tardi (vittima Geta) da Caracalla e dai suoi successori.

In questo periodo sono presenti nell’isola alcuni personaggi di primo piano, come (tra il 195 e il 197) il procuratore-prefetto imperiale Lucio Bebio Aurelio Iuncino arrivato all’incarico di procuratore centrale per le hereditates imperiali, retribuito ben 300.000 sesterzi (CIL X 7580)[1].

Settimio Severo volle rinnovare il secolo degli Antonini, a partire dalla nomina di Caracalla ad Augusto (28 gennaio 198, se consideriamo come data iniziale del saeculum il 28 gennaio 98 con Traiano)[2] ma anche con i Ludi Saeculares del maggio 204, ricordati forse a Turris Libisonis nella solenne dedica di un edificio pubblico in area portuale[3].

In questo quadro si spiega la ricostruzione del tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore) presso Metalla nell’età di Caracalla[4]: l’episodio testimonia simbolicamente la vitalità del culto imperiale (che vediamo documentato in Africa ben oltre l’occupazione vandala)[5] e delle antiche tradizioni pagane in Sardegna. La dedica fu effettuata tra il 212 ed il 217 d.C. all’imperatore Caracalla ammalato, fervente ammiratore di Eracle e Libero (dei patrii di Leptis Magna, sua città natale): l’edificio che ospitava in piena simbiosi il culto imperiale (fondato su un’articolata organizzazione provinciale) con il culto salutifero del grande dio eponimo della Sardegna, il Sardus Pater figlio di Eracle, interpretatio romana del dio fenicio di Sidone (Sid figlio di Melqart), dell’eroe greco Iolao compagno di Eraclee probabilmente dell’arcaico Babi. Luogo minerario antichissimo, il santuario vantava origini protostoriche analoghe a quelle del santuario di Mont’e Prama di Cabras e della necropoli di Su Bardoni. L’antico tempio, frequentato da tutte le comunità della Sardinia unite nella devozione verso il padre Hercules e il figlio Sardus, fu restaurato e continuò ad essere pienamente frequentato e utilizzato ben oltre la pace costantiniana, fino al trionfo del cristianesimo nel IV secolo: i contenuti del culto continuano ad apparire ancora legati alla sfera medica, salutifera e soteriologica[6], che nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo finiscono per sovrapporsi nell’isola con culti di tipo magico-religioso e la divinazione mantica (un aspetto questo che sembra originariamente connesso con il culto di Herakles-Sardus)[7].

L’intervento in onore di Caracalla è stato messo in relazione anche con la constitutio Antoniniana de civitate del 212 d.C., che promuoveva anche i peregrini sardi alla condizione di cittadini romani e moltiplicava il numero degli Aurelii[8]. Abbiamo notizia di molte fervide attività nell’isola, costruzione o restauro di templi, magazzini, edifici pubblici, per iniziativa degli imperatori, dei governatori, delle aristocrazie cittadine impegnate in un’opera di evergetismo che si saldava con gli obiettivi delle politiche centrali, spesso con l’intermediazione di patroni di alto rango, senatori e cavalieri come a Cornus (CIL X 7915): nel 220, sotto Elagabalo, Lucio Ceionio Alieno restaurò o costruì gli horrea di Carales (ILSard. I 51). Il restauro del tempio della Fortuna e della basilica col tribunale giudiziario e sei colonne fu disposto dall’amministratore straordinario (curator rei publicae) di Turris Libisonis Lucio Magnio Fulviano, tribuno militare, su disposizione di Marco Ulpio Vittore procuratore di Filippo l’Arabo e prefetto provinciale (CIL X 7946) : siamo nel 244 d.C. e ci si preparava alla celebrazione del millenario di Roma, avvenuto qualche anno dopo[9], con il contributo della Vestale Massima Flavia Publicia; la targa metallica che ne attesta l’immunitas  per i prodotti sulla rotta tra Portus Augusti (Ostia) e Turris Libisonis con l’immagine della sacerdotessa, scoperta in occasione dei lavori nella darsena (AE 2010, 620), testimonia il contributo delle Vestali per il rifornimento granario di Roma, in regime di immunità totale dai portoria, i dazi doganali[10]. La recente interpretazione di Davide Faoro sposta l’immunitas sulla Vestale e sugli oggetti di sua proprietà giunti in Sardegna da Ostia. La traduzione del documento andrebbe allora intesa: <<Proprietà di Flavia Publicia, Vergine Vestale Massima, immune. Proprietà imbarcata nella naucella marina : cimba da Portus, insegna di Porphyris, pilota Eudromus>>[11]. Quasi tutte le principali strade dell’isola furono allora restaurate, nuovamente lastricate, dotate di miliari. L’anno dopo arrivava, il 28 maggio 245, sempre con lo scopo di raccogliere frumento, un distaccamento della II Cohors vigilum Philippiana presso il procuratore P. Aelius Valens [12].

La Sardegna continuava però ad essere terra d’esilio per i cristiani di Roma, che raggiungevano una terra dove il cristianesimo continuava ad essere per il momento estraneo alla natura profonda della società sarda: dopo l’episodio di Callisto che risale a oltre quaranta anni prima, conosciamo nell’età di Massimino il Trace l’esilio del vescovo di Roma Ponziano (nominato il 21 luglio 233) e del presbitero Ippolito: siamo nel 235 d.C. e il Catalogo Liberiano ricorda che i due furono inviati in Sardinia, in insula nociva, con allusione evidente alla malaria[13]: l’episodio conferma come la Sardegna fosse considerata ancora terra d’esilio popolata da pagani, nella quale gli esiliati cristiani anche di altissimo rango non avrebbero potuto trovare solidarietà da parte dei pochi fedeli. Il Liber Pontificalis, apparentemente derivato dal Catalogo, ma con non poche varianti e inesattezze, attribuisce impropriamente l’esilio di Ponziano ad una decisione di Severo Alessandro, nel suo ultimo anno. Dimessosi il 28 settembre 235, secondo il Catalogo, in eadem insula discinctus est IIII K(a)l(endas) Octobr(es), Ponziano morì un mese dopo, il 30 ottobre, a causa del trattamento disumano che dové subire forse presso le stesse miniere sulcitane, adflictus, maceratus fustibus, apparentemente ad opera dei soldati incaricati di obbligare i prigionieri a lavorare nelle miniere (e ormai sappiamo che gli ausiliari romani erano concentrati in Sardegna solo a Carales e nell’area mineraria del Sulcis); molto dubbio, pur considerando le osservazioni contrarie di Raimondo Turtas[14], è l’esilio nell’insula Bucina, forse Molara su una variante del Liber Pontificalis, che appare decisamente meno informato del Catalogo: <<in quel tempo il vescovo Ponziano e il presbitero Ippolito vennero relegati in esilio in Sardegna, in un’isola malsana (nociva ? Bucina ?), sotto il consolato di Severo e Quintiano (235 d.C.). Nella stessa isola Ponziano rinunciò al pontificato il 28 settembre, al suo posto fu nominato Antero il 21 novembre sotto gli stessi consoli>>. Eppure l’arrivo sotto Gordiano III o Filippo l’Arabo di una delegazione della chiesa romana, guidata da papa Fabiano (236-250), incaricata di recuperare i corpi di Ponziano e di Ippolito, deposti in una tomba provvisoria in Sardegna, dimostra che la memoria del luogo in cui il vescovo di Roma e il suo comes Ippolito erano stati sepolti era rimasto nel ricordo della piccola comunità cristiana locale per quasi cinque anni: Fabianus adduxit [Pontianum] cum clero per navem et sepelivit in cymiterio Callisti, via Appia; Ippolito fu sepolto invece nella catacomba di Ippolito[15].

Anche alcuni grandi santi della chiesa sarda non sarebbero originari dell’isola: Antioco, esiliato dalla Mauretania ed approdato nell’età adrianea nell’insula Plumbaria, Sant’Antioco; nelle grandi persecuzioni ricordiamo almeno Efisio, che si vuole nato ad Elia Capitolina-Gerusalemme, oppure il giovane Saturnino, il cui nome ci suggerisce una probabile origine africana. Il soldato Gavinus palatinus era forse un militare temporaneamente presente in Sardegna[16]. Anche alcuni semplici fedeli spesso erano degli immigrati totalmente estranei alla realtà isolana: il v(ir) s(pectabilis) Pascalis, onorato dalla comunità cittadina di Turris per i suoi meriti conosce la morte in terra straniera (peregrina morte raptus). La situazione si sarebbe poi evoluta come testimoniano i recenti scavi di Sant’Efisio di Orune in piena Barbaria, ma ormai nel IV secolo[17].


[1] Sul governatore Iuncinus, si veda la proposta di A. Magioncalda, L. Baebius Aurelius Iuncinus e i Fasti dei prefetti dell’annona dal 193 al 217, in Cultus splendore, Studi in onore di Giovanna Sotgiu, Senorbì 2003, pp. 589 ss. (la cronologia del 197/199-200/202 non è tuttavia unanimemente accolta nel mondo scientifico).

[2] A. Mastino, Potestà tribunicie ed acclamazioni imperiali di Caracalla, “Annali della Facoltà di Lettere-Filosofia e Magistero, Univ. Cagliari”, XXXVII,1974-75, pp. 5-70.

[3] Vedi S. Giuliani, A. Mastino con la collaborazione di S. Ganga, Un’ipotesi sulla conclusione dei lavori a Turris Libisonis in occasione dei Ludi Saeculares Septimi in età severiana, “Epigraphica”, 85. 2023, pp. 642-648.

[4] A. Mastino “L’iscrizione latina del restauro del tempio del Sardus Pater ad Antas e la problematica istituzionale”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, sud Sardegna), a cura di Raimondo Zucca, Accademia Nazionale dei Lincei, Monumenti Antichi, Serie miscellanea, volume XXIV (79 della Serie Generale), Roma 2019, pp. 199-240. Vedi anche P. Bernardini, Il culto del Sardus Pater ad Antas e i culti a divinità salutari e soteriologiche, in Insulae Christi, Il Cristianesimo primitivo in Sardegna, Corsica e Baleari, a cura di P.G. Spanu, Oristano 2002, pp. 17-25; G. Manca di Mores, “Il Sardus Pater e la decorazione architettonica fittile”, in MEIXIS. Dinamiche di stratificazione culturale nella periferia greca e romana, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, C. Pilo, Atti del convegno internazionale di studi “Il sacro e il profano” (Cagliari, Cittadella dei Musei, 5-7 maggio 2011), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2012, pp. 189-203 (Archaeologica, 169); Ead., “Il Sardus Pater ad Antas e la tarda repubblica romana”, in Africa romana. Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni, a cura di P.Ruggeri, Atti del XX Convegno internazionale di studio (Alghero- Porto Conte Ricerche, 26-29 settembre 2013), Roma, Carocci editore, 2015, pp. 1933-1941; Ead., “Iconografie tra mondo punico e romano nell’altorilievo fittile del tempio del Sardus Pater ad Antas”, in Dal Mediterraneo all’Atlantico: uomini, merci, idee tra Oriente e Occidente, Atti dell’VIII Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici (Carbonia-Sant’Antioco, 21-26 ottobre 2013), a cura di M. Guirguis, vol. II, Pisa-Roma, Fabrizio Serra editore, 2018, pp. 293-297 (Folia Phoenicia, 2); S. Angiolillo, “Gli ex voto in bronzo”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider, 2019, pp. 241-265 (Accademia Nazionale dei Lincei, Monumenti Antichi, Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale); ibidem, G. Manca di Mores, “Le terrecotte architettoniche e la fase repubblicana”, pp. 89-149; ibidem, G. Rocco, “Il tempio romano”, pp. 163-184; G. Manca di Mores, Antas, il tempio del Sardus Pater, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 364-367.

[5] A. Mastino, La superflua turba dei sacerdotales paganae superstitionis espulsi da Cartagine il I novembre 415: la fine del culto imperiale in Africa, i concilia delle province e della diocesi e le sopravvivenze del flaminato, in Topographia Christiana Universi Mundi, Studi in onore di Philippe Pergola (Studi di antichità cristiana pubblicati a cura del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, a cura di G. Castiglia, C. Dell’Osso, Città del Vaticano 2023, pp. 481-500; Id., L’amore coniugale nella Sardinia vandala: le roselline di Sitifis e l’erba sardonia simbolo poetico dell’unione tra Ioannes e Vitula. Nota sui rapporti artistici tra il regno vandalo africano e la più grande delle sue province transmarine, in Deputazione di Storia Patria per la Sardegna, Studi in memoria di Renata Serra, a cura di L. D’Arienzo, I, Cagliari 2023, pp. 163-178.

[6] Vd D. Rigato, Gli dei che guariscono: Asclepio e gli altri, Bologna 2013.

[7] Vedi A. Mastino, T. Pinna, Negromanzia, divinazione, malefici nel passaggio tra paganesimo e cristianesimo in Sardegna: gli strani amici del preside Flavio Massimino, in Epigrafia romana in Sardegna. Atti del I Convegno di studio, Sant’Antioco, 14-15 luglio 2007 (Incontri insulari, I), a cura di F. Cenerini e P. Ruggeri, Carocci Roma 2008, pp. 41-83.

[8] Sugli Aurelii in Sardegna e in particolare a Carales: P. Floris, Un nuovo tabularius e altro materiale epigrafico inedito da Karales, “Epigraphica”, LXXXVI, 2024, pp. 159-178.

[9] P. Ruggeri, Templum Fortunae et basilica cum tribunali et columnis sex: il restauro per il millenario di Roma dell’antico complesso sacro e giudiziario forse progettato da Vitruvio per Cesare o Ottaviano a Turris Libisonis, in In Africa e a Roma, Scritti mediterranei, Aonia edizioni, Raleigh (Carolina del Nord) 2023, pp. 157-176.

[10] M. Mayer i Olivé, Els afers d’una virgo Vestalis maxima del segle III d. C.: Flàvia Publícia, “Studia Philologica Valentina”, 13 (n. s. 10), 2011, pp. 141- 157; Id., Sobre la posible presencia de una embarcación, cynbus Portensis, de la Virgo vestalis maxima Flavia Publicia en Porto Torres, in Mastino, A., Spanu, P. G., Zucca, R. (Edd.), “Tharros Felix”, 5, Roma 2013, pp. 471-479; P. Ruggeri, “La Vestale Massima Flavia Publicia: una protagonista della millenaria saecularis aetas”, in Sacrum Nexum. Alianzas entre el poder polìtico y la religiòn en el mundo romano, a cura di J. Cabrero Piquero, L. Montecchio, Madrid- Salamanca, 2015, pp. 165-189 (Thema Mundi, 7); R. Ortu, Condizione giuridica e ruolo sociale delle Vestali in età imperiale: La vestale massima Flavia Publicia, I, Le immunità, Sandhi editore, Ortacesus 2018; P. Gianfrotta, “Sulla tabella immunitatis della vestale massima Flavia Publicia a Porto Torres”, Archeologia Classica, 69, 2018, pp. 793-802, che non esclude che la tabella sia stata rimossa dalla nave ad Ostia una volta che Flavia Publicia aveva terminato la sua attività di Vestale; in questo caso sarebbe giunta a Turris Libisonis in Sardegna su altra nave, con altro materiale metallico da riutilizzare; ma l’ipotesi appare molto costosa.

[11] D. Faoro,  Una nave della Vestale Massima ? Sull’interpretazione delle cosiddette tabellae immunitatis di Flavia Publicia, “Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik” 227, 2023, pp. 233–236.

[12] A. Mastino, Absentat(us) Sardinia. Nota sulla missione di un distaccamento della II Cohors vigilum Philippiana presso il procuratore P. Aelius Valens il 28 maggio 245 d.C., in L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2211-2224.

[13] Catal. Lib., ed. Duchesne, I, Parigi ed. anast. 1955, p. 4 s.; Chronogr. a. 354, chron. I, p. 74 s., 37-38, 1-3; Liber Pontificalis, ed. Duchesne, I, Parigi ed. anast. 1955, p. 145

[14] R. Turtas, Storia della chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Roma, 1999, p. 34.

[15] Per una discussione sulle fonti: Mastino, I decenni tra l’esilio in Sardegna di Callisto e quello di Ponziano cit., pp. 159-185.

[16] P.G. Spanu, Martyria Sardiniae. I santuari dei martiri sardi, Oristano, S’Alvure, 2000 (Mediterraneo tardoantico e medievale. Scavi e Ricerche, 15).

[17] A.M. Nieddu, “Il problema della cristianizzazione delle aree interne della Sardegna: i vetri incisi recentemente rinvenuti a S. Efisio di Orune”, in Martiri, santi, patroni: per una archeologia della devozione, a cura di A. Coscarella, P. De Santis, Atti del X Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Università della Calabria, 15-18 settembre 2010), Arcavacata di Rende, Università della Calabria, 2012, pp. 581-596. Vedi per tutti A. Teatini, “Orune, area archeologica di Sant’Efis”, in Orune, Buddusò, Alà dei Sardi, archeologia (Sistema Omogeneo di Identità Visuale dei Luoghi e degli Istituti della Cultura: “Patrimonio Culturale Sardegna”), Nuoro, Ilisso Editore, 2011, pp. 27-32: F. Delussu, “Note sulla romanizzazione del territorio di Orune”, in Historica et philologica. Studi in onore di Raimondo Turtas, a cura di M.G. Sanna, Cagliari, 2012, pp. 48-68.

La Sardegna romana da Adriano agli Antonini

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  1. Da Adriano: gli Antonini

Forse nell’età di Adriano fu sepolto a Carales quel Lucius Tettius Crescens residente a Roma, che aveva partecipato alle guerre di Traiano e di Adriano in Dacia (Romania), in Armenia, nel Regno Partico in Mesopotamia e Giudea: expedition(i)b(us) interfuit Daciae, Armeniae, Parthiae, Iudaeae (ILSard. I 57)[1]: in realtà un’unica lunga guerra conclusa con la diaspora degli Ebrei e la repressione di Adriano in Cirenaica[2]: il collegamento più evidente è con il proconsole della Sardegna che conosciamo con riferimento a Forum Traiani L. Cossonius L. f. Stell(atina tribu) Gallus che, lasciata la Sardegna, magari accompagnato da un reparto, tra il 113 e il 115 (dunque prima dell’arrivo e durante la permanenza di Traiano in Oriente), fu legatus Augusti delle province imperiali della Galazia, Pisidia e Paflagonia e, sotto Adriano, verso il 120 della Giudea nel pieno della rivolta ebraica[3]. Del resto un senatore sardo sembra essere quel Marco Erennio (—) Severo, l[eg(atus) pro pr(aetore) provinciae Iud(a)e[ae] e comandante della leg(io) X Fret(ensis), adlectus, promosso tra gli ex pretori da Traiano e comes dell’exp(editio) militare dello stesso Traiano oppure di Adriano[4].

Molti furono i marinai sardi congedati a fine servizio proprio da Adriano, come ad esempio l’ex gregale Decimus Numitorius Agisini (filius) Tarammon, Fifensis ex Sardinia, che ottenne la cittadinanza romana col figlio Tarpalaris nel 134 d.C. (CIL X 7855 = XVI 79, Tortolì).

Possediamo ora molte novità sulla rivolta giudaica a Berenice (Bengasi) in Libia e sul trasferimento ad metalla in Sardinia dei Beronicenses ricordati a Sulci: accolti come incolae, un secolo dopo essiabitavano forse in un ghetto esterno al municipio sull’insula Plumbaria affidato in modo inusuale ad un amministratore straordinario, un curator rei publicae: essi appaiono essere ancora interessati allo sfruttamento dell’attività mineraria ai confini con la vicina Neapolis[5].

Ci sono conservate purtroppo davvero poche notizie relative alla Sardegna nelle fonti di età imperiale: ignoriamo se veramente qualche imperatore visitò l’isola nel I o nel II secolo, come immaginato da Marguerite Yourcenar, che colloca gli amori di Adriano e di Antinoo in una capanna di contadini del litorale sardo, dove il giovane bitino avrebbe cucinato per l’imperatore del tonno appena pescato[6].

Il secolo degli Antonini fu complessivamente un periodo di pace: vediamo lo sviluppo delle manifestazioni relative al culto imperiale, la costruzione di Augustei nelle principali città costiere, la dedica di statue d’argento come a Bosa per Antonino Pio, Faustina, Marco Aurelio e Lucio Vero (CIL X 7939 = AE 1992, 894)[7]. Assistiamo così ad un risveglio delle autonomie cittadine, come in occasione dell’arrivo a Carales della legazione con la quale la colonia Iulia Augusta Uselis inviava un duoviro, due decurioni e uno scriba durante il principato di Antonino Pio, il I settembre 158 (Sex(to) Sulpicio Tertullo, Q(uinto) Tineio Sacerdote co(n)s(ulibus), K(alendis) Sept(embribus)), presso la residenza di M. Aristius Rufinus Atinianus per stipulare un doppio accordo, dal quale sarebbe derivato <<un duplice vincolo che al patronatus appaiava il legame bilaterale dell’hospitium>>.[8]

 Un personaggio illustre, destinato poi a diventare imperatore, conobbe certamente la Sardegna e soggiornò per alcuni anni a Carales: Settimio Severo, il futuro imperatore, attorno al 174 fu sorteggiato questore della Spagna Betica; prima di ricoprire l’incarico, si recò in patria, a Leptis Magna, per definire alcune questioni familiari dopo la morte del padre (HA, Sev. 10, 2, 3); mentre si trovava in Tripolitania, il senato d’intesa con Marco Aurelio gli attribuì la Sardegna in cambio della Betica che era stata sorteggiata per lui, per il fatto che la provincia spagnola veniva saccheggiata dai Mauri della Tingitana e richiedeva un comando militare attribuito ad un legato imperiale. Settimio Severo fu dunque questore propretore nell’isola. Assistiamo al temporaneo passaggio della provincia spagnola dall’amministrazione senatoria a quella imperiale e viceversa per la Sardegna. È uno dei tanti momenti della “politica di scambio tra imperatore e Senato” della provincia Sardinia: come abbiamo detto, Traiano aveva restituito la Sardegna al Senato nel 111 d.C. affidandola a proconsoli ex pretori; è probabile che alla metà del II secolo l’isola avesse conosciuto un nuovo periodo di amministrazione imperiale affidata a procuratori equestri, se veramente lo scambio con la Betica del 174 significò un cambiamento di amministrazione.

Tra i proconsoli di questo periodo – come ci suggerisce Raimondo Zucca – potrebbe esserci stato il genero di Marco Aurelio (console del 177 d.C.), che vediamo attestato a Bithia in una tardissima iscrizione neopunica che possiamo collocare attorno al 174: la città era ancora retta da sufeti, ma il proconsole è presente sulla targa che commemora i lavori edilizi voluti dal popolo bitense nel santuario con altari e cisterne, dedicato forse a Bes-Esmun nell’età di Marco Aurelio tra il 174 e il 177 d.C.[9]. Marcus Peducaeus Plautius Quintillus è ricordato dopo l’indicazione del sufetato eponimo (anno sufetum), di BB‘L, H R’MY(riferita ad un personaggio evidentemente detto “il Romano”, forse da intendere in possesso a titolo individuale della cittadinanza romana in una comunità ancora di peregrini), e di [—]H. Poiché Peducaeus è il primo personaggio menzionato, dopo un sufeta, è da escludere che vi fosse citato in funzione della datazione consolare, in quanto nella coppia dei consoli del 177, Commodo, associato al trono da Marco Aurelio, precedeva Marco Peduceo Plauzio Quintillo. Potremmo dunque ipotizzare che eglivenisse ricordato nell’epigrafe nella logica di quella successione di disposizioni, in base alla quale l’imperatore ordinava i lavori, il governatore provinciale ne curava l’esecuzione e i magistrati municipali li facevano concretamente eseguire, in particolare in presenza di interventi legati a luoghi di culto. In questa ipotesi il ruolo che dovremmo assegnare a Marco Peduceo Plauzio Quintillo è quello di governatore della provincia Sardinia, che in alcune fasi del periodo che va da Traiano a Commodo, era espresso dal Senato e riceveva il titolo di proconsul, benché fosse prescelto tra gli ex-pretori. Dunque il nostro Quintillo, dopo aver rivestito la pretura, poté tra il 174 e il 176, ossia ad un’età compresa tra i 29 e i 31 anni, governare la Sardinia, assistito da un Gaio Pompeio Felice, forse il suo questore. È stato recentemente osservato che l’uso della lingua punica era ornai residuale a Bithia e semplicemente utilizzato per enfatizzare una dedica sacra[10].

Più tardi – negli ultimi anni di Marco Aurelio – la Sardegna sarebbe tornata sotto il diretto controllo imperiale, attraverso procuratori e prefetti, poi presidi, inizialmente viri egregii, quindi (forse durante il principato di Claudio II) perfectissimi e, sotto Costantino dopo l’abolizione dell’ordine equestre, clarissimi.

Particolarmente significativo è il caso del governatore Quinto Bebio Modesto, il quale, procuratore dei due Augusti (Marco Aurelio e Commodo) e prefetto della Sardegna, fu adlectus nel consilium imperiale col titolo di amicus consiliarius dei principi, come testimonia una dedica di Forum Traiani posta dal liberto imperiale Servatus, procurator metallorum et praediorum, incaricato della gestione delle miniere e delle proprietà terriere degli imperatori nell’isola, suddivise in distretti chiamati regiones[11].

Fu forse lo stesso procuratore imperiale Servatus a ricevere una decina di anni dopo (nel 191-192) da un altro governatore provinciale (forse C. Ulpius Severus)[12] l’epistola imperiale che rimetteva in libertà i cristiani della chiesa di Roma inviati in esilio da Marco Aurelio e impiegati nei metalla della Sardinia. Conosciamo la questione per l’acrimonia con la quale Ippolito parla del futuro papa Callisto, imprigionato e poi esiliato perché coinvolto nel fallimento della banca di Carpoforo, banca impegnata a favore di orfani e vedove; i fatti si erano complicati per Callisto in seguito al pubblico scandalo avvenuto in una sinagoga urbana nel giorno di sabato, quando Callisto aveva tentato inutilmente di recuperare i suoi crediti. Scrive Ippolito (9, 12): <<in seguito Marcia, che era la concubina di Commodo, devota alla religione cristiana, siccome voleva compiere una qualche opera buona, chiamato a sé il beato Vittore che era vescovo della Chiesa di Roma in quella circostanza, gli chiese quali fossero gli esiliati in Sardegna (fra i diversi che si trovavano colà). E Vittore fra tutti i nomi forniti non diede quello di Callisto, ben conoscendo gli sconsiderati trascorsi di costui. Ottenuto pertanto ciò che desiderava dall’imperatore Commodo, Marcia consegnò una lettera liberatoria a un tale prete Giacinto che, presala, salpò per la Sardegna e, rimessala a colui che in quella circostanza era al comando di quel territorio (minerario), liberò tutti i martiri ad eccezione di Callisto. E quest’ultimo, prostrato in ginocchio e piangente, supplicava di poter ottenere anche lui la liberazione>>[13].

Il distretto minerario appare fortemente presidiato dall’esercito romano e in particolare dalla cohors I Sardorum nei primi secoli dell’impero, in relazione proprio alla sorveglianza sui deportati e sugli schiavi impiegati nell’estrazione dei minerali nei metalla del fiscus imperiale (in particolare piombo argentifero, galena e ferro): a Grugua nel II secolo conosciamo un miles Farsonius Occiarius e un Charittus Cota[e f(ilius), miles coh(ortis) I? ] Sardorum, (centuria) Pa[- – -]; infine nella vicina Buggerru un Surdinius Felix (centurio) coh(ortis) I Sard(orum)[14]. L’area mineraria, passata alla fine della repubblica dal controllo dell’aristocrazia sulcitana (forse attraverso appalti gestiti dai questori per conto della res publica) nelle mani di Cesare, a partire dall’età di Ottaviano fu parte integrante delle proprietà imperiali, come ha recentemente dimostrato Mattia Sanna Montanelli[15].

La vicenda è troppo nota per dover essere ricostruita nei dettagli, deformata con tutta probabilità da quella che in passato è stata ritenuta la malevola ostilità di Ippolito nei confronti di Callisto, che si sarebbe disperato davanti all’inviato imperiale e sarebbe comunque riuscito a farsi liberare; al suo rientro a Roma sarebbe diventato diacono, assistente di Zefirino, incaricato della manutenzione delle catacombe sulla Via Appia, infine pontefice per cinque anni tra l’età di Elagabalo e quella di Severo Alessandro (218-222).[16]

Per quanto riguarda il trasporto del frumento dai latifondi imperiali della Sardegna, sappiamo che Marco Aurelio riconobbe un’associazione di imprenditori marittimi, in qualche modo collegata con altre analoghe organizzazioni africane di proprietari di navi (CIL XIV, 4142); nulla impedisce di pensare che il progetto di Commodo per la nascita di una Classis Africana Commodiana riguardasse anche la Sardegna (Hist. Aug., Comm. XVII, 7). La politica dei trasporti marittimi appare solida e di lungo termine se la vediamo attestata con i Navicularii et Negotiantes di Karales, i Navicularii di Turris Libisonis e Olbia documentati ad Ostia[17].


[1] P. Floris, Le iscrizioni funerarie pagane di Karales, AV Edizioni, Cagliari 2005, pp. 344 349 nr. 115.

[2] M. Pucci Ben-Zeev, “L. Tettius Crescens expeditio Iudeae”, ZPE, 133, 2000, pp. 256-258.

[3] A. Mastino, R. Zucca, “L. Cossonius L. f. Stell(atina tribu) Gallus Vecilius Crispinus Mansuanius Marcellinus Numisius Sabinus pro consule provinciae Sardiniae e la constitutio del Forum Traiani”, in Gerión, Revista de Historia Antigua, 32, 2014, pp. 199-223.

[4] AE 2003, 811; 2008, 604 e 610; 2014, 541. Vd. soprattutto M. Bonello Lai, “I senatori sardi”, in Epigrafia romana in Sardegna. Atti del I Convegno di studio, Sant’Antioco, 14-15 luglio 2007 (Incontri insulari, I), a cura di F. Cenerini e P. Ruggeri, Carocci, Roma 2008, pp. 95-110; R. Zucca, Senatori nella Sardinia, Epigrafia e ordine senatorio, 30 anni dopo. Atti della XIXe Rencontre sur l’épigraphie du Monde Romain, a cura di M.L. Caldelli, G.L. Gregori, Tituli 10, Roma, Edizioni Quasar, 2014, pp. 341-352.

[5] A. Mastino, La Cirenaica di Adriano: la deportatio in Sulcitanam insulam Sardiniae conterminam degli Ebrei di Berenice (Bengasi), “Libya antiqua”, n.s. 14, 2021, pp. 51-68. In generale: P.G. Spanu, Gli Ebrei in Sardegna tra l’età romana e l’altomedioevo, in AA.VV., Immagini da un passato perduto, Segni della presenza ebraica in Sardegna, Cagliari-Sassari 1996.

[6] M. Yourcenar, Mémoires d’Hadrien, Gallimard, Paris 1974, pp. 82 s. = Memorie di Adriano, seguite dai taccuini di appunti, Einaudi, Torino 1981, nella traduzione italiana di Lidia Storoni Mazzolani: <<Qualche tempo prima, durante una sosta in Sardegna, un temporale ci spinse a cercar rifugio in una capanna di contadini; Antinoo aiutò il nostro ospite a rigirare sulla brace un paio di trance di tonno; mi sembrò d’esser Zeus che visita Filemone in compagnia di Ermes. Quel giovinetto dalle gambe ripiegate sul letto era Ermes in persona, che si scioglie i sandali; era Bacco, mentre coglieva un grappolo o assaggiava per me una coppa di vino rosato; le sue dita, indurite dalla corda dell’arco, erano quelle di Eros. Fra tante trasfigurazioni, in mezzo a tante magie, mi accadde di dimenticare la persona umana, il fanciullo che s’affannava invano a imparare il latino, o pregava l’architetto Decriano di dargli lezioni di matematica, poi vi rinunciava, e, al minimo rimprovero, si rifugiava imbronciato a prua della nave a guardare il mare>>. Ovviamente il vecchio Filemone è ricordato da Ovidio nell’VIII libro delle Metamorfosi, per l’amore per la sposa Bauci: i due accolsero Zeus ed Ermes in una povera capanna di canne e di fango, trasformata dagli dei in un tempio.

[7] M. Mayer i Olivé, “La inscripción del Augusteum de Bosa”, in A. Mattone, M.B. Cocco (a cura di), Bosa la città e il suo territorio dall’età antica al mondo contemporaneo, Sassari, Carlo Delfino editore, 2016, pp. 121-129.

[8] Ora: E. Cimarosti, CIL X 7845: proposte da una rilettura autoptica. in ‘Voce concordi.’ Scritti per Claudio Zaccaria, Antichità Altoadriatiche, LXXXV, a cura di Fulvia Mainardis, Trieste 2016, pp. 205-216.

[9] Sull’iscrizione neopunica: M. G. Guzzo Amadasi, Le iscrizioni fenicie e puniche delle colonie in Occidente, Roma 1967, pp. 133 ss., Sardegna, nr. 8 Npu.

[10] A. Ibba, “La Sardinia in età antonina: riflessioni su un testo da Bithia (ICO Sard. n. 8NP), nel volume Tra le Coste del Levante e le Terre del Tramonto. Studi in ricordo di Paolo Bernardini, a cura di Sandro Filippo Bondì, Massimo Botto, Giuseppe Garbati, Ida Oggiano, (Collezione di Studi Fenici, 51), Roma, CNR Edizioni, 2021 pp. 233-246.

[11] S. Ganga, A. Ibba, “La Sardinia sotto Marco Aurelio: nuova lettura di AE 2001, 1112 = EDR153329 da Forum Traiani”, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, 217, 2021, pp. 271-278.

[12] P. Meloni, L’amministrazione della Sardegna da Augusto all’invasione vandalica, Roma 1958, p. 201 s., nr. 21, seguito da D. Faoro, Praefectus, procurator, praeses. Genesi delle cariche presidiali equestri nell’alto Impero Romano, Firenze 2011, p. 309, nr. 12.

[13] A. Mastino, “I decenni tra l’esilio in Sardegna di Callisto e quello di Ponziano: i rapporti tra cristiani e pagani e la ricostruzione del tempio nazionale del Sardus Pater presso i metalla imperiali”, in Atti della Pontificia Accademia romana di Archeologia (Serie III), Rendiconti, LXXXVIII, 2015-16, pp. 159-185. Per il minerale estratto a Metalla, vd. G. Pipino, Autori classici e risorse minerarie italiane, “Rivista di archeologia on-line”, XVI, 23 del I dicembre 2021, p. 9 nr. 26*, con la nota di p. 16.

[14] Y. Le Bohec, La Sardaigne et l’armée romaine sous l’Haut-Empire, Delfino, Sassari 1990.

[15] M. Sanna Montanelli, “Είς μέταλλον Σαρδονίας. Metalla e il Sulcis Iglesiente prima della pax costantiniana”, in Isole e terraferma nel primo cristianesimo, Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, a cura di R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu, Atti XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Cagliari- Sant’Antioco, 23-27 settembre 2014), Cagliari, PFTS University Press, 2015, pp. 915-920; Id., “Praedia e metalla del Sardus Pater. Res Caesaris e culto imperiale nei territori del Sulcis Iglesiente”, in Il Tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2019, pp. 266-279 (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale).

[16] Per la sepoltura di Callisto nella catacomba di Calepodio, vedi D. Mazzoleni et alii, Le iscrizioni della catacomba di Calepodio, in Rivista di Archeologia Cristiana LXXV, 1999, pp. 597 ss.

[17] Per i navicularii sardi: L. De Salvo, I navicularii di Sardegna e d’Africa nel tardo Impero, in L’Africa Romana, VI, Sassari 1989, pp. 743-754; vedi A.M. Colavitti, La presenza dei negotiatores italici nella Sardegna di età romana, Oristano 1999.